Il ritratto ovale

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Il castello di cui il mio valletto aveva osato forzare l”ingresso pur di non permettere che, gravemente ferito com”ero, io passassi la notte all”aperto, era uno di quegli edifici, tetri e grandiosi insieme, che da gran tempo ergono la loro aggrondata mole frammezzo agli Appennini, non meno nella realta’ che nei fantastici scenari di Mrs. Radcliffe. Stando ad ogni apparenza, era stato abbandonato temporaneamente e da non molto. Noi ci insediammo in una delle stanze pia’¹ piccole e meno sontuosamente arredate, sita in una torretta fuori mano. Gli addobbi erano di pregevole fattura, ma logori e segnati dall”usura del tempo. Alle pareti tappezzate di arazzi erano appesi trofei e panoplie d”ogni genere e forma, nonche’ un”infinita’ di originalissimi quadri moderni dalle ricche cornici dorate di stile arabesco. Questi quadri, che rivestivano non solo le superfici principali dei muri, ma le innumerevoli nicchie imposte dalla bizzarra architettura del castello – questi quadri, dicevo, avevano destato in me un profondo interesse, determinato forse dal mio incipiente delirio; cosicche’ ordinai a Pedro di chiudere le massicce imposte della stanza (infatti era gia’ notte), di accendere i bracci di un alto candelabro posto a capo del mio letto e di scostare, aprendole quanto pia’¹ poteva, le frangiate cortine di velluto nero che lo avvolgevano.

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Berenice

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La miseria e’ molteplice. L’infelicita’ della terra e’ multiforme. Abbracciando il vasto orizzonte al pari dell’arcobaleno, le sue sfumature sono varie come i colori di quell’arco, e altrettanto distinte, e al tempo stesso altrettanto intimamente fuse. Abbracciando il vasto orizzonte al pari dell’arcobaleno! Com’e’ che della bellezza io ho tratto una negazione di essa? dal simbolo della pace una immagine di sofferenza? Ma come nell’etica il male e’ conseguenza del bene, cosi’ nella realta’, dalla gioia scaturisce il dolore. O il ricordo della passata beatitudine e’ l’affanno dell’oggi, oppure le ambasce ATTUALI hanno la loro origine nelle estasi che AVREBBERO POTUTO ESSERE. Il mio nome di battesimo e’ Igeo; non rivelero’ pero’ quello della mia famiglia. Eppure non esistono monumenti in tutto il paese piu’ antichi della mia tetra, grigia, ereditaria dimora. La nostra schiatta e’ stata chiamata stirpe di visionari, e infatti in molti sorprendenti particolari, nell’aspetto del maniero domestico, negli affreschi della sala centrale, negli arazzi delle stanze da letto, nelle cesellature degli archi rampanti del nostro stemma araldico, ma soprattutto nella galleria di quadri, nella foggia della biblioteca, e infine nel contenuto specialissimo di questa, sono raccolte testimonianze piu’ che sufficienti a suffragare tale credenza. I ricordi dei miei primi anni sono legati a questa stanza e ai suoi volumi, intorno ai quali non diro’ altro. Quivi mori’ mia madre. Qui io nacqui. Ma e’ semplicemente superfluo dire ch’io non ero mai vissuto prima, che l’anima non ha un’esistenza precedente. Negate voi questo? Non discutiamone. Convinto io stesso, non cerco di convincere. Vi e’ tuttavia una reminiscenza di aeree forme, di spirituali occhi carichi di significato, di suoni musicali e pur tristi, una reminiscenza che non puo’ essere negata; e’ una memoria simile a un’ombra vaga, oscillante, indefinita, incerta; e simile a un’ombra pure e’ la mia impossibilita’ a liberarmene finche’ la luce solare della mia ragione esistera’. In quella camera io nacqui, risvegliandomi cosi’ dalla lunga notte di quel che sembrava, ma non era, il non essere, per trovarmi subito nelle regioni stesse della fiaba, in un palazzo dell’immaginazione, negli sconfinati domini dell’erudizione e del pensiero monastici.

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Lo Schifo del Mondo

reganlogo


Mi presento,sono Regan!

Regan,adorabile figlia posseduta di un attrice di Georgetown paesuncolo di Washington,ci delizia il palato con le sue succulente ricette ultracaloriche e rivoltanti

INGREDIENTI PER 2 -4 Pagnottelle per Hamburgher -1 Mozzarella -Affettati vari a scelta -Insalata Lattuga ( o ancora meglio Iceberg ) -Pomodoro -16 fette di galbanino gia affettato -1 Puzza di piedi ( Taleggio ) -Maionese -Sangue ( Ketchup )
Iniziate a scaldare una piastra elettrica. Con un coltellazzo seghettato tagliate le pagnottelle ,non usate coltelli non seghettati perche non tagliano bene il pane:Evitate di tagliarvi qualche parte di mano,le dita non sono ammesse
in questa ricetta. Da un lato del pane ricoprite di maionese e dall’altro di sangue. Continue reading

Il crollo della casa degli Usher

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DURANTE un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire dell’anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finche’ ero venuto a trovarmi, mentre gia’ si addensavano le ombre della sera, in prossimita’ della malinconica Casa degli Usher. Non so come fu, ma al primo sguardo ch’io diedi all’edificio, un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito. Dico intollerabile poiche’ questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel sentimento che per essere poetico e’ semipiacevole, grazie al quale la mente accoglie di solito anche le piu’ tetre immagini naturali dello sconsolato o del terribile. Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi, la casa, l’aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi tronchi d’albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. Sentivo attorno a me una freddezza, uno scoramento, una nausea, un’invincibile stanchezza di pensiero che nessun pungolo dell’immaginazione avrebbe saputo affinare ed esaltare in alcunche’ di sublime. Che cos’era, mi soffermai a riflettere, che cos’era che tanto mi immalinconiva nella contemplazione della Casa degli Usher? Era un mistero del tutto insolubile; ne’ riuscivo ad afferrare le incorporee fantasticherie che si affollavano intorno a me mentre cosi’ meditavo. Fui costretto a fermarmi sulla insoddisfacente conclusione che mentre, senza dubbio, ESISTONO combinazioni di oggetti naturali e semplicissimi che hanno il potere di cosi’ influenzarci, l’analisi tuttavia di questo potere sta in considerazioni che superano la nostra portata. Poteva darsi, riflettei, che una piccola diversita’ nella disposizione dei particolari della scena, o in quelli del quadro sarebbe bastata a modificare, o fors’anche ad annullare la sua capacita’ a impressionarmi penosamente; e agendo sotto l’influsso di questo pensiero frenai il mio cavallo sull’orlo scosceso di un oscuro e livido lago artificiale che si stendeva con la sua levigata e lucida superficie in prossimita’ dell’abitazione, e affissai lo sguardo, con un brivido pero’ che mi scosse ancor piu’ di prima, sulle immagini rimodellate e deformate dei grigi giunchi, degli spettrali tronchi d’albero, delle finestre aperte come vuote occhiaie. Eppure in questa lugubre casa io ora mi proponevo di soggiornare per alcune settimane. Il suo proprietario, Roderico Usher, era stato uno dei miei gai compagni di infanzia, ma molti anni erano trascorsi dal nostro ultimo incontro. Una sua lettera mi aveva tuttavia raggiunto in un luogo remoto del paese, una lettera che, dato il carattere insistentemente importuno del mittente, non ammetteva risposta che di persona.

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Morella

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Consideravo la mia amica Morella con un sentimento in cui si mescolava il piu’ profondo e al tempo stesso singolarissimo affetto. L’avevo conosciuta per caso molti anni prima, ma la mia anima, al nostro primo incontro, aveva appreso ad ardere di fuochi sino ad allora sconosciuti; non erano pero’ i fuochi di Eros, e amaro e tormentoso al mio spirito era il graduale convincimento di non essere in grado di definire in modo alcuno il loro insolito significato, o di regolarne la misteriosa intensita’. Tuttavia ci vedevamo spesso, e il destino ci lego’ insieme all’altare; ma mai io le parlai di passione, o pensai all’amore. Morella pero’ scansava la societa’, e attaccata soltanto a me mi rendeva felice. Era una felicita’ che rapiva, una felicita’ di sogno. La sua erudizione era profonda. Le sue doti psichiche erano di ordine non comune, le sue facolta’ mentali titaniche. Io sentivo questo, e sotto molti aspetti divenni suo alunno. Ben presto tuttavia mi accorsi che, forse causa la sua educazione presburghese, ella mi poneva dinanzi molti di quegli scritti mistici che di solito vengono considerati semplicemente come le scorie della primitiva letteratura tedesca. Per motivi che non sapevo immaginare, questi scritti rappresentavano il suo studio costante e favorito; e che col passar del tempo divenissero a mia volta la mia occupazione principale, e’ da attribuirsi al semplice ma efficace influsso dell’abitudine e dell’esempio. In tutto cio’, se non erro, poco aveva che vedere la mia ragione. Le mie convinzioni, o io dimentico me stesso, non erano affatto dettate dall’ideale, ne’ era possibile rintracciare sia nelle mie azioni sia nei miei pensieri anche la minima sfumatura del misticismo di cui leggevo, a meno che io non m’inganni grandemente. Persuaso di cio’, mi abbandonai implicitamente alla guida di mia moglie e penetrai col cuore risoluto negli intrichi dei suoi studi, e in seguito, allorche’, meditando assiduamente su pagine proibite, io sentivo accendersi dentro di me uno spirito proibito, Morella soleva porre la sua fredda mano sulla mia, e frugare tra le ceneri di una filosofia morta qualche strana, singolare parola, il cui misterioso significato s’imprimeva bruciante nella mia memoria. Allora, per ore ed ore, io indugiavo al suo fianco, inebriandomi della musica della sua voce, sino a quando, a un tratto, la sua musicalita’ si soffondeva di terrore: allora un’ombra cadeva sulla mia anima, e io impallidivo e rabbrividivo interiormente a quegli accenti troppo ultraterreni.

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Hop-Frog

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Non ho mai conosciuto nessuno che fosse tanto amante dello scherzo quanto lo era il re. Sembrava che vivesse unicamente per scherzare. Saper raccontare una storiella scherzosa, e saperla raccontare bene, era il mezzo piu’ sicuro per guadagnare i suoi favori. Era per questo che i suoi sette ministri andavano tutti quanti famosi per la loro arte insuperabile nel buffoneggiare. E scimmiottavano il re anche in questo, che oltre a essere buffoni inimitabili, erano grossi, corpulenti, trasudanti grascia. Se la gente ingrassi, scherzando, o se piuttosto nel grasso di per se stesso esista alcunche’ che predispone allo scherzo, francamente non ho mai saputo precisare con esattezza; ma certo e’ che un buffone magro e’ una RARA AVIS IN TERRIS. Delle raffinatezze, o, come egli le chiamava, le “fantasime” dello spirito, il re si preoccupava assai poco. Egli aveva un’ammirazione particolare per L’AMPIEZZA di uno scherzo, e spesso, pur di ascoltar uno scherzo, ne sopportava anche la LUNGHEZZA. Le sottigliezze eccessive lo tediavano. Allo ZADIG di Voltaire avrebbe preferito il GARGANTUA di Rabelais, e nel complesso i giochi di mano erano assai piu’ di suo gusto che non quelli verbali. Al tempo del mio racconto i giullari di professione non erano ancora del tutto passati di moda, a corte. Alcune tra le grandi “potenze” continentali conservavano ancora i loro STOLTI, che indossavano abiti variopinti, berrettini e campanelli, e dai quali si pretendeva che fossero sempre pronti ai motti piu’ salaci, da sciorinare sul momento, in cambio delle briciole che cadevano dalla tavola regale.

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Il cuore rivelatore

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E’ vero! Sono e sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perche’ dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato era in me il senso dell’udito. Udivo tutte le cose del cielo e della terra. E udivo anche molte cose dell’inferno. Come puo’ essere dunque che io sia pazzo? Ascoltatemi! E osservate con quanta lucidita’, con quanta calma io posso narrarvi per filo e per segno tutto cio’ che accadde. E’ impossibile dire come l’idea mi sia entrata per la prima volta nel cervello. Ma non appena l’ebbi concepita mi ossessiono’ notte e giorno. Scopo non ne avevo. Odio neppure. Volevo bene al vecchio. Non mi aveva mai fatto del male. Non mi aveva mai insultato. Non desideravo il suo oro. Credo fosse il suo occhio! Si’, fu proprio cosi’! Aveva l’occhio di un avvoltoio, un occhio pallido, azzurro, coperto di una pellicola. Ogni volta che esso si posava su di me il mio sangue si raggelava, e cosi’ per gradi, oh, per gradi molto lenti, io decisi di togliere la vita al vecchio, e sbarazzarmi cosi’ per sempre di quell’occhio. Ora questo e’ il punto. Voi mi credete pazzo, ma i pazzi non capiscono nulla, mentre avreste dovuto vedere ME. Avreste dovuto vedere con quanta accortezza procedetti, con quanta cautela, con quanta preveggenza, con quanta dissimulazione mi misi all’opera! Mai fui cosi’ gentile col vecchio come durante la settimana prima che io l’uccidessi. E ogni sera, verso mezzanotte, giravo il paletto della sua porta e aprivo l’uscio… oh, come piano! E poi, una volta ottenuta un’apertura sufficiente perche’ la mia testa potesse passarvi, mettevo dentro una lanterna cieca, tutta chiusa, ben chiusa, in modo che non ne uscisse nessuna luce, e poi spingevo innanzi il capo. Oh, avreste riso nel vedere con quanta furberia lo insinuavo nell’apertura! Lo muovevo lentamente, in modo da non disturbare il sonno del vecchio.

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Il barilozzo di Amontillado

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Avevo sopportato come meglio avevo potuto le mille offese di Fortunato. Ma quando egli si spinse sino ad insultarmi giurai vendetta. Voi pero’ che ben conoscete la natura del mio animo non immaginerete certo che io possa avere espresso alcuna minaccia. Mi sarei vendicato COL TEMPO; questo lo avevo ben stabilito, ma la determinazione stessa con la quale avevo deciso di agire precludeva ogni idea di rischio. Non soltanto dovevo punire, ma dovevo farlo senza riportarne danno. Un torto non e’ riparato, se la punizione ricade sul vendicatore; e rimane ugualmente inespiato, se il vendicatore non riesce a farsi riconoscere da colui che gli ha recato offesa. Voglio fare chiaramente intendere che non ho dato modo a Fortunato ne’ con parole ne’ con gesti di dubitare della mia buona disposizione d’animo nei suoi riguardi. Continuai, com’era mia abitudine, a sorridergli, ed egli non si accorse mai che il mio sorriso ADESSO nasceva dal pensiero del suo prossimo annientamento. Aveva un punto debole, questo Fortunato, benche’ per altri versi fosse uomo da incutere rispetto e persino paura. Egli si vantava di essere gran conoscitore di vini. Pochi italiani hanno il temperamento del vero VIRTUOSO: di solito il loro entusiasmo e’ adeguato al tempo e alle circostanze, e si affina soprattutto nell’imbrogliare i MILLIONAIRES inglesi o austriaci. In fatto di pittura e di gemme, Fortunato, come tutti i suoi compatrioti, era un ciarlatano; ma in quanto a vini vecchi se ne intendeva. Sotto questo riguardo io non differivo molto da lui; ero anch’io esperto di vini italiani, e ne compravo in grande quantita’ ogni qualvolta mi era possibile. Fu verso l’imbrunire, in una sera in cui il carnevale al suo colmo impazziva nelle sue estreme follie, che io incontrai il mio amico. Mi si avvicino’ con eccessivo calore, poiche’ aveva bevuto moltissimo. Era travestito da buffone: indossava un abito aderente a striscie, e in capo aveva il caratteristico berretto conico ornato di campanelli. Fui tanto piu’ felice di vederlo, in quanto non avevo affatto immaginato di potergli stringere la mano. Gli dissi: – Mio caro Fortunato, che fortuna di incontrarti. Stai particolarmente bene, quest’oggi! Ma io ho ricevuto un barile di quel che passa col nome di Amontillado, e ho i miei dubbi. – Come? – esclamo’. – Amontillado?

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Eleonora

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Vengo da una razza nota per la forza della fantasia e l’ardore della passione.Mi hanno chiamato folle; ma non e’ ancora chiaro se la follia sia o meno il grado piu’ elevato dell’intelletto, se la maggior parte di cio’ che e’ glorioso, se tutto cio’ che e’ profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale. Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte. Nelle loro visioni grigie captano sprazzi d’eternita’ , e tremano, svegliandosi, nello scoprire di essere giunti al limite del grande segreto. In un attimo, apprendono qualcosa del discernimento del bene e qualcosa piu’ che la pura e semplice conoscenza del male. Penetrano, senza timore ne’ bussola nel vasto oceano della “ineffabile luce” e ancora, come gli avventurieri del geografo della Nubia, “aggressi sunt mare tenebrarum, quid in eo esset exploraturi”1. Diremo dunque, che sono pazzo. Ammetto, almeno, che ci sono due distinte condizioni della mia esistenza psichica, l’una di lucida ragione, senza dubbi relativa al ricordo degli eventi che costituirono la prima parte della mia vita… l’altra di ombra e di dubbio, riguardante il presente, che costituisce la parte piu’ lunga della mia esistenza. Percio’ credete pure a quanto vi diro’ del primo periodo; per quanto attiene al secondo credete quel tanto che vi parra’ opportuno o, se volete, dubitatene del tutto, e se non riuscite a dubitare, giocate pure come Edipo con questo enigma. Quella che ho amato e dei ricordi della quale ora scrivo con calma e precisione, era l’unica figlia dell’unica sorella di mia madre. Eleonora era il nome di mia cugina. Avevamo abitato sempre insieme sotto il sole tropicale, nella Valle dell’Erba dai Molti Colori. Nessuno senza guida era mai passato nella valle, che si snodava tra grandi colline, che si ergevano tutt’intorno, respingendo il sole dai piu’ dolci recessi.

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Ombra – Una parabola

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Sebbene io proceda per la valle dell’Ombra. Salmo di Davide Voi che leggete siete ancora tra i vivi; ma io che scrivo saro’ partito, da tempo, per la regione delle ombre. Dacche’ strane cose, invero, accadranno, segrete cose saranno svelate, ma innanzi che gli uomini ne acquistino la vista trascorreranno i secoli. E quando le avran viste, molti non crederanno e altri le porranno in dubbio e soltanto alcuni troveranno di che meditare sulle cifre che io qui incido con uno stilo di ferro. L’anno era stato posseduto dal terrore e da sentimenti anche pia’¹ intensi che non il terrore, per i quali non c’e’ nome sulla terra. Imperocche’ molti prodigiosi accadimenti s’erano dati e molti segni erano stati scorti; e ampie sulla terra e sul mare s’erano distese le negre ali della Pestilenza. Coloro che sapevano leggere negli astri, avevano trovato che i cieli erano forieri di sventura, nel loro aspetto maligno, ed io, il greco Oinos, tra gli altri, vedevo bene come fossimo pervenuti a quel settecentonovantaquattresimo anno nel quale, all’entrar dell’ariete, il pianeta Giove si congiunge col roggio anello del terribile Saturno. Il bizzarro spirito dei cieli, s’io non m’inganno, si manifestava, non soltanto nell’orbe fisico della terra; nelle anime, bensa’ , nelle fantasie e nelle meditazioni degli uomini. Noi sedevamo, a notte, entro le mura d’una nobile sala nella lugubre citta’ chiamata Tolemaide: eravamo sette e stavamo chini in cerchio su alcune grandi ampolle di vino di Chio.

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