NONA VINCENT

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golemcuccia

 

– Mi chiedevo se le spiacerebbe leggermelo, – disse Mrs Alsager, mentre indugiavano
un poco presso il camino prima di accomiatarsi. Volse uno sguardo di scorcio alla
fiamma e ne scostò la veste. Aveva fatto la proposta con quella timida spontaneità che
accresceva il suo fascino. Allan Wayworth quel fascino l’aveva sempre subito, come
pure quello della casa, semplice distillazione della personalità di lei; un’atmosfera
così consolatrice, così allettante da provocare sempre in lui, quando stava per
lasciarla, ripetuti falsi tentativi di commiato. Vi aveva trascorso alcune ore così
buone, aveva dimenticato, nella calda dorata atmosfera di quel salotto, tanta
solitudine e tanti crucci, che esso aveva finito per diventare la risposta immediata alla
sua ispirazione, la cura per le sue sofferenze, il porto in cui le sue burrasche
trovavano rifugio.
Le tribolazioni non era il primo mortale a patirle, mentre alcuni lati positivi, anche se
comuni, erano in lui di livello notevole, in quanto – per essere così giovane – era
intellettualmente molto dotato e, per essere così povero, estremamente indipendente.
Aveva ventotto anni, la sua era stata una vita intensa, piena com’era di ambizioni, di
curiosità e di frustrazioni. L’occasione di parlare di taluni di questi argomenti in
Grosvenor Square attenuava sensibilmente l’immenso svantaggio di vivere a Londra.
Svantaggio che, per Allan Wayworth, verteva essenzialmente sull’insensibilità dei
londinesi per il suo stile letterario. Wayworth possedeva uno stile letterario, o almeno
ne era convinto, e il fatto che Mrs Alsager lo riconoscesse era la più dolce
consolazione ch’ella gli potesse offrire. Quanto a talento letterario e artistico, lei ne
aveva ancor più di lui, tant’è che mentre a lui capitava spesso di trovare un eccesso
alla sua produzione (era questo il suo lavoro, la sua occupazione), la generosa
signora, ricca di idee felici, ma inedite e sconosciute, stava in mezzo al crescere della
marea come una ninfa di fonte sta nello zampillo di una fontana marmorea.
Un anno prima, a un pranzo di una grande casa editrice di giornali si era trovato
seduto accanto a lei e, insieme, avevano trasformato quell’ora intensamente materiale
in un banchetto della ragione. Lo invitò ad andarla a trovare per il semplice motivo
che le era piaciuto, cosa che a lui fu tanto più gradita in quanto s’era reso conto nello
stesso momento, di aver fatto la conoscenza di una persona squisita. Mrs Alsager
godeva della invidiabile libertà di comportarsi secondo le proprie simpatie, e il fatto
di sentirsi per il momento incluso fra queste attenuò in Wayworth la sensazione dei
propri insuccessi.

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LA VITA PRIVATA

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golemcuccia

I.
Parlammo di Londra di fronte a un grande, irto ghiacciaio primigenio. L’ora e il
paesaggio creavano una di quelle impressioni che fanno un poco ammenda, in
Svizzera, per quanto di indegno è nel sistema moderno di viaggiare: per le
promiscuità e le volgarità, per la stazione e l’albergo, per la pazienza collettiva e la
fatica di strappare un briciolo d’attenzione, per la tristezza di sentirsi ridotti a numeri.
L’alta vallata era tinta del rosa della montagna, l’aria vivificatrice fresca, come se il
mondo fosse giovane. Le nevi intatte avevano il lieve incarnato del pomeriggio, e il
socievole tintinnio del gregge non visto ci giungeva mescolato a un odore di tosatura
e di sole. L’albergo a balconate stava proprio sulla sella del passo più incantevole di
tutto l’Oberland, e da una settimana avevamo buona compagnia e bel tempo.
Trovavamo che questa era una grande fortuna, perché una delle due cose sarebbe
stata compenso sufficiente se l’altra fosse stata cattiva.

 

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SIR DOMINICK FERRAND

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golemcuccia

I.
«Ci sono parecchie obiezioni da fare, ma, se lo modifica, lo accetto», aveva detto la
breve nota di Mr Locket; né le parole si sprecavano nel poscritto, in cui aveva
aggiunto: «Se passerà a trovarmi, le mostrerò ciò che intendo». Questa
comunicazione aveva raggiunto Jersey Villas con la prima posta, e a Peter Baron era
rimasto appena il tempo d’ingoiare il suo coriaceo panino prima di mettersi in moto
per ottemperare all’ordine del direttore. Sapeva che tanto precipitarsi poteva denotare
uno stato d’animo affannoso, ed egli non aveva la minima voglia di mostrarsi
affannato: non era nel suo interesse. Ma come mantenere una calma olimpica in
omaggio ai propri principi, quando per la prima volta una grande rivista aveva
accettato, sia pure con crudele riserva, un prodotto del suo fervido intelletto
giovanile?
Solo allorché, nella sua carrozza di terza classe – simile a un fanciullo che si accosta
una conchiglia all’orecchio – cominciò a rendersi conto del gran fragore della
«sotterranea», si senti pungere fin nell’intimo dalla crudeltà di quella riserva come da
un odore acre di fumo. Era davvero meschino mostrarsi preoccupato davanti alla
necessità di dover apportare delle modifiche. Peter Baron cercò in quel momento di
immaginare se stesso non in atto di correre, tradendo così il suo estremo bisogno, ma
di affrettarsi a scendere in campo in favore di alcuni di quei passi particolarmente
arditi su cui senza dubbio il direttore della «Rassegna di Miscellanea» si sarebbe
accanito. Finse – sia pure davanti al sudicio compagno di viaggio che gli sedeva di
fronte – di sentirsi indignato; ma capì che, ai piccoli occhi tondi del suo ancor più
bistrattato fratello, egli impersonava l’egoista di successo. Avrebbe voluto soffermarsi
sull’idea che «Miscellanea» lo aveva «convocato»; tuttavia, qualunque giudizio si
fossero fatti di alcuni suoi voli di fantasia alla redazione del periodico, il suo
ricorrente sospetto di venir considerato in quell’ufficio un noto rompiscatole non
mancava di convinzione. L’unica cosa chiaramente lusinghiera era il fatto che la
«Miscellanea» ben di rado pubblicava narrativa: Baron doveva dunque essere stato
oggetto di una deviazione da un metodo severo, e questo l’avrebbe più che
compensato di una frase contenuta in uno dei precedenti inesorabili biglietti di Mr
Locket, una frase che gli bruciava ancora, a proposito dell’assenza in lui di qualsiasi
sintomo di facoltà veramente creativa. «Lei sembra incapace di tener insieme un
personaggio», aveva osservato in un altro punto l’impietoso revisore. Mentre il treno
si fermava, Peter Baron, seduto nel suo angolo, considerò nella luce a gas resa più
fioca dalla nebbia il livello letterario offerto dal chiosco di libri, e si chiese quale
personaggio fosse crollato in pezzi questa volta. In verità gli era sempre apparso un
destino crudele quello di saper creare col cervello senza possedere una penna
adeguata.

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