LA ROMANZESCA STORIA DI CERTI VECCHI VESTITI

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Verso la metà del XVIII secolo viveva nella colonia del Massachusetts una
gentildonna vedova, madre di tre figlioli, che rispondeva al nome di Veronica
Wingrave. Era rimasta vedova ancor giovane e si era dedicata interamente ai figli.
Questi crescevano in modo da compensarla delle sue tenere cure e da esaudire le sue
più rosee speranze. Il primogenito era un maschio al quale era stato imposto il nome
del padre, Bernard. Le altre due erano femmine, nate a tre anni di distanza l’una
dall’altra. La bellezza era una tradizione di famiglia, né pareva che questi giovani
volessero consentirle d’estinguersi. Il ragazzo aveva quella costituzione bionda e
rosea e quella struttura atletica che, allora come oggi, è segno di puro sangue inglese:
era un giovinetto spontaneo, affettuoso, un figlio e un fratello ideale, un amico fedele.
Intelligente, però non lo era: le doti di spirito della famiglia erano toccate in sorte
soprattutto alle sorelle. Mr Wingrave era stato un appassionato lettore di Shakespeare
in un’epoca in cui tale occupazione era, più che non sia oggi, indizio di una mente
perspicace, e in un ambiente nel quale esprimersi in favore del dramma richiedeva
una buona dose di coraggio persino in privato; e aveva desiderato testimoniare la sua
ammirazione per il grande poeta chiamando le figlie con nomi tolti dai suoi lavori
preferiti. Alla maggiore aveva imposto quello affascinante di Rosalind, mentre la
minore l’aveva chiamata col nome più serio di Perdita, in memoria della bambina nata
fra l’una e l’altra e vissuta solo poche settimane.

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DE GREY: UNA STORIA DRAMMATICA

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Correva l’anno 1820 e, per la stessa ragione, come dicono in Irlanda (e del resto anche
fuori), la signora De Grey aveva raggiunto le sue sessantasette primavere. Ciò
nonostante, era ancora una bella donna e, quel che più conta, ancora una donna
amabile. Il corso calmo e sereno della sua vita non aveva lasciato nel suo carattere
più rughe che sul suo viso. Era alta e matronale, con occhi scuri e folti capelli bianchi
che portava all’indietro sulla fronte, arrotolati su un cuscinetto o altro artificio
consimile. La freschezza della gioventù e della salute non aveva affatto abbandonato
quelle gote, né si era spento sul suo labbro l’inalterabile sorriso della sua cortesia.
Come si addice a una donna della sua età e vedova, vestiva di nero, ravvivato però da
abbondante bianco, con una quantità di anelli preziosi sulle belle mani. Sovente, in
primavera, portava al seno un fiorellino, o un ramoscello di foglie verdi. Era stata
accusata di ricevere quei piccoli ornamenti floreali dalle mani di Padre Herbert (del
quale avrò da raccontare più in là); ma era un’accusa infondata, in quanto essi
venivano accuratamente scelti dal mazzo colto in giardino dalla sua cameriera.
Che la signora De Grey potesse proprio essere la placida, elegante vecchia signora
che era, ciò costituiva più o meno un enigma e un problema agli occhi della gente
comune, nonostante l’abbondanza di un certo genere di attestazioni a favore di un
simile dato di fatto. E vero che chiunque fosse un po’ informato sul suo conto sapeva
che essa aveva goduto di grande prosperità materiale e che non aveva subito rovesci
di fortuna. Era proprietaria a pieno titolo di una bella tenuta e di una bella casa: aveva
bensì perduto il marito neppure un anno dopo le nozze; ma poiché il defunto George
De Grey era stato un uomo di carattere cupo e misantropo – al punto di far persino
sospettare della sua sanità mentale – il lutto che l’aveva colpita, lasciandola ben
provvista dal punto di vista finanziario, poteva a rigore esser considerato un
vantaggio. Suo figlio, poi, non le aveva mai causato il minimo cruccio; crescendo era
diventato un giovane affascinante, di bell’aspetto, saggio e di vivace ingegno, un
modello di devozione filiale. La signora aveva una salute eccellente; disponeva di una
mezza dozzina di domestici inappuntabili e godeva della costante compagnia
dell’impareggiabile Padre Herbert; era la più bella figura di signora anziana della
città: aveva dunque pieno diritto di esser felice e di sembrarlo.

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L’ULTIMO DEI VALERII

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Correva l’anno 1820 e, per la stessa ragione, come dicono in Irlanda (e del resto anche
fuori), la signora De Grey aveva raggiunto le sue sessantasette primavere. Ciò
nonostante, era ancora una bella donna e, quel che più conta, ancora una donna
amabile. Il corso calmo e sereno della sua vita non aveva lasciato nel suo carattere
più rughe che sul suo viso. Era alta e matronale, con occhi scuri e folti capelli bianchi
che portava all’indietro sulla fronte, arrotolati su un cuscinetto o altro artificio
consimile. La freschezza della gioventù e della salute non aveva affatto abbandonato
quelle gote, né si era spento sul suo labbro l’inalterabile sorriso della sua cortesia.
Come si addice a una donna della sua età e vedova, vestiva di nero, ravvivato però da
abbondante bianco, con una quantità di anelli preziosi sulle belle mani. Sovente, in
primavera, portava al seno un fiorellino, o un ramoscello di foglie verdi. Era stata
accusata di ricevere quei piccoli ornamenti floreali dalle mani di Padre Herbert (del
quale avrò da raccontare più in là); ma era un’accusa infondata, in quanto essi
venivano accuratamente scelti dal mazzo colto in giardino dalla sua cameriera.
Che la signora De Grey potesse proprio essere la placida, elegante vecchia signora
che era, ciò costituiva più o meno un enigma e un problema agli occhi della gente
comune, nonostante l’abbondanza di un certo genere di attestazioni a favore di un
simile dato di fatto. E vero che chiunque fosse un po’ informato sul suo conto sapeva
che essa aveva goduto di grande prosperità materiale e che non aveva subito rovesci
di fortuna. Era proprietaria a pieno titolo di una bella tenuta e di una bella casa: aveva
bensì perduto il marito neppure un anno dopo le nozze; ma poiché il defunto George
De Grey era stato un uomo di carattere cupo e misantropo – al punto di far persino
sospettare della sua sanità mentale – il lutto che l’aveva colpita, lasciandola ben
provvista dal punto di vista finanziario, poteva a rigore esser considerato un
vantaggio. Suo figlio, poi, non le aveva mai causato il minimo cruccio; crescendo era
diventato un giovane affascinante, di bell’aspetto, saggio e di vivace ingegno, un
modello di devozione filiale. La signora aveva una salute eccellente; disponeva di una
mezza dozzina di domestici inappuntabili e godeva della costante compagnia
dell’impareggiabile Padre Herbert; era la più bella figura di signora anziana della
città: aveva dunque pieno diritto di esser felice e di sembrarlo.

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L’INQUILINO FANTASMA

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Avevo ventidue anni ed ero appena uscito dal college. Libero com’ero di scegliermi
una carriera, non avevo avuto esitazioni nella decisione. Più tardi, in verità, rinunciai
alla mia scelta con uguale prontezza, e tuttavia non ebbi mai a rimpiangere quei due
anni di gioventù, pieni di esperienze controverse ed esaltanti, ma al tempo stesso
piacevoli e ricche di frutti. Avevo un’inclinazione particolare per la teologia: durante
il trimestre universitario ero stato un infatuato lettore del dottor Channing. La sua era
una teologia di gusto gradevole, che sembrava offrire la rosa della fede sfrondata
delle sue spine. E poi (giacché ritengo che il fatto abbia a che vedere col mio
racconto) m’ero preso d’entusiasmo per l’antica Facoltà di Teologia. Ho sempre avuto
considerazione per lo scenario che fa da sfondo al dramma umano, e mi pareva che in
quell’angolo appartato e tranquillo di casistica discreta, col suo rispettabile viale da
una parte e, dall’altra, la sua prospettiva di verdi prati confinanti con acri di bosco,
avrei potuto svolgere il mio compito con buona probabilità di successo (almeno per
me). Per chi ama i boschi e i campi, Cambridge, da allora, è mutata in peggio e la
zona di cui parlo ha perduto molta della sua quiete fra pastorale e scolastica. A quel
tempo era una specie di aula magna in mezzo ai boschi – una commistione
affascinante. Ciò che è adesso non ha nulla a che vedere con la mia storia; e non
dubito che vi siano ancora giovani laureandi assetati di dottrina che, passeggiando in
quei luoghi nei crepuscoli d’estate, si ripromettano di gustarne più tardi l’atmosfera
distensiva.

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NONA VINCENT

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– Mi chiedevo se le spiacerebbe leggermelo, – disse Mrs Alsager, mentre indugiavano
un poco presso il camino prima di accomiatarsi. Volse uno sguardo di scorcio alla
fiamma e ne scostò la veste. Aveva fatto la proposta con quella timida spontaneità che
accresceva il suo fascino. Allan Wayworth quel fascino l’aveva sempre subito, come
pure quello della casa, semplice distillazione della personalità di lei; un’atmosfera
così consolatrice, così allettante da provocare sempre in lui, quando stava per
lasciarla, ripetuti falsi tentativi di commiato. Vi aveva trascorso alcune ore così
buone, aveva dimenticato, nella calda dorata atmosfera di quel salotto, tanta
solitudine e tanti crucci, che esso aveva finito per diventare la risposta immediata alla
sua ispirazione, la cura per le sue sofferenze, il porto in cui le sue burrasche
trovavano rifugio.
Le tribolazioni non era il primo mortale a patirle, mentre alcuni lati positivi, anche se
comuni, erano in lui di livello notevole, in quanto – per essere così giovane – era
intellettualmente molto dotato e, per essere così povero, estremamente indipendente.
Aveva ventotto anni, la sua era stata una vita intensa, piena com’era di ambizioni, di
curiosità e di frustrazioni. L’occasione di parlare di taluni di questi argomenti in
Grosvenor Square attenuava sensibilmente l’immenso svantaggio di vivere a Londra.
Svantaggio che, per Allan Wayworth, verteva essenzialmente sull’insensibilità dei
londinesi per il suo stile letterario. Wayworth possedeva uno stile letterario, o almeno
ne era convinto, e il fatto che Mrs Alsager lo riconoscesse era la più dolce
consolazione ch’ella gli potesse offrire. Quanto a talento letterario e artistico, lei ne
aveva ancor più di lui, tant’è che mentre a lui capitava spesso di trovare un eccesso
alla sua produzione (era questo il suo lavoro, la sua occupazione), la generosa
signora, ricca di idee felici, ma inedite e sconosciute, stava in mezzo al crescere della
marea come una ninfa di fonte sta nello zampillo di una fontana marmorea.
Un anno prima, a un pranzo di una grande casa editrice di giornali si era trovato
seduto accanto a lei e, insieme, avevano trasformato quell’ora intensamente materiale
in un banchetto della ragione. Lo invitò ad andarla a trovare per il semplice motivo
che le era piaciuto, cosa che a lui fu tanto più gradita in quanto s’era reso conto nello
stesso momento, di aver fatto la conoscenza di una persona squisita. Mrs Alsager
godeva della invidiabile libertà di comportarsi secondo le proprie simpatie, e il fatto
di sentirsi per il momento incluso fra queste attenuò in Wayworth la sensazione dei
propri insuccessi.

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LA VITA PRIVATA

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I.
Parlammo di Londra di fronte a un grande, irto ghiacciaio primigenio. L’ora e il
paesaggio creavano una di quelle impressioni che fanno un poco ammenda, in
Svizzera, per quanto di indegno è nel sistema moderno di viaggiare: per le
promiscuità e le volgarità, per la stazione e l’albergo, per la pazienza collettiva e la
fatica di strappare un briciolo d’attenzione, per la tristezza di sentirsi ridotti a numeri.
L’alta vallata era tinta del rosa della montagna, l’aria vivificatrice fresca, come se il
mondo fosse giovane. Le nevi intatte avevano il lieve incarnato del pomeriggio, e il
socievole tintinnio del gregge non visto ci giungeva mescolato a un odore di tosatura
e di sole. L’albergo a balconate stava proprio sulla sella del passo più incantevole di
tutto l’Oberland, e da una settimana avevamo buona compagnia e bel tempo.
Trovavamo che questa era una grande fortuna, perché una delle due cose sarebbe
stata compenso sufficiente se l’altra fosse stata cattiva.

 

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SIR DOMINICK FERRAND

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I.
«Ci sono parecchie obiezioni da fare, ma, se lo modifica, lo accetto», aveva detto la
breve nota di Mr Locket; né le parole si sprecavano nel poscritto, in cui aveva
aggiunto: «Se passerà a trovarmi, le mostrerò ciò che intendo». Questa
comunicazione aveva raggiunto Jersey Villas con la prima posta, e a Peter Baron era
rimasto appena il tempo d’ingoiare il suo coriaceo panino prima di mettersi in moto
per ottemperare all’ordine del direttore. Sapeva che tanto precipitarsi poteva denotare
uno stato d’animo affannoso, ed egli non aveva la minima voglia di mostrarsi
affannato: non era nel suo interesse. Ma come mantenere una calma olimpica in
omaggio ai propri principi, quando per la prima volta una grande rivista aveva
accettato, sia pure con crudele riserva, un prodotto del suo fervido intelletto
giovanile?
Solo allorché, nella sua carrozza di terza classe – simile a un fanciullo che si accosta
una conchiglia all’orecchio – cominciò a rendersi conto del gran fragore della
«sotterranea», si senti pungere fin nell’intimo dalla crudeltà di quella riserva come da
un odore acre di fumo. Era davvero meschino mostrarsi preoccupato davanti alla
necessità di dover apportare delle modifiche. Peter Baron cercò in quel momento di
immaginare se stesso non in atto di correre, tradendo così il suo estremo bisogno, ma
di affrettarsi a scendere in campo in favore di alcuni di quei passi particolarmente
arditi su cui senza dubbio il direttore della «Rassegna di Miscellanea» si sarebbe
accanito. Finse – sia pure davanti al sudicio compagno di viaggio che gli sedeva di
fronte – di sentirsi indignato; ma capì che, ai piccoli occhi tondi del suo ancor più
bistrattato fratello, egli impersonava l’egoista di successo. Avrebbe voluto soffermarsi
sull’idea che «Miscellanea» lo aveva «convocato»; tuttavia, qualunque giudizio si
fossero fatti di alcuni suoi voli di fantasia alla redazione del periodico, il suo
ricorrente sospetto di venir considerato in quell’ufficio un noto rompiscatole non
mancava di convinzione. L’unica cosa chiaramente lusinghiera era il fatto che la
«Miscellanea» ben di rado pubblicava narrativa: Baron doveva dunque essere stato
oggetto di una deviazione da un metodo severo, e questo l’avrebbe più che
compensato di una frase contenuta in uno dei precedenti inesorabili biglietti di Mr
Locket, una frase che gli bruciava ancora, a proposito dell’assenza in lui di qualsiasi
sintomo di facoltà veramente creativa. «Lei sembra incapace di tener insieme un
personaggio», aveva osservato in un altro punto l’impietoso revisore. Mentre il treno
si fermava, Peter Baron, seduto nel suo angolo, considerò nella luce a gas resa più
fioca dalla nebbia il livello letterario offerto dal chiosco di libri, e si chiese quale
personaggio fosse crollato in pezzi questa volta. In verità gli era sempre apparso un
destino crudele quello di saper creare col cervello senza possedere una penna
adeguata.

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Notte di Luna -Alessandro Amadesi-

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L’arietta fresca della sera accarezzava le cime degli
alberi ed i lunghi rami. La luna piena si godeva
silenziosa lo spettacolo. Godendosi quel minimo filo
di aria che rendeva sopportabile il caldo torrido
dell’estate, Thomas camminava pacifico sul grande
prato e nel corridoio d’erba che lo portava verso
l’entrata della sua grande villa. Era un edificio
magico, dava nell’occhio, metà architettura della
Bauhaus metà automobile sportiva anni’70. Era
strutturata su un unico piano, bassa ma molto estesa,
la pianta come un grande rettangolo dagli spigoli
arrotondati, le vetrate immense e quel ‘cemento–
marmo–e–metallo’ che la rendevano unica.
L’architetto che l’aveva progettata e fatta costruire ci
aveva vissuto per un paio di decenni, poi l’aveva
venduta. Morì suicida quattro giorni dopo che Thomas
era entrato nella villa come nuovo proprietario.
Questo le dava un che di misterioso ed inspiegabilee
si diceva, lo si diceva nel quartiere, che lì dentro tutto
fosse possibile.
Thomas si avvicinò all’entrata, mentre una voce
lanciata lontano, verso di lui, un richiamo, lo
raggiunse.

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GLI ASSASSINI DELLA RUE MORGUE

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Il canto che cantavano le Sirene,
il nome che assunse Achille quando
si nascose fra le donne, per difficili che
siano, non sono questioni al di là
di ogni congettura.
SIR THOMAS BROWNE

 

Le facoltà mentali che definiamo analitiche sono di per sé poco suscettibili di analisi. Le
intendiamo afondo unicamente nei loro effetti. Di esse sappiamo, tra l’altro, che per chi le possiede
in misura straordinaria sono, sempre, fonte del più vivo godimento. Come l’uomo forte gode della
propria prestanza fisica, dilettandosi di quegli esercizi che impegnano i suoi muscoli, così l’analista
si compiace di quell’attività mentale che risolve . Trae piacere anche dalle occupazioni più banali,
purché impegnino i suoi talenti. È appassionato di enigmi, di rebus, di geroglifici, facendo mostra
nel risolverli di un acumen che a un’intelligenza comune appare soprannaturale. I risultati cui
perviene, dedotti dall’anima stessa, dall’essenza del metodo, hanno, in verità, tutta l’aria
dell’intuizione. La capacità di risolvere è probabilmente potenziata dallo studio dellamatematica e
soprattutto del ramo più nobile di essa che impropriamente, e solo a causa delle sue operazioni a
ritroso, è stato denominato analisi, quasi lo fosse par excellence.Eppure calcolare non è di per sé
analizzare. Un giocatore di scacchi, ad esempio, calcola, senza ricorrere all’analisi. Ne consegue che
il gioco degli scacchi, per quanto concerne il suo effetto sull’abito mentale, è completamente
frainteso. Non sto scrivendo un trattato, ma semplicemente premettendo alcune osservazioni fatte
un po’ a casaccio a una narrazione piuttosto singolare; colgo pertanto l’occasione per sostenere che
le facoltà superiori dell’intelletto riflessivo vengono messe alla prova più decisamente e con
maggiore utilità dal più modesto gioco della dama che dall’elaborata vacuità degli scacchi. In
quest’ultimo gioco, dove i pezzi hanno movimenti diversi e «bizzarri», secondo valori vari e
variabili, quanto è solo complicato passa (errore tutt’altro che insolito) per profondo. Vi si esige
un’attenzione davvero straordinaria. Ove essa si allenti per un attimo, ne conseguirà una svista
comportante un danno o una sconfitta. Poiché le mosse possibili non sono solo molteplici, ma anche
complesse, le occasioni per simili sviste si moltiplicano, e nove volte su dieci chi vince non è il
giocatore più sottile, ma quello capace di maggior concentrazione.

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LA LETTERA RUBATA

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Nil sapientiae odiosius acumine nimio.
Seneca
Nel 18… ero a Parigi. Dopo una triste e tempestosa serata autunnale, potevo godere la
doppia voluttà d’un meditativo raccoglimento e d’una pipa di schiuma, in compagnia del mio amico
C. Auguste Dupin, nella sua piccola biblioteca – che fungeva anche da studio – al terzo piano del
numero 33 della via Dunôt al Faubourg Saint- Germain. Durante un’ora intera restammo in silenzio,
per modo che ciascuno di noi – , al prim o venuto, sarebbe apparso profondamente ed esclusivamente
compreso delle arricciolate anella di fumo che volteggiavano per la stanza. Per quel che riguardava
me, ero immerso a discutere meco stesso attorno a certi punti ch’erano stati oggetto, nella prima
parte della serata, della nostra conversazione: voglio dire dell’affare della via Morgue e del mistero
relativo all’assassinio di Marie Rogêt. Cercavo di connetter tra loro le coincidenze che potevano
riscontrarsi in quei due casi, allorché la porta del no stro appartamento fu aperta e apparve, nel vano,
la vecchia conoscenza di Monsieur G., prefetto della polizia parigina.
Gli demmo cordialmente il benvenuto, dal momento che, ai suoi lati negativi, facevano pure
contrasto alcune positive qualità e, del resto, non lo vedevamo da più di qualche anno. Poiché
eravamo seduti al buio, Dupin si levò nell’intento di accendere una lampada: e nondimeno tornò a
sedere senza aver compiuta quell’operazione, avendo inteso da Monsieur G. ch’egli era venuto a
consultarci, o meglio a chiedere l’opinione del mio amico, circa un affare che gli aveva causato
increscioso imbarazzo.
«Ove si tratti d’un caso che richieda della riflessione», osservò Dupin, astenendosi in quel
punto dall’accendere la calza, «sarà per noi più conven iente procedere nel nostro esame al buio».
«Ecco ancora una delle vostre bizzarre trovate», disse il prefetto, il quale aveva la mania di
chiamare bizzarre tutte le cose al di fuori delle sue capacità di comprendere, e che si trovava in tal
modo a vivere in mezzo a una immensa legione di bizzarrie.
«È proprio così», disse Dupin porgendo una pipa al nostro visitatore e spingendo verso di lui
una comoda poltrona.
«Qual è dunque questo caso imbarazzante?», chiesi io, a questo punto. «Spero bene che non
si t ratti, anche questa volta, d’un assassinio».
«Oh, no! Nulla di simile. È un fatto che questo nuovo affare si presenta d’una estrema
semplicità. Ed io non metto in dubbio che sapremmo cavarcela da noi, stessi. Se sono accorso a
raccontarlo a Dupin è solo perché egli non potrà far di meno che interessarsi, appunto, alla sua
bizzarria».

 

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