Cesare, Lucrezia e il santo padre – SECONDA PARTE

LOGOFREDDY

Un misterioso assassinio

Mentre la voce dei torbidi rapporti tra i Borgia aveva indotto Lucrezia a rinchiudersi nel monastero di San Sisto, sulla Via Ai5pia, un’altra notizia sconvolse Roma: l’assassinio di Giovanni Borgia, duca di Gandia, da poco nominato capitano generale delle milizie pontificie. Tra il popolo si sparse subito la notizia che a ucciderlo era stato il fratello Cesare per strappargli la carica. Un’altra calunnia, probabilmente, ma anche a questa molti prestarono fede e aumentò l’orrore che ormai il nome dei Borgia suscitava ovunque.
Il fatto avvenne nella notte tra il 14 e il 15 giugno 1497. I due fratelli erano stati invitati a cena dalla madre. La tavola era stata apparecchiata nel giardino della villa che Vannozza possedeva nei pressi di San Pietro in Vincoli. Oltre a Giovanni e a Cesare erano presenti il loro fratello Goffredo principe di Squillace con la moglie Sancia, il cardinale Francesco Borgia, figlio di Callisto III, don Rodrigo Borgia, capitano del palazzo apostolico, e don Alfonso, nipote di Alessandro VI. La serata si svolse nel modo più piacevole ma fu turbata, anche se solo per qualche istante, dall’apparizione di un misterioso individuo mascherato che bisbigliò qualcosa all’orecchio del duca di Gandia. A tarda ora la comitiva si sciolse.

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Dopo le prime vittorie nella campagna contro i ribelli della Romagna e delle Marche, il Valentino torna a Roma dove viene accolto con grandi cortei e feste. Nel dipinto: un torneo nel cortile del Belvedere.

 

I due fratelli cavalcarono fianco a fianco per un tratto di strada verso Trastevere e si separarono davanti al palazzo Cesarini. Giovanni fu visto parlottare con l’uomo mascherato che era entrato in casa di Vannozza, fu sentito ordinare allo staffiere di andarlo ad attendere in piazza della Giudea, poi scomparve nella notte. Nessuno lo rivedrà più vivo. Lo staffiere sarà ritrovato poche ore più tardi in un lago di sangue; respirava ancora, ma spirò senza poter riferire ciò che era accaduto.

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Un progetto per fortificare Pesaro: la città, già sotto il dominio di Giovanni Sforza, ex marito di Lucrezia, viene conquistata da Cesare, senza colpo ferire, il 27 ottobre del 1500.

Giovanni sembrava svanito nel nulla. Dopo un giorno e una notte di attesa angosciosa, un barcaiolo si decise a rivelare di aver visto gettare un cadavere nel Tevere ma di non avervi fatto sul momento troppo caso: episodi del genere non erano infrequenti e la prudenza consigliava di tenersi fuori da certe faccende. Solo dopo aver saputo della scomparsa del duca di Gandia e con il miraggio di una lauta ricompensa, il fiumarolo aveva aperto bocca. Per dragare il fiume furono impiegati trecento uomini. A mezzogiorno di venerdi 16 giugno il corpo di Giovanni venne ripescato. Il cadavere aveva le mani legate, una pietra appesa al collo ed era stato trafitto da nove colpi di lama, uno dei quali gli aveva squarciato la gola. L’agguato era stato così fulmineo da impedirgli di mettere mano alla spada che infatti era ancora nel fodero. Una borsa con trenta ducati appesa alla cintura escludeva un’aggressione a scopo di rapina.

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Astorre Manfredi, il giovane signore di Faenza (aveva appena diciassette anni) che insieme con il fratello Giovanni Evangelista difese con eroismo la sua città dagli attacchi del Valentino fino a quando non fu costretto a cedere. Invitati da Cesare a passare dalla sua parte, i due ragazzi, conquistati dai fascino dei Borgia, accettarono commettendo un errore fatale: un anno dopo i loro cadaveri furono ripescati nel Tevere

Le indagini della polizia non approdarono a nulla. L’uomo mascherato era sparito. Chi era e che parte aveva avuto nell’omicidio? Tutta la zona fu passata al setaccio ma nessuno aveva visto o udito nulla. Le carte del duca furono esaminate con estrema attenzione ma non fornirono alcun indizio. L’ipotesi del delitto per motivi di gelosia fu scartata per mancanza di elementi validi. Restava la vendetta ma uno a uno tutti coloro che avevano qualche motivo per compierla furono scagionati. Tra costoro figura anche l’ex marito di Lucrezia, Giovanni Sforza, ma lo stesso papa lo liberò dalle accuse («Siamo certi non essere vero»). I sospetti più pesanti si appuntarono sugli Orsini ma anche in questo caso non si andò più in là delle congetture. Qualche mese più tardi, la voce popolare che accusava Cesare. fu raccolta dall’oratore ferrarese Alberto della Pigna che scrisse:
«Ho inteso come della morte del duca di Gandia fu causa il cardinale suo fratello». Un’affermazione quanto meno gratuita, non suffragata da alcun elemento di prova ma che, come la voce dell’incesto, fece il giro del mondo e si perpetuò nei secoli.

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Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino.

 

Alla conquista dell’Italia
La morte del duca di Gandia aveva lasciato il papa senza il capo delle sue forze armate. Occorreva provvedere, e subito. L’uomo adatto, per la forza, il coraggio, l’energia eccezionali era Cesare. Per nominarlo capitano generale delle milizie pontificie occorreva togliergli la porpora cardinalizia: una mossa che avrebbe suscitato altri malumori e altre accuse sulla disinvoltura con la quale il papa gestiva gli affari della Chiesa ma Alessandro VI non era tipo da farsi spaventare da qualche critica.

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I 3 Tre dei condottieri di Cesare Borgia che congiurarono contro il Oro comandante: Vitellozzo Vitelli, ignore di at&t di Castello , Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia , Francesco Orsini, duca di Gravina . Preoccupati per espandersi dell’azione del Valentino e temendo di vedersi privare delle loro terre, i tre, insieme con Oliverotto, e Paolo Orsini, signore di Palombara, decisero di togliere al Valentino il titolo di duca di Romagna e di restituire ai signorotti spodestati le terre che ora facevano i nuovo parte dello Stato della chiesa.

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Così il 17 agosto 1498 Cesare si presentò davanti ai cardinali riuniti in concistoro per rivelare di non aver mai avuto una vera vocazione, che era indegno di portare l’abito talare, che si sentiva rimordere la coscienza e infine — e questo fu un vero e proprio colpo di genio — che aveva scoperto giusto allora di essere un figlio illegittimo, il che era incompatibile con la carica che ricopriva. L’assemblea votò all’unanimità il suo ritorno allo stato laicale. Da questo momento poteva prendere corpo il grande disegno di Alessandro VI: mettere ordine una volta per tutte nello Stato della Chiesa instaurando una salda potenza temporale e creare accanto ad essa un vasto regno laico che, unificasse i vari staterelli in cui era divisa l’Italia. Un piano ardito e ambizioso ma se c’era un uomo in grado di realizzarlo questo era Cesare Borgia. Il primo passo fu quello di stabilire una salda alleanza con un matrimonio.

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La scelta cadde su Carlotta d’Aragona, figlia di Federico re di Napoli; anzi, per meglio cementare l’alleanza si combinò anche il matrimonio tra Lucrezia e Alfonso che di Federico era il nipote. Ma Carlotta non ne volle sapere di Cesare che ripiegò verso la Francia ottenendo la mano di Charlotte d’Albret, sorella del re di Navarra e cugina della regina di Francia, e il ducato di Valentinois (per cui in Italia da allora fu chiamato il Valentino). A quanto pare le nozze furono consumate con vigore (Cesare stesso si premurò di informare Alessandro VI sui particolari della prima notte sottolineando di aver dato più volte prova della sua virilità) ma alla corte di Parigi circolò un’altra voce, probabilmente una facezia, subito ripresa dagli studenti parigini che ne approfittarono per farsi beffe di Cesare e del papa. Secondo un cronista, Cesare per avere la certezza di essere all’altezza della situazione nel primo incontro con la sposa, avrebbe chiesto al medico di corte delle piccole ‘corroboranti’ ma per un equivoco gli sarebbero state invece consegnate delle pillole lassative con le conseguenze disastrose che si possono immaginare.

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Comunque siano andate le cose, il matrimonio cementò l’alleanza tra i Borgia e Luigi XII. Poco dopo il re di Francia e il Valentino passavano le Alpi e marciavano fianco a fianco contro Milano. Era solo l’inizio. Adesso Cesare doveva ridurre alla ragione i tirannelli della Romagna e delle Marche che si erano ribellati al potere di Roma. Il piano prevedeva in un secondo momento la conquista di altri stati, primo fra tutti la Toscana. Così si sarebbe avuto il primo nucleo del regno d’Italia. Intanto però bisognava dare una lezione ai riottosi signorotti che poco gradivano il giogo della Chiesa. Il Valentino si mise in marcia nel novembre del 1499 alla testa di un esercito di quindicimila uomini quanto mai eterogeneo: vi figuravano trecento lancieri francesi, quattromila guasconi e svizzeri, un numero imprecisato di uomini reclutati a Cesena e un contingente italo- spagnolo.

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Lo schema delle difese di Senigallia. Dal momento che la cittadina si rifiutava di pagare i tributi alla Santa Sede, i Borgia decisero dl occuparla. Cesare approfittò di quest’occasione per lanciare un segnale di pace ai cinque congiurati invitandoli a partecipare alla presa della città. I ribelli — meno però il Baglioni che aveva fiutato l’inganno — accettarono l’invito ma appena Cesare li ebbe nelle sue mani li fece torturare epoi strangolare.

 

Attraversò l’Emilia e il 25 novembre si trovò di fronte al primo avversario da abbattere. Era una donna: Caterina Sforza contessa di Imola e di Forlì. All’avvicinarsi del nemico, Caterina aveva inutilmente chiesto aiuto ai possibili alleati. Rimasta sola tentò una carta disperata: l’assassinio di Alessandro VI cui fece pervenire una lettera tenuta a lungo a contatto con il cadavere di un appestato. Ma l’attentato fallì. Intanto Cesare conquistava Imola e si avvicinava a Forlì.

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Niccolò Machiavelli: l’autore del ‘Principe’ si dimostrò entusiasta per l’inganno usato dal Valentino e defini la strage «impresa rara e mirabile».

 

La ‘figlia del dimonio’
«Figlia del dimonio e della perditione» (la definizione è di Alessandro VI), «virago crudelissima», «prima donna d’italia», «amazzone» «diavolo incarnato»: Caterina Sforza figlia naturale di Galeazzo Maria Sforza, nipote di Ludovico il Moro, fece parlare per la prima volta di sé a sedici anni quando, giunta a Roma per sposare Girolamo Riario, nipote di Sisto IV, si presentò alla cerimonia nuziale con un abito di broccato che metteva generosamente in mostra le sue forme. Qualcuno si scandalizzò ma i più rimasero entusiasti, anche perché la giovane sposa era di una bellezza fuori del comune. Ricorda un testimone: «Quando uscì dalla portantina fu come se fosse sorto il sole, tanto magnifica ella apparve». La vita non sarebbe stata facile per lei.
Girolamo fu ucciso pochi anni dopo in una congiura. Divenuta signora di Imola e Forlì la bella Caterina vendicò ferocemente il marito e per dare un nuovo padre ai suoi figli sposò uno dei suoi capitani, Jacopo Feo. Ma anche lui morirà ammazzato. Nuova vendetta e nuovo matrimonio con Giovanni de’ Medici dal quale avrà un figlio destinato a diventare famoso: il futuro Giovanni dalle Bande Nere. Ma anche il terzo marito passa presto a miglior vita — questa volta le cause dell’evento sono naturali — Caterina, stufa di portare il lutto a scadenze fisse, decide di non rimaritarsi più e di reggere le sorti delle sue terre senza l’aiuto di nessuno. Così a trentatré anni si trova sola ad affrontare il Valentino.
Conquistata Imola senza sforzi eccessivi, ricorrendo anche alla corruzione, Cesare si dirige alla volta di Forlì ben sapendo che qui le cose non saranno altrettanto facili. Ne ha subito una conferma quando avvicinandosi alla città non trova traccia di alberi, case, granai. Caterina ha spianato tutto il territorio intorno a Forlì facendo allontanare gli uomini e allagando i campi.
Naturalmente i forlivesi non erano molto contenti del fatto che la contessa avesse devastato le loro terre così come non erano convinti di dover rischiare la pelle per Caterina. Vista la brutta aria che tirava in città, la contessa si rinchiuse nella rocca maledicendo i sudditi e preparandosi a una difesa disperata. Disponeva di duemila uomini, di una buona scorta di armi, viveri e munizioni e di una batteria di cannoni che mise subito all’opera bombardando le case dei ribelli e il palazzo comunale.
Il Valentino intanto era giunto alle porte della città e i forlivesi si affrettarono a rendergli omaggio offrendogli la resa della città e le provviste per il suo esercito; in cambio chiedevano solo di essere lasciati in pace. Cesare acconsentì graziosamente e si spinse dentro le mura per studiare da vicino le difese della sua nemica. Era il 17dicembre. Il tempo per mettere in postazione le batterie e subito Cesare cominciò a bombardare la rocca. Caterina gli rispose per le’ rime con le sue colubrine. Si andò avanti così per una settimana, con molto rumore e scarsi risultati. Con queste premesse, l’assedio poteva andare avanti chissà quanto e il tempo lavorava a sfavore del Valentino: i suoi uomini commettevano continue ribalderie contro i forlivesi che già si mostravano pentiti di essersi arresi con tanta facilità e diventavano sempre più ostili, anche perché l’onere di dover dividere con gli invasori le provviste diventava ogni giorno più pesante; in più nevicava di continuo e i soldati nelle trincee rischiavano di morire assiderati. Cesare decise allora di tentare con le buone: la mattina del 26 dicembre si presentò davanti al ponte levatoio della rocca e chiese di parlare con Caterina.

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Alfonso d’Este, signore di Ferrara e ultimo marito di Lucrezia che nella città emiliana sembrò trovare un po’ di serenità.

 

Quando la contessa si affacciò tra i merli si profuse in complimenti, lodò il suo coraggio e il suo fascino poi, venendo al dunque, le chiese di arrendersi; in cambio le avrebbe concesso l’onore delle armi, una congrua somma di danaro e un palazzo a Roma. Altrettanto gentilmente, Caterina lo mandò a quel paese. Nel pomeriggio il Valentino si presentò di nuovo per parlamentare usando però un tono assai diverso. Invitò per la seconda volta la castellana ad arrendersi minacciando, nel caso che la proposta non fosse accettata, di ucciderle i figli. Per tutta risposta Caterina sollevò la gonna gridando che li sotto aveva lo stampo per farne altri. Quindi fece alzare di scatto il ponte levatoio e solo con un balzo acrobatico Cesare riuscì a evitare di essere fatto prigioniero.
A questo punto era chiaro che ogni possibilità di intesa era da escludersi. Ricominciarono i cannoneggiamenti e gli assalti alle mura. E alla fine la rocca capitolò. Era il 10 gennaio. Gli uomini di Cesare, forse anche grazie a un tradimento, riuscirono a penetrare all’interno e dopo un furioso assalto all’arma bianca ridussero il nemico all’impotenza. Caterina fu presa prigioniera e portata alla presenza di Cesare. Finirà rinchiusa a Castel Sant’Angelo. Solo dopo un anno sarà liberata e potrà raggiungere i figli a Firenze.

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Il successore di Alessandro VI, Pio III.

 

Gloria, feste e morte
Il Valentino intanto risolve le beghe scoppiate tra i suoi soldati e i forlivesi amministrando la giustizia con equità, riduce le imposte, affida le rocche a nuovi castellani, nomina i podestà e i consigli comunali e riparte per continuare la campagna militare. Conquistata Cesena senza problemi, si avvia alla volta di Pesaro ma deve interrompere la marcia perché Trivulzio, governatore di Milano al soldo dei francesi, chiede che le truppe di Luigi XII al seguito del Valentino tornino di gran carriera al nord per bloccare Ludovico il Moro che, scacciato dalla sua città, tenta ora di rientrarvi alla testa di un esercito formato da mercenari svizzeri e tedeschi. Abbandonato dai francesi, il figlio del papa prende la via per Roma dove viene accolto trionfalmente e in un turbinio di cortei, feste, balli, amori e corride (in piazza San Pietro, Cesare abbatté l’uno dopo l’altro sette tori suscitando le entusiastiche ovazioni del pubblico) è nominato vicario delle terre occupate, con il diritto di trasmettere il titolo agli eredi, gonfaloniere e capitano generale della Chiesa.
I festeggiamenti che si protrassero per tutta l’estate furono però funestati da due avvenimenti: il crollo di un soffitto che per poco non costò la vita ad Alessandro VI e l’assassinio del duca Alfonso di Bisceglie, il secondo marito di Lucrezia Borgia. Il duca fu assalito da un gruppo di uomini mascherati sotto la loggia delle benedizioni di piazza San Pietro la sera del 15 luglio. Ferito alla testa, a un braccio e a una gamba fu portato in Vaticano in fin di vita ma la sua forte fibra ebbe la meglio. Un episodio oscuro che non mancò di suscitare le solite voci: il mandante dell’attentato sarebbe stato Cesare (un cronista annotò che uscendo dalla stanza del ferito ormai in via di guarigione avrebbe esclamato: «Ciò che non si è fatto a desinare si farà a cena» per gelosia nei confronti della sorella. Comunque sia, il duca era convinto della colpevolezza di Cesare, tanto che il 18 agosto avendo scorto il cognato dalla finestra afferrò una balestra e gli scagliò un dardo. Per sua sfortuna mancò il colpo. Pochi istanti dopo gli uomini della guardia del corpo entrarono nella stanza e lo trucidarono. In seguito si sparse la voce che il poveretto alla vista degli scherani del Valentino fosse caduto dal letto battendo il capo e morendo, come annuncio l’ambasciatore fiorentino, «per rimescolamento e dolore». Ma dalla stessa fonte si apprese che forse fu strozzato. Di questo avviso è anche il cronista Burcardo. Si fa anche il nome dell’esecutore materiale del delitto: don Miguel de Corella detto Micheletto. Interrogato proposito dagli ambasciatori di Napoli e Spagna, Alessandro VI risponde laconicamente che «poiché il caso è successo non si puo rimediare». Lucrezia, sconvolta dal dolore, si da ammalata e il 30 agosto, scortata da seicento cavalieri, va a rifugiarsi a Nepi a smaltire la sua angoscia.

Impresa rara e mirabile
In autunno Cesare riprende la campagna militare. Alla testa di quattordicimila uomini espugna Fossato, raggiunge Fano e il 27 ottobre entra a Pesaro senza colpo ferire: il signore della città, l’ex marito di Lucrezia, Giovanni Sforza, all’arrivo di Cesare fugge nella notte verso Venezia senza «neppure una camicia da mudarse». Salutato con gioia dai pesaresi, che odiavano lo Sforzino, Cesare conquistò tutti per il suo fascino e la sua energia, e tre giorni dopo entrava a Rimini, anche qui senza dare battaglia. Il 4 novembre era a Forlì per tenere un consiglio di guerra.
Questa volta lo aspettava un osso duro: Faenza, tenuta dal diciassettenne Astorre Manfredi e da suo fratello, Giovanni Evangelista. Il primo attacco si concluse con un nulla di fatto. Alla fine di novembre, il Valentino fu costretto dalle forti nevicate a togliere l’assedio per andare a svernare a Cesena.
I romagnoli si mostrarono subito entusiasti di questo incredibile personaggio dalla personalità multiforme che dava feste mai viste, gestiva con cura la pubblica amministrazione, scriveva versi e, all’occasione, dava prova del suo vigere fisico in piazza torcendo un ferro di cavallo o sfidando, e vincendo regolarmente, alla lotta, i campioni più forti della zona.
Passato il carnevale, cominciò il secondo assedio di Faenza che si concluse il 25 aprile con la resa della città. Astorre e il fratello per loro disgrazia furono conquistati dal fascino del duca e accettarono di restare con lui. Per due mesi i Manfredi seguirono il capitano nelle sue scorri- bande poi, una volta giunti a Roma, furono rinchiusi a Castel Sant’Angelo. L’anno dopo i loro cadaveri furono ripescati nel Tevere: c’era sempre il pericolo che un giorno volessero tornare in possesso delle loro terre.
Cesare intanto era ripartito per un’ altra spedizione: prima contro Castel Bolognese poi contro Piombino e l’Isola d’Elba. Non bastava:
cadde Camerino e subito dopo la stessa sorte toccò a Urbino. I successi del Valentino cominciarono a turbare gli stati che confinavano con il regno pontificio. Cesare Borgia andava fermato. Dello stesso avviso erano cinque suoi condottieri che ora temevano di vedersi privare delle loro terre. Erano Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello; Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia; Oliverotto, signore di Fermo; Paolo Orsini, signore di Palombara; Francesco Orsini, duca di Gravina.
La congiura prese corpo nel settembre del 1502 in un castello sul lago Trasimeno chiamato ‘La Magione’. I cinque stabilirono di togliere al Valentino il titolo di duca di Romagna e di restituire ai vari signorotti le terre che la Chiesa aveva riconquistato. Alla notizia del tradimento, i Borgia reagirono da pari loro, con calma, freddezza e crudeltà. Tentarono prima di tutto di separare i congiurati, poi li blandirono con vaghe promesse, infine li invitarono, in segno di riconciliazione, a partecipare alla presa di Senigallia che si rifiutava di pagare i tributi alla Santa Sede. Il 31 dicembre le truppe pontificie entravano in città. La sera stessa Cesare invitava i capi del complotto a un colloquio di rappacificazione nel palazzo del governatore. C’erano tutti meno Gian Paolo Baglioni che aveva ritenuto poco prudente partecipare a quella ‘rimpatriata’. E aveva avuto ragione. Appena messo piede nel palazzo i congiurati furono arrestati e torturati. Vitellozzo e Olive- rotto furono strangolati nel corso della notte, i due Orsini subirono la stessa sorte il 18 gennaio. Per questa «impresa rara e mirabile», come la definì il Machiavelli, Cesare ricevette plausi e felicitazioni da tutti i principi d’Europa.

 

Il tramonto
Alessandro VI poteva ben dirsi soddisfatto: i nemici interni erano stati sgominati; Cesare aveva dimostrato tanto coraggio, forza e intelligenza che a suo tempo non avrebbe incontrato difficoltà a mettere le mani su altre prede più consistenti; Lucrezia, andata sposa ad Alfonso d’Este, viveva da tempo a Ferrara dove aveva conquistato la simpatia dei suoi nuovi sudditi. Tutto, insomma sembra andare per il meglio quando nell’estate del 1503 Roma viene investita da un’epidemia di febbri malariche. Cesare e il padre cadono malati. Il primo riuscirà a cavarsela ma per il settantaduenne pontefice non ci sarà nulla da fare. Muore il 18 agosto con grande gioia dei romani che subito si gettano al saccheggio delle case degli spagnoli. In realtà con la morte di Alessandro VI la sorte dei Borgia è segnata. Sul trono di Pietro va a sedersi, dopo la fugace apparizione di Francesco Piccolomini Todeschini (Pio III, eletto il 22 settembre e morto il 18 ottobre), l’antico nemico Giuliano della Rovere che prende il nome di Giulio II.

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L’ultima battaglia del Valentino in un’illustrazione del XVI secolo. Caduto in disgrazia dopo la morte del padre, Cesare lasciò l’Italia.
Morì combattendo per il re di Navarra nel marzo 1507.

 

 

Senza il consiglio del padre, Cesare, come scrive il cardinale Vera de Ercilla, «sembra uscito di cervello». Chiede al papa di poter marciare alla riconquista delle terre che i signorotti locali, dopo la morte di Alessandro VI, hanno sottratto di nuovo al dominio della Chiesa e Giulio 11 lo lascia partire. Appena uscito da Roma riceve però un messaggio del pontefice che gli ordina di consegnare alla Chiesa le rocche romagnole. Il Valentino rifiuta e viene arrestato. Poi cede alle richieste del papa, viene liberato, fugge a Napoli per riorganizzare un esercito ma viene arrestato di nuovo e condotto in catene in Spagna.
Due anni dopo evade e si pone al servizio di Giovanni d’Albret, re di Navarra e suo cognato, che lo spedisce subito contro Louis de Beaumont, un ribelle che vuole consegnare la Navarra a Ferdinando il Cattolico. L’11 marzo 1507, Cesare durante un assalto si getta contro un nugolo di nemici, ne uccide tre ma alla fin viene sopraffatto. Sul suo cadavere si conteranno ventitré ferite. Aveva trentuno anni.
Nel 1519 si spegne anche Lucrezia, pochi giorni dopo aver dato alla luce il settimo figlio, un bambina morta al momento della nascita. Alla corte degli Estensi fu onorata e rispettata. Nei diciotto anni le saranno rimproverati solo un paio di flirt, uno con il poeta Pietro Bembo e un altro con Francesco Gonzaga marchese di Mantova, ma per il resto non fu più al centro dei pettegolezzi che l’avevano perseguitata per tutta la vita. Anzi, negli ultimi anni, divenuta terziaria francescana, si comunicava ogni giorno e trascorreva lunghe ore in preghiera. Dopo la morte subì la sorte del padre e del fratello per secoli i loro nomi saranno legati alle azioni più basse e infami e non saranno pochi gli storici che li dipingeranno come mostri. Ai nostri giorni si assiste a un’inversione di tendenza ma su Alessandro VI e sui suoi figli restano ancora molte ombre.

 

FINE

Tratto dal nostro sito : NOIELALUNA

 

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