DE GREY: UNA STORIA DRAMMATICA

golemcuccia

Correva l’anno 1820 e, per la stessa ragione, come dicono in Irlanda (e del resto anche
fuori), la signora De Grey aveva raggiunto le sue sessantasette primavere. Ciò
nonostante, era ancora una bella donna e, quel che più conta, ancora una donna
amabile. Il corso calmo e sereno della sua vita non aveva lasciato nel suo carattere
più rughe che sul suo viso. Era alta e matronale, con occhi scuri e folti capelli bianchi
che portava all’indietro sulla fronte, arrotolati su un cuscinetto o altro artificio
consimile. La freschezza della gioventù e della salute non aveva affatto abbandonato
quelle gote, né si era spento sul suo labbro l’inalterabile sorriso della sua cortesia.
Come si addice a una donna della sua età e vedova, vestiva di nero, ravvivato però da
abbondante bianco, con una quantità di anelli preziosi sulle belle mani. Sovente, in
primavera, portava al seno un fiorellino, o un ramoscello di foglie verdi. Era stata
accusata di ricevere quei piccoli ornamenti floreali dalle mani di Padre Herbert (del
quale avrò da raccontare più in là); ma era un’accusa infondata, in quanto essi
venivano accuratamente scelti dal mazzo colto in giardino dalla sua cameriera.
Che la signora De Grey potesse proprio essere la placida, elegante vecchia signora
che era, ciò costituiva più o meno un enigma e un problema agli occhi della gente
comune, nonostante l’abbondanza di un certo genere di attestazioni a favore di un
simile dato di fatto. E vero che chiunque fosse un po’ informato sul suo conto sapeva
che essa aveva goduto di grande prosperità materiale e che non aveva subito rovesci
di fortuna. Era proprietaria a pieno titolo di una bella tenuta e di una bella casa: aveva
bensì perduto il marito neppure un anno dopo le nozze; ma poiché il defunto George
De Grey era stato un uomo di carattere cupo e misantropo – al punto di far persino
sospettare della sua sanità mentale – il lutto che l’aveva colpita, lasciandola ben
provvista dal punto di vista finanziario, poteva a rigore esser considerato un
vantaggio. Suo figlio, poi, non le aveva mai causato il minimo cruccio; crescendo era
diventato un giovane affascinante, di bell’aspetto, saggio e di vivace ingegno, un
modello di devozione filiale. La signora aveva una salute eccellente; disponeva di una
mezza dozzina di domestici inappuntabili e godeva della costante compagnia
dell’impareggiabile Padre Herbert; era la più bella figura di signora anziana della
città: aveva dunque pieno diritto di esser felice e di sembrarlo.

D’altra parte era risaputo che molte e svariate signore di buon senso avevano solennemente dichiarato
che, nonostante tutti i suoi tesori e la sua prosperità, mai e poi mai avrebbero voluto
essere la signora De Grey. Naturalmente quelle signore non erano in grado di addurre
alcun motivo logico per una così forte avversione. Ma è certo che sulla storia e sulle
vicende della signora De Grey si stendeva un velo di nebbia, un’ombra di mistero,
capaci di raggiungere le stesse immaginazioni inclini ad accendersi d’invidia per le
sue fortune. «Vive nell’oscurità», qualcuno aveva detto di lei. Osservatori attenti le
facevano l’onore di credere che nella sua vita ci fosse un segreto, ma di natura del
tutto indefinita. Era vittima di qualche pena nascosta, o recava in sé una clandestina
letizia? Possiamo facilmente credere che tali supposizioni fossero in parte spiegate
dalla circostanza che la signora De Grey era cattolica e teneva in casa un prete.
Quanto alla parte non spiegata, sarebbe bastato il suo contegno assolutamente
innocente e soddisfatto a renderla poco plausibile. Conversando con lei, riusciva certo
difficile immaginare su quale parte della sua persona potesse appuntarsi un mistero:
se sugli occhi tondi e limpidi, o sulle belle labbra sorridenti. Diciamo pure allora,
sfidando la voce del mondo, che non era una regina da tragedia. Era una bella donna,
un po’ insulsa, una gentildonna perfetta. Aveva preso la vita come le piaceva prendere
il tè: chiaro, con un aroma delicatissimo, molta crema e molto zucchero. Non
conosceva l’intemperanza per l’ottima ragione che non aveva alcun temperamento.
Non era tormentata da timori, da dubbi o da scrupoli, né godeva della grazia di sacre
certezze. Amava suo figlio, la chiesa, il giardino, i bei vestiti. Aveva uno straordinario
buongusto, dal punto di vista morale poteva dirsi una donna senza storia. La signora
De Grey aveva sempre condotto vita appartata; per un paio d’anni prima dell’epoca di
cui stiamo parlando era vissuta in solitudine. Il figlio, compiuti i ventitre anni, era
andato a fare un lungo viaggio in Europa, realizzando un progetto che, a intervalli,
era stato argomento di discussione durante tutta la sua adolescenza fra sua madre e
Padre Herbert. Non avevano inteso pianificare la sua futura carriera, o prepararlo a
una professione. In realtà, a rigore egli era libero, come suo padre buonanima, di fare
a meno di una professione. Non che fosse da augurarsi che prendesse a modello la
vita di suo padre. Era noto alla gente in genere e, soprattutto, beninteso, alla signora
De Grey e al suo compagno, che l’esistenza di quel signore era stata rovinata, nel
fiore degli anni, da un’infelice storia d’amore; e si sapeva che, in conseguenza di ciò,
egli aveva trascorso i brevi anni della sua età matura in uno stato di cupa ignavia e
dissolutezza. La signora De Grey, figlia di un inglese ridotto in miseria ma con
pretese di alta aristocrazia, dichiarava di non riuscire a capire perché Paul non potesse
condurre una vita decorosa con i propri mezzi; e Padre Herbert asseriva che in
America, qualunque strada si scelga nella vita, l’ozio è cosa inammissibile; perciò si
augurava che il giovane almeno formalmente – si scegliesse una carriera. Tutti e due
riconoscevano però che non v’era motivo di affrettarsi e ch’era opportuno che in
primo luogo il giovanotto vedesse il mondo. Il mondo, per la signora De Grey, era
poco più di un’espressione verbale, mentre per Padre Herbert, benché prete, era una
viva realtà. Egli avvertiva tuttavia che il giovane generoso e intelligente, sulla cui
educazione aveva profuso ogni tesoro d’affetto e di sagacia, non era inadatto, sia per
indole che per cultura, a misurarsi contro le prove e le tentazioni del mondo; e,
pensava, gli avrebbe voluto ancor più bene se a venticinque anni fosse tornato a casa
in figura di gentiluomo compiuto e buon cattolico, reso più serio e più maturo
dall’esperienza, scettico verso le inezie e fiducioso nelle grandi cose, e con una ricca
messe di storie interessanti. Divenuto maggiorenne, Paul ebbe, come si suol dire, il
via sotto forma di una lettera di credito per una bella sommetta presso certi banchieri
di Londra. Ma il giovane si ficcò in tasca la lettera e rimase a casa a consumarsi gli
occhi sui libri, a bighellonare in giardino e a scribacchiare versi eroici. Trascorso un
anno, preso da un minimo d’ambizione, andò a fare un giro per il paese, per lo più a
cavallo. Al ritorno era un americano convinto, e si sentiva sicuro di poter andare
all’estero senza pericolo. Durante la sua assenza scrisse dall’Europa innumerevoli
lunghe lettere: composizioni così elaborate (secondo i gusti di quell’epoca pur tanto
recente) e così piacevoli che, combattuti com’erano tra l’orgoglio per il talento
epistolare del giovane e il desiderio di rivederlo, la madre e l’ex-tutore sarebbero stati
imbarazzati a stabilire se egli avrebbe dato loro maggiori soddisfazioni stando in
patria oppure viaggiando all’estero.
Con la partenza di Paul la casa sprofondò in uno stato di quiete assoluta. La signora
De Grey non usciva né riceveva. Una breve visita mattutina era il massimo che si
potesse richiedere alla sua ospitalità. Padre Herbert, da quell’erudito che era,
trascorreva tutte le sue ore nello studio, e la padrona di casa se ne stava per lo più da
sola, abbigliata con perfezione inappuntabile – una perfezione che a nessuno era dato
ammirare, eccettuata forse la sua cameriera personale, per la quale costituiva un
costante oggetto di stupefazione -, intenta a leggere qualche libro di pietà o a
confezionare a maglia qualche indumento per i parrocchiani bisognosi. Talvolta, è
vero, scriveva al figlio lunghe lettere, il cui contenuto sfuggiva alle congetture di
Padre Herbert. Già quarantanni fa una vita simile era giudicata noiosa; adesso, non
c’è dubbio che non la si considererebbe neppure vita. Non deve dunque far meraviglia
se, finalmente, una mattina d’aprile del suo sessantasettesimo anno di vita, come ho
detto, la signora De Grey cominciò all’improvviso a rendersi conto di essere sola. Un
altro lungo anno doveva ancora iniziare e finire prima che Paul tornasse. Per un
momento la signora De Grey meditò in silenzio, poi decise di consigliarsi con Padre
Herbert.
Questi, inglese di nascita, era stato amico intimo di George De Grey che lo aveva
conosciuto prima del matrimonio, durante un viaggio in Europa. Era figlio cadetto di
un’ottima famiglia cattolica, e a quell’epoca, disponendo di scarse risorse, cominciava
a far pratica legale. De Grey ne fece la conoscenza a Londra e fra i due sorse una
forte simpatia reciproca. Herbert non aveva gusto per la sua professione, né apparenti
ambizioni di sorta. Per di più era di salute delicata e il suo amico non ebbe difficoltà a
convincerlo a diventare suo compagno di viaggio attraverso la Francia e l’Italia. De
Grey, che era ricchissimo, si dimostrò un amico e protettore quanto mai liberale; i due
giovani si spinsero fino a Venezia nella migliore disposizione d’animo e nei migliori
rapporti. A Venezia, tuttavia, per ragioni meglio conosciute soltanto a loro, ebbero un
durissimo, insanabile scontro. Qualcuno parlò di questioni di gioco, altri di una
donna. Comunque, in seguito a ciò, De Grey ritornò in America e Herbert si rifugiò a
Roma, dove fu accolto in un convento, studiò teologia e infine venne ordinato
sacerdote. In America, a trentatre anni, De Grey sposò la signora di cui si è parlato.
Qualche settimana dopo il matrimonio egli scrisse a Herbert esprimendo il più vivo
desiderio di riconciliarsi con lui. Herbert intuì che la lettera era quella di un uomo
assai infelice: dal canto suo l’aveva già perdonato. Ne provò compassione e dopo
qualche tempo riuscì ad ottenere un incarico ecclesiastico negli Stati Uniti. Arrivato a
New York, si presentò alla casa dell’amico, che da quel momento divenne casa sua.
La signora De Grey aveva da poco dato alla luce un figlio; il marito era costretto in
stanza dalla malattia, ridotto com’era all’ombra di se stesso a causa di reiterati eccessi
dei sensi. Non sopravvisse che un paio di mesi all’arrivo di Herbert, e dopo la sua
morte si sparse la voce che con l’ultimo testamento aveva assegnato al sacerdote una
rendita rilevante, a condizione che questi continuasse ad abitare presso la sua vedova
e si prendesse interamente carico dell’educazione del figlio.
Le voci furono confermate dai fatti. All’epoca di cui si narra, Herbert viveva ormai da
venticinque anni sotto il tetto della signora De Grey in qualità di amico, compagno e
consigliere, e come tutore del figlio di lei. Una volta riconciliato col suo amico, aveva
abbandonato a poco a poco la sua attività sacerdotale. D’indole profondamente
devota, non aspirava tuttavia a parrocchie né a pulpiti; d’altronde era diventato un
appassionato studioso. Aveva ereditato dal defunto una biblioteca di valore, che era
andato man mano ampliando. Tuttavia la sua passione per lo studio appariva
singolarmente disinteressata: per molti anni, infatti, unico testimone e ricettacolo di
tanto sapere era stato il piccolo Paul. Vero è che egli attendeva alla stesura di una
larga parte della storia della Chiesa cattolica in America, storia che, sebbene esista in
manoscritto, non ha mai visto la luce e, suppongo, non è destinata a vederla. Opera di
contenuto eccellente, raccoglie un enorme complesso di avvenimenti ed è scritta da
un punto di vista non partigiano, bensì strettamente rispettoso dei fatti; ha però un
difetto esiziale: manca di piaggeria.
Lo stesso appunto si sarebbe potuto muovere al carattere personale di Padre Herbert.
Era la quintessenza dell’educazione, ma di una cortesia fredda e formale. Quando
sorrideva lo faceva, come dicono i francesi, con gli angoli della bocca, e quando dava
la mano era solo con la punta delle dita. In gioventù aveva avuto un volto affascinante
e, al tempo in cui gli uomini s’incipriavano i capelli, i suoi begli occhi neri avevano
dovuto produrre un magnifico effetto. Ma aveva perso i capelli e adesso, sulla testa
calva, portava uno zucchetto di seta nera. Una cravatta nera ad abbondanti pieghe gli
cingeva il collo senza colletto. Era basso di statura, esile, curvo di spalle, e aveva due
belle mani.
– Se non fosse per un triste segno del contrario, – disse la signora De Grey
perseguendo la determinazione di ricorrere al consiglio dell’ amico, crederei di stare
ringiovanendo.
– Qual è il segno del contrario? – chiese Herbert.
– Sto perdendo la vista. Non ci vedo più a leggere. Che stia diventando cieca?
– E che cosa la induce a credere a un ritorno di gioventù?
– Mi sento sola. Ho bisogno di compagnia. Mi manca Paul.
– Paul sarà di ritorno fra un anno.
– Sì, ma intanto sarò infelicissima. Vorrei conoscere una persona simpatica a cui
chiedere di vivere con me.
– Perché non si prende una compagna… una signora povera in cerca di casa? Le
farebbe un po’ di lettura, di conversazione.
– No, sarebbe orribile. Sarebbe certo vecchia e brutta. Mi piacerebbe qualcuno che
occupasse il posto di Paul… una persona giovane e fresca come lui. Siamo tutti così
tremendamente vecchi in questa casa. Lei ha almeno settantanni; io ne ho
sessantacinque (alla signora De Grey piaceva dire questa piccola bugia); Deborah ne
ha sessanta; la cuoca e il cocchiere cinquantacinque ciascuno.
– Vuole una ragazza giovane, dunque?
– Sì, una figliola simpatica, fresca, capace di una risata di tanto in tanto, che faccia un
po’ di musica… un po’ di rumore dentro queste mura.
– Ebbene, – disse Herbert dopo un momento di riflessione, -farebbe bene a trovarla
prima del ritorno di Paul. Non le resta che un anno.
– Dio mio, – replicò la signora De Grey, – non vorrei sentirmi in obbligo di mandarla
via a causa di Paul.
Padre Herbert fissò la sua interlocutrice con uno sguardo penetrante. Ciò nondimeno,
mia cara signora, lei sa che cosa voglio dire.
– Oh sì, so quello che vuol dire… e lei, Padre Herbert, sa come la penso.
– Sì, signora, e mi permetta di aggiungere che non tengo in gran conto la sua
opinione. Perché dovrei farlo? Spero con tutto il cuore che lei non debba mai trovarsi
costretta a cambiare idea.
– Paul ha avuto sicuramente tutto il tempo di vivere la sua piccola tragedia una
dozzina di volte, – ribatté la signora De Grey.
– Suo padre, – replicò gravemente Herbert, – aveva ventisei anni.
A queste parole la signora De Grey fissò il prete corrugando un po’ la fronte e arrossi
in volto. Ma evitò d’incontrare lo sguardo del sacerdote: qualche istante dopo, in
silenzio, aveva riacquistato la calma abituale.
Una settimana dopo questo colloquio la signora De Grey notò in chiesa due persone
che le sembrarono estranee alla congregazione: una donna attempata, modestamente
vestita ed evidentemente malferma in salute, ma assai raffinata nella persona e nei
modi, e una giovinetta che la signora De Grey giudicò esserne la figlia. La domenica
successiva le trovò di nuovo raccolte in preghiera e rimase molto colpita
dall’espressione triste e turbata dei loro volti, del loro comportamento. La terza
domenica le due donne erano assenti, ma nell’attraversare la chiesa per andarsi a
confessare ella s’imbattè nella ragazza, pallida, sola e vestita a lutto, che sembrava
aver appena lasciato il confessionale. Qualcosa nell’andatura e nell’aspetto della
giovane diede alla signora De Grey la certezza ch’essa era sola al mondo, senza amici
e senza aiuti; e la brava donna, che a volte era acutamente consapevole del proprio
isolamento tra il prossimo, provò per lei un così forte impulso di compassione che
volle rivolgere la parola all’estranea per chiederle quale fosse il segreto del suo
dolore. La fermò prima che uscisse di chiesa e, parlandole con estrema amabilità,
seppe così presto conquistare la sua fiducia che mezz’ora dopo era a conoscenza
dell’intera storia della giovane. Essa aveva perduto la madre pochi giorni prima, e ora
si trovava nella grande città senza un soldo e praticamente senza tetto. Venivano dal
Sud: il padre era stato ufficiale di marina ed era morto in mare due anni avanti. La
salute della madre era andata declinando e, piuttosto sconsigliatamente, erano venute
a New York per consultare un medico illustre. Questi era stato molto gentile, non
aveva voluto onorari, ma la sua perizia non aveva avuto alcun risultato. Il loro denaro
se n’era andato per altre vie: per il vitto, l’alloggio, il vestiario. Ne era avanzato a
sufficienza per dare alla povera signora degna sepoltura, ma alla giovane non era
rimasta altra risorsa che la propria buona volontà. Non aveva parenti a cui
appoggiarsi, ma si professava molto desiderosa di lavorare. Sono debole d’aspetto, -disse, -sono pallida, ma in realtà sono molto forte. Mi sento solo stanca… triste. Sono
pronta a fare qualunque cosa. Ma non so dove rivolgermi -. Aveva perso il colorito, la
floridezza e l’elasticità propri della gioventù, era magra e mal vestita; ma la signora
De Grey si rese conto che, una volta riacquistata l’antica forma, doveva apparire
davvero una bella creatura, e che aveva tutti i titoli per riuscire simpatica. La
fanciulla guardò l’anziana signora con lucidi, imploranti occhi azzurri, di sotto la
brutta cuffietta nera che le nascondeva la massa dei capelli chiari e soffici. Le
assicurò di avere ricevuto un’ottima istruzione e di saper suonare il pianoforte. La
signora De Grey la immaginò spogliata di quelle squallide gramaglie, vestita di
bianco con un nastro azzurro, in atto di leggere ad alta voce davanti a una finestra
aperta o di sfiorare i tasti della vecchia spinetta casalinga , capace ancora di qualche
melodia: se infatti la prendeva (come ebbe ad esprimersi mentalmente), la signora De
Grey era decisa a non lasciarsi opprimere dalla vista di quegli abiti neri. Era evidente
che, spaventata e debole e nervosa com’era, la povera figliola avrebbe accettato
incondizionatamente qualsiasi lavoro. Le diede allora un tenero bacio fra quelle sacre
mura e l’accompagnò alla propria carrozza, dimenticando del tutto il suo proposito di
confessarsi. L’indomani Margaret Aldis (così si chiamava la giovane) fu trasferita, per
mezzo dello stesso veicolo, alla residenza della signora De Grey.
L’edificio, che qualche anno fa è stato demolito, sorgeva su un’area che costituisce
oggi il centro di un’arteria di gran traffico. Ma all’epoca di cui sto narrando esso si
levava alla periferia della città: da un lato offriva sull’aperta campagna una vista non
meno estesa della prospettiva che si apriva dall’altro sulle strade fitte di abitazioni.
Era una bellissima villa, del miglior gusto del tempo, con grandi stanze quadrate,
ampie sale e finestroni profondi e soprattutto un delizioso vasto giardino separato
dalla strada da alte siepi di fitta ver-zura. Qui, abbandonandosi al riposo e al
benessere fisico, al sicuro dalle torbide acque di una vita volgare, vivendo appartata
nel piacevole calore di un sole un po’ velato, apprezzata, stimata, coccolata e tuttavia
con l’impressione di non essere semplicemente un passivo oggetto di beneficenza, ma
di fare del suo meglio per sdebitarsi con la sua benefattrice, la brava signorina Aldis
sbocciò e rifiorì alla vita. Col riposo, con gli agi e l’ozio riapparvero in lei serenità e
bellezza: una bellezza non certo abbagliante, né un’invadente giocondità, che però,
unite insieme, formavano un fiore di grazia giovanile. Conservava ancora nell’aspetto
un che di estenuato, di fragile: il passo leggero, la voce sommessa, il tenue incarnato
lasciavano indovinare un’intima conoscenza del dolore. Ciò nonostante in quei
profondi occhi azzurri sembrava ardere la fiamma di una vitalità appassionata, e su
quelle labbra pallide e ferme si leggeva un’espressione di salda, leale volontà. A volte
ella sembrava abbandonarsi con una libertà incontrollata, sensuale, quasi egoistica,
alla consapevolezza della tranquillità raggiunta. Era palese il suo gusto innato per il
lusso. A volte stava seduta immobile, per ore e ore, il capo arrovesciato all’indietro,
gli occhi erranti lentamente intorno, in una tacita estasi di serenità. Padre Herbert, che
aveva preso ad osservarla da vicino fin dal suo arrivo (poiché, per quanto studioso e
isolato dal mondo, non aveva perduto la facoltà di apprezzare la grazia femminile) in
quei momenti stava a guardarla non visto, fantasticando sulla strana, apatica creatura
che la signora De Grey s’era scelta per compagna. Una sera, dopo un simile
prolungato torpore, durante il quale la ragazza non aveva fatto un movimento né detto
una parola, ma era rimasta a sedere immobile come se la sua anima si fosse staccata
dal corpo e vagasse nello spazio, finalmente, a un ordine della signora De Grey, ella
si alzò e si mosse come per ubbidire; poi, d’un tratto, corse verso la vecchia e cadde
in ginocchio, seppellendole il capo in grembo e scoppiando in un parossismo di
singhiozzi. Herbert, che era presente, andò a posarle una mano sulla testa e vi tracciò
sopra un segno benedicente di croce, quasi a consacrare l’appassionata gratitudine che
si era finalmente manifestata. Da quel momento prese a volerle bene.
Margaret leggeva ad alta voce alla signora De Grey e la domenica sera cantava con
limpida, dolce voce i canti della loro Chiesa: era sempre occupata con fini lavori
d’ago, in cui era molto esperta. Passavano insieme le lunghe mattinate estive
leggendo, lavorando e discorrendo. Margaret narrava all’amica i semplici, dolorosi
particolari della storia che già le aveva riassunto; e la signora De Grey, trovando
naturale di considerare quel racconto una specie di romanzo di vita vissuta inteso ad
intrattenerla, glielo faceva ripetere decine di volte. Anche lei gratificava la giovinetta
col racconto della propria biografia, che nella sua sconfinata vuotaggine produceva in
Margaret una vaga impressione di grandiosità. La vuotaggine, in realtà, era
compensata dalla figura di Paul che la signora De Grey non si stancava mai di
descrivere e al quale Margaret aveva preso a pensare con piacere. Ascoltava con la
massima attenzione i panegirici che la signora tesseva del figlio, e le pareva un gran
peccato che non fosse lì. Cominciò allora a sospirare il suo ritorno e poi,
improvvisamente, a temerlo. Forse egli non avrebbe gradito la sua presenza fra quelle
mura e l’avrebbe messa alla porta: era evidente che la madre non era incline a
contraddirlo. O forse – peggio ancora – avrebbe sposato una straniera e l’avrebbe
portata a casa, e quella sarebbe diventata selvaggiamente gelosa di lei, Margaret,
come è costume delle straniere. Nel suo vagabondare per l’Europa, De Grey, se da
una parte – beato lui – era sicuro di non esser mai assente dai pensieri della sua buona
mamma, dall’altra restava serenamente ignaro del posto elevato che usurpava nelle
meditazioni di quell’umile convivente. Certo, sappiamo dove la nostra vita comincia,
ma chi sa dire dove finisce? Paul era un giovanotto spensierato, la cui esistenza
destava un’eco costante nell’animo di una povera ragazza a lui del tutto sconosciuta.
La signora De Grey possedeva due ritratti di suo figlio, che naturalmente si affrettò a
mostrare a Margaret: uno di quando era un bimbo dagli sfavillanti capelli fulvi e dalle
guance paffute, il corpicino imprigionato in una giacchetta turchina con un collettone
a pieghe molto scollato; l’altro, eseguito subito prima della sua partenza, mostrava un
bel giovane con un gilè di camoscio, ben rasato, d’aspetto vivace, i ricci color rame
scuro e occhi bellissimi. Dalla prima di queste immagini Margaret ebbe l’impressione
di un graziosissimo bambino, ma alla seconda la povera figliola lasciò addirittura il
cuore, tanto più che la signora De Grey le assicurava che, sebbene il ritratto fosse più
che discreto, dava soltanto una pallida idea delle adorabili fattezze del suo rampollo.
Di lì a un paio di mesi arrivò una lettera di Paul lungamente attesa, e con un altro
ritratto: una miniatura dipinta a Parigi da un artista famoso. Paul vi risultava di gran
lunga più bello che non nel ritratto del pittore americano. In che consistesse la
diversità era difficile dire; ma la madre dichiarò che se ne poteva dedurre che Paul
aveva passato quei due anni in Europa circondato dalle migliori compagnie.
– Oh, le migliori compagnie! – interloquì Padre Herbert, che conosceva il valore di
quell’espressione. E dopo un fugace sorriso d’indulgente disprezzo ripiombò nella
gravità che gli era consueta.
– Mi pare che abbia l’aria molto triste, – disse timidamente Margaret.
– Sciocchezze! – esclamò Herbert spazientito. – Ha l’aria di un bellimbusto. Certo, la
colpa è di quel francese, – soggiunse un poco rabbonito. – Ma che bisogno aveva di
mandarci il suo ritratto? E un bell’impertinente! Crede che ce lo siamo dimenticati?
Quando voglio ricordarmi del mio ragazzo, ho qualcosa di meglio da guardare che
non quel pretenzioso pezzo d’avorio!
A queste parole le due signore lasciarono la stanza portando via il ritratto, per leggere
in santa pace la lettera di Paul. Era una missiva di otto pagine, che Margaret lesse ad
alta voce. Quando ebbe finito, la lesse di nuovo, e la sera la rilesse un’altra volta.
L’indomani la signora De Grey, aprendo interamente il suo cuore alla giovane, tirò
fuori un grosso pacco contenente le precedenti lettere del figlio, e Margaret trascorse
tutta la mattinata a rileggerle ad alta voce. Quella sera andò a passeggiare sola per il
giardino – quel giardino dove lui aveva giocato da ragazzo e indugiato sognando da
giovanotto. Scoperse il nome di lui – il suo bel nome rozzamente intagliato in una
panchina di legno. Introdotta – come le sembrava di essere dopo aver letto le lettere -nei recinti della sua personalità, nel mistero del suo essere, nel cerchio magico dei
suoi sentimenti, delle sue opinioni, delle sue fantasie, vagabondando non vista al suo
fianco per l’Europa e calcando non udita i risonanti pavimenti di chiese e palazzi
famosi, Margaret ebbe la sensazione di godere per la prima volta la vita, in tutta la
sua pienezza e dolcezza. Per un’ora passeggiò sotto le stelle, tra i vialetti oscuri e
profumati. La signora De Grey non si era sentita bene e s’era ritirata in camera. La
fanciulla stette ad ascoltare il lontano brusio della città che andava lentamente
svanendo, finché si spense del tutto: allora, nel profondo silenzio notturno, rientrò
dall’alta porta-finestra nel salotto, accese uno dei grandi candelieri d’argento che
ornavano alle due estremità la mensola del camino e lo avvicinò alla parete a cui la
signora De Grey aveva appeso, sostituendolo a un quadro meno importante, il ritratto
del figlio. Margaret aveva l’impressione di dover vedere quel ritratto prima di andare
a letto: guardarlo da sola, a lume di candela, era cosa piena di fascino, d’incanto. Si
era levato il vento – un caldo vento di ovest – e i lunghi tendaggi bianchi delle finestre
spalancate sventolavano e si gonfiavano spettrali nel buio. Margaret fece riparo con la
mano alla fiamma della candela e fissò la superficie lucida del ritratto, calda di luce
sotto la scintillante lastra di vetro. Che immensità di vita e di passione era concentrata
in quei pochi centimetri di colore artificiale! Gli occhi del giovane sembravano
fissarla con uno sguardo di intimo riconoscimento, la tenevano come ipnotizzata, ed
essa indugiava lì davanti, incapace di muoversi. D’un tratto la pendola sopra il
caminetto emise un unico breve rintocco. Margaret trasalì e si volse di scatto, al
pensiero che fossero già le dieci e mezzo. Sollevò il candelabro per vedere il
quadrante e si rese conto di tre cose: che era l’una del mattino, che la candela era
mezzo consumata e che qualcuno, dall’altro lato della stanza, la stava osservando.
Posò il lume, e riconobbe Padre Herbert.
– Allora, Miss Aldis, – disse l’ecclesiastico avanzando verso la luce, – che ne dice?
Margaret era spaventata e confusa, ma non imbarazzata.
– Da quanto tempo sono qui? – domandò con semplicità.
– Non ne ho idea. Io sono qui da mezz’ora.
– Lei è stato molto gentile a non avermi disturbata, – disse Margaret un po’ più
freddamente.
– È davvero un bel ritratto, – commentò Herbert.
– Oh, è splendido! – esclamò la ragazza, gettando ancora di sopra la spalla uno
sguardo al quadretto.
Il vecchio sorrise tristemente e fece per andarsene; poi, tornato indietro:
– Come le sembra il nostro giovanotto, Miss Aldis? – domandò con uno sforzo
evidentemente penoso.
– Mi pare bellissimo, – disse Margaret con sincerità.
– Via, non è poi così straordinario! – replicò Herbert.
– Sua madre dice che è ancora più bello.
– In questi casi la testimonianza di una madre non è da tenere in gran conto. Paul è un
bel figliolo, ma non un portento.
– Mi sembra che abbia l’aria triste, – disse Margaret. – Sua madre dice che è molto
allegro.
– Può darsi che sia molto cambiato in questi due anni. Le pare, – soggiunse il vecchio
dopo un breve silenzio, – che abbia l’aspetto di un uomo innamorato?
– Non so, – fece Margaret sottovoce, – non ne ho mai visto nessuno.
– Mai? – esclamò il prete con un’aria così seria che la fanciulla ne fu sorpresa.
Ella arrossi un poco. – Mai, Padre Herbert.
Gli occhi scuri del sacerdote erano fissi su di lei con una strana intensità
d’espressione.
– Spero, figliola mia, che non debba vederne mai, – concluse solennemente.
– Perché proprio io e non un’altra?
Il vecchio si strinse nelle spalle. – Oh, è una lunga storia, -disse.
Passò l’estate e si dissolse nel fiammeggiante autunno, che lentamente sbiadì,
spegnendosi infine nel freddo amplesso decembrino. La signora De Grey aveva
scritto a suo figlio di aver assunto Margaret al proprio servizio. Giunse allora una
lettera in cui il giovane si compiaceva di esprimere soddisfazione in merito a tale
provvedimento. «Porgete i miei saluti a Miss Aldis, – scriveva, – e assicuratela della
mia gratitudine per il conforto che reca alla mia cara mamma; spero, del resto, di
potergliela esprimere io stesso al più presto di persona». Nello scrivere queste frasi
gentili Paul De Grey non poteva certo prevedere lo straordinario effetto che erano
destinate ad avere nel cuore della povera Margaret. Un mese dopo arrivò una lettera
che fu consegnata alla signora De Grey alla prima colazione. Cominciava così:
«Avrete ricevuto la mia del 3 dicembre -(una lettera che, a causa di un disguido, non
era giunta a destinazione) – e vi sarete formati le vostre rispettive opinioni sul suo
contenuto». Mentre la signora leggeva queste parole, Padre Herbert guardò Margaret:
si era fatta pallida. «Positive o negative che siano, -continuava la lettera, – mi spiace
di esser costretto a pregarvi di cancellarle. Ma il mio fidanzamento con la signorina
L. è rotto. Era diventato una cosa impossibile. Poiché non mi ero attentato a fornirvene la storia o ad esporvene le ragioni, così non cercherò adesso di entrare nella
logica della rottura. Ma questa, ve l’assicuro, è definitiva. Amen». E lo scritto passava
ad altri argomenti lasciando i nostri amici tristemente perplessi. Aspettarono l’arrivo
della lettera mancante, ma invano: non giunse mai. La signora De Grey scrisse subito
al figlio, richiedendogli con urgenza la spiegazione dei fatti cui aveva accennato. Paul
rispose che le avrebbe raccontato ogni cosa al ritorno: l’argomento gli era odioso.
«Ma non darti pensiero, mamma cara, – aggiungeva, – il cielo mi ha preservato da una
ricaduta. La signorina L. è morta a Napoli tre settimane fa». Nel leggere queste parole
la signora De Grey posò la lettera e scambiò un’occhiata con Padre Herbert, che
aveva chiamato ad ascoltarne la lettura. Il viso emaciato del sacerdote si fece d’un
pallore mortale: egli ricambiò lo sguardo della vecchia signora, serrando le labbra, gli
occhi fissi come due pietre. Poi, d’improvviso, un selvaggio grido inarticolato gli usci
dalla gola e lasciò cadere sul tavolo con un tonfo terribile la mano che aveva stretta a
pugno. Margaret, seduta, lo osservava sbalordita. Egli si alzò in piedi, la strinse fra le
braccia premendosi al petto il capo di lei.
– Figlia, figlia mia! – gridò con voce rotta. – Ti ho sempre voluto bene! Sono stato
aspro, duro, freddo con te. Avevo tanta paura. Ora il fulmine è scoppiato. Perdonami,
figliola. Sono tornato in me -.
Margaret, spaventata, si sciolse dall’abbraccio, ma Padre Herbert la trattenne per una
mano.
– Povero ragazzo! – sospirò con un tremito nella voce.
La signora De Grey si lasciò cadere in una poltrona aspirando i suoi sali; però non era
visibilmente sconvolta.
– Povero ragazzo! – ripetè, ma senza sospiri, il che conferì alle sue parole un suono
ironico. – Ormai non le voleva più bene.
– Ah, signora! – esclamò il sacerdote. – Non bestemmi! Si metta in ginocchio e
ringrazi Iddio che ha risparmiato a noi quell’atroce spettacolo!
Sconvolta e inorridita, Margaret ritrasse la mano dalla stretta di lui e guardò attonita
la signora De Grey che, sorridendole debolmente, si batté con l’indice qualche
colpetto sulla fronte e scosse il capo inarcando le sopracciglia.
Dopo aver contato i mesi che ancora mancavano al ritorno di Paul, ormai i nostri
amici erano giunti a contare le settimane e, da ultimo, i giorni. Venne maggio: Paul
era salpato dall’Inghilterra e la signora De Grey riaperse la camera del figlio e la fece
rimettere in ordine; poi invitò Margaret a prender visione dell’arredo che non era
cambiato per nulla dopo la sua partenza. Margaret guardò la propria immagine
riflessa nello specchio di lui, si sedette un momento sul suo divano ed esaminò i libri
allineati nei suoi scaffali. Ce n’erano moltissimi, in diverse lingue, e davano un’idea
ben precisa degli interessi del loro possessore. Sopra il caminetto era appeso un
piccolo schizzo a lapis che Margaret si affrettò ad osservare: ritraeva le sembianze
d’una giovinetta disegnate con discreta abilità. L’originale era stata, a quanto pareva,
una donna bellissima, un tipo buono: nell’angolo del disegno era vergato il nome
dell’artista: De Grey. Margaret guardò in silenzio il ritratto mentre il cuore le batteva
più forte.
– È del signor Paul? – chiese finalmente alla signora.
– Appartiene a Paul, – le rispose questa. – Un tempo gli era molto caro e volle a tutti i
costi appenderlo qui. E uno schizzo fatto da suo padre prima del nostro matrimonio.
Margaret respirò di sollievo. – E chi è questa signora? – domandò.
– Non lo so di preciso. Qualche straniera, credo, che aveva fatto colpo su mio marito.
Nell’altro angolo c’è un’annotazione che la riguarda.
In effetti, nell’angolo opposto alla firma, tracciata a caratteri minuti, Margaret scorse
la scritta: «obiit 1786».
– Suppongo che tu non conosca il latino, cara, – disse la signora, mentre Margaret
decifrava l’iscrizione. – Vuol dire che è morta trentaquattro anni fa.
– Poverina! – esclamò Margaret con voce sommessa. Poi, indugiando sulla soglia
prima di uscire dalla stanza, volse attorno lo sguardo, desiderosa di lasciare un
piccolo segno della sua visita.
– Se sapessimo quando arriva, – soggiunse, – gli metterei qualche fiore sul tavolo. Ma
potrebbero appassire.
Tuttavia, siccome la signora la rassicurò che il momento preciso dell’arrivo del figlio
era quanto mai incerto, Margaret abbandonò l’idea del mazzolino di fiori e passò il
resto della giornata in dolce, trepidante attesa, pronta a rimanere abbagliata
dall’improvviso apparire di un giovanotto bizzarramente agghindato alla moda
forestiera, che avrebbe posato su di lei un freddo sguardo di sorpresa e sarebbe corso
via in cerca della madre. A ogni rumor di passi, a ogni porta che s’apriva, la fanciulla
posava il lavoro e restava in ascolto, incuriosita. Quella sera, come per un
presentimento comune, Padre Herbert e la signora De Grey s’incontrarono nel salotto
principale: era un locale destinato esclusivamente a quelle festività che non
ricorrevano mai nelle cronache della loro tranquilla convivenza.
– Oggi, signora, – disse Margaret mentre erano tutti e tre riuniti in silenzio fra le
ombre che s’infittivano, – si compie un anno dacché sono venuta in casa sua. È la fine
di un anno molto felice.
– Speriamo, – sentenziò Padre Herbert, – che domani ne cominci un altro.
– Ah, signora mia cara! – esclamò Margaret commossa, – mio buon Padre, miei soli
amici! Quale disgrazia può toccarmi se resto vicino a voi che mi avete sottratto alla
cattiva sorte?
Aveva il cuore gonfio di gratitudine e gli occhi pieni di lagrime. Un brivido
prolungato la scosse tutta al pensiero di quello che avrebbe potuto essere il suo
destino. Ma una naturale ritrosia ad importunare con le proprie sensazioni personali
l’attenzione di chi era tutto assorbito dal pensiero di una gioia imminente, la indusse a
lasciare la stanza, e uscì nel giardino.
Qualche minuto dopo si aperse un cancelletto nella palizzata, a pochi metri dal punto
in cui Margaret si trovava. Entrò un uomo che, nell’incerta luce della sera, ella
riconobbe per Paul De Grey. In un istante le fu accanto come per salutarla, ma si
fermò di colpo togliendosi il cappello.
– Ah, lei è Miss… la signorina, – disse: non ricordava più il suo nome.
Era qualcosa di diverso, qualcosa di più offensivo della fredda manifestazione di
sorpresa immaginata da Margaret. Tuttavia gli rispose, con voce abbastanza chiara: -Sono in salotto: l’aspettano.
Egli si lanciò di corsa per il vialetto ed entrò in casa. Ella lo segui a lenti passi sino
alla porta-finestra e rimase fuori in ascolto. Il silenzio con cui il giovane fu accolto
esprimeva tutto il calore del benvenuto riservatogli dai famigliari.
Paul De Grey aveva tratto buon profitto dal suo soggiorno in Europa: non aveva
perso nessuno dei suoi meriti d’un tempo e ne aveva acquistati parecchi altri. Era per
natura ed educazione una persona intelligente, fine, simpatica e aveva la fortuna di
possedere un indefinibile fascino personale nei tratti e nei modi. Alto e slanciato di
corporatura, ma saldo e robusto di membra, vivace, di bella carnagione chiara, aveva
una fronte spaziosa e prominente, capelli ricciuti color biondo rame e lo sguardo e il
sorriso degli occhi irradiavano giovinezza e intelligenza. Il suo piglio era franco,
maschio, diretto; e tuttavia a Margaret sembrava di avvertire nel suo comportamento
una certa dignità, un’eleganza – talvolta al limite del formalismo -che lo distingueva
da quello degli altri uomini. Non per questo ella scorgeva nel suo carattere i segni di
quella strana, fondamentale malinconia che così potentemente aveva agito sugli altri
suoi famigliari (nonché, a quanto le era parso di capire, su suo padre). Al contrario, le
sembrava di non aver mai conosciuto tanta serietà di spirito associata a tanta gaiezza.
Se fosse stata dotata di maggior capacità d’analisi, Margaret si sarebbe detta che
quella di Paul De Grey era una natura eminentemente aristocratica. Ma la fanciulla si
contentava di penetrarla meno e, in segreto, di amarla di più; e alla ricerca di un
epiteto che riassumesse ciò che sentiva, aveva scelto un termine più semplice. Paul
era come un raggio di sole splendente nella vita monotona e scolorita delle due
donne, un raggio che riempiva la casa di luce, di calore, di gioia. Nella fantasia di
Margaret egli si muoveva in un’aureola di gloria quasi soprannaturale. Le parole che
gli uscivano dalle labbra erano diamanti e perle; e in effetti, per tutto il mese che
segui al suo ritorno, la conversazione del giovane fu di una piacevolezza estrema. La
casa della signora De Grey era par excellence la dimora della distensione, il castello
dell’indolenza; sia Paul parlando, sia i suoi compagni ascoltandolo erano consapevoli
di non essere soggetti ad alcun vincolo di gelosia, a qualsiasi volgare obbligo. Le
giornate estive erano lunghe e le scorte quotidiane di loquacità di Paul inesauribili.
Già una settimana dopo il suo arrivo, Padre Herbert aveva preso l’abitudine di
portarselo con sé nello studio, e Margaret, passando davanti all’uscio semiaperto, era
solita ascoltare la mutevole melodia della voce del giovane. In quei momenti
invidiava al vecchio prete il privilegio di godere da solo di tanta eloquenza. Intuiva
che i discorsi tenuti da Paul al suo tutore erano molto più saggi e più ricchi di quanto
non potessero essere in presenza di due modeste donne, e nutriva il desiderio
rispettoso di ascoltarlo, di vederlo nella sua luce migliore. Ottima luce in verità era
quella in cui egli appariva a Padre Herbert, giacché Paul aveva superato le sue più
rosee aspettative. Aveva accumulato una straordinaria provvista di cognizioni, aveva
fatto tesoro di tutto il buono che il vecchio gli aveva elargito, e pur non avendo del
tutto ignorato il male contro cui il sacerdote l’aveva messo in guardia, i giudizi che
esprimeva in proposito erano pieni di spirito e di saggezza. In generale, alle donne e
ai religiosi un uomo riesce tanto più simpatico in quanto non del tutto innocente.
Padre Herbert era estremamente soddisfatto della felice evoluzione del carattere di
Paul. Era più che un figlio della sua carne: era il frutto del suo intelletto, della sua
pazienza, della sua devozione.
Paul era libero di dedicare i pomeriggi e le sere a sua madre, la quale, una volta
lasciata la propria camera, non si privava neppure per un’ora della compagnia di
Margaret: era ormai diventata per lei una necessità assoluta, grazie alla delicatezza di
tatto e alla partecipe simpatia che la giovane le dimostrava. Mentre Paul discorreva,
Margaret stava seduta col suo lavoro accanto alla dama, stupita e ammirata
dell’inesauribile riserva di chiacchiere e di aneddoti ch’egli aveva in serbo e che
infiorava di descrizioni vivaci e realistiche. Città, chiese, musei, teatri si animavano e
risplendevano dinanzi agli occhi estatici di lei: le pareva di vedere le persone da lui
conosciute e i paesaggi che aveva attraversati, e la povera figliola finiva per sentirsi
girare la testa, tanto rapida era la successione delle immagini. A volte, poi, egli pareva
farsi malinconico e se ne rimaneva zitto; e Margaret, levando di sottecchi lo sguardo
dal lavoro, vedeva i suoi occhi fissarsi nel vuoto con aria assente, mentre le labbra si
atteggiavano a un tenue sorriso oppure a una fredda gravità, e si domandava quali
lontani ricordi riportassero i suoi pensieri a quello sconosciuto mondo europeo. Altre
volte, più raramente, alzando gli occhi lo sorprendeva in atto di guardarla, di
osservare la sua testa china sul moto operoso delle mani. Almeno fino allora, però,
egli non aveva mai distolto con imbarazzo lo sguardo da lei, ma lo aveva lasciato
indugiare, giustificando quella contemplazione con qualche commento semplice e
naturale.
Col passare delle settimane e col volgere dell’estate verso il suo culmine, la signora
De Grey aveva preso l’abitudine di ritirarsi in camera dopo il pranzo, e si può
presumere, pur col dovuto rispetto, che trascorresse il pomeriggio a sonnecchiare in
deshabillé. Ma De Grey e Miss Aldis tacitamente convennero che fosse totale follia,
nel rigoglio e nella primavera della vita, sprecare in tal modo le ore più lunghe e più
luminose dell’anno; sicché dal canto loro avevano contratto l’abitudine di ritirarsi
nella penombra del salotto a chiacchierare fino a un’ora prima del tè. Talvolta, per
cambiare, attraversavano il giardino e raggiungevano al centro della proprietà una
specie di serra la cui facciata non guardava la villa, ma era rivolta a nord e aveva i
fianchi coperti di una folta vite rampicante. All’interno, appoggiata alla parete, c’era
una comoda panchina da giardino e al centro un tavolo su cui Margaret posava il suo
cestino da lavoro e il giovane il libro che, affermando di volerlo leggere, portava
abitualmente con sé. Dentro c’era frescura, ombra profonda e silenzio, fuori lo
splendore abbagliante dell’immenso cielo estivo. Quando parlo di silenzio, intendo
dire che non c’era nulla a interrompere il dialogo di quei due felici sfaccendati. La
loro conversazione passò ben presto a quel tono sconnesso e volubile che è segno di
grande intimità. Margaret trovava modo di porre a Paul molte domande che non si era
sentita libera di rivolgergli in presenza della madre e di chiedergli ulteriori
chiarimenti su una quantità di piccoli particolari che la signora De Grey aveva
preferito lasciare nel vago. Paul era estremamente comunicativo. Se Miss Aldis aveva
voglia di ascoltare, lui era senza dubbio contento di parlare. Ma all’improvviso si rese
conto che la disposizione d’animo della sua interlocutrice era una strana provocazione
all’egocentrismo e che da più d’un mese, in realtà, egli non aveva fatto altro che
parlare di sé: delle sue avventure, delle sue impressioni, dei suoi giudizi.
– Oh insomma, Miss Aldis, – esclamò, – lei sta facendo di me un mostruoso egoista.
Ecco di cosa siete capaci, voi donne. Io non dirò più una parola di Paul De Grey.
Tocca a lei, adesso.
– Tocca a me parlare di Paul De Grey? – domandò Margaret con un sorriso.
– No, di Miss Margaret Aldis; che, fra l’altro, è un bellissimo nome!
– Fra l’altro davvero! – disse Margaret. – Fra l’altro per lei, forse. Ma quanto a me, il
mio bel nome è tutto quello che ho.
– Se intende dire, Miss Aldis, – esclamò Paul, – che la sua bellezza sta tutta nel suo
nome…
– … mi sbaglio di grosso. D’accordo, non lo dirò. Il resto è nella mia fantasia.
– Credo proprio di sì. Certo non nella mia.
In quel periodo Margaret era davvero assai graziosa: un po’ pallida per la calura, ma
fiorente e irrobustita dal riposo e dal benessere, e animata, starei quasi per dire
esaltata da un’affettuosa gratitudine. Nell’osservarla mentre pronunciava quelle
parole, De Grey era rimasto fortemente colpito dall’interesse che riscontrava in quel
viso. Sì, senza dubbio, era indiscutibilmente una bellezza. E il fascino del suo volto si
rinnovava e si animava di continuo grazie alla segreta amabilità della sua anima.
– Sì, Miss Aldis, voglio proprio dire alla lettera che desidero che lei parli di sé. Voglio
sentire le sue avventure. Lo pretendo… lo esigo.
– Le mie avventure? – fece Margaret. – Io non ne ho mai avute.
– Benissimo! – esclamò Paul. – Già questa è un’avventura. Fu così che Margaret venne
a narrargli la breve storia della sua giovane vita. Per quanto breve fosse, tuttavia non
bastò un pomeriggio a raccontarla per intero; in altri termini, dopo un’intera settimana
che aveva iniziato, la giovane si trovò a dover chiarire a Paul un punto sul quale egli
aveva ricevuto un’impressione sbagliata.
– Ma no, è sposato, – disse Margaret, – gliel’ho detto!
– Ah, è sposato? – ripetè Paul.
– Sì, e sua moglie è una grassona incredibile.
– Ah, sua moglie è una grassona incredibile?
– Sì, e lui è persuaso che sia un portento.
– Ah, lui è persuaso che sia un portento?
A questo modo, intervenendo Paul di continuo con i suoi commenti, non c’è da
stupirsi che il racconto procedesse adagio. Ma, in aggiunta alle osservazioni qui
riportate, altre, meno esplicite e più profonde, ne andava maturando il giovane tra sé e
sé. Mentre ascoltava la schietta loquela della bionda fanciulla e pensava a quanti altri
al mondo piuttosto che a lui ella avrebbe potuto rivolgersi in cerca di confidenza e di
simpatia, e vedeva come solo al suo giudizio ella consegnasse i propri ingenui ricordi
e pensieri, così come gli avrebbe posato la candida mano sul braccio, gli pareva che
le oneste intenzioni ch’essa evidentemente gli attribuiva prendessero agli occhi di lei
un carattere più solenne, più elevato. Sbiadiva tutto lo splendore delle nostalgie e dei
ricordi del suo recente soggiorno in Europa; non si accorgeva più che della presenza
di Margaret e della tenue luce rosea in cui ella si muoveva, come in una sorta di
aureola terrena. Era dunque possibile, si chiedeva, che mentre andava vagabondando
per l’Europa nell’incerta, inquieta ricerca del proprio avvenire, il suo fine, il suo scopo
e tutte queste cose stessero ad aspettarlo tranquille presso il disertato focolare
domestico, tutte raccolte nel virginale candore della più dolce, della più bella tra le
donne? Un giorno, finalmente, questa realtà gli apparve con tanta chiarezza da fargli
esclamare in un’estasi di fiducia e di gioia:
– Margaret, mia madre ti ha trovato in chiesa, e là, davanti all’altare, ti ha baciata e
abbracciata. Ho ripensato spesso a questa scena. E stata un’adozione davvero
inconsueta.
– Certo, anch’io l’ho pensato spesso, – rispose Margaret.
– Ha significato un vincolo sacro e imperituro, – soggiunse Paul. – In quel giorno
benedetto tu sei venuta da noi per sempre.
Margaret lo guardò con occhi incerti fra il sorriso e le lagrime.
– Fin quando vorrai tenermi, – gli disse. – Ah, Paul! – Poiché un istante era bastato al
giovane per esprimere tutto il suo desiderio, la sua passione.
Benché nutrisse grandissimo affetto e stima per sua madre, Paul aveva sempre trovato
naturale dare la precedenza a Padre Herbert nella richiesta di assistenza morale e di
confidenza. Il vecchio prete era dotato di una sensibilità e delicatezza che rendevano
la sua partecipazione e il suo consiglio ugualmente gradevoli. Qualche giorno dopo i
discorsi intorno ad alcuni punti salienti cui ho accennato di sfuggita, Paul e Margaret
rinnovarono nella serra le promesse reciproche. Erano ormai così profondamente certi
della sincerità dei loro sentimenti, così felicemente rassicurati dalle reiterate
dichiarazioni che si scambiavano, che altro non rimaneva loro se non mettere a parte
gli anziani del loro segreto.
Attraversarono insieme il giardino; quando furono sulla soglia di casa, Margaret si
accorse di aver dimenticato le forbici nella serra e Paul tornò indietro a cercarle. La
fanciulla entrò in casa: giunta ai piedi dello scalone, restò ad aspettare l’innamorato.
In quel momento Padre Herbert comparve nel vano della porta del suo studio e
guardò Margaret con un sorriso malinconico. Passandosi lentamente una mano sopra
l’altra, la fissò con sguardo benevolo ma cupo.
– Mi pare, Miss Margaret, – le disse infine, – che lei stia celando un meraviglioso
segreto al suo povero dottor Herbert.
Davanti a quell’affabile venerando erudito Margaret senti che non era il caso di
ricorrere a volgari rossori, a sciocche affettazioni o dinieghi.
– Caro Padre Herbert, – rispose con angelica semplicità, – ho appunto pregato Paul di
parlargliene.
– Ah, figliola mia, – e il vecchio cercò di reprimere un sospiro, – è un mistero strano e
terribile.
Paul entrò ed attraversò il vestibolo col passo leggero di un innamorato.
– Paul, – gli disse Margaret, – Padre Herbert lo sa.
– Padre Herbert lo sa! – ripetè l’ecclesiastico. – Padre Herbert sa tutto. Come
innamorati siete davvero trasparenti, non c’è che dire!
– Lei è molto perspicace, Padre, per essere un prete! – disse Paul arrossendo.
– L’ho capito da una settimana, – precisò il vecchio con gravità.
– Ebbene, Padre, – riprese Paul, – anche se adesso ci vogliamo tanto più bene, non per
questo ne vogliamo a lei meno di prima e lo stesso speriamo del suo affetto per noi.
– Padre Herbert trova che è «terribile», – interloquì Margaret sorridendo.
– Oh, mio Dio! – esclamò Herbert portandosi una mano alla testa come in preda a un
dolore acuto. Girò sui tacchi e rientrò nel suo studio.
Paul si passò la mano di Margaret sotto il braccio e segui il sacerdote.
– Lei soffre, Padre, – gli disse, – all’idea di perderci, all’idea che noi la si lasci. Ma non
ha proprio ragione di preoccuparsene. Dove dovremmo andare? Finché lei avrà vita,
finché avrà vita mia madre, noi continueremo a formare una sola famiglia.
Il vecchio sembrava aver riacquistato un contegno.
– Ah! – esclamò, – siate felici sempre e dovunque, e io sarò felice con voi. Siete così
giovani!
– Non poi tanto giovani, – lo corresse Paul ridendo, ma rifiutando per istinto di essere
considerato un ragazzino. – Ho ventisei anni. J’ai vécu, ho vissuto.
– Ha avuto ogni genere di esperienze, – aggiunse Margaret appoggiandosi al braccio
di lui.
– Non proprio ogni genere -. E Paul con un lieve sorriso abbassò gli occhi per
incontrare lo sguardo di lei.
– Eh, vuol fare il modesto… – mormorò Padre Herbert.
– Paul è stato già quasi sposato, – disse Margaret.
Il giovane ebbe un gesto d’impazienza. Herbert non gli staccava gli occhi di dosso.
– Perché parlare di quella povera ragazza? – si difese Paul. Dopo il suo ritorno, pur
avendo dato completa soddisfazione a Margaret circa il suo progettato matrimonio in
Europa, aveva sempre evitato, con la scusa che l’argomento gli riusciva sommamente
penoso, di discuterne tanto con la madre che col vecchio tutore.
– Forse Miss Aldis è gelosa, – insinuò arguto Padre Herbert.
– Oh, Padre! – esclamò Margaret.
– C’è ben poco motivo di gelosia, – disse Paul.
– Ma bravo il nostro Paul! – esclamò l’ecclesiastico. – Si direbbe addirittura che tu non
l’abbia mai amata!
– È la pura verità.
– Oh! – e la voce di Padre Herbert aveva un tono di serio rimprovero mentre egli
posava la mano sul braccio del pupillo. – Non dire così.
– No, Padre, debbo dirlo. Non l’ho mai nascosto nemmeno a lei stessa. Mi
affascinava, m’incantava, ma, com’è vero Dio, non l’ho mai amata.
– Oh, che il Signore ti aiuti! – esclamò il sacerdote sedendosi e nascondendo il volto
tra le mani.
Margaret si era fatta mortalmente pallida e rievocava la scena che s’era svolta quando
avevano ricevuto la lettera di Paul in cui egli annunciava la rottura del fidanzamento.
– Padre Herbert, – gridò, – quale orribile, spaventoso mistero lei nasconde in cuore? Se
riguarda me… se riguarda Paul… esigo che ce lo dica.
Evidentemente, reso consapevole dall’accento angosciato della giovane della
necessità di un certo autocontrollo, Herbert scopri il viso e rivolse a Margaret un
rapido sguardo supplichevole. Ella intuì cosa aveva inteso significarle: tacere ad ogni
costo. Poi, in uno sforzo sovrumano di dissimulazione, egli protese le mani e ne posò
ciascuna sulla spalla dei due innamorati.
– Scusami, Paul, – disse, -sono uno stupido. I vecchi professori appartengono a una
razza sentimentale, superstiziosa. Noi crediamo ancora che tutte le donne siano
angeli, e gli uomini…
– Tutti sciocchi, – completò Paul sorridendo.
– Appunto. Mentre invece, come vedi, – bisbigliò Padre Herbert, – gli sciocchi siamo
soltanto noi.
Il cuore di Margaret batteva forte nell’ascoltare quello strano scambio di battute,
fermamente decisa a non accontentarsi di cosf vaghe spiegazioni alle tragiche
allusioni fatte dal vecchio.
Herbert intanto scongiurava Paul di aspettare qualche giorno prima di informare la
madre del suo fidanzamento.
Due giorni dopo era domenica, l’ultima d’agosto. Da una settimana il caldo s’era fatto
opprimente, e adesso l’aria era ferma e pesante come per l’avvicinarsi di un
temporale. Nell’alzarsi da tavola, dopo la prima colazione, Margaret si senti toccare il
braccio: era Padre Herbert.
– Non andare a messa, – le disse sottovoce, – trova una scusa per restare a casa.
– Una scusa?
– Di’ che devi scrivere delle lettere.
– Delle lettere? – sorrise un po’ amaramente Margaret, – a chi mai dovrei scrivere delle
lettere?
– Oh povero me, allora di’ che non ti senti bene. Ti do io l’assoluzione. Quando
saranno usciti, vieni nel mio studio.
Al momento d’andare in chiesa, dunque, Margaret finse una leggera indisposizione: e
la signora De Grey, appoggiandosi al braccio del figlio, montò nella vecchia carrozza
dai bassi strapuntini, che presto si allontanò dall’ingresso. Margaret si recò senza
indugio nel quartierino di Padre Herbert. Sul viso del vecchio lesse il presagio di
qualche spaventevole rivelazione: tutto il suo aspetto tradiva il peso di un’ineluttabile
necessità.
– Figliola mia, – cominciò il sacerdote, – tu sei una giovane coraggiosa e pia…
– Ah! – gridò Margaret, – si tratta di qualcosa di terribile, altrimenti non parlerebbe
così! Mi dica subito!
– Devi far appello a tutto il tuo coraggio.
– Paul dunque non mi ama?… Oh, per amor di Dio, parli!
– Se non ti amasse di una passione che lo condanna, non avrei nulla da obiettare.
– Ma dica quello che vuol dire, allora!
– Ebbene… Devi lasciare questa casa.
– Perché?… Quando?… Dove devo andare?
– All’istante, se possibile, devi andare non importa dove, quanto più lontano tanto
meglio… quanto più lontano possibile da lui. Ascolta, figlia mia, – riprese il vecchio
col cuore stretto dall’espressione attonita e sbigottita che s’era dipinta in volto a
Margaret, – non vale protestare, piangere, opporre resistenza. È la voce del destino!
– Perdoni, reverendo, – disse Margaret, – di che mi accusa?
– Io non accuso nessuno, non accuso nemmeno il cielo.
– Ma c’è un motivo… c’è una ragione…?
Herbert si pose l’indice sulle labbra, indicandole una sedia: poi, volgendosi verso un
vecchio cofanetto posato sulla sua scrivania, lo aperse e ne tolse un piccolo volume
rilegato in pergamena, che sembrava un antico messale miniato.
– Non mi resta, – concluse, – che raccontarti tutta la storia.
Si sedette di fronte alla giovane, irrigidita nell’attesa. La stanza si andava oscurando
per l’addensarsi di nuvoloni. Il tuono brontolava in lontananza.
– Lascia che ti legga una decina di parole, – disse il prete, aprendo il volume a una
pagina non stampata, ricoperta da una lunga annotazione o promemoria che fosse,
scritta con grafie diverse, alcune minute, altre a stento leggibili.
– Il Signore sia con te! – E il vecchio si fece il segno della croce. Involontariamente
Margaret lo imitò. «George De Grey, – egli lesse, conobbe e amò, nel settembre 1786,
Antonietta Gambini, milanese, morta il 9 ottobre dello stesso anno. John De Grey
sposò il 4 aprile 1749, Henrietta Spencer, che morì addì 7 di maggio. George De Grey
si fidanzò nell’ottobre 1710 con Mary Fortescue, deceduta addì 31 ottobre. Paul De
Grey di anni 19, promesso nel giugno 1672 in Bristol, Inghilterra, a Lucretia Lefevre,
di anni 31, di detta città. Essa morì il 27 di luglio. John De Grey scambiò promessa di
matrimonio addì 10 gennaio 1649 con Bianche Ferrars di Castle Ferrars,
Cumberland: essa morì per mano dell’amato il 12 gennaio. Nell’ottobre del 1619
Stephen De Grey offerse la propria mano ad Isabel Stirling, deceduta entro il mese
stesso. Paul De Grey scambiò, nell’agosto del 1586, promesse d’amore con Magdalen
Scrope, che morì di parto nel settembre del 1587». Padre Herbert tacque. Ti basta? -domandò alzando due occhi di fiamma. – Ce ne sono altre due pagine. I De Grey sono
una famiglia antica: tengono aggiornate le loro cronache.
Margaret era stata ad ascoltare con un’espressione di orrore sempre più intensa,
feroce, appassionata, un’espressione che tradiva piuttosto rabbia e orgoglio ferito che
non spavento. Spiccò un balzo felino verso il prete e gli strappò dalle mani il
raccapricciante documento.
– Che abominevole assurdità è mai questa? – esclamò. – Cosa significa? Non sono
stata neanche a sentirla: la disprezzo, me ne rido!
Il vecchio le afferrò un braccio e glielo tenne stretto. – Paul De Grey, disse, – scambiò
promessa d’amore con Margaret Aldis nell’agosto del 1821: ella morì… al cader delle
foglie.
La povera Margaret si guardò intorno in cerca d’aiuto, d’ispirazione, di un conforto
qualsiasi. La stanza non conteneva che fitti scaffali di vecchi libri pergamenati,
ciascuno dei quali pareva una sinistra replica di quello caduto ai suoi piedi.
Nel silenzio del mezzogiorno risuonò il cupo rimbombo di un tuono. All’improvviso
le forze l’abbandonarono. La mano del destino l’aveva afferrata: si sentiva debole e
sola. Padre Herbert aperse le braccia ed ella gli si gettò al collo, scoppiando in
lagrime.
– Ti rifiuti ancora di lasciarlo? – domandò il prete. – Se lo lasci, sei salva.
– Salva? – ribatté Margaret alzando la testa. – E Paul?
– Ecco, appunto. Ti dimenticherà.
La giovane rifletté un momento.
– Perché mi dimentichi, a quanto sembra, dovrei morire -. Poi, torcendosi le mani in
un nuovo accesso di disperazione: – È sicuro, – gridò, – che non vi siano state
eccezioni?
– Nessuna eccezione, figlia mia, – e l’ecclesiastico raccattò il volume. – È il primo
amore, capisci, la prima passione. Dopo, ridiventano innocui: guarda la signora De
Grey. È una stirpe che si porta dietro una maledizione per un terribile, imperscrutabile
mistero. Avevo sperato che tu ne fossi indenne, figliola, e che lo scotto l’avesse
pagato la povera signorina L. Ma Paul ha fatto di tutto per disilludermi. Ho indagato
nella sua vita, ho sondato la sua coscienza: il suo cuore è puro. Ah, bambina mia!
L’ho temuto fin dal primo momento. Ho tremato quando sei entrata in questa casa.
Volevo che la signora De Grey ti mandasse via. Ma lei ride di tutto questo, dice che
sono fole da vecchie comari. Lei sì, si è salvata: ma a suo marito di lei non importava
un fico secco. Però, sepolta in terra italiana, c’è una ragazzina dagli occhi scuri che
potrebbe narrarle un’altra storia. Era la vita stessa, figliola, un raggio vivente del suo
sole meridionale; e i baci di De Grey la fecero appassire, morire. Non chiedermi
quando tutto ciò è cominciato: è sempre stato così, fin dalla notte dei tempi. Si dice
che uno di questa stirpe abbia fatto ritorno dall’Oriente, dalle Crociate, affetto dai
sintomi della peste. Prima della partenza aveva giurato amore a una fanciulla e le
nozze dovevano aver luogo subito dopo il suo ritorno. Non sentendosi bene, il
cavaliere volle consultare un fratello maggiore della sposa, esperto di taumaturgia e al
quale venivano attribuiti poteri magici. Questi accertò in lui i sintomi del terribile
male e lo richiamò al dovere di rinviare il matrimonio. Il giovane crociato si rifiutò di
obbedire e il medico, in preda all’ira, scagliò una maledizione sull’intera sua
discendenza. Le nozze ebbero luogo: di lì a una settimana la sposa morì fra atroci
sofferenze; il giovane invece guari dopo aver superato una lieve malattia. La
maledizione aveva attecchito.
Margaret prese in mano lo strano vecchio libro di preghiere e lo apri al macabro
elenco di morti. Al pensiero di ciò che tristemente la affratellava a tutte quelle
sventurate d’altri tempi, si senti gelare il cuore. Sventurate le donne sì, ma, ahimè,
dieci volte più sventurati gli uomini, vittime impotenti di sentimenti funesti! Margaret
taceva, fissando il libro con sguardo assente; quasi meccanicamente lo aperse a
un’altra pagina e lesse una ben nota orazione alla Vergine benedetta. Poi, levando la
testa, con gli occhi azzurro-cupo scintillanti di fredda, irreversibile decisione, di un
prodigioso atto di volontà: – Padre Herbert, – pronunciò solennemente a bassa voce, -io revoco la maledizione, la cancello: la maledico!
Da quel momento, nulla l’avrebbe più indotta a dedicare un solo istante al pensiero di
trovar salvezza nella fuga. Era troppo tardi, dichiarò. Se era destino che morisse,
ormai aveva assorbito il contagio fatale. Ma bisogna vedere. Non che tenesse in
dispregio l’esistenza o il potere del terribile maleficio: era semplicemente persuasa, e
con così profonda fiducia in sé da riempire il vecchio erudito di un’ammirazione
mista ad angoscia, che invano esso avrebbe esercitato, una volta per tutte, la propria
forza trascendente sulla sua esistenza appassionata e devota. Padre Herbert giunse le
mani tremanti, rassegnato. Aveva fatto il suo dovere: il resto era affidato a Dio.
Vissuto com’era da anni nel timore del momento ormai sopraggiunto, la cui ombra gli
aveva oscurato tutta la vita, gli pareva talvolta che fra le bizzarre possibilità offerte da
madre natura vi potesse anche esser quella che una fragile e pura fanciulla,
obbedendo all’ordine dell’amore oltraggiato, insorgesse alla riscossa dell’infelice
dinastia cui egli aveva dedicato gli anni della sua maturità. V’erano poi dei momenti
in cui pareva a Herbert ch’ella si buttasse con gioia nell’oscuro abisso. In ogni caso il
senso del pericolo aveva rinnovato in Margaret energie e fascino; e se Paul non fosse
stato troppo conquiso da quella febbrile gaiezza e grazia per preoccuparsi di cercarne
le ragioni e l’origine, ben difficilmente avrebbe potuto spiegarne l’improvvisa,
morbosa intensità. Da lei esortato, il giovane annunciò senz’altri indugi il suo
fidanzamento alla madre, che atteggiò il viso a grande benevolenza e fece a Margaret
l’onore di una specie di bacio ufficiale.
– Povero me! – brontolò Padre Herbert. – Adesso questa crederà di averli uniti per
sempre!
E l’indomani, quando la signora De Grey, parlandogli della cosa, confessò che in
verità le costava un certo sforzo accettare come figlia una ragazza a cui aveva pagato
uno stipendio…
– Uno stipendio, signora! – esclamò il prete con una risata amara, – parola d’onore, mi
pare che meno di così lei non potesse fare!
– Nous verrons, replicò compunta la signora De Grey. Passò una settimana senza
presagi funesti. Paul viveva in un’estasi di virile felicità. C’erano momenti in cui era
quasi sgomento dalla pienezza con cui il suo amore e la sua fede venivano ripagati.
Margaret era come trasfigurata, esaltata dalla passione che ardeva nel suo cuore.
«Basta che una ragazza qualunque, non specialmente bella, s’innamori, – pensava
Paul, – e diventerà graziosa, avrà un suo fascino. Quando poi s’innamora una bella
ragazza…» E, se Margaret era presente, gli occhi eloquenti del giovane lasciavano
intendere il resto; se invece non c’era, con passi inquieti muoveva alla sua ricerca.
Negli ultimi dieci giorni la bellezza di lei sembrava aver acquistato calore e opulenza:
Paul s’immaginava addirittura che la sua voce si fosse fatta più profonda, più
armoniosa. Sembrava cresciuta d’età, si sarebbe detto che avesse superato d’un balzo
un anno del suo sviluppo, che la sua giovinezza avesse toccato il suo punto di piena
maturazione e, anziché essere al di qua del giorno delle nozze, ella ne fosse già al di
là.
Frattanto Paul acquistava consapevolezza di un indefinibile, sottile cambiamento
delle sue emozioni personali. Il delicato sentimento di compassione ch’essa gli
suscitava, quel senso così accattivante di debolezza che emanava da lei, la devozione
angelica che con dolce tensione aveva gonfiato la piena dei suoi affetti, tutto questo
era svanito per dar luogo a un vago e profondo moto di rispetto. Margaret non era,
dopo tutto, un personaggio tanto semplice: anche la sua indole celava dei misteri. In
verità, pensava Paul, la sensibilità, la delicatezza sono premio a se stesse. Egli si era
chinato a cogliere quel pallido fiore di una casa senza sole, ne aveva intinto il gambo
sottile nelle acque vive del suo amore, ed ecco, quel fiore aveva levato il capo,
dischiuso i suoi petali, ed ora splendeva fulgido di porpora e di verde. Quella radiosa
forza della bellezza gli incuteva un tremore ch’era quasi un presagio. Bramava
possederla, la guardava con occhio cupido, voleva poterla chiamare sua per sempre.
– Margaret, – le disse, – tu sei per me fonte d’incredibile felicità. Diventi ogni giorno
più bella. Dobbiamo sposarci subito, altrimenti, di questo passo, il giorno delle nostre
nozze finirò per avere una paura terribile di te. Giuro sull’anima di mio padre che non
mi aspettavo una cosa simile! Guardati in quello specchio -. E la fece voltare verso
una lunga specchiera che si trovava nello spogliatoio della madre; la signora De Grey
era passata nella camera accanto.
Margaret si vide riflessa dalla testa ai piedi nelle cristalline profondità dello specchio
e si rese conto del suo mutamento. Dalla curva delle spalle ben tornite il capo si
ergeva con una sorta di altera serenità: gli occhi erano lucidi, le labbra frementi, il
seno si sollevava e si abbassava nell’empito della sua totale dedizione. «Bianche
Ferrars, di Castle Ferrars, – disse fra sé, – Isabel Stirling, Magdalen Scrope… povere
sciocche! Non eravate donne, voi: eravate delle bambine!» – È colpa tua, Paul, – disse
poi ad alta voce, – se sono così cambiata. Perché c’è un tale amore fra noi? «E,
vedendo accanto al suo il viso del giovane, ebbe l’impressione che fosse sbiancato. -Mio Paul, – gli disse afferrandogli le mani, – sei pallido. Bella cera davvero per un
innamorato felice! Sei nervoso, ecco. Ohimè, mio signore! Sarà per quando tu vorrai.
Le nozze vennero fissate per l’ultimo di settembre. Subito le due donne si diedero un
gran daffare con l’acquisto del corredo. Col suo stipendio Margaret era riuscita a
metter da parte una somma sufficiente per comperarsi un bel vestito da sposa, ma per
gli altri capi del guardaroba le fu giocoforza rimettersi alla liberalità della signora De
Grey, alla quale non si faceva scrupolo di far spendere ingenti somme di denaro e,
spese quelle, di chiederne altre. Provava un piacere intenso, violento, nel procacciarsi
in gran numero i tessuti più ricchi. Le pareva di essersi finalmente staccata da ogni
stupida dignità, ogni riservatezza, ogni convenzionale ritegno, quasi si fosse spogliata
della propria coscienza per offrirla a donne comuni, felici, spregiudicate. Andava
ammucchiando il corredo come per una specie di baldanzosa sfida a qualche
incombente calamità, e si sentiva tutta animata dalla volontà di superarla, di
scongiurarla, di sgominarla.
Un giorno stava attraversando il vestibolo con un campione di stoffa appena ricevuto
dal negozio. Era un grosso scampolo di seta di un rosa intenso, un lembo del quale le
era ricaduto dal braccio sul piede. La porta dello studio di Padre Herbert era
spalancata: Margaret si fermò un istante, poi entrò.
– Mi perdoni, reverendo, – disse, – ma mi sembrava un peccato non farle vedere
questo splendido campione. Non è un rosa magnifico? È quasi rosso, è un carminio. È
il colore del nostro amore, della mia morte. Padre Herbert! – gridò con un’acuta,
sonora risata, è il mio sudario! Non le pare che come sudario non sarebbe male? Un
sudario di seta rosa, con trine color miele e trapunto di perle?
Il vecchio la guardò angustiato.
– Figliola mia, – le disse, – Paul avrà in te una moglie impareggiabile.
– Senza dubbio, se lei mi paragona a quelle donzelle del suo libro di preghiere. Eh,
Paul avrà una moglie, quanto meno. Questo è certo.
– Ebbene, – soggiunse il vecchio, – sei più coraggiosa di me, tu. Mi fai spaventare.
– Caro Padre, non fu lei, un’altra volta, a farmi spaventare?
Il sacerdote fissò Margaret con affetto misto a sofferenza.
– Dimmi figliola, – le disse, – in tutto questo trambusto trovi mai il modo di pregare?
– Dio me ne guardi! – esclamò la poverina. – Non ho il cuore disposto alla preghiera!
Con Paul teneva lunghi discorsi sulle loro gioie future, sulla vita serena che
avrebbero condotto. Egli dichiarò che avrebbe impresso un diverso orientamento alle
loro abitudini, che la famiglia non sarebbe più rimasta sepolta nel silenzio e nella
penombra. Era uno stato di cose assurdo e Paul si stupiva che si fosse mai verificato.
Avrebbero cominciato a vivere come gli altri, a occupare il loro giusto posto in
società. Avrebbero ricevuto gente, avrebbero viaggiato, di sera sarebbero andati a
teatro. Margaret non aveva mai visto una commedia: dopo il matrimonio avrebbe
potuto vederne una alla settimana per un anno, se lo desiderava. – Non temere, cara, -dichiarò Paul, – non ho intenzione di seppellirti viva: non ti sto scavando la fossa. Se
pensassi che ti accontenti di vivere come vive quella povera donna di mia madre,
tanto varrebbe che ci sposassimo con un rito funebre!
Quando Paul parlava con tanta spensierata animazione, lo sguardo fisso a un lungo e
felice avvenire per il quale non nutriva dubbi, Margaret traeva dalle sue parole
un’intrepida serenità, uno sprezzo di qualsiasi pericolo. Il segreto di Padre Herbert
sembrava una visione, una fantasia, un sogno: finché, passato un po’ di tempo, ella si
trovò di nuovo faccia a faccia col vecchio prete e in quei tratti tirati lesse che, per lui,
esso era sempre una realtà profonda. Nondimeno, nel passar febbrilmente dalla
speranza al timore, dall’esaltazione all’angoscia, mai per un istante ella cessava di
sorvegliare con occhio vigile le proprie sensazioni fisiche, in attesa di sintomi
morbosi di paranoia. Con quel terribile peso sul cuore, si stupiva di non essere stata
spinta già da tempo nel baratro della follia, o soverchiata da totale demenza. Pensava
che, per quanto dolorosa le sarebbe stata l’ignoranza del mistero in cui la sua vita si
era trovata coinvolta, esserne a conoscenza era ancor più terribile. Per tutta la
settimana successiva al suo incontro con Padre Herbert delle ventiquattro ore del
giorno non ne aveva dormito neppure mezza; e tuttavia, lungi dal soffrire per la
mancanza di sonno, si era sentita – come mi sono sforzato di dimostrare – quasi
drogata, elettrizzata dalla tensione incessante e dal controllo della propria volontà.
Ma sapeva bene che ciò non poteva durare per sempre.
Un pomeriggio, qualche giorno dopo aver fatto alla sua futura sposa quelle brillanti
promesse, Paul era montato in sella per una cavalcata. Margaret, in piedi accanto al
cancello, lo guardò con rimpianto allontanarsi al galoppo mentre le mandava un bacio
con la mano. Un’ora prima del tè, lasciata la sua stanza, entrò nel salotto dove la
signora De Grey s’era sistemata in attesa della sera. Un istante dopo Padre Herbert,
che stava accendendo la lampada nel suo studio, udì risuonare nella casa un grido
acutissimo.
Il cuore gli si fermò. «È giunta l’ora, – si disse, – sarebbe peccato non assistervi». Si
affrettò verso il salotto, seguito dai domestici, essi pure messi in allarme dal grido.
Margaret giaceva abbandonata sul divano, pallida, immobile, ansimante, con gli
occhi chiusi e la mano premuta su un fianco. Herbert scambiò una rapida occhiata
con la signora De Grey che stava china sopra la giovane, tenendole l’altra mano.
– Niente scandali, almeno, – disse dignitosamente la signora, e subito congedò i
domestici. A poco a poco Margaret si riebbe, assicurò che non era nulla, un semplice
acuto dolore improvviso: ora si sentiva meglio e pregò i presenti di non agitarsi. La
signora De Grey andò in camera sua a prendere una boccettina di sali odorosi
lasciando Herbert solo con Margaret. Egli stava inginocchiato a terra, e le teneva la
mano. Margaret si sollevò a sedere sul sofà.
– So quello che sta per dirmi, – esclamò, – ma è falso. Dov’è Paul?
– Hai intenzione di dirglielo? – chiese Herbert.
– Dirglielo? – ripetè Margaret levandosi in piedi. – Se morissi, gli strazierei il cuore,
ma se glielo dicessi, glielo spezzerei.
Si era alzata, come ho detto: aveva udito e riconosciuto il passo rapido del suo
innamorato nel corridoio. Paul spalancò la porta ed entrò precipitosamente, ansante e
mortalmente pallido. Margaret gli andò incontro premendosi ancora la mano sul
fianco, mentre anche Padre Herbert s’alzava di scatto.
– Cos’è accaduto? – gridò il giovane. – Ti sei sentita male?
– Chi ti ha detto che sia accaduto qualcosa? – gli rispose Margaret.
– Che fa Padre Herbert in ginocchio?
– Pregavo, figliolo, – disse il sacerdote.
– Margaret, – ripetè Paul, – in nome del cielo, che cosa ti succede?
– Che cosa succede a te, Paul? Direi che sono io a dovertelo chiedere.
De Grey fissò la giovane con uno sguardo cupo, indagatore, poi chiuse gli occhi e si
afferrò alla spalliera di una seggiola, come colto da un capogiro.
– Dieci minuti fa, – disse, e parlava lentamente, – cavalcavo lungo il fiume:
improvvisamente l’aria fu squarciata da un grido lontano che sapevo venire da te. Ho
voltato il cavallo, e via al galoppo! Ho percorso tre miglia in otto minuti.
– Un grido, Paul? E perché avrei dovuto gridare? E farmi sentire tre miglia lontano!
Un bel complimento per i miei polmoni!
– Be’, – fece il giovane, – sarà stata la mia immaginazione. Ma l’ha sentito anche il mio
cavallo: ha rizzato le orecchie e con uno scarto è partito come una freccia.
– Anche per lui si sarà trattato d’immaginazione! È la prova che sei un ottimo
cavaliere, se tu e la tua bestia vi sentite un sol uomo!
– Ah, Margaret, non scherzare!
– Un solo cavallo, allora!
– Ebbene, qualunque cosa sia stata, non mi vergogno di confessarlo, sono tutto
sconvolto. Non so cosa mai sia successo ai miei nervi.
– Allora, per carità, non rimanere lì a rabbrividire e a barcollare come se avessi la
febbre. Vieni, siediti sul divano -. Lo prese per un braccio e lo accompagnò al sofà.
Egli l’afferrò per il braccio a sua volta e la fece sedere accanto a sé. Padre Herbert
usci senza far rumore, inosservato. Fuori incontrò la signora De Grey con i suoi sali
odorosi.
– Non credo che ne abbia più bisogno, adesso, – le disse. – C’è Paul con lei -.
E i due si trasferirono insieme al tavolo del tè. Quand’ebbero quasi finito, Margaret
entrò con Paul.
– Come ti senti, caro? – domandò la signora De Grey.
– Sta molto meglio, – si affrettò a rispondere Margaret.
La signora sorrise compiaciuta. «Senza dubbio, – pensò, – la mia futura nuora sa dire
le cose con molto garbo».
L’indomani, entrata nella stanza della signora De Grey, Margaret vi trovò Paul
insieme alla madre. Quest’ultima aveva gli occhi rossi, come se avesse pianto, e Paul
aveva un’espressione turbata, come se avesse appena fatto una penosa confessione.
Vedendo entrare Margaret, egli si portò davanti alla finestra e guardò fuori, senza
rivolgerle la parola. Essa finse di essere venuta a cercare qualcosa da cucire e, trovato
quanto le interessava, si ritirò. Ma si sentiva profondamente ferita. Cosa aveva fatto
Paul, cosa aveva detto? Perché non le aveva rivolto la parola? Perché le aveva voltato
le spalle? Soltanto la sera prima, quando s’erano trovati soli nella sala di soggiorno,
egli si era mostrato così indicibilmente tenero… Era un mistero crudele, ed ella non
avrebbe avuto pace finché non l’avesse chiarito, benché di pace ne avesse assai poca
anche così. Nel pomeriggio Paul ordinò di nuovo il cavallo e si vesti per una
cavalcata. Margaret lo attese al varco in fondo alle scale, completo di stivali e
speroni, e poiché il cavallo non era ancora pronto, si diresse con lui in giardino.
– Paul, – gli disse tutt’a un tratto, – che cosa dicevi stamane a tua madre? Sì, -soggiunse tentando invano un sorriso, – devo confessarlo: sono gelosa.
– Oh, anima mia! – esclamò il giovane portandosi tutt’e due le mani al viso.
– Mio caro Paul, – disse Margaret prendendogli il braccio, – è un’espressione
dolcissima, ma non è una risposta.
Paul si fermò nel vialetto, afferrò le mani della ragazza e la fissò insistentemente in
viso, con un’espressione ch’era in realtà di stanchezza, no, peggio, di disperazione.
– Sei gelosa, dici?
– No, adesso non più! – ella esclamò stringendogli le mani.
– È la prima sciocchezza che ti ho sentito dire.
– Ebbene, sì, è stato da sciocca essere gelosa di tua madre; ma sono tuttora gelosa
della tua solitudine, di questi piaceri che non mi è consentito dividere con te… gelosa
del tuo cavallo… delle tue lunghe cavalcate.
– Desideri che smetta di andare a cavallo?
– Paul, caro, ti dà di volta il cervello? Desiderarlo… è un conto; dire che lo desidero
significa fare la figura della sciocca.
– Il mio cervello… il mio cervello è con qualcosa che se n’è andato per sempre! -Chiuse gli occhi e contrasse la fronte come per un dolore acuto. Con la mia
giovinezza, la mia speranza, come devo dire? la mia felicità.
– Ah! – esclamò Margaret in tono di rimprovero, – hai bisogno di chiudere gli occhi
per pronunciare questa parola!
– Ma via, che cos’è la felicità se non si ha la giovinezza?
– Eh diamine, si direbbe ch’io abbia quarant’anni! – esclamò Margaret.
– E va bene, purché io ne abbia sessanta!
La giovane intuì che dietro quella battuta scherzosa si celava qualcosa di molto grave.
– Paul, – gli disse, – il guaio è che tu non stai bene, semplicemente questo.
Egli fece un cenno di assenso e con quell’assenso parve a lei che una mano invisibile
le strappasse la vita dal cuore.
– È questo che dicevi a tua madre?
Egli assenti di nuovo.
– E che non volevi dire a me?
Paul avvampò.
– Naturalmente, – rispose.
Margaret gli lasciò le mani e, stremata, si abbandonò su una panchina del parco. Poi,
levandosi d’un tratto: – Va’, va’ a fare la tua cavalcata, soggiunse. – Ma prima, baciami
una volta.
E Paul la baciò, poi montò in sella. Rientrando in casa, ella s’incontrò con Padre
Herbert che, dalla veranda dell’ingresso, era stato a guardare il giovane allontanarsi a
cavallo, e stava ora tornando al suo studio.
– Mia cara figliola, – disse il prete, – Paul sta molto male. Dio voglia che, se tu riesci a
sopravvivere, non debba essere lui a pagarne il prezzo!
Per tutta risposta Margaret, passandogli accanto, lo fissò con uno sguardo gelido,
spettrale, angosciato, che parve una pungente risposta ai timori che attanagliavano il
cuore di lui. Raggiunta la propria camera, la giovane si sedette sul letto, sforzandosi
di pensare in modo chiaro, meditato. Le parole del vecchio sacerdote avevano destato
un’eco profonda nella sconfinata solitudine spirituale del suo essere. Doveva dunque
concludere che, nonostante l’intensità del suo amore, l’anatema era assoluto,
ineluttabile, eterno. Poteva mutare direzione, ma non essere eluso; malgrado gli
spasimi parossistici di un’angoscia umana, esso reclamava insaziabile la sua vittima.
Ogni sua energia era esaurita: che le restava da fare? Tutta la sua splendida
ostentazione di coraggio e di spavalderia veniva meno di colpo, ed essa era seduta lì,
sola sola, in una prostrazione che la faceva rabbrividire. Stupida illusa ch’era stata a
voler nascondere la sua pena per un giorno, per un’ora, all’uomo che l’amava! Quanto
più greve era il fardello, tanto più avrebbe dovuto confidare in lui! Ciò che nessuno
dei due riusciva a sopportare da solo, certamente avrebbero potuto sopportarlo
insieme. Ma lei, cieca, insensibile, crudele, gli aveva a poco a poco succhiato dalle
vene la linfa vitale: mentre lei sbocciava e fioriva, lui intristiva e si sfibrava. Mentre
lei viveva per lui, lui moriva di lei. Esecranda, infernale commedia! Da che cosa
sperare aiuto, ora? Pensò al suicidio, alla fuga; l’uno valeva più o meno l’altra. Se,
improvvisamente annientandosi, avesse potuto liberare, dispensare Paul, non le ci
sarebbe voluto che un istante per immergersi un coltello nel cuore. Ma chi avrebbe
potuto escludere che, indebolito e stremato di forze com’era, il trauma della morte di
lei non avrebbe provocato la fine anche per Paul? Peggio d’ogni altra cosa era il
sospetto ch’egli avesse cominciato a non amarla più e che una sia pur vaga percezione
dell’influsso nefasto che da lei emanava si fosse ormai impadronita di lui. Era freddo,
era distante. Altrimenti, perché – quando aveva incominciato a sentirsi veramente
male – non s’era confidato prima di tutto con lei? Provava per lei repulsione, odio.
Nondimeno, con tutta l’avidità della disperazione, Margaret si aggrappava ancora
all’idea che non era troppo tardi per metterlo sull’avviso, per rivelargi tutti gli orrori
del proprio segreto. Allora, qualunque cosa fosse avvenuta, morte o liberazione,
almeno sarebbero stati insieme ad affrontarla.
Ora, sottratta all’incantesimo del suo immaginario trionfo, si sentiva sopraffatta ed
esausta. Tutto il suo essere si struggeva dal desiderio di sonno e di oblio. Chiuse gli
occhi e piombò in un riposante sopore. Quando tornò in sé, la camera era buia. Si
alzò, andò alla finestra, vide le stelle. Accesa una candela, si accorse che la sua
pendolina segnava le nove. Aveva dormito cinque ore. Si vesti in fretta e scese
dabbasso.
Nel salotto, presso una finestra aperta, avvolta in uno scialle, era seduta la signora De
Grey.
– Beata te, cara, – esclamò, – che riesci a dormire sodo, mentre noi si è tutti in questo
stato.
– In che stato, signora?
– Paul non è rientrato.
Margaret non rispose; era intenta ad ascoltare in lontananza lo scalpitio di un cavallo.
Corse fuori dalla stanza, verso la porta d’ingresso, e attraverso il cortile raggiunse il
cancello. Alla luce oscura delle stelle vide avanzare un’ombra e udì un rapido risuonar
di zoccoli. La poverina per un attimo trattenne il fiato. Il cavallo di Paul arrivava di
corsa, senza cavaliere. Margaret, con un grido, si gettò in avanti, aggrappandosi alle
briglie, ma la bestia ebbe uno scarto improvviso ed emise un alto nitrito; poi,
rallentando solo un po’ la corsa, irruppe nel recinto attraverso un punto più basso, e
Margaret ne udì risuonare i ferri sul lastricato che portava alla scuderia, dove
l’accolsero le grida e le esclamazioni dello stalliere.
Fuori di sé, Margaret si lanciò a precipizio nel buio, lungo la strada, chiamando Paul
per nome. Non aveva percorso un quarto di miglio che udì una voce in risposta.
Ripetè il grido e riconobbe gli accenti dell’amato.
Se ne stava ritto, appoggiato a un albero e appariva illeso: ma il viso riluceva
nell’oscurità, come una maschera di rimprovero, bianco, in un fosforescente sudore di
morte. Si era sentito a un tratto vacillare, colto da vertigine, e nello sforzo di
mantenersi in sella aveva spaventato il cavallo che si era furiosamente impennato,
disarcionandolo. Si appoggiò alla spalla di Margaret cercando sostegno, e le parlò con
voce rotta.
– Andavo come un pazzo, – le disse. – Mi sentivo già male al momento d’uscire, ma
senza l’ombra di un motivo. Ero deciso a farmi passare il malessere col moto all’aria
aperta -. E si fermò ansimando.
– E ora ti senti meglio, amore mio? – gli sussurrò Margaret.
– No, peggio. Sto morendo.
Margaret strinse il suo diletto fra le braccia, mentre dalla bocca le usciva un gemito
prolungato e lacerante che echeggiò nella notte.
– Non ti appartengo più, cara anima infelice… Per chissà quali fatali, inesorabili
vincoli appartengo ormai all’oscurità, alla morte, al nulla, che mi stanno soffocando…
Mi senti?
– Ah, insensata e sciocca che sono stata, ti ho ucciso io!
– Credo di sì… Strano, però. Cos’è, Margaret? Tu eserciti un incantesimo funesto e
fatale… – La sua voce era poco più d’un sussurro, come se stesse per venirgli meno:
Margaret ne percepiva l’alito freddo sul viso, il braccio di Paul le cingeva il collo.
– Su, avanti, – gridò. – Continua! Dì qualcosa che possa uccidermi!
– Addio, addio! – disse Paul, accasciandosi senza vita.
L’urlo di Margaret era stato il segnale che aveva guidato gli atterriti abitanti della casa
al punto dove essa si trovava. La rinvennero seduta sul ciglio della strada, i piedi
ciondolanti in un fosso, le braccia strette intorno al corpo esanime del suo diletto che
copriva di baci, gemendo disperata. La sua mente, non meno che il corpo di lui, erano
stati abbandonati dai sensi; e per l’una come per l’altro non v’era speranza di ricupero.
Trascorsero, non occorre dirlo, molti e molti mesi prima che la signora De Grey si
sentisse in grado di alludere esplicitamente all’immane sciagura che aveva travolto la
sua casa; quando lo fece, Padre Herbert si stupì di constatare ch’ella si rifiutava
ancora d’accettare l’idea di un potere soprannaturale sulla vita di suo figlio e si cullava
nella tranquilla certezza che fosse morto per una caduta da cavallo.
– E se invece fosse morta Margaret? L’avesse voluto il cielo! -disse il prete.
– Oh, ammettiamolo pure! – rispose la signora De Grey. – Ma lei se lo augurerebbe per
amore della sua teoria?
– Supponiamo che Margaret avesse avuto un amore, un amore appassionato, un uomo
che le avesse offerto il suo cuore prima che Paul l’incontrasse, e che poi fosse venuto
Paul a portarle amore e morte…
– E con questo?
– Quale dei tre, secondo lei, avrebbe avuto maggior motivo di sofferenza?
– Sono sempre quelli che sopravvivono alle sciagure a meritare pietà, concluse la
signora De Grey.
– Sì, signora, quelli che sopravvivono… anche dopo cinquant’anni.