Il prigioniero del Tempio Seconda Parte

LOGOFREDDY

La rete di spionaggio inglese riferisce il fatto, definendolo «un sequestro per ordine di Robespierre». Secondo questa versione, il delfino sarebbe stato condotto a Meudon per essere tenuto di riserva come ostaggio, oppure in vista di qualche misterioso baratto. Il ragazzo che rientra al Tempio dunque, non sarebbe più il piccolo Luigi Capeto, ma un sostituto. Secondo uno dei ‘delfinologi’ più famosi, G. Lenotre, invece, le cose si sarebbero svolte in modo diverso. A Meudon, infatti, Robespierre si sarebbe accorto che qualcuno l’aveva battuto sul tempo, perché il piccolo prigioniero non era il delfino. Così, con spietata determinazione, l’Incorruttibile avrebbe ordinato l’eliminazione fisica del ‘ragazzo di troppo’, rimandando al Tempio il falso delfino.
Dopo pochi mesi, il 28 luglio, Robespierre viene ghigliottinato. E nella stessa infornata sale sul patibolo anche il calzolaio Simon. Come giacobino, o come depositano di un segreto che qualcuno vuole seppellire per sempre?
Il nuovo capo della piazzaforte di Parigi, Paul Francois-Nicolas-Jean Barras, che ben presto diventerà l”uomo forte’ della reazione termidoriana, con significativa mossa si precipita al Tempio il giorno stesso dell’esecuzione di Robespierre.

 

 

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Jacques-René Hébert, uno dei politici piò influenti nei primi anni della rivoluzione . Sostenitore dei gruppi di ‘estrema sinistra’ (accusava Robespierre di ‘moderatismo’), si accanì particolarmente Contro il delfino allontanandolo dalla madre per affidano all’‘educazione’ del calzolaio Simon e di sua moglie. Tenterà poi di minare l’equilibrio psichico del bambino fornendogli alcool e libri osceni e minacciandolo ( in continuazione di morte, fino ad obbligarlo a rivolgere contro la madre un ‘accusa orrenda e Chaumette, l”anima nera’ di Hébert.

 
Lo spettacolo che gli si offre è desolante. In un fetido stambugio, in mezzo a sporcizie d’ogni genere, giace un ragazzo seminebetito, quasi incapace di reggersi in piedi, che parla poco e penosamente. La faccia è gonfia e pallida, le ginocchia e le caviglie sono ingrossate e dolenti.
Ma è davvero il delfino? Barras non ha mai visto prima il piccolo Capeto. Tra i testimoni della scena, il solo che potrebbe dire di chi si tratti è il dottor Lorinet, unico fra i commissari che sei mesi prima avevano ricevuto in consegna il delfino. Ma Lorinet tace. E continua a tacere anche quando, l’indomani, viene arrestato e condotto in carcere, dove rimarrà sino alla fine dell’anno. Nè si azzarderà ad aprire bocca più tardi, probabilmente perché reso prudente dalla sorte di tutti coloro che si erano occupati troppo da vicino del giovane prigioniero.

 

Luigi XVII al Tempio con il calzolaio Simon, un popolano rozzo che però, contrariamente alle voci messe in giro dai monarchici, non tratterà male il bambino; riuscirà anzi, col tempo, a stabilire con lui un rapporto amichevole.

Luigi XVII al Tempio con il calzolaio Simon, un popolano rozzo che però, contrariamente alle voci messe in giro dai monarchici, non tratterà male il bambino; riuscirà anzi, col tempo, a stabilire con lui un rapporto amichevole.

 

Barras dà ordini di pulire la stanza, di chiamare un medico, di far prendere aria al ragazzo e permettergli di passeggiare con la sorella nei giardini della torre. Quest’ultima concessione sembra dimostrare — se non altro — che il futuro capo del Direttorio è convinto di trovarsi davvero di fronte al figlio di Luigi XVI.
Il 29 luglio Barras nomina un nuovo custode:
Laurent, un martinicano di sua piena fiducia, che si installa al Tempio con tre assistenti.
Il riassetto dell’appartamento del delfino dura più di un mese. Non si ha invece la certezza che il ragazzo sia stato visitato da un medico, come Barras aveva ordinato; e sicuramente non gli è stato permesso di incontrare la sorella.

 

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L’esecuzione di Maria Antonietta, ghigliottinata il 16 ottobre 1793.

 

In questo periodo, Laurent sembra preoccuparsi soprattutto di far ridurre gli uomini della guarnigione e di tener lontano tutti quelli che in passato avevano avuto contatti con la famiglia reale.
Questi maneggi destano sospetti, tanto che alla fine di ottobre alcuni membri della Convenzione sono inviati in piena notte al Tempio per assicurarsi, con una ispezione a sorpresa, della presenza del delfino. La constatano, senza però riuscire a cavare una sola parola al ragazzo. Da quella notte, Laurent viene affiancato da due commissari che si danno il cambio a giorni alterni; e l’8 novembre la Convenzione gli aggrega anche un nuovo assistente, Gomin, con chiare funzioni di spia.
L’ostinato mutismo del ragazzo continua anche con Gomin e le sue condizioni di salute appaiono peggiorate. Le membra, gracili e lunghe, risultano sempre più sproporzionate rispetto al busto; le ginocchia e i polsi restano tumefatti, la testa e il collo appaiono ormai ricoperti dalla scabbia e rosi da ulcerazioni.
La spiegazione ufficiale del mutismo è che il delfino si trova in uno stato semicatatonico perché opprésso dal rimorso per il tradimento della madre nel corso del famigerato confronto dell’anno precedente. Diversa è invece la spiegazione che emergerebbe da alcune lettere di Laurent, che segretamente lavora per la rete monarchica.

 

Verbale di una deposizione resa da Luigi XVII davanti alla Comune di Parigi.

Verbale di una deposizione resa da Luigi XVII davanti alla Comune di Parigi.

 

Le missive, indirizzate a un non meglio precisato ‘generale’, sono tre, e sono datate 7 novembre 1794, 5 febbraio e 3 marzo 1795. Nella prima — scritta alla vigilia dell’arrivo di Gomin — Laurent informa che «il piccolo muto» ha sostituito il delfino. Nella seconda, dice che si spera di far uscire presto «il muto» (che adesso è anche «sordo») per fare posto al «malato». Nella terza, infine, si dà conferma che «il muto» ha lasciato il Tempio e si promettono dettagli a voce circa le «efficaci misure» che sono state prese per «la sicurezza del delfino». Secondo queste lettere, insomma, durante il periodo della custodia Laurent, il delfino sarebbe sempre rimasto al Tempio, ma nascosto (probabilmente nel solaio del torrione) in attesa di un’occasione favorevole per la fuga. Al suo posto i realisti avrebbero sistemato in rapida successione due ragazzi (prima ‘il sordo muto’ e poi ‘il malato’). Questa ricostruzione quadra — come vedremo fra poco — con alcuni sviluppi della situazione al Tempio. Peccato che delle tre lettere — esibite come prova molti anni più tardi dagli eredi del più famoso ‘delfino redivivo’, Karl Wilhelm Naundorff — nessuno sia mai riuscito a vedere altro che delle copie.
Ma torniamo ai fatti accertati, che si svolgono al Tempio sul finire del 1794.
Il 19 dicembre, la Convenzione dispone una nuova ispezione del detenuto. Il ragazzo, chiaramente rachitico e affetto da una disfunzione ghiandolare, non è semplicemente taciturno, ma pare davvero muto, sordo e forse mentalmente ritardato.
La sera stessa i convenzionali visitano anche Madame Royale, cui promettono che potrà presto riabbracciare il fratello. Sopraggiunge però un veto dall’alto, e il piccolo prigioniero non viene neanche più accompagnato a prender aria nel cammino di ronda, dove potrebbe essere intravisto dalla sorella.

 

Il Tempio nel 1793: comprendeva un edificio centrale circondato da quattro torri, collegato a una costruzione più bassa munita di altre due torrette.

Il Tempio nel 1793:
comprendeva un edificio centrale circondato da quattro torri, collegato a una costruzione più bassa munita di altre due torrette.

 

Un’accusa orrenda
Deposizione del delfino Carlo Luigi a proposito delle dissolutezze della madre, Maria Antonietta. li bambino, forse sotto l’effetto di una droga, firmò la ‘confessione’ il 7 ottobre 1793. Nove giorni dopo la regina saliva sulla ghigliottina.
«Carlo Capeto dichiara: che essendo stato sorpreso nel suo letto dai coniugi Simon mentre compiva atti indecenti e nocivi alla sua salute, ha confessato di essere stato iniziato a queste pratiche perniciose dalla madre e dalla zia; che le due donne si erano divertite a vederlo ripetere questi atti in loro presenza; e che spesso ciò era avvenuto mentre il ragazzo si trovava a letto con loro.
Nota a margine
Dal modo in cui il ragazzo si è espresso sembra potersi dedurre che una volta la madre si avvicinò a lui e seguì una copulazione; che la madre gli ha raccomandato di non farne parola con nessuno; e che questi atti si sono ripetuti molte volte in seguito».

 

L’arresto di Robespierre nella notte fra il 27 e il 28 luglio 1794. Dopo aver sparso tanto sangue, l’Incorruttibile finisce a sua volta sulla ghigliottina.

L’arresto di Robespierre nella notte fra il 27 e il 28 luglio 1794. Dopo aver sparso tanto sangue, l’Incorruttibile finisce a sua volta sulla ghigliottina.


Scambio di persona?
Lettera del custode Laurent a un anonimo corrispondente della rete monarchica:
«Signor generale, domani entrerà in servizio un nuovo custode di nome Commier (Gomin [N.d.a.]). B… (Barras? [N.d.a.]) dice che è persona a modo, ma io non mi fido.
Mi diventerà difficile far arrivare il cibo al nostro P… (principe [N.d.a.J]), ma io provvederò ugualmente. Gli assassini non sospettano che il piccolo muto ha sostituito il D… (delfino [N.d.a.]). Ora si tratta di portarlo fuori da questa torre maledetta. Se dovesse rimanere a lungo nel nascondiglio sarei preoccupato, perché manca l’aria.
Sua sorella non sa nulla. Sono costretto a parlarle del piccolo muto come se fosse davvero suo fratello.
Mi mandi presto il suo fedele messaggero, perché ho bisogno del suo aiuto. Segua il consiglio che gli darò, perché è l’unica via per arrivare alla vittoria.
Torre del Tempio, 7 novembre 1794.

 

Luigi XVII e il suo carceriere Simon, finito sul patibolo subito dopo Robespierre. Perché? Forse sapeva troppe cose che qualcuno aveva interesse a nascondere.

Luigi XVII e il suo carceriere Simon, finito sul patibolo subito dopo Robespierre. Perché? Forse sapeva troppe cose che qualcuno aveva interesse a nascondere.

 

L’atto di morte del delfino
Il documento che certifica la morte di Luigi XVII. Sull’attendibilità dei testi sono stati avanzati seri dubbi.
«Certificato di morte di Luigi Carlo Capeto il 20 pratile dell’anno III della Repubblica (data repubblicana corrispondente al 10 giugno 1795 [N.d.a.]) alle ore 3 del pomeriggio, professione…, età dieci anni e due mesi, nato a Versailles (dipartimento Senna e Olse) abitante a Parigi, nella torre del Tempio, sezione del Tempio, figlio di Luigi Capeto, ultimo re di Francia e di Maria Antonietta Giuseppina Giovanna d’Austria.
In base alla dichiarazione fatta in Municipio da Stefano Lasne, di anni trentanove, di professione custode del Tempio, il quale dichiara di essere stato il vicino del defunto; e da Remigio Bigot, di anni cinquantasette, di professione impiegato il quale dichiara di esserne stato l’amico. Visto da Dussert commissario di polizia della suddetta sezione, il 22 corrente (data repubblicana corrispondente al 12 giugno 1795 [N.d.a.])».

 

Barras: dopo la caduta di Robespierre governerà di fatto la Francia per quattro anni. Il ‘re del Tempio’ muore mentre lui è al potere.

Barras: dopo la caduta di Robespierre governerà di fatto la Francia per quattro anni. Il ‘re del Tempio’ muore mentre lui è al
potere.

 

 

Gli ultimi mesi

Il 31 marzo 1795, anche Laurent esce di scena, con la stessa fretta che aveva caratterizzato la partenza di Simon. Il martinicano dice di voler tornare al più presto alle Antille, ma poi continua a gironzolare per Parigi, sinché la polizia non lo arresta; liberato solo dopo parecchi mesi, abbandona in tutta fretta la Francia, dove non rimetterà mai più piede.
I primi d’aprile, la custodia del delfino è affidata al cittadino Lasne. Il ragazzo è ancora in cattive condizioni, ma adesso parla di nuovo, seppure con difficoltà. All’inizio di maggio, il suo stato si aggrava, ed è chiamato a visitarlo il dottor Desault, che si trova dinnanzi — così si esprime — «un idiota morente, vittima della miseria più abietta».

 

Il futuro Luigi XVIII

Il futuro Luigi XVIII

 

Ma il ragazzo non muore. Muore invece prima della fine del mese, in circostanze misteriose, il dottor Desault, che sarà seguito nella tomba dopo pochi giorni da due suoi assistenti. Desault aveva pubblicamente affermato di non essere disposto a coprire nessuna ‘manovra criminale’. A quali manovre alludeva? Aveva forse capito che non si trattava del delfino? O aveva sospettato un avvelenamento?
Due giorni dopo la morte del medico, il 31 maggio, il commissario municipale Bellanger si reca a visitare il delfino. Il funzionario dichiarerà più tardi, sotto giuramento, di aver incontrato un bel ragazzo biondo, né idiota né morente, che ascolta con attenzione e risponde con proprietà di linguaggio. È forse il vero delfino, ‘recuperato’ dalla soffitta?
Il vecchio scenario, però, riprende presto il sopravvento. Il 5 giugno, un sostituto di Desault, il dottor Pelletan, viene chiamato d’urgenza e visita lo stesso ragazzo, rachitico e semi- deficiente, che aveva già visto un paio di settimane prima. Il prigioniero non sembra gravissimo, ma viene ugualmente trasferito in una stanza più comoda nel torrione più basso, proprio sotto il cammino di ronda. Qui, il giorno 7 giugno, lo stato di salute del ragazzo si aggrava, con coliche e vomito. La morte sopraggiunge l’indomani, con sintomi da cui un medico di oggi desumerebbe probabilmente un avvelenamento da digitalina.

 

La versione delle autorità
Comunicazione del deputato Sevestre alla Convenzione (9 giugno 1795):
«Cittadini, da qualche tempo il figlio di Capeto soffriva di tumori al ginocchio sinistro e al polso destro. Il 15 floreale (data repubblicana corrispondente al 4 maggio 1795 [N.d.a.]) i dolori aumentarono, perse l’appetito e gli venne la febbre. Fu mandato a visitarlo il celebre medico Desault. La sua valentìa e onestà ci garantivano che non sarebbero mancate al ragazzo le cure che gli dobbiamo.
La malattia andò però aggravandosi. Il 10 di questo mese (29 maggio 1795 [N.d.a.]) Desault morì e il Comitato di Salute Pubblica lo sostituì col cittadino Pelletan, anche lui famoso medico. Il bollettino di ieri indicava sintomi preoccupanti. Alle due e un quarto del pomeriggio abbiamo ricevuto notizia della morte del figlio di Capeto.
Il Comitato di Salute Pubblica mi ha incaricato di comunicarvi quanto sopra. Tutte le misure opportune sono state prese».

 

 

La bara di Luigi XVIJ. Destinata ad essere tumulata in una fossa comune nel cimitero di Santa Margherita, finirà invece in una tomba particolare. La stessa notte sarò sostituita con un feretro con il simbolo della casa reale che sarà poi sistemato in un ‘altra parte del cimitero.

La bara di Luigi XVIJ. Destinata ad essere tumulata in una fossa comune nel cimitero di Santa Margherita, finirà invece in una tomba particolare. La stessa notte sarò sostituita con un feretro con il simbolo della casa reale che sarà poi sistemato in un altra parte del cimitero.

 

Chi morì nella torre del Tempio?
Il 9 giugno, Pelletan procede all’autopsia insieme con altri tre dottori, due dei quali non hanno mai visto il prigioniero. Il referto attribuisce al morto l’età di dieci anni (corrispondente a quella del delfino) ma non si sbilancia circa l’identità, anzi usa una singolare formula: «Abbiamo trovato su un letto un ragazzo morto, che i commissari ci hanno detto essere il defunto Luigi Capeto, e che due di noi hanno riconosciuto come il ragazzo curato giorni prima». Non si potrebbe essere più cauti.

 

Nel 1846 viene ordinata l’esumazione del cadavere ma i resti trovati nella bara sono quelli di un ragazzo di almeno quindici anni con il cranio segato in modo diverso da quello descritto per l’autopsia del delfino. Che fine ha fatto allora Luigi XVII?

Nel 1846 viene ordinata l’esumazione del cadavere ma i resti trovati nella bara sono quelli di un ragazzo di almeno quindici anni con il cranio segato in modo diverso da quello descritto per l’autopsia del delfino. Che fine ha fatto allora Luigi XVII?

 

Pelletan seziona la calotta cranica, preleva una ciocca di capelli e diagnostica una tubercolosi all’ultimo stadio (malattia di cui non si era mai parlato prima). Il cadavere, con il viso bendato, viene sottoposto al riconoscimento dei commissari alla luce fioca di una lanterna. Il giorno dopo viene compilato l’atto di morte. Tra i testimoni figura anche un certo Bigot (si ricordi il misterioso commissario BigaudBigot, sospetto agente realista, al tempo della segregazione), che viene definito ‘amico’ del defunto.
Il cadavere viene infine sistemato in una bara di legno per essere seppellito in una fossa comune nel cimitero di Santa Margherita. Sarà invece tumulato in una tomba particolare, a poca distanza dalla fossa. La stessa notte però la bara viene sostituita con un feretro di piombo recante un fiordaliso (simbolo della casa reale), prima di una seconda inumazione in altra parte del cimitero, vicino al muro della chiesa.
Chi è il morto del Tempio? Oltre ai medici, anche le autorità repubblicane non sembrano troppo sicure della sua identità, visto che basta la fuga verso Digione del vecchio amico di Simon, il carrettiere Ojardias, insieme con un ragazzo, per provocare una caccia all’uomo su scala nazionale. Il ragazzo risulterà poi non essere il delfino. Ojardias finirà comunque assassinato, poco tempo dopo, in circostanze tutt’altro che chiare.

 

L’americano Eleazar Williams: anche lui figura nella lunga lista di coloro che hanno tentato di spacciarsi per Luigi XVII.

L’americano Eleazar Williams: anche lui figura nella lunga lista di coloro che hanno tentato di spacciarsi per Luigi XVII.

 

La morte del ‘re del Tempio’ non convince neanche i monarchici. Il 30 giugno e il 16 luglio, infatti, due proclami diffusi dalla rete legittimista continuano a fare riferimento a ‘Luigi XVII’. Solo una settimana più tardi, il 23 luglio — a quasi un mese e mezzo dalla morte —‘ compare per la prima volta, come sovrano, Luigi XVIII, già conte di Provenza.
Che cosa è successo nel giro di quei pochi giorni? Secondo uno dei ‘delfinologi’ più seri, Andrà Castelot, i monarchici si sarebbero convinti che il morto del Tempio era davvero Luigi Capeto, ucciso per ordine di Barras. Questo ‘delitto di stato’ sarebbe stato reso necessario dalle pressioni delle grandi potenze europee che, prima di concedere un armistizio allo stremato esercito rivoluzionario, chiedevano, come pegno di buona fede, la liberazione dei figli di Luigi XVI. Non ancora abbastanza forte da permettersi un gesto così spregiudicato, Barras avrebbe scelto la strada dell’eliminazione fisica dell’ormai ingombrante delfino. Ciò spiegherebbe anche la contraddizione fra la tubercolosi diagnosticata dai medici che eseguirono l’autopsia e i sintomi sospetti dell’agonia. Benché il piccolo Luigi XVII si trovasse davvero sull’orlo della tomba, la fretta di concludere la pace avrebbe spinto ugualmente Barras a un atto di violenza. Esecutore materiale dell’avvelenamento sarebbe stato l’aiuto carceriere Gomm, che più tardi apparirà in preda a terribili ‘rimorsi’, non meglio specificati.

 

Madame Royale, divenuta duchessa d’Angouléme.

Madame Royale, divenuta duchessa d’Angouléme.

La tesi di Castelot troverebbe infine indiretta conferma nella liberazione di Madame Royale, effettivamente avvenuta qualche mese più tardi senza alcuno di quei ‘ritorni di fiamma’ rivoluzionari che il rilascio del ‘re del Tempio’ avrebbe sicuramente provocato.
C’è però ancora un risvolto. Nel 1846, il feretro sarà dissepolto, ma ci si troverà dinnanzi allo scheletro di un ragazzo di almeno quindici anni, con il teschio segato in modo diverso da quello descritto nel referto dell’autopsia e con i capelli privi di un raro decentramento midollare, rilevato invece su parecchi campioni sicuramente attribuibili al delfino.
Il morto del cimitero, insomma, non è Luigi XVII. Oppure, fra tanti andirivieni di bare e tumuli, si è verificata anche una sostituzione di cadavere?

 

 

Mathurin Bruneau, uno dei presunti ‘delfini’

Mathurin Bruneau, uno dei presunti ‘delfini’

 

 

I pretendenti
Il primo ‘ritorno’ del delfino avviene nel 1798, quando fa la sua apparizione a Meaux un ragazzo biondo, dai lineamenti delicati, che dice di chiamarsi Carlo Luigi. Si tratta in realtà di Jean-Marie Hervagault, di diciassette anni (quattro più del delfino), figlio di un sarto di Saint-Lò. La madre, Nicole Bigot, ci riporta però a un cognome che continua a far capolino nell”affare’. Il giovane Hervagault già da alcuni anni va spacciandosi per il nobile rampollo di varie famiglie aristocratiche. Arrestato per vagabondaggio e condannato a due anni di reclusione, il ragazzo torna in libertà nel 1801 e subito riprende i suoi maneggi. In effetti mostra assai meno della sua età, ma la somiglianza con il re scomparso è appena superficiale. Afferma di essere evaso il 4giugno 1795, poco prima della sua ‘falsa morte’, quando il suo posto sarebbe stato preso dal vero figlio del sarto Hervagault, malato e mezzo idiota: ma i suoi resoconti sulla vita al Tempio appaiono frutto di pura fantasia. Perseguitato dal regime bonapartista, che non vede di buon occhio alcun pretendente, Hervagault viene più volte incarcerato, e alla fine è internato in un manicomio, dove resterà fino alla morte, sopravvenuta nel 1812.

 

 L’atto di morte di Naundorff sottoscritto anche dal figlio, che si firma «Charles Edouard de Bourbon».

L’atto di morte di Naundorff sottoscritto anche dal figlio, che si firma «Charles Edouard de Bourbon».

 
Un altro ‘Luigi XVII’, Mathurin Bruneau, compare verso la fine del 1815. Napoleone è appena uscito di scena, e Bruneau si rivolge direttamente a Luigi XVIII con una lettera firmata «Delfino-Borbone», con cui gli chiede senza mezzi termini di restituirgli il trono. Finito in casa di correzione, Bruneau non recede dalle sue pretese e, con l’aiuto di un compagno di cella, scrive addirittura le sue memorie, che però risultano chiaramente desunte da un romanzo avventuroso apparso alcuni anni addietro con il titolo Il cimitero della Madeleine. Anche Bruneau afferma di essere evaso i primi di giugno del 1795, con l’aiuto — dice — del dottor Desault (disgraziatamente deceduto alcuni giorni prima!); e prosegue raccontando di essere fuggito in America da dove sarebbe tornato in Francia solo nel 1803. Negli Stati Uniti Bruneau c’era stato davvero, ma solo nel 1806, dopo aver disertato dalla fregata Cybòle sulla quale era imbarcato come artigliere di marina. Il pretendente vanterà più tardi alcuni segni caratteristici (come il morso del coniglio e una macchia ovale sulla coscia che, secondo lui, non è altro che il famoso ‘simbolo dello Spirito Santo’): peccato che nessuno di essi fosse stato constatato nel corso dell’accurato esame corporale cui era stato sottoposto subito dopo la sua apparizione sulla scena pubblica. Inoltre Bruneau è quasi analfabeta, parla un francese dialettale ed è afflitto da un difetto congenito di pronunzia. Finito dinnanzi al tribunale penale di Rouen, risponde ai giudici in modo stravagante e finisce condannato a sette anni di prigione, ma morirà prima di scontare interamente la pena. Nella folla dei pletendenti (fra cui figura persino un americano, figlio di una indiana irochese), solo due spiccano per i dubbi che in qualche modo sono riusciti a suscitare.
Il primo, Claude Perrin, alias Hébert, alias Ethelberg, detto barone di Richemont, non è certamente il delfino. Con gli occhi castani (anziché azzurri) e senza nemmeno uno dei segni caratteristici attribuiti al piccolo Capeto, il ‘barone di Richemont’ appare tuttavia stranamente addentro alle segrete cose dell”affare’. Figlio di un macellaio di Lagnieu, Perrin comincia a spacciarsi per il delfino nel 1818, dopo una turbolenta ‘carriera’ che lo ha portato a collezionare una mezza dozzina di falsi stati civili. La lista continuerà ad allungarsi col tempo. ‘Riconosciuto’ dalla vedova Simon, ma condannato a sette anni di carcere per impostura, l’avventuriero si rifugia in Svizzera nel 1825; fa poi ritorno in Francia sotto falso nome (dapprima ‘Hébert’, poi ‘colonnello Gustave’) quindi, con la rivoluzione del 1830, entra in politica come ‘barone di Richemont’, contestando all”usurpatore’ Filippo d’Orléans il trono di Francia.
Arrestato nel 1833 e condannato a dodici anni, Perrin-Richemont riesce a evadere nel 1835 e dal suo rifugio in Inghilterra scrive un singolare libro di ricordi, dal titolo Memorie di un contemporaneo, in cui fonde abilmente la sua storia personale e quella, pubblica, del delfino, con singolari effetti di verosimiglianza.

 

Naundorff sul letto di morte: era convinto di essere stato avvelenato.

Naundorff sul letto di morte: era convinto di essere stato avvelenato.

Anche se zeppa di affermazioni impossibili da verificare, la versione di Richemont ha il pregio di rasentare la credibilità, grazie all’uso accorto di un certo numero di fatti concreti, spesso di dominio pubblico, ma qualche volta anche di carattere riservato. Richemont afferma di essere evaso nel gennaio del 1794, in occasione dello sgombero di Simon, nascosto nel famoso cavallo di cartapesta. Fa combaciare tutte le sue peripezie con i brandelli di notizie provenienti dalle reti realiste e racconta di essere stato ‘riconosciuto’ nel 1815 da suo cugino il duca di Berry, figlio del conte d’Artois (assassinato nel 1820). Ricevuto anche dalla ‘sorella’, Madame Royale, divenuta nel frattempo duchessa di Angoulème, Richemont astutamente giustifica il suo rifiuto di accettarlo per quello che dice di essere con il ricordo della terribile deposizione contro la madre: «Siete stato la causa di molte sventure» avrebbe detto la dama. «Mai le mie braccia si apriranno per accogliere un nemico della nostra famiglia».
Il racconto di Richemont non è un semplice collage difatti noti, arricchito da qualche bugia. È una storia bene articolata e dotata di una certa coerenza, che presuppone buone fonti e lascia intravvedere contatti diretti con l’ambiente di casa reale, se non addirittura un coinvolgimento di qualche tipo nelle vicende del delfino.
Richemont morirà nel 1853, dopo aver visto fallire tutte le sue rivendicazioni, ma lasciandosi dietro molte perplessità e una serie non indifferente di interrogativi senza risposta.

 

Ho visto morire il delfino
Testimonianza di Gomin, aiuto custode al Tempio, resa nel corso del processo contro Naundorff (1833):
«Entrai al Tempio il 9 Termidoro dell’anno Il (data repubblicana corrispondente al 27 luglio 1794; in realtà Gomin prese servizio al Tempio quattro mesi dopo, l’8 novembre [N.d.a.]) come custode del principe Carlo Luigi. Quando entrai in carica, la sua salute era miserevole e il suo abbattimento faceva presa gire una fine imminente. Usai tutti i mezzi a mia disposizione, ma le mie premure furono vane. Durante la sua malattia, il principe — che di giorno non abbandonavo neppure un momento — parlava senza sforzo. Le sue ultime parole furono un’ora prima di morire. Sono certo che il fanciullo che morì sotto i miei occhi al Tempio era Il duca dì Normandia, perché lo avevo visto anche prima della sua prigionia, quando ero comandante di un battaglione della Guardia Nazionale di Parigi, nel Giardino del Principe alle Tuileries. Era lo stesso fanciullo che venne affidato alla mia sorveglianza e che morì nel giugno 1795 nella torre del Tempio».

 

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Il re di Delft
Ultimo, ma più importante di tutti, è il secondo candidato ‘possibile’ al ruolo di delfino redivivo: Karl Wilhelm Naundorff.
Il pretendente scende ufficialmente in campo solo nel 1833, ma rivendica contatti con la ‘sorella’, duchessa d’Angoulème, e con il ‘cugino’ Berry sin dal 1816. È titolare di un passaporto rilasciato dalle autorità prussiane di Spandau e fa l’orologiaio a Crossen. Di lui si sa solo che è comparso dal nulla a Francoforte nel 1809, che si è sposato nel 1818, e che nel 1824 è stato condannato a tre anni per falsificazione di talleri; la sentenza fa riferimento esplicito anche alle sue bizzarre pretese di «appartenere all’augusta famiglia dei Borboni».
Nel 1833 Naundorff arriva a Parigi. Tenta inutilmente di mettersi in contatto con la duchessa di Angoulème (che lo tratterà sempre come un impostore), testimonia nel processo contro Richemont per ‘smascherarne l’inganno’, è vittima di uno strano attentato e finisce col citare la famiglia dei Borboni dinnanzi al tribunale della Senna per costringerla ad accoglierlo nel suo seno. Arrestato ed espulso dal paese, Naundorff si rifugia in Inghilterra, dove impugna il provvedimento (mettendo in serio imbarazzo la magistratura francese), si dedica a studi pirotecnici e frequenta strani ambienti mistici. Subisce poi un secondo attentato (che suscita perplessità) e nel 1841 finisce nuovamente in carcere, questa volta per debiti.
Nel 1845 la casa reale olandese mostra simpatia per la sua causa, gli offre asilo e gli garantisce una piccola pensione. Naundorff si trasferisce a Detft, e qui muore il 10 agosto di quello stesso anno, convinto di essere stato avvelenato (ma l’autopsia non conferma il sospetto).
L’anagrafe di Delft constata il decesso, non di Karl Wilhelm Naundorff, ma di (<Carlo Luigi di Borbone, duca di Normandia, Luigi XVII»:
iscrizione che figura ancora sulla sua pietra tombale nel cimitero della città.
Forti di questo riconoscimento, gli eredi di Naundorff tenteranno per tre volte (nel 1851, 1874 e 1954) di far valere i loro diritti dinnanzi ai tribunali francesi ma le loro istanze saranno
sempre respinte. Nel 1913 la magistratura francese sarà invece costretta a consentire ai discendenti dell’orologiaio di Crossen l’uso del cognome Borbone-Naundorff, sulla base delle sentenze olandesi.
Naundorff è certamente il più convincente dei ‘falsi delfini’, ma non sino al punto di eliminare ogni dubbio. Occhi azzurri e fisionomia borbonica, il pretendente ha anche un segno sulla coscia (che però sembra un cane sdraiato); e una ciocca dei suoi capelli, prelevata sul letto di morte, mostrerà più tardi il tipico decentramento midollare dei capelli di Luigi XVII. Mancano invece le vaccinazioni, il morso del coniglio, la voglia di fragola.

 

Un nipote di Naundorff: si faceva chiamare Luigi di Borbone.

Un nipote di Naundorff: si faceva chiamare Luigi di Borbone.

 

Il suo cadavere, riesumato nel 1950, risulterà quello di un sessantenne (coetaneo quindi del delfino), ma adesso i capelli non mostreranno più alcuna traccia di decentramento midollare! Malgrado la sua cattiva conoscenza del francese, Naundorff è riuscito a convincere della sua identità almeno una ventina di persone del vecchio entourage regale, compreso il visconte di Là Rochefoucauld, inviato da, sua ‘sorella’; sarà invece respinto, oltre che da Madame Royale, anche da un’antica compagna di giochi, madame de Falloux.
I ricordi che Naundorff ha fornito sulla sua vita sono incredibilmente precisi per la prima infanzia, mentre diventano vaghi e contraddittori quando si giunge alla prigionia nel Tempio. Il pretendente colloca la sua evasione verso la fine di marzo del 1795, poco prima della partenza di Laurent, ma le circostanze dell’episodio non corrispondono al periodo, tanto che i suoi stessi sostenitori saranno costretti, per carità di causa, a spostare l’evasione di oltre due mesi. Vuoto di memoria o cattiva documentazione?
Sul periodo successivo alla fuga, le cose vanno ancora peggio, con cinque o sei versioni diverse fra il 1824 e il 1846, e una serie d’avventure degne di un romanzo d’appendice: duelli, rapimenti, naufragi, battaglie, evasioni e arresti attraverso mezzo mondo. La storia di Naundorff, vistosamente intessuta di invenzioni, menzogne e contraddizioni, è inaccettabile. Come per Richemont, resta tuttavia la sensazione di avere dinnanzi un ‘resoconto dall’interno’, basato in parte su ricordi veri (raccolti come?) e in parte su una documentazione medita (consultata dove?), con un nocciolo centrale certamente degno di attenzione e sufficiente per domandarsi se Naundorff non abbia avuto rapporti (ma quali?) con il delfino.

 

Nella nebbia
Quali dunque le conclusioni? Che al Tempio sia accaduto qualcosa di strano sembra fuori dubbio. Troppe incongruenze, troppi episodi poco chiari, troppi andirivieni.
Che cosa sia successo esattamente, invece, non è dato capire, perché lo svolgimento dei fatti autorizza qualsiasi ipotesi.
Il delfino è fuggito, o si è solo tentato di farlo evadere? C’è stata sostituzione oppure no? E quando? C’è stato avvelenamento oppure no? E chi è stato avvelenato?
Un vero caos. Ma le cose si complicano ancora se, dai fatti accertati, si tenta di passare ai protagonisti dell”affare’, celati dietro le quinte. Sono stati i gruppi monarchici a tirare le fila? Oppure i burattinai sono stati i rivoluzionari? O forse si sono mossi entrambi? E con quali obiettivi?
Da quasi un secolo gli storici continuano a sbattere la testa contro le mura del Tempio, a volte utilizzando documenti e testimonianze, a volte abbandonandosi a estrapolazioni e supposizioni fin troppo ardite. Le ipotesi riferite sono solo una piccola parte delle ricostruzioni, rigorose o fantastiche, spesso assai ingegnose, ma comunque mai del tutto soddisfacenti, che sono state proposte col passare degli anni. Il punto su cui tutti si sono arenati è stato quello della sostituzione: con ben dodici momenti di possibile entrata in scena, e una tavola sinottica di riferimenti segnaletici che a volte sembra doversi applicare a ragazzi del tutto diversi. I più spericolati hanno addirittura pensato a più di una sostituzione, arrivando a un record di cinque ragazzi coinvolti uno dopo l’altro nell’‘affare’: come se il Tempio fosse stato un giardino d’infanzia, anziché una prigione custodita da oltre duecento uomini.
Quando si arriva infine ai pretendenti il quadro si fa — se possibile — ancora più confuso. Nessuno ha fornito segni fisici di identificazione davvero soddisfacenti, né è riuscito a produrre documenti inoppugnabili; ma qua e là sono emersi dati che hanno suscitato perplessità e fatto sorgere la sensazione di aver gettato forse uno sguardo su qualcosa di cruciale, senza aver però avuto modo di spingersi più in là. Alcuni ‘delfinologi’ hanno anche tentato un’impresa titanica: costruire una teoria che tenesse conto di tutti gli elementi disponibili, senza scartarne o privilegiarne alcuno. Ne sono derivate alcune ‘ipotesi totali’ paurosamente complicate, anche se innegabilmente suggestive, che però alla resa dei conti non sono risultate più definite o credibili di quelle che le avevano precedute.
Salvo il caso di scoperte clamorose e imprevedibili, insomma, la verità sembra definitivamente perduta.

 

La tomba di Luigi XVII. Di chi è il cadavere che vi è sepolto? E che fine ha fatto l’erede al trono di Francia? Per trovare una risposta a questi interrogativi bisognerebbe ricostruire i lontani avvenimenti che si sono svolti dentro le mura del Tempio. Ma le testimonianze giunte sino a noi sono contraddittorie o inattendibili.

La tomba di Luigi XVII. Di chi è il cadavere che vi è sepolto? E che fine ha fatto l’erede al trono di Francia? Per trovare una risposta a questi interrogativi bisognerebbe ricostruire i lontani avvenimenti che si sono svolti dentro le mura del Tempio. Ma le testimonianze giunte sino a noi sono contraddittorie o inattendibili.

FINE SECONDA PARTE