Il Veliero senza Equipaggio

LOGOFREDDY

Il brigantino ‘Mary Celeste’ solca le onde dell’ Atlantico a vele spiegate. Ma sulla nave non c’è nessuno. Le dieci persone che erano a bordo sono sparite nel nulla senza lasciare traccia. Che fine hanno fatto? E uno dei tanti misteri del mare, destinato a rinverdire la leggenda del famoso ‘Olandese Volante’. Un caso che appassiona e commuove suscitando interrogativi e polemiche senza fine.

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Un veliero carico di fantasmi solca le onde dell’oceano Atlantico allargo delle Azzorre. Il lieve cigolio della ruota del timone che gira ora a dritta ora a sinistra mossa dalle correnti, il fruscio delle vele spiegate a prua, lo sciabordare delle onde contro le mura- te: sono gli unici rumori che rompono il terribile silenzio che regna a bordo. Quando i marinai di un’altra nave si accosteranno per rendersi conto di ciò che è accaduto, ai loro richiami risponderà solo il grido dei gabbiani. A bordo non c’è nessuno: il comandante,
la moglie, la loro figlioletta, il primo e il secondo ufficiale, quattro marinai e un cuoco sono spariti nel nulla. Così, nel tardo autunno del 1872, comincia uno dei tanti misteri del mare: da quel giorno il nome della Mary Celeste, un brigantino di trenta metri, è andato ad aggiungersi a quello dell’Olandese Volante del capitano Van der Decken, condannato — secondo una leggenda cara ai marinai di tutto il mondo — a navigare per l’eternità al largo del Capo di Buona Speranza, senza poter mai prendere terra, e a quello di tanti altri ‘vascelli fantasma’ di cui è piena la storia della marineria. Basti dire che un’indagine condotta nel 1894 dall’Ufficio idrografico degli Stati Uniti, per il periodo 1887-1893, elenca ben 1628 natanti di vario genere rinvenuti alla deriva, senza equipaggio a bordo, con la media
stupefacente di 19 al mese. Come mai, allora, il caso della Mary Celeste ha provocato un’ ondata di commozione, supposizioni e polemiche senza prece denti? Gli elementi che hanno contribuito a ingigantire il ‘caso’ sono svariati. Innanzitutto le circostanze singolari del ritrovamento: il perfetto ordine trovato a bordo, la mancanza di qualsiasi indizio circa i motivi dell’abbandono
della nave, la sparizione di tutto l’equipaggio dalla faccia della terra. Ai fatti concreti vanno aggiunte poi ‘rivelazioni’ clamorose e fa- sulle, ‘confessioni’ di pseudo-superstiti e sedicenti testimoni, indagini di detective improvvisati sulla cui inattendibilità è inutile soffermarsi: i dieci fantasmi della Mary Celeste continuano a vagare nel loro mistero. Il 7 novembre 1872, il briganti- no Mary Celeste, che batte bandiera americana, salpa dal porto di New York per Genova, con un carico di 1700 barili di alcool. Nella tarda mattinata del 5 dicembre, nel tratto di mare tra le Azzorre e Gibilterra, la Mary Celeste viene avvistata da un’altra nave, la Dei Giatia. Il brigantino naviga zig zag,
come se al timone non ci fosse nessuno, e non risponde ai segnali. Il capitano della Dei Gratia decide allora di mettere in mare una lancia per andare a vedere cosa è accaduto: la nave è in buone condizioni e in perfetto ordine, ma a bordo non c’è anima viva; l’equipaggio, composto da due ufficiali, quattro marinai e un cuoco, il comandante, capitano Benjamin Briggs, sua moglie Sarah e la loro figlia Sophia Matilda di due anni, per un totale di dieci persone, è scomparso senza lasciare traccia. Non si riesce a capire cosa sia successo: la nave naviga regolarmente, non ha falle, non ci sono tracce di incendio; mancano solo le due scialuppe. Ma perché la Mary Celeste è stata abbandonata?

 

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Un disegno della ‘Mary Celeste’.

 

Il brigantino viene condotto a Gibilterra dove l’ammiragliato apre immediatamente un’inchiesta. Il procuratore generale della regina, Patrick Solly Flood, sin dalle prime battute sembra più propenso ad accettare la tesi delittuosa (ammutinamento dell’equipaggio o truffa da parte degli ufficiali della Dei Gratia) che non quella della disgrazia. Flood sostiene che l’equipaggio della Mary Celeste, ubriacatosi con l’alcool contenuto nei barili (uno dei quali risulta, a suo dire, manomesso), ha trucidato il comandante, sua moglie, la figlia e I primo ufficiale e poi ha abbandonato la nave a bordo della scialuppa scomparsa. Quanto agli uomini della Dei Gratia, il procuratore afferma che sono colpevoli di aver cancellato le prove della strage per intascare il premio di salvataggio senza intralci, I sospetti di Flood non vengono accolti dai giudici. Il ‘caso’ presto si sgonfia ma il mistero rimane. A questo punto cominciano ad entrare in scena ‘testimoni’ e ‘superstiti’ della tragedia. I giornali pubblicano memoriali, rivelazioni, diari, confessioni: nessuno di questi si dimostra attendibile, nessuno favorirà in alcun modo la ricerca della verità. Il fatto è che il caso della Mary Celeste ha esercitato sin dall’inizio un fascino singolare sulla fantasia popolare: ciò spiega anche la proliferazione di detective dilettanti — famosi o sconosciuti, esperti o semplicemente entusiasti — che si sono cimentati con i suoi interrogativi. Attacco di una piovra gigantesca, ammutinamento, strage di un maniaco omicida (per alcuni lo stesso capitano Briggs), assalto di pirati, vapori velenosi provenienti da un’eruzione sottomarina: queste alcune delle ‘soluzioni’ proposte dagli investigatori, per non parlare di tutte quelle legate in qualche modo alla parapsicologia.

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Il comandante della nave, Benjamin Briggs.

 

Nella vicenda viene coinvolto anche Conan Doyle, il ‘padre’ di Sherlock Holmes, che nel gennaio del 1884 pubblica su un mensile d’avventure un racconto ispirato alla vicenda della Mary Celeste. E chiaramente un parto della sua fantasia ma molti lettori credono che la storia sia autentica: da qui una serie di equivoci che gonfieranno ancora di più la leggenda della nave. In realtà le ipotesi ‘serie’ sulla tragedia si riducono a tre: una tromba marina potrebbe aver scaraventato in acqua tutti coloro che erano a bordo, senza peraltro danneggiare troppo la nave; il comandante avrebbe abbandonato la nave insieme con la moglie, la figlia e gli uomini dell’equipaggio per il timore che la Mary Celeste stesse per finire sugli scogli trasportata da una corrente sottomarina, in prossimit?? delle Azzorre; oppure la decisione di allontanarsi sulla scialuppa potrebbe essere stata motivata dal pericolo di un incendio a bordo. Negli ultimi due casi, i passeggeri della scialuppa sarebbero scomparsi per sempre in mare, uccisi dalla fame, dalla sete o dagli squali.

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Il mensile d’avventure ‘Cornhill Magazine’ del gennaio 1884 con uno scritto di Conan Doyle ispirato alla vicenda della ‘Marj’ Celeste’. 11 ‘padre’ di Sherlock Holmes aveva pubblicato un semplice racconto di fantasia ma molti lo presero per Un cronaca autentica.

 

Una nave fantasma

Quella che sarà definita la nave più misteriosa della storia viene varata il 18 maggio 1861 a Parrsboro, nell’isola canadese di Spencer, ed è iscritta meno di un mese dopo con il nome Amazon nel registro navale inglese. L’Amazon è definita ‘mezzo brigantino’ ovvero ‘brigantino-goletta’, cioè un veliero con bompresso e due alberi. Lunghezza circa 30 metri, larghezza 7 metri, altezza 4 metri dalla chiglia al piano di coperta. Stazza lorda: 198 tonnellate. Valore dichiarato: 4600 dollari. Il 31 dicembre 1868 il brigantino viene acquistato da un armatore di New York. Richard Haines, per la somma di 1750 dollari (aveva riportato gravi danni incagliandosi sulle coste settentrionali del Canada). La nave viene riparata e ribattezzata Mary Celeste. Cambia anche la nazionalità del brigantino, che viene iscritto nel registro navale di New York.

 

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Lo ‘Strand Magazine’ del novembre 1913 con una delle tante ricostruzioni fantasiose della tragedia.

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Nell’ottobre del 1872 ne assume il comando il capitano Benjamin Briggs, descritto come un uomo di temperamento mite, competente sul piano professionale, benvisto dai noleggiatori per la sua onestà e amato dagli equipaggi per il suo tratto affabile. È astemio e stretto osservatore della regola «no grog on board», niente alcool a bordo. Quando Briggs assume il comando della nave ha 37 anni, è sposato con Sarah Cobb e ha due figli: un ragazzo, Arthur, di sette anni, e una bambina, Sophia Matilda, di due. Verso la metà del 1872, gli armatori avevano deciso di ampliare lo spazio utile per il carico. La stazza lorda della nave, già in passato aumentata una volta sino a 207 tonnellate, sale cosi a 282 tonnellate e il valore dichiarato del natante cresce sino a 15000 dollari.

 

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La ‘Mary Celeste’ in un’incisione su legno di Rudolph Ruzicka. La nave, un brigantino di trenta metri, era Stata varata nella primavera del 1861 in un ‘isola canadese. All’origine batteva bandiera inglese ed era stata battezzata ‘Amazon’. Il nome definitivo le venne dato da un armatore di New York che l’acquistò alla fine del 1868.

 

Alla fine di ottobre dello stesso anno comincia il carico: 1700 barili di alcool destinati a una ditta di Genova per ‘rafforzare’ i vini italiani, assicurati dalla Atlantic Mutual per il valore di 37000 dollari. Il carico viene completato il 2 novembre. Un paio di giorni dopo si conclude l’arruolamento dell’equipaggio che risulta così composto: primo ufficiale, Albert Richardson, 28 anni; secondo ufficiale, Andrew Gilling, 25 anni; cuoco-steward, Edward W. Head, 23 anni; quattro marinai, tutti di origine tedesca: Volkets e Boz Lorenzen (fratelli) di 29 e 25 anni, Arian Martens di 35 e Gottlieb Goodschall di 23. Ai sette uomini vanno aggiunti il comandante, sua moglie e sua figlia: in totale, quindi, dieci persone a bordo.

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Un ‘altra immagine del capitano Briggs: era noto per la sua onestà e competenza.

 

Mentre la Mary Celeste sta completando il carico, a pochi moli di distanza un’altra nave sta imbarcando fusti di petrolio destinati a Gibilterra: è il brigantino Dei Gratia di 300 tonnellate, battente bandiera britannica, che, come vedremo, avrà una parte importante in questa storia. La Mary Celeste molla gli ormeggi il 7 novembre 1872. 1115 novembre anche la Dei Gratia lascia New York.

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La moglie di Briggs, scomparsa con lui, e il figlio Arthur, che però non partì; nella tragedia della ‘Mary Celeste’ trovò la morte un ‘altra figlia dei coniugi Briggs, Sophia Matilda, di due anni.

 

Alle 13,30, ora nautica, del 5 dicembre (corrispondente al pomeriggio del 4 secondo il fuso di New York), la Dei Gratia avvista a circa 6 miglia un veliero che naviga verso ponente. Il punto geografico dell’incontro è 38020 di latitudine nord e 17°15 di longitudine ovest, nel tratto di oceano che si stende fra le Azzorre e Gibilterra. Il mare è mosso, ma la tramontana, che aveva soffiato tutta la notte, va calando. Osservando il veliero con il cannocchiale, il capitano Morehouse rileva che procede a zig zag, come se al timone non ci fosse nessuno. Anche la velatura presenta un quadro curioso. Solo tre vele sono spiegate, tutte a prua, cioè due fiocchi e il parrocchetto fisso, mentre il parrocchetto volante e la vela di trinchetto sono a brandelli. Tutte le altre vele sono serrate o ammainate. Si direbbe che la nave abbia imbrogliato al massimo per affrontare una tempesta,Alle 13,30, ora nautica, del 5 dicembre (corrispondente al pomeriggio del 4 secondo il fuso di New York), la Dei Gratia avvista a circa 6 miglia un veliero che naviga verso ponente. Il punto geografico dell’incontro è 38020 di latitudine nord e 17°15 di longitudine ovest, nel tratto di oceano che si stende fra le Azzorre e Gibilterra.

 

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Il brigantino ‘Dei Gratia’, che alle 13,30 del 5 dicembre 1872 avvistò la ‘Mary Celeste’

Il mare è mosso, ma la tramontana, che aveva soffiato tutta la notte, va calando. Osservando il veliero con il cannocchiale, il capitano Morehouse rileva che procede a zig zag, come se al timone non ci fosse nessuno. Anche la velatura presenta un quadro curioso. Solo tre vele sono spiegate, tutte a prua, cioè due fiocchi e il parrocchetto fisso, mentre il parrocchetto volante e la vela di trinchetto sono
a brandelli. Tutte le altre vele sono serrate o ammainate. Si direbbe che la nave abbia imbrogliato al massimo per affrontare una tempesta,senza che nessuno si sia preoccupato, dopo, di modificare la velatura. Dopo due ore, la Dei Gratia giunge a circa 300 metri dalla nave, che non risponde ai segnali. Sulla poppa del veliero, Morehouse
riesce a leggere il nome della Mary Celeste. Una scialuppa viene messa in mare e il primo ufficiale, Oliver Deveau, accompagnato dal secondo ufficiale John Wright, si reca sulla nave per vedere cosa è successo.
A bordo non c’è anima viva. Dei tre boccaporti, solo quello centrale è chiuso e a perfetta tenuta. Il boccaporto della cambusa, a poppa, è invece aperto, e le traversine di copertura sono accatastate in buon ordine sotto la murata. Anche il boccaporto di prua, che dà sulla stiva, è aperto. Nella stiva c’è più di un metro d’acqua, probabilmente penetrata attraverso il boccaporto. Il carico è in perfetto ordine e ben stivato. Il deposito dell’acqua potabile è quasi pieno e nella cambusa ci sono viveri per sei mesi. Niente vino, però, né birra, né altri alcoolici.

 

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Il capitano Morehouse, comandante della ‘Dei Gratia’: fu lui, osservando con il cannocchiale la strana rotta della ‘Mary Celeste’, a intuire che a bordo era successo qualcosa.

 

A poppa, la ruota del timone, non assicurata, gira ora a destra ora a
sinistra, a seconda delle onde. Nella chiesuola degli strumenti il vetro di un oblò è rotto e la bussola danneggiata, in apparenza per un colpo di mare. Le due costruzioni sulla coperta — il quadrato con annessi l’alloggio del comandante e la cabina del primo ufficiale, e il castello di prua con la cucina e la cabina del secondo ufficiale— nonché le cuccette dell’equipaggio sottocoperta hanno i portelli aperti, e circa 30 centimetri di acqua sul pavimento. Nell’alloggio del capitano, il lucernaio è aperto e il letto — dove è ancora visibile l’impronta del corpo di un bambino — è fradicio. Appoggiato alla parete, c’è un armonium e sotto il divano una macchina da cucire. In un bauletto, vestiti da donna e una borsa da lavoro, con aghi, filo da cucire, bottoni e ferri da calza.

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Oliver Deveau, primo ufficiale della ‘Dei Gratia’, incaricato di recarsi a bordo della ‘Mary Celeste’ dopo che il brigantino non aveva risposto ai segnali.

 

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La scialuppa con Deveau e il secondo ufficiale Wright si avvicina alla ‘Mary Celeste’. Saliti a bordo i due ufficiali constatarono che tutto era in perfetto ordine ma che non c’era nessuno. Nella sala nautica, su una lavagna, l’ultimo rilevamento della rotta: risaliva al mattino del 25 novembre.

 

In un angolo, alcuni libri di argomento religioso. Sotto la cuccetta, una sciabola corta di fabbricazione italiana nella sua guaina. Deveau
racconterà di averla sfoderata e rimessa a posto senza notare nulla di
particolare. La piccola cassaforte non mostra segni di effrazione (sarà aperta a Gibilterra e si ritroveranno, intatti, tutti i valori elencati nel registro del comandante). Nella saletta da pranzo ogni cosa è in ordine. Il tavolo è sgombro e i piatti sono sistemati nell’apposita rastrelliera. Alla parete un orologio guasto. Anche negli alloggi dell’equipaggio, nulla fuori posto. Deveau rileva tuttavia che i marinai però, il brigantino stava navigando verso ponente: quindi è presumibile che si sia spinto assai oltre — forse anche di un centinaio di miglia — prima di invertire la rotta per un cambiamento dei venti.

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Lo scrittoio del comandante della ‘Mary Celeste’ e altri oggetti rinvenuti a bordo. Il brigantino fu portato a Gibilterra per l’inchiesta dell’ammiragliato che però non diede alcun frutto.

 

La nave è in ordine e attrezzata; mancano solo le imbarcazioni di salvataggio. La gru della scialuppa di poppa è bloccata da una pertica legata ai paranchi. La seconda scialuppa, assicurata sul boccaporto centrale, è stata invece evidentemente calata in mare attraverso un varco nella murata, accanto alla quale giace ancora un settore mobile, abbandonato sul ponte. Nessun indizio sul perché l’equipaggio abbia abbandonato la nave. Nella stiva non ci sono falle né tracce di incendio. Dalla velatura e dall’acqua negli alloggi sembra evidente che il veliero ha incontrato cattivo tempo, ma non spezzata all’altezza della poppa, malgrado che la vela risulti regolarmente ammainata.

L’inchiesta dell’ammiragliato

Giunta a Gibilterra il 13 dicembre, la Mary Celeste viene posta sotto sequestro dall’autorità giudiziaria. La prima udienza della Corte dell’ammiragliato si svolge il 18 dicembre. Il procuratore generale della regina è Patrick Solly Flood, un irlandese testardo e malfidato, indirettamente responsabile di gran parte delle leggende fiorite sulla Mary Celeste. Flood, infatti, sospetta sin dall’inizio che sotto il ritrovamento del veliero ci sia qualcosa di losco: forse un ammutinamento dell’equipaggio (il fatto che i quattro marinai fossero tutti ‘stranieri’ comporta per lui, automaticamente, una presunzione di colpevolezza), forse una truffa ordita dal capitano Morehouse e da Deveau — con o senza la complicità di Briggs — per intascare il premio di salvataggio. Per ordine di Flood si svolgono cosi — il 23 dicembre 1872 e il 7 gennaio 1873 — due ispezioni a bordo della Mary Celeste nel corso delle quali vengono rilevati alcuni dettagli subito definiti
‘sospetti’. Sono un’intaccatura sul bordo di una murata, «come prodotta da un colpo d’ascia», e due fenditure nel fasciame esterno su entrambi i lati della prora, circa un metro sopra la linea di galleggiamento. Inoltre, nella stiva, un barile d’alcool viene ritrovato ‘manomesso’ e presunte tracce di sangue sono scoperte sul ponte oltre che sulla lama della sciabola rinvenuta nella cabina
del comandante. Questi elementi bastano a Flood per sostenere che l’equipaggio, ubriacatosi con l’alcool del fusto manomesso, ha trucidato il capitano Briggs, la sua famiglia e il primo ufficiale, tentando poi di simulare un’avaria (le fenditure) prima di abbandonare la nave al suo destino; mentre gli ufficiali della Dei Gratia avrebbero tentato di canceHare ogni traccia del misfatto per incassare il premio di salvataggio senza essere sottoposti a troppe domande imbarazzanti. Ma in seguito ulteriori accertamenti ufficiali ridurranno a ben poca cosa le ‘prove’ raccolte da Flood. Cosi la ‘manomissione’ del barile di alcool finisce derubricata a semplice ‘trasuda- mento’ del fusto; le ‘fenditure’ nel fasciame vengono ridefinite ??scheggiature’ dovute probabilmente alla forza del mare; le ‘tracce di sangue’ sul ponte diventano un’ipotesi, un ‘possibile elemento di prova’ che la decisione di Deveau di lavare la coperta ha reso impossibile verificare e le macchie sulla spada si rivelano, all’analisi chimica, citrato di ferro con qualche granulo rosso di natura non organica. La Mary Celeste viene sciolta dal sequestro e riprende a navigare; finirà i suoi giorni alle 13,30 del 3 gennaio 1885 naufragando sugli scogli corallini di Rochelais, ad Haiti.

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Sir Arthur Conan Doyle: il celebre scrittore si trovò involontariamente al centro di una ‘accesa polemica pubblicando un racconto di fantasia in cui molti credettero di trovare la soluzione del mistero della ‘Mary Celeste’

Dal punto di vista legale, il ‘caso’ della Mary Celeste è chiuso, con il pagamento delle spese processuali, la liquidazione del premio di recupero Dei Gratia e la restituzione alle famiglie di tutti gli effetti personali trovati a bordo. Solo il mistero della scomparsa dell’equipaggio rimane insoluto. Sin dal 23 marzo 1873, una circolare del dipartimento USA del tesoro ha rivolto un invito a far pervenire a Washington ogni notizia che possa aiutare a far luce sulla
vicenda e sulla sorte delle dieci persone svanite da bordo. Ma nessuno si farà mai vivo.

Come nacque la leggenda

Il ‘caso’ è ufficialmente chiuso, ma la leggenda sta per cominciare. La
storia della Mary Celeste ha destato sin dall’inizio molto interesse ed è rimbalzata da un giornale all’altro su entrambe le sponde dell’Atlantico, con molto piglio avventuroso e non pochi dati sbagliati. Più tardi circolano anche alcune ‘voci’, che però si rivelano del tutto prive di fondamento: che i corpi dell’equipaggio, già in stato di putrefazione, siano stati rinvenuti su due zattere a poca distanza dalle coste spagnole; che il primo ufficiale Albert Richardson sia stato riconosciuto nelle Indie Occidentali dove starebbe conducendo vita da gran signore; che i quattro marinai tedeschi abbiano fatto
ritorno in patria alla chetichella. Ma il vero inizio della ‘grande leggenda’ è alquanto posteriore e prende l’avvio da un clamoroso equivoco. Nel gennaio del 1884, il mensile di avventure Cornhill Magazine pubblica uno scritto dal titolo Rapporto di J. Habakuk Jephson. Il pezzo, anonimo secondo una prassi editoriale corrente nelle riviste dell’epoca, segna l’esordio di Arthur Conan Doyle, il futuro inventore di Sherlock Holmes. È uno scritto chiaramente di fantasia, semplicemente ‘ispirato’ alla vicenda, che il Cornhill
Magazine non tenta affatto di spacciare per autentico. Il dottor Habakuk Jephsori ‘racconta’ di essersi imbarcato come passeggero sulla Marie Celeste (sic), in partenza da Boston per Lisbona il 16 ottobre 1873 (sic), insieme con un mulatto di New Orleans, di nome Septimus Goring.
Altri due negri vengono imbarcati all’ultimo momento dal comandante della nave, Tibbs (sic), al posto di un paio di marinai mancanti all’appello. Il viaggio si svolge in modo tragico: la moglie e il figlio (sic) del comandante scompaiono misteriosamente, il capitano Tibbs si suicida in circostanze poco chiare e vari incidenti mettono fuori combattimento altri membri dell’equipaggio. Il primo ufficiale, Hyson (sic), assume il comando, ma la Marie Celeste invece di arrivare in Europa termina inspiegabilmente il suo viaggio allargo di una costa deserta dell’Africa nera. A questo punto, il perfido mulatto getta la maschera. È stato lui che — mosso da un odio forsennato per la razza bianca, a causa di un’atroce mutilazione inflittagli quando era schiavo — ha ucciso il comandante e la sua famiglia, con l’aiuto dei marinai negri, suoi complici. È stato lui che ha manomesso bussola e strumenti per dirottare la nave verso questa landa sperduta dove lo attende una tribù selvaggia di cui intende proclamarsi re. Il viaggio si conclude con l’abbordaggio della Marie Celeste e lo sterminio di tutti i bianchi, a eccezione del dottor Jephson, che viene trovato in possesso di un amuleto di pietra nera, in forma di orecchia umana. Questo amuleto, dono di una vecchia negra del profondo sud, risulta essere parte di un venerato idolo locale. Cosi, mentre la nave — intatta ma ormai deserta — viene spinta al largo, il dottor Jephson
viene condotto nel villaggio con i segni del massimo rispetto. Il mulatto, però, geloso dell’ascendente che il dottore va acquistando presso i suoi sudditi, decide di sbarazzarsi del rivale, agevolandone la fuga su un battello. Tornato in Europa, Habakuk Jephson serba per alcuni anni il silenzio, nel timore di poter essere preso per bugiardo, e così conclude la sua narrazione: «Oggi ho deciso di raccontare i fatti come si svolsero, senza più preoccuparmi di sapere se saranno creduti,perché la mia salute va declinando e non voglio tacere più a lungo. Guardate una carta dell’Africa. Sulla costa occidentale, sopra il Capo Bianco, c’è il paese dove Septimus Goring continua a regnare sui suoi sudditi negri. E là, dove lunghe onde azzurre s’avventano muggendo sulla sabbia arroventata, là giacciono Hyson e tutti gli altri disgraziati che furono trucidati sulla Marie Celeste». La storia, raccontata da maestro, è chiaramente inventata non solo per i suoi sviluppi romanzeschi, ma anche e soprattutto per le volute discrepanze di nomi, dati e circostanze rispetto ai fatti noti. Non solo, ma Conan Doyle interverrà ben presto in prima persona, includendo il Rapporto nel suo primo libro di racconti di avventure. Malgrado ciò, la suggestione della storia, presso il grosso pubblico, è tale che il resoconto del sedicente dottor Jephson viene preso per vero e ci vorrà del bello e del buono prima che ci si convinca che si tratta soltanto di una fantasia. Il racconto di Conan Doyle
si lascia comunque dietro, come eredità, due equivoci-chiave, che serviranno da pietre angolari per l’edificazione della leggenda: l’ipotesi che debba esistere da qualche parte un sopravvissuto, depositaria della verità; e la credenza che la Mary Celeste sia stata ritrovata con le scialuppe di salvataggio ancora al loro posto.

 

Una ridda di ipotesi ‘selvagge’

 

I dettagli di fantasia, che vanno man mano aggiungendosi, finiscono col dipingere un quadro molto più misterioso e stuzzicante di quello reale: un intero equipaggio che abbandona la nave col mare in bonaccia, pochi minuti prima del ritrovamento, con una fretta
del diavolo e senza usare le scialuppe di salvataggio. Dall’interrogativo di fondo — perché è stata abbandonata la Mary Celeste? — si passa cosi per gradi a un mistero molto più complesso, che consente infinite combinazioni e variazioni. Parallelamente
a questa stratificazione di falsi indizi, comincia poi presto — con ben poco vantaggio per l’accertamento della verità — anche la sfilata dei sedicenti testimoni e sopravvissuti, ciascuno con la sua spiegazione personale. Queste ‘rivelazioni’ mostrano alcune caratteristiche comuni: sono tutte zeppe dei soliti errori, sono il risultato di ‘confidenze’ incontrollabili e vengono attribuite a persone che non figurano nella lista dell’equipaggio della Mary Celeste. Alla sfilata degli inattendibili ‘testimoni’ e ‘sopravvissuti’ va aggiunta quella dei detective dilettanti. Ecco, a puro titolo di cronaca, alcune proposte di ‘soluzione’. 1904. J.L. Hornibrook propone che l’intero equipaggio del veliero sia stato trascinato in mare da una piovra gigantesca, il kraken delle leggende nordiche. L’ipotesi troverà poi espressione artistica (!) più di vent’anni dopo in un radiodramma della BBC che riscuoterà grande successo. 1909. Ramon Alvarado ipotizza un collegamento fra il ‘caso’ della Mary Celeste e l’affare della Virginius, una nave contrabbandiera carica di armi, catturata dagli spagnoli durante la prima insurrezione di Cuba (1868-1878). La Mary Celeste, utilizzata come nave-appoggio, sarebbe stata inviata in Spagna subito dopo il fallimento dell’operazione per trasportare clandestinamente alcuni rivoluzionari. Il perché della scomparsa dell’equipaggio sarebbe affidato a un documento cifrato, mai messo in chiaro. 1913. Lo StrandMagazine chiede ad alcuni romanzieri di escogitare una soluzione del mistero. Dei tre che accettano la sfida, uno ipotizza il trasbordo su una ‘nave X’ (Barry Pain); un altro suggerisce una strage a opera di un maniaco omicida (Arthur Morrison); e il terzo si imbarca in una spiegazione fantascientifica — forse desunta dalla trama di un romanzo d’avventure di poco anteriore — basata su un’eruzione sottomarina con emissione di fumi velenosi che avrebbero fatto impazzire l’equipaggio, spingendolo a gettarsi in mare (Horace A. Vacheil). 1925. J. Lctckhart riprende l’idea del pazzo omicida, collegandola ai libri di devozione trovati nella cabina del comandante. Riallacciandosi a un precedente reale (la strage avvenuta a bordo della Mary Russe/I nel 1828) Lockhart immagina che il capitano Briggs, ossessionato dall’idea di ripulire il mondo dal peccato, abbia ucciso uno a uno tutti i membri dell’equipaggio, prima di gettarsi lui stesso in mare, in un momento di lucidità, oppure in una crisi finale di follia. 1927. F.W. Wallace ritiene che la Mary Celeste si sia potuta ritrovare accanto a una nave con un carico di esplosivi, durante una bonaccia. Scoppiato un incendio a bordo, questa gigantesca bomba a orologeria sarebbe stata abbandonata dall’equipaggio, e avrebbe potuto cominciare a derivare pericolosamente verso la Mary Celeste.
L’equipaggio, allora, si sarebbe calato in tutta fretta nelle scialuppe
dell’altra nave, che, sovraccariche, si sarebbero rovesciate. Solito banchetto degli squali, mentre un rinforzo di vento avrebbe allontanato la Mary Celeste dall’altra nave in fiamme. 1929. Il conte Felix von Ltickner, il famoso ‘pirata della grande guerra’ ripropone l’ipotesi dell’ammutinamento, con fuga dell’equipaggio in qualche isola felice. La serie, naturalmente, continua e comprende anche una sfilza di ipotesi legate al sovrannaturale, dal ‘fato numerologico’ del veliero alla ‘smaterializzazione dell’equipaggio per influenze astrali’ e ad altre amenità di stampo parapsicologico.

Tre ipotesi serie

I pochi tentativi seri di soluzione del ‘caso’ ruotano tutti attorno
all’evidenza di un abbandono prematuro della nave di fronte a un pericolo grave,poi di fatto non materializzatosi, su un’imbarcazione troppo piccola per fornire salvezza a dieci persone in pieno oceano. La tromba marina. La velatura ridotta e l’acqua nella stiva stanno a dimostrare che la Mar,y Celeste ha incontrato cattivo tempo. Niente però fa supporre che le condizioni meteorologiche fossero così avverse da indurre un comandante esperto come Briggs a ordinare l’abbandono della nave. Salvo che, sostiene qualcuno, la Mary Celeste sia stata colpita da una tromba marina. Il fenomeno è caratterizzato da vento fortissimo e da un notevole sbalzo barometrico fra l’interno e l’esterno della tromba; mentre la ‘proboscide’ (spesso alta sino a un chilometro e con un diametro alla base di oltre 100 metri) aspira violentemente l’acqua in colonna ascendente e la fa ricadere in un diluvio di schiuma. L’ipotesi potrebbe essere corroborata dalla situazione atmosferica delle Azzorre Il 24 novembre 1872, caratterizzata — si legge nelle registrazioni del servizio
meteorologico locale — da forti sbalzi di pressione in rapido movimento verso nord. Gli scogli di Dollbarat. Secondo un’altra ipotesi, la Mary Celeste si sarebbe potuta ritrovare in bonaccia, appena superata Santa Maria delle Azzorre. La zona è particolarmente pericolosa perché una forte corrente sottomarina punta verso le scogliere di Dollbarat, una ventina di miglia a nord-est. Impossibilitata a manovrare dalla calma piatta, la nave sarebbe potuta finire nel filo della corrente, cominciando a derivare verso gli scogli. Di qui la decisione del comandante di calare la yole, manovrabile a forza di remi. Ma d’improvviso il vento ritorna: la Ma,y Celeste si allontana mentre la scialuppa, sovraccarica, si capovolge o va a fracassarsi sugli scogli. Fuoco sotto coperta. Nella prima ispezione a bordo Deveau — come abbiamo riferito — non aveva riscontrato tracce di incendi. Tuttavia l’ipotesi che la Mary Celeste sia stata abbandonata per timore del fuoco — l’emergenza più temuta ai tempi della navigazione su navi di legno — rimane assai probabile. Non si deve dimenticare che il veliero aveva a bordo uno dei carichi più infiammabili: 1700 fusti di alcool. Questi barili di quercia rossa erano assai porosi con possibilità di trasudamento sino al 5% nel passaggio dai climi freddi a quelli caldi (come era appunto il caso della Mary Celeste). Si ricorderà il fusto ‘manomesso’ scoperto da Solly Flood a Gibilterra, cui sono da aggiungere altri nove barili ritrovati ‘intatti ma vuoti’ al momento della consegna del carico a Genova. Se la Mary Celeste è rimasta con i boccaporti chiusi per molti giorni di seguito a causa del cattivo tempo, è più che probabile che sotto coperta si sia formata una miscela di vapori d’alcool assai infiammabile e potenzialmente esplosiva. Se poi si sia effettivamente verificato uno scoppio per ignizione spontanea, oppure se l’apertura della cambusa in un momento di calma abbia provocato una tale
fuoriuscita di fumi da far pensare a un incendio, è impossibile stabilire. Non è quindi da escludere che in simili circostanze il comandante abbia deciso di imbarcare l’equipaggio sulla yole mentre si chiariva l’esatta situazione a bordo. In questo caso, il modo di procedere più corretto sarebbe stato di assicurare l’imbarcazione alla nave con un cavo, da mollare solo in caso di emergenza. È forse quello che è avvenuto con la drizza di randa ritrovata — come si ricorderà — inspiegabilmente spezzata all’altezza della poppa. Ciò potrebbe
far pensare a un improvviso colpo di vento: la Mary Celeste prende un abbrivo che il cavo, per quanto resistente, non regge; e la nave si allontana sul mare mentre la yole rimane in pieno oceano con i suoi passeggeri, votati alla morte per sete, fame o annegamento. Paura dell’acqua, del fuoco, degli scogli? Il mistero della Mary Celeste risiede nella risposta a questo triplice interrogativo.

Tratto da : NOIELALUNA