La morte bussa alla porta : Lo Strangolatore di Boston PRIMA PARTE

LOGOFREDDY

Un folle si aggira per Boston.

Penetra negli appartamenti dove vivono donne sole e le strangola dopo averle violentate. Un incubo atroce che sconvolge un’intera città per più di un anno. Una storia terrificante con un finale ricco di interrogativi.
Il cadavere di una donna abbandonato in mezzo a una stanza in disordine in una posizione oscena, con una macabra regia che può scaturire solo da una mente devastata dalla follia. La poveretta è stata denudata, percossa selvaggiamente, violentata, seviziata nei modi più aberranti e infine strangolata. Una scena allucinante che si ripeterà per tredici volte nell’arco di un anno e mezzo. La vittima più giovane ha diciannove annI, la più anziana ottantacinque. Il maniaco omicida sembra colpire a casaccio,
usando sempre la stessa tecnica, lo stesso orribile rituale. La ferocia e la brutalità del ‘mostro’ sembrano non avere limiti. Le sue imprese fanno precipitare tutti gli abitanti di una metropoli in un abisso di terrore.

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Ogni donna della grande città sa di poter essere la prossima vittima. L’assassino senza volto può bussare alla porta di casa da un momento all’altro vestito da esattore del gas, da lattaio o magari da poliziotto. Chi è lo Strangolatore? Che cosa lo spinge a commettere tante atrocità? Come si può fermare? Come ci si può difendere da lui? Nessuno lo ha visto, nessuno sembra in grado di fornire la più piccola traccia. Gli investigatori controllano migliaia di individui sospetti, battono tutte le piste, setacciano gli ambienti più equivoci, sollecitano gli informatori più attendibili ma l’assassino si fa beffe di loro e continua a colpire inesorabilmente. Anche i medici, gli specialisti chiamati a dare il loro con tributo per tentare di dare un volto al maniaco, individuarne i moventi, prevederne le mosse, sono divisi. La lista delle donne violentate e uccise intanto si allunga e per tredici volte i giornali descriveranno l’orrore di una scena che sembra far parte di un incubo. Malgrado la gigantesca caccia all’uomo sarà il caso a dare un’indicazione, a fornire una traccia. Ma per una incredibile serie di circostanze l’individuo indicato come il maniaco omicida non sarà processato per i tredici delitti. Lo Strangolatore di Boston non ha ancora un nome.

Alcune scene del film di Richard Fleischer, ‘Lo Strangolatore di Boston’ (1968) — con Tony Curtis (nel ruolo di Albert De Salvo, un pregiudicato indicato come l‘omicida), Henry Fonda e George Kennedy — che ricostruisce l’allucinante catena di delitti che per oltre un anno e mezzo tenne l’intera città sotto la cappa di un incubo terribile. L’assassino colpisce la prima volta il 14 giugno 1962 violentando e poi strangolando una donna di cinquantacinque anni. Alla fine del mese torna in azione uccidendo nel giro di poche ore altre due anziane signore. Dal ‘modus operandi’ è chiaro che i tre delitti sono stati commessi dalla stessa persona: si tratta evidentemente di un maniaco che ogni volta dopo aver seviziato e ucciso le sue vittime si compiace di lasciare i cadaveri in posizioni oscene. In agosto il ‘mostro’ uccide ancora due donne anziane, poi, il 5 dicembre, si accanisce su una ragazza; molto giovani saranno anche le due vittime successive, il che fa crollare l’identikit psicologico del folle tracciato da un gruppo di psichiatri che si erano basati sul fatto che le vittime all’inizio erano tutte donne di età avanzata. Ma il maniaco sembra non avere preferenze particolari, tanto è vero che uccide ancora una signora di cinquantotto anni e subito dopo due ragazze. Alla fine gli omicidi saranno tredici.

 

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Boston, 14 giugno 1962. Nel tardo pomeriggio viene trovato il cadavere di una donna di cinquantacinque anni, violentata e poi strangolata da uno sconosciuto nella sua abitazione. Le tracce sono vaghe, gli indizi pochi e confusi: un caso che sembra destinato, come tanti altri, a finire sepolto in un archivio. Per i poliziotti della Squadra Omicidi di una grande città un delitto come questo, in fondo, è routine. Nessuno può immaginare che invece è solo il primo anello di una catena allucinante che farà vivere Boston e le città vicine sotto la cappa di un incubo atroce per un anno e mezzo. li 30 giugno, nel giro di poche ore, altre due donne anziane vengono violentate e uccise, una a Boston, l’altra in una cittadina vicina, Lynn; entrambe sono state seviziate brutalmente e strangolate.

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Anna Slesers, la prima donna uccisa dallo Strangolatore: fu trovata seminuda con la cintura dell’accappatoio annodata intorno al collo.

I due delitti e quello di due settimane prima sono chiaramente opera di un solo individuo:
stesso tipo di sevizie, stesso modo di immobilizzare e uccidere le vittime, stessa macabra messinscena (l’assassino si diverte’ a sistemare i cadaveri in una posizione particolarmente oscena). E evidente ormai che ci si trova di fronte a un maniaco sessuale estremamente pericoloso in grado di colpire quando e dove vuole. La polizia indaga nel passato delle vittime, controlla tutti gli individui schedati per reati a sfondo sessuale ma il tempo passa senza che sia raggiunto alcun risultato utile.
Intanto l’orribile serie si allunga: il 19 agosto viene violentata e uccisa Ida Irga di settantacinque anni, il giorno dopo è la volta di Jane Sullivan di sessantasette.

 

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Helen Blake, la seconda vittima del maniaco.

Le notizie delle nuove imprese dello ‘Strangolatore’ (come ormai il maniaco viene chiamato da tutti) fanno sprofondare la città in un terrore senza limiti. Da più parti vengono mossi duri attacchi alla polizia che, non sapendo cosa altro fare,invita tutti i cittadini a collaborare segnalando qualsiasi sospetto a un certo numero di telefono. Un’équipe di psichiatri si sforza di abbozzare la personalità del maniaco basandosi sul suo modus operandi e soprattutto sul fatto che tutte le vittime sono donne anziane. L’identikit psicologico del folle crolla però come un castello di carte il 5 dicembre quando lo Strangolatore si accanisce contro una ragazza di vent’anni. Molto giovani (ventitré anni) anche le due vittime successive, trucidate la prima il 31 dicembre, l’altra i primi di maggio del 1963. L’8 settembre il folle sembra tornare sui suoi passi strangolando una donna anziana ma nei mesi seguenti uccide di nuovo due ragazze, una di ventitré, l’altra di diciannove anni. Gli psichiatri adesso ritengono che i maniaci siano più di uno: quello che ha strangolato le signore anziane e numerosi altri che hanno seguito la sua tecnica per confondere le acque. Gli inquirenti danno un segno palese della loro impotenza rivolgendosi addirittura a un ‘veggente’ perché li aiuti nelle indagini. Si perdono così giorni preziosi. L’esigenza di trovare il ‘mostro’ a tutti i costi spinge i poliziotti a seguire anche le tracce più labili con il risultato che le piste false si moltiplicano aumentando la confusione.
Nella primavera del 1965 un colpo di scena: un pregiudicato ricoverato in osservazione in un ospedale psichiatrico fa sapere che un altro internato, un certo Albert De Salvo, gli ha confidato di essere Io Strangolatore. Già segnalato per lievi reati a sfondo sessuale e sospettato di aver violentato una giovane donna minacciandola con un coltello, De Salvo viene sottoposto a una serie di interrogatori, alla presenza di un gruppo di psichiatri e, sotto ipnosi, confessa di essere Io Strangolatore, attribuendosi altri due delitti, oltre agli undici noti alla polizia, e una catena impressionante di stupri (300 secondo gli investigatori, 800 secondo il maniaco). In tribunale, però, la confessione non sarà ritenuta valida; così, in mancanza di altre prove, De Salvo non sarà incriminato per i tredici omicidi. Finirà all’ergastolo perché riconosciuto colpevole di rapina a mano armata!

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La camera da letto di Helen: fu violentata e poi strangolata con le sue calze.

 

Due delitti allucinanti
Il 23 novembre 1963 tutte le stazioni televisive americane trasmettono senza sosta le sconvolgenti immagini della morte di John F. Kennedy, ucciso il giorno precedente in un attentato a Dallas, nel Texas. Anche Boston — la città natale del presidente assassinato — ha momentaneamente dimenticato il suo incubo, per immergersi nella tragedia collettiva. L’incubo cittadino si chiama ‘Strangolatore’:
un fantomatico assassino che da circa un anno e mezzo uccide donne di ogni età, introducendosi non si sa con quale meccanismo o astuzia nell’intimità delle loro abitazioni. Il maniaco sale e scende le scale dei caseggiati, lascia le vittime stranamente agghindate e riesce ad eclissarsi evitando di essere riconosciuto, malgrado la gigantesca caccia mossagli dalle autorità di polizia.
Proprio quel sabato di lutto nazionale è scelto dall’omicida per tornare sulla scena, dopo un periodo di inattività durato due mesi e mezzo. La vittima è una ragazza di ventitré anni, Joann Graff, che abita un appartamentino di una sola stanza in un edificio di Lawrence, cittadina vicina a Boston, situato al 54 Essex Street, di fronte all’ospedale. Il corpo della giovane, che è stata violentata, giace nudo sul letto, il seno mostra tracce di morsi, il collo è stretto da calze di nylon con un nodo che reca la firma dello Strangolato- re: l’aggiunta di un mezzo fiocco. Un piede calza ancora una pantofola o è stato rivestito dall’assassino, che prima di andarsene ha rovistato scatole e cassetti. FI denaro tuttavia non lo interessa, dato che viene ritrovato sparso sul tavolo. Joann — la decima vittima dello Strangolatore — era una disegnatrice di tappezzerie, una ragazza semplice e schiva, che frequentava la stessa congregazione religiosa di Anna Slesers, la prima donna uccisa dal maniaco. Alle 12,30 di quel sabato, Joann aveva pagato l’affitto al padrone di casa, tenendolo come al solito sulle scale. Prudente com’era, cosa l’aveva indotta ad introdurre in casa l’assassino? La serratura infatti non risultava forzata, e tutto faceva ritenere che la ragazza avesse spontaneamente fatto entrare il visitatore. Un’ipotesi confermata dalla testimonianza dello studente Kenneth Rowe, al quale alle tre e mezzo del pomeriggio uno sconosciuto aveva chiesto se Joann Graff abitasse lì. Lui lo aveva indirizzato al piano inferiore e, prima di ritirarsi all’interno della propria abitazione, aveva udito l’uomo bussare e la ragazza aprirgli la porta. Secondo gli psicologi, aver scelto proprio quel giorno per tornare a far parlare di sé, significava che l’omicida provava un bisogno imperioso di emergere, quasi di gareggiare con Kennedy, per rubargli le ultime ore di
tragica notorietà. Il 4 gennaio 1964 viene compiuto l’ultimo delitto dell’allucinante catena. E un terribile epilogo: la diciannovenne Mary Sullivan, che occupa insieme a due amiche un appartamento al 44 A di Charles Street a Boston, viene trovata strangolata col solito rituale. Calze e sciarpe formano sul collo fiocchetti colorati; sul corpo nudo luccicano scie seminali, e nella vagina è inserito un manico di scopa. Cosi la trovano Pam e Pat, le amiche con cui Mary divideva l’appartamento, alloro rientro.

 

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Un detective davanti alla porta di casa della Blake.

Lo vedo…
Una seduta del ‘veggente’ Peter Hurkos descritta da Gerold Frank nel suo libro Lo Strangolatore di Boston (ed. italiana Dall’Oglio, 1975):
«Non si udiva rumore, salvo il registratore e il pesante respiro di Peter. Sempre guardando nello spazio, mise la punta delle dita su una blusa:
“Quest’uomo… lui non dormire in letto” disse. “Niente materasso, niente. Dorme sul pavimento. “Perché?” domandò qualcuno. “Dio” rispose Peter, criptico. “Vuoi dire per punire se stesso?’“Non lo so” disse Peter. “Che aspetto ha?’“Non è un uomo di colore. Bianco” disse in fretta. “Ma… lui farla colorata”. Una pausa. “Gli piacciono le scarpe”. “Perché mai?”. “Non lo so’ disse Peter. “Forse lui masturbarsi in scarpe. Qualcosa di storto in questo uomo. Lui cerca in valigie per abiti non in cerca di soldi ma di scarpe. Il corpo cammina su scarpe. Dio non cammina su scarpe. Ecco come funziona la mente dell’uomo…”“Quando lui la uccide, lei deve avere su scarpe. Ma di fronte a Dio lui deve essere pulito. Dio cammina a piedi nudi, così lui si leva scarpe, poi la uccide… Lui lava mani in toletta […] dopo uccidere lui dorme come Dio dorme, su ferro, su acciaio, su spilli… “. Si fermò. “Ho bisogno di cartina “.
Soshnick prese una guida dei telefono di Boston e ne di- spiegò la cartina allegata in fondo. Peter tracciò un piccolo cerchio. “io vedo uomo vivere qui… Sì, lui è prete…” Ci fu un respiro affannoso, fra gli agenti. “Vedo prete… no, non è prete, lui dottore che viene da ospedale, no, no, non dottore, non prete, lui sembra prete, lui vestire come prete, lo vedo con molti preti”. Parlava a sussulti, ora. “Lo vedo in bianco edificio, molte finestre… “. La punta dell’indice continuava a muoversi nella zona Newton- Boston, nella quale si trova vano il Boston College, un’istituzione dei Gesuiti, la residenza del cardinale Cushing e il St. John’s Seminary. “Sento accento francese, lui parlare con ragazza, così…” Peter fece una voce in falsetto. Improvvisamente il suo volto si mutò. Cominciò a imprecare:
“Dio dannato! Questo non è buon figlio di puttana, lui un pervertito!” “… Lo vedo.., non è troppo alto, un metro e 70, e 65…” si fermò per estrarre una matita e fare un segno sul muro “… pesa 60, 65 chili…” Aveva un naso ‘da cane di Pomerania’ una cicatrice sul braccio sinistro!…] “Qualcosa non va con quel pollice… “).

 

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Ida Irga, una vedova di sessantacinque anni uccisa dallo Strangolatore domenica 19 agosto 1962

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L’infermiera Jane Sullivan, sessantasette anni: il maniaco si accanisce su di lei poche ore dopo aver trucidato Ida. Il cadavere della Sullivan, seminudo, verrà trovato nella vasca da bagno del suo appartamento solo alcuni giorni dopo.

 

L’inizio dell’incubo
14 giugno 1962. Alle sette del pomeriggio Juris Slesers, un ingegnere dei Lincoln Laboratories, parcheggia l’auto in Gainsborough Street e sale di corsa le scale del n. 77: deve accompagnare la madre a una funzione religiosa e teme di essere in ritardo. Bussa all’appartamento ma non ottiene risposta; pensa che la donna sia uscita per qualche acquisto, ridiscende e l’aspetta passeggiando sul marciapiede. Trascorsi tre quarti d’ora, il giovane comincia a pensare a un incidente o a un malore improvviso. Risale, bussa ancora, poi abbatte la porta a spallate. Le luci sono accese. Juris si precipita prima in cucina, poi in camera, infine verso il bagno, fuori del quale trova il cadavere seminudo della madre con la cintura dell’accappatoio annodata intorno al collo. Sconvolto, telefona alla polizia, poi si accascia su una poltrona, ripensando a certe malinconie che assalivano la madre, non abituata a vivere sola. È convinto che sì sia suicidata e si sente in colpa perché è stato lui a propone di dividere le abitazioni.

 

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I funerali della signora Sullivan.

Ma gli inquirenti non credono che la donna abbia voluto uccidersi. L’acqua ancora tiepida nella vasca, la protesi dentaria dentro il bicchiere suggeriscono piuttosto che la signora Slesers stesse facendo toilette prima di uscire. E quel disordine nell’appartamento? <(La mamma era molto ordinata» afferma Junis. «Non capisco…».
«Sua madre è stata assassinata» concludono i poliziotti. «Potrebbe essere stata colpita di sorpresa prima di venire strangolata» aggiungono, e indicano la chiazza di sangue sotto la testa della donna; poi invitano il giovane a seguirli alla sezione omicidi per i necessari accertamenti.
Originaria della Lettonia, Anna Slesers aveva cinquantacinque anni, ma ne dimostrava meno. Divorziata da diversi anni, amava la musica conduceva un’esistenza tranquilla. Chi poteva aver voluto la sua morte? L’unica testimonianza quella di un inquilino che ha udito un certo trambusto nell’abitazione della Slesers poco dopo le sei. La serratura non risulta forzata.
I casi di omicidio non sono infrequenti in una grande città come Boston, popolata da un’ umanità composita, e il fascicolo Slesers finisce in archivio.

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Il responsabile della polizia di Boston, McNamara, insieme con i suoi collaboratori all’epoca della caccia allo Strangolatore.

Il 30 giugno vengono strangolate altre due donne, una a Boston e l’altra a Lynn.
La prima ad essere scoperta (in realtà è stata uccisa dopo), è Nina Nichols, una vedova sessantottenne ancora piena di vitalità, che non ha dato più notizie di sé dopo aver interrotto una telefonata con la sorella per rispondere al citofono, alle cinque del pomeriggio. Viene ritrovata legata coi soliti nodi, seminuda e in posizione volutamente oscena. Presenta segni di sevizie. Era stata fisioterapista al Massachusetts Memoriai Hospital fino all’età pensionabile. Anche lei viene descritta come una persona seria, schiva, ordinata. Il suo appartamento al 1940 della Commonwealth Avenue è stato rovistato: nessun furto, a quanto sembra. La seconda vittima della giornata risiede a Lynn, una cittadina a circa un’ora di macchina da Boston. Si chiama Helen Blake, ha quasi la stessa età di Nina ed ha lavorato in ospedale come infermiera. Separata dal marito da tempo immemorabile, non ha figli e vive aI 73 della Newhall Street.
La polizia viene avvertita dalle sue amiche, due anziane donne che vivono da sole, ciascuna nel proprio appartamentino, nello stesso stabile di Helen, scambiandosi quotidianamente confidenze e attenzioni. Dal mattino del sabato non l’hanno più sentita e il lunedi, preoccupate, si rivolgono alle autorità. Helen, che è stata violentata, giace sul letto. Le calze con cui è stata strangolata trattengono il busto che le funge da collare.

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Il tenente John Donovan: condusse le indagini insieme con il tenente Sherry.

In agosto, l’assassino colpisce ancora due volte. Ida Irga, una pudìca signora di settantacinque anni, viene ritrovata strozzata nella sua casa di Boston, al 7 di Grover Street. L’assassino
— con una regia grottesca — le ha avvolto una federa intorno al collo e l’ha denudata dalla vita in giù, lasciandola a gambe divaricate, dopo averle collocato il cuscino sotto il sedere. Ovunque il solito caos, senza furto, senza scasso. È stata uccisa domenica 19 agosto 1962. Era vedova, conduceva un’ esistenza regolare, frequentando i giardini pubblici, il Memorial Hospital, per curarsi un’affezione cutanea, e qualche spettacolo musicale.
Alcune ore più tardi viene assassinata, al 435 di Columbia Road, sempre a Boston, l’infermiera sessantasettenne Jane Sullivan. La poveretta, denudata anch’essa dalla vita in giù, è collocata dall’omicida nella vasca da bagno, in posizione inginocchiata. Il cadavere è scoperto diversi giorni più tardi, in avanzato stato di putrefazione.

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La studentessa nera Sophie Clark: la prima vittima giovane.

 

L’ameno dottor Jonathan
Ormai a Boston regna il panico. Dopo il quinto omicidio, la polizia non è ancora in grado di seguire una traccia consistente. Le critiche fioccano da tutte le parti, la stampa pubblica commenti sarcastici, la gente è sgomenta, le donne di tutta la città terrorizzate. Non si sa neppure con certezza se il maniaco agisce da solo; ogni suonata di campanello provoca spavento. Non mancano gli imbecilli che si divertono ad aumentare il panico facendo telefonate minacciose a donne che vivono sole. I venditori di prodotti a domicilio si vedono rovinati e con loro le ditte che rappresentano: nessuno vuole più aprire la porta agli sconosciuti. Alla sezione omicidi si lavora notte e giorno, esaminando gli incartamenti relativi alle vittime. Il responsabile della polizia di Boston, McNamara, mette a disposizione dei cittadini un numero telefonico straordinario, il DE 8 — 1212, per qualsiasi segnalazione. Un giornale lancia un ‘Appello allo Strangolatore’: «Non uccidere più.., sei malato… ti cureremo». Il messaggio contiene anche qualche lusinga: «sei riuscito ad eludere i più abili poliziotti…». Ma l’omicida non risponde.

 

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Patricia Bissette, di ventitré anni, strangolata l’ultimo dell’anno del 1962.

Si cerca intanto di individuare il tipo e le motivazioni che si nascondono dietro la sua condotta aberrante: gli psichiatri si trovano concordi nel definire lø squilibrato un individuo che ricerca di volta in volta nelle sue vittime l’immagine della madre. Le prime cinque sono infatti donne anziane. Forse si tratta di un pederasta: i rapporti sessuali sono stati quasi sempre anomali o incompiuti. Il folle fruga nelle carte delle donne assassinate, negli armadi, nei cassettoni. Alla ricerca di che cosa? Forse della propria identità? Si pensa che sia un frustrato e un dissociato: uno che vive da essere normale la vita di tutti i giorni, che agisce talvolta all’uscita del lavoro, ma frequentemente nel fine settimana quando, avendo più tempo e forse in preda a una maggiore disperazione, viene assalito dalle sue fantasie erotico-omicide.
I tenenti Donovan e Sherry si scervellano studiando i punti che accomunano i delitti: l’anonimato delle vittime, la loro frequentazione ospedaliera, una certa propensione verso la musica… Agenti travestiti cominciano a frequentare i luoghi battuti dagli omosessuali, altri ripercorrono gli itinerari quotidiani delle donne aggredite.

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La cassetta della posta e la porta d’ingresso dell’appartamento della Bissette.

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Molte donne chiamano il DE 8 — 1212 dichiarando di aver ricevuto vellutate proposte telefoniche da un certo ‘dottor’ Jonathan. Alcune hanno accettato di incontrarsi con lo strano tipo, accogliendolo nei propri appartamenti. D’accordo con la polizia, una di esse lo attirerà in un tranello. Quando il galante Jonathan mette piede nell’abitazione, gli agenti lo ammanettano.
Al comando di polizia l’uomo confessa seraficamente di aver circuito circa cinquecento donne, in moltissimi casi con successo. Ha una trentina d’anni, è sposato e non fa il medico. Il suo lavoro di rappresentanza gli permette di stare a lungo fuori casa, e di impiegare il tempo libero nella dongiovannesca attività prediletta.
Appare subito evidente che non ha niente a che vedere con gli strangolamenti.

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Il corpo di Patricia viene portato all’obitorio.

Lo Strangolatore colpisce ancora
Quando viene trovata strangolata e violentata nel suo appartamento di Boston, 315 Huntington Avenue, la studentessa negra in medicina Sophie Clark, succede il finimondo. È la prima donna giovane — vent’anni — contro cui il criminale rivolga le proprie mire. Ciò rimette in discussione la personalità dell’assassino e sposta di nuovo l’arco delle indagini. E il 5 dicembre 1962. L’appartamento viene trovato in disordine, Sophie stava scrivendo al fidanzato quando la morte ha bussato alla sua porta. E stata lei ad aprire? Sembra di sì. Eppure, aveva tanta paura dello Strangolatore da parlarne in continuazione con le due compagne di camera, che al momento dell’aggressione lavoravano in ospedale.
Un’inquilina di un palazzo attiguo, la signora Marcella Lulka, racconta di aver ricevuto, quel pomeriggio, una strana visita. Un uomo piuttosto giovane, con i calzoni verdi, si era presentato dicendo di essere stato incaricato dal proprietario dello stabile di eseguire dei lavori nel suo appartamento. La donna lo aveva introdotto pregandolo di far piano, per non svegliare il marito che stava riposando (non era vero). L’uomo aveva avuto come un ripensamento e si era allontanato dicendo di aver sbagliato indirizzo. Il 1962 si chiude con un altro omicidio, il settimo dal giorno in cui fu uccisa Anna Slesers. E il 31 dicembre e lo Strangolatore vuol siglare alla sua maniera anche l’ultimo foglio del calendario. La morta, Patricia Bissette, aveva ventitré anni e abitava al 515 Park Drive, Boston, davanti ad una clinica medica. Ha subito violenza sessuale e le sono state annodate attorno al collo le calze e la camicetta. Intorno, caos ovunque. Un particolare diverso: Patricia giace compostamente; l’assassino l’ha persino ricoperta. Cosa significa questo gesto di pietà dopo tanta ferocia?

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Curiosi davanti all’abitazione di Beverly Samans. La ragazza fu uccisa a coltellate il 6 maggio 1963. Intorno al collo, questa volta per puro ‘ornamento’, l’omicida le aveva annodato una calza e dei fazzoletti.

Domenica 6 maggio 1963 la sventura si abbatte su un’altra ventitreenne, Beverly Samans, accoltellata selvaggiamente a Cambridge, al n. 4 della University Road. I nodi e i fiocchetti questa volta servono solo da macabra guarnizione. Beverly aveva una bella voce e desiderava far carriera nel teatro lirico; la sua casa è piena di dischi, che l’assassino ha scomposto e rovistato. La ragazza si era anche occupata di handicappati e attualmente svolgeva un lavoro bisettimanale presso un ospedale di Medfield.

 

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Altre due vittime dello Strangolatore: Evelyn Corbin e Joann Graff.

 

 

FINE PRIMA PARTE