La morte bussa alla porta : Lo Strangolatore di Boston SECONDA PARTE

LOGOFREDDY

 

L’8 settembre 1963, il folle si sposta a Salem per colpire di nuovo. Uccide una donna di cinquantotto anni, ma talmente giovanile e in forma che stava per sposarsi per la seconda volta (era divorziata dal primo marito) con il quarantenne figlio di una vicina di casa. Anche per lei, stesso rituale. Evelyn Corbin, questo il nome della vittima, suonava il pianoforte; negli ultimi giorni si era recata a trovare degli amici in clinica. È il nono caso di strangolamento. Seguono quelli di Joann Graff e di Mary Sullivan, di cui abbiamo parlato all’inizio.

strangolatore_di_boston (18)

il vice procuratore John Bottomly, posto a capo del dipartimento speciale istituito allo scopo di cercare i collegamenti tra tutti i casi di strangolamento rimasti insoluti avvenuti a Boston e dintorni dal 1962.

strangolatore_di_boston (19)

Daniel J. Pennacchio, già internato in un istituto per malati di mente. Dichiarò di essere lo Strangolatore ma il suo racconto risultò del tutto inverosimile.

 

strangolatore_di_boston (20)

L’avvocato Lee Bailey: raccolse per primo la confessione di Albert De Salvo e ne assunse la difesa.

Il ‘grande veggente’
Poiché alcuni delitti sono stati commessi fuori Boston, oltre alla polizia della grande citta,si occupano dei casi di loro competenza i dipartimenti di Lynn, Cambridge, Salem e Jare La gravità della situazione evidenzia la necessità di un più efficace collegamento fra le vane polizie. In questo senso si muove il procuratore generale Brooke — un negro che ha fatto carriera nel partito repubblicano — costituendo un centro organizzativo per convogliare le risultanze dei vari dipartimenti che hanno investigato e continuano ad indagare sugli omicidi per strangolamento commessi negli ultimi diciotto mesi. La direzione di questa speciale Divisione viene affidata al quarantaduenne John S. Bottomly, vice procuratore.
Si provvede alla elaborazione dei dati: a un cervello elettronico vengono affidati circa 10000 documenti che le sezioni omicidi delle cinque città passano al centro coordinatore di Bottomly. Sono informazioni sulla vita delle vittime: elencazione accurata dei loro amici e conoscenti, le loro abitudini, i gusti, l’ambiente in cui si muovevano, i luoghi di villeggiatura che frequentavano, e così via. Vengono inoltre registrati i dati ricavati dalle segnalazioni pubbliche e le schede dei maniaci sessuali rilasciati dopo il 1961 dai manicomi in cui erano stati rinchiusi.

 

strangolatore_di_boston (21)

Albert De Salvo, all’epoca dell’allucinante catena di omicidi.

Centinaia di poliziotti setacciano giorno e notte le zone dei delitti (la Back Bay è una delle più colpite dal maniaco), e indagano, spesso in incognito, negli ambienti più disparati, tranquilli o malfamati. Per volontà di Bottomly, ogni cittadino è invitato, tramite la stampa, a collaborare alle indagini, scrivendo ad un’apposita casella postale. È una pacchia per i grafomani del Massachusetts: in breve gli uffici del centro organizzativo vengono sommersi da valanghe di supposizioni fantasiose e sospetti demenziali.
Si costituisce un comitato psichiatrico, composto dai migliori specialisti di Boston: dopo dibattute riunioni, essi dichiarano di propendere per l’esistenza di più maniaci. Uno avrebbe ucciso da solo tutte le donne anziane, mentre dietro all’assassinio delle giovani vi sarebbero spinte diverse, vendette personali o aggressioni maniacali, compiute con la tecnica dello Strangolatore per sviare le indagini.
Gli psichiatri ribadiscono cosi la loro prima teoria: chi ha strangolato Anna, Nina, Helen, Ida, Jane, Evelyn ha inteso colpire la propria madre. Gli altri sono delitti da valutare singolarmente. Nell’ufficio del procuratore si vivono giorni terribili; le imprese dello Strangolatore rischiano di rovinare la carriera a molti e soprattutto a Bottomly, che ormai con l’acqua alla gola si riduce a chiedere aiuto alla parapsicologia.

 

strangolatore_di_boston (22)

L’ospedale-prigione Bridgewater dove De Salvo era ricoverato in osservazione: arrestato perché sospettato di violenza carnale, aveva dato segni di squilibrio mentale.

Dato che un famoso ‘veggente’ olandese, Peter Hurkos, si trova in quel momento in America, intende consultarlo. Si dice che il personaggio in questione abbia collaborato alla risoluzione di numerosi casi di omicidio, rivelandosi di grande utilità per le polizie europee e statunitensi. Anche Scotland Yard — a quanto pare — si è avvalsa in talune occasioni delle sue ‘facoltà’.
A quanto si dice, l’olandese è in grado di ‘vedere’ una persona, il suo ambiente e la sua vita attraverso gli oggetti da essa maneggiati. Può anche immedesimarsi nel soggetto e spaziare nel suo passato, presente e futuro.

 

strangolatore_di_boston (23)

George Nassar, un altro internato al Bridgewater. Fu lui il primo a raccogliere le confidenze di De Salvo e comunicarle poi all’avvocato Bailey.

Hurkos viene ricevuto all’aeroporto da Bottomly e da alcuni fidati collaboratori. Lascia subito di stucco il sergente Martin, rivelando di sapere molte cose sul conto dei suoi familiari. Forse l’olandese si è procurato delle informazioni per fare colpo. Più strano è che conosca la fisionomia di un agente non presente all’aeroporto, scelto all’ultimo momento da Bottomly per seguire le rivelazioni del percettivo.
Nella stanza di un albergo alla periferia di Boston, dove è stato condotto in gran segreto, il ‘veggente’ si accinge a vagliare il materiale proveniente dalle abitazioni delle vittime. Si tratta degli indumenti usati dall’assassino per strangolare o per ‘guarnire’ i cadaveri. Capovolte sul letto, sono state disposte le foto scattate dopo gli undici ritrovamenti. Planando con il palmo della mano a guisa di falco, Hurkos ne individua subito una che non riguarda i casi da esaminare. «Trabocchetto!» esclama giubilante. «Pensavate che ci cascassi, eh?».
Hurkos è un uomo alto e grosso ed è curioso vederlo improvvisarsi mimo nell’ansia di riprodurre le raccapriccianti posizioni delle donne assassinate.

 

strangolatore_di_boston (24)

Il giornalista e Scrittore Gerold Frank, che descriverà in un libro le varie fasi delle indagini per scoprire l’identità dello Strangolatore.

A un certo punto arriva un agente, che si scusa del ritardo provocatogli da un guasto al motore della macchina. «Non vero! — scatta Peter nel suo inglese imperfetto — Tu occupato altrove! Tu passato a salutare tua donna, lei ti ha preparato il caffè e tu hai fatto l’amore con lei sul tavolo di cucina! Per questo tu in ritardo. Tu fare questo mentre io stavo qui in stanza ad esaminare foto».
Il poliziotto balbetta qualcosa come un bambino colto in fallo, mentre Hurkos ammicca soddisfatto: è riuscito a sgominare le resistenze. Quando gli vengono porti gli indumenti delle vittime, dice di sentire «uomo che uccide». «Lo vedo!», grida.
L’indomani il ‘veggente’ è convocato nell’ ufficio di Bottomly. Vi è appena giunto, quando compare il sergente Martin con una lettera sospetta pervenuta quella mattina alla scuola delle infermiere del Boston College, che ha provveduto a trasmetterla alla sezione omicidi di Boston. Lo scrivente si rivolge alla direttrice per avere un contatto con le diplomate degli anni ‘50; intende intervistarle per redigere un articolo da pubblicarsi su un giornale specializzato nel ramo ospedaliero. Con un balzo felino, Hurkos si impadronisce della missiva, la palpa e sentenzia: «E l’uomo che cerchiamo».
Il firmatario della lettera abita nella parte della città indicata dal percettivo nel corso della seduta in albergo. Da una breve indagine, l’uomo risulta essere un ex venditore di scarpe ospedaliere. In passato ha frequentato istituti religiosi ed è stato ospite del St. John’s Seminary, un ordine trappista francese. Tutto corrisponde alle indicazioni fornite da Hurkos.
I poliziotti si precipitano nella sua abitazione con un medico, che dovrà tentare di convincere l’uomo a farsi esaminare al Massachusetts Mental Health Center. Si trovano di fronte un piccoletto che corrisponde perfettamente alla descrizione di Hurkos: naso affilato, cicatrice, pollice storto, fare effeminato. Nella sua camera da letto non esistono materassi. contento che siano venuti a prenderlo. Si lascia sfuggire un «finalmente!», che suscita un brivido di sgomento.
Partito il piccoletto con lo psichiatra, viene convocato sul posto Peter Hurkos. Il ‘veggente’ è sicuro del fatto suo e cerca le prove. Sul diario dello strano tipo compare una frase inquietante: «Fuggi sempre dalla tentazione immediatamente!». Poi saltano fuori piantine di appartamenti e una serie di figure femminili in posizioni yoga:
alcune sono state ricoperte con l’inchiostro di china. Peter le conta: sono undici, come i delitti dello Strangolatore. Gli agenti traggono poi da un cassetto sciarpe e cravatte annodate insieme. Indizi troppo vaghi per mettere in piedi un’ accusa.

 

Un ‘mostro’ in cerca d’amore
Dal Bridgewater, De Salvo scrive alla moglie:
«Cara Irm, spero che questa lettera trovi te e i bambini in buona salute. Quanto a me sto benissimo e anche se ho molti guai penso molto a te e a quello che provi nei miei confronti. Non do certo la colpa né a te né a altri del guaio che ho, ma ammetterai che avresti potuto trattarmi in un altro modo, durante tutti quegli anni che abbiamo perso e in cui ero in cerca dell’amore che c’era fra noi quando ci siamo sposa ti. Si, li ho rubati, quegli anni. Ma perché? Pensa lrm, a quello che accadde quando nacque Judy e scoprimmo che non avrebbe mai potuto camminare. Come gridasti “Al, per favore, mai più bambini!”. Tu, lrm, da quel giorno in poi cambiasti. Tutto il tuo amore si riversò su Judy. Eri frigida e inerte con me, non puoi negarlo. Ecco perché litigavamo sempre a proposito dei rapporti sessuali, perché tu temevi di rimanere incinta. Perché pensavi che sarebbe nato un altro anormale. Avevo chiesto ai medici che cosa c’era che non andava fra noi, nei nostri rapporti intimi; tutti avevano risposto:
potrete amarvi ancora dopo la nascita di un bambino normale. lrm, i medici avevano ragione. Ricordi com ‘eri preoccupata dopo la nascita di Michael? La prima cosa che chiedesti al dottor Karp fu: “E normale?”. Andavi tutte le settimane nello studio del dottor Karp, finché fosti convinta che il bambino stava benissimo. lrm, poi tu tornasti a me col tuo amore per cui avevo tanto patito; ma era tardi. Mi hai fatto soffrire quattro lunghi anni, dalla nascita Judy fino a quella di Michael. Fui mandato in prigione. Perché, lrm? Persino Hilda lo sapeva. Te l’aveva detto. Me non hai creduto, o non hai voluto credere. Non sapevo come farmi amare da te. Avevo scoperto troppo tardi della tua frigidità. Perché temevi di avere un bambino, ma io ero in prigione ed è quello che mi fa male. Quando uscii prigione avevo fede in te, ti credevo buona e cara; ma più tardi scoprii il contrario. Invece di dirmi: “Ricominciamo da capo, Al, dimentichiamo il passato e pensiamo al futuro … “. Niente di tutto questo, lrm. Un anno di sofferenze in prigione non ha significato niente per te.
Tu sapevi quanto ti amavo! Ma quando uscii di prigione, la prima cosa che mi dicesti fu che avevi sprecato un anno, e se io ti avessi fatto ancora del male, mi avresti piantato coi bambini. E dicesti ancora che dovevo darti delle prove di essere cambiato. Ma dimentichi quei quattro anni passati in prigione per causa tua, anni in cui tu mi facesti soffrire. Eppure, siccome ti amavo, non ti avevo lasciato. Non mi davi amore. Per provarti che ho ragione, pensa a quando andammo in Germania, due mesi, pensa quanto fosti fredda L’amore, Irm, è un sentimento che riguarda due persone, non una, lrm, e non soltanto quando vuoi tu. Deve volere anche l’altro. Con questo non voglio dire, lrm, che sia tutta colpa tua, poiché sono io quello che ha sbagliato. Ma io avevo una ragione. Ti amavo. E dopo essere uscito di prigione, malgrado tutto quello che ho tentato di fare, tu mi negavi i miei diritti di marito dicendomi costantemente che dovevo essere messo alla prova, e in breve tempo hai fatto della mia vita un inferno, che tu lo sapessi o no. Sono veramente e sinceramente dispiaciuto di quello che ho fatto e dovrò pagare con anni di prigione. Ma evidentemente questo non è sufficiente per te. Mi dici di non scriverti, oppure, se scrivo, di non esprimere in alcun modo il mio amore per te. Di modo che anche in questo periodo critico, nel momento in cui avrei più bisogno dite, mi fai sentire ancora più disperato e se non posso rivolgermi a te non ho più speranze… né ambizioni… Non si può, no, è terribile aspettare lettere che non arrivano o amare qualcuno ed essere deriso per questo amore. In quanto a me, proverò sempre gli stessi sentimenti nei tuoi confronti, il mio amore per te resterà immutato; posso solo sperare che un giorno o l’altro ti renda conto dell’immensità del mio amore e dei miei sentimenti per te… Chiudo per ora, augurando ogni bene a te e ai bambini.
PS. Tutto il mio affetto a Judy e Michael sempre il loro papà.
Ti amerò per sempre, amor mio
Al».

 

 

Le indagini
Bottomly si ritrova in mano un pugno di mosche. Il venditore di scarpe, che come Strangolatore gli ha suscitato fin dal principio seri dubbi per la sua gracilità, nega recisamente ogni connessione con i delitti: le figurine sono pure esercitazioni artistiche; l’inchiostrazione è una tecnica; il numero Il è casuale; le piantine, un gioco che fa da anni con il fratello; le cravatte annodate, un dono per San Vincenzo de’ Paoli. Sul suo conto, prove schiaccianti non ce ne sono.
Compare intanto sulla scena un personaggio, la cui personalità psicopatica si avvicina a quella ipotizzata dagli psichiatri per lo Strangolato- re. Si tratta di un ex studente, molto bello e intelligente, in cui si intrecciano genio e sregolatezza: inventore di ordigni dinamitardi, di miscugli allucinogeni, drogato egli stesso, stravagante, provocatore, violento. Gira per la città travestito da Otello, porta i sandali malgrado i rigori invernali, si cobra la faccia con un trucco scuro. La giovane moglie è terrorizzata perché un giorno ha tentato di strozzarla.

 

strangolatore_di_boston (25)

Gennaio 1967. Albert De Salvo viene accompagnato al tribunale per il processo. Paradossalmente, sarà condannato all’ergastolo non per i tredici delitti di cui egli stesso si accusa — la confessione non sarò ritenuta valida dai giudici perché resa sotto ipnosi — ma per una serie di rapine.

Nel periodo in cui si erano svolti i delitti aveva un’occupazione che lo lasciava libero nei fine settimana. Il padre era chimico, la madre assistente sociale. Lui la odiava perché si era sentito trascurato nell’infanzia.
Dato il quadro sospetto, anche il giovane ‘Otello’ finisce in osservazione al Bridgewater State Hospital, dove tenta a più riprese di uccidersi. Gli psichiatri lo ritengono un tipo pericoloso, capace di compiere gravi atti irresponsabili. Quando si allaccia le scarpe fornitegli dall’ospedale, aggiunge un mezzo nodo alle stringhe. Ma tutto ciò non è probante e non lo è neppure il fatto che beva birra Lucky Lager. Quella marca era stata servita ad uno sconosciuto in due bar situati vicino alle abitazioni di Joann Graff e di Mary Sullivan, nei giorni delle loro tragiche morti.

 

strangolatore_di_boston (26)

Il muro del penitenziario scavalcato da De Salvo nel corso della sua clamorosa evasione avvenuta nel febbraio 1967. Tornerà in carcere spontaneamente dopo sole quarantotto ore. Era fuggito per ricordare alle autorità che il suo posto non era una prigione ma un ospedale.

Nel frattempo, l’agente Phil Di Natale dice a Bottomly di avere forse una pista. È venuto in contatto con l’avvocato di un individuo che si dice dotato di facoltà extrasensoriali e che afferma di ‘vedere’ lo Strangolatore, o meglio gli strangolatori. Convocato al centro, Paul Gordon, questo il nome del paranormale, accenna ad un individuo alto ed emaciato, attualmente ricoverato in manicomio; nelle sue visioni infatti lo scorge al Boston State Hospital. Sostiene che costui ha ucciso quattro o cinque delle assassinate e descrive l’assalto ad Anna Slesers.
Il ricoverato indicato dal sensitivo è un giovane squilibrato, che ha avuto violenti scontri in famiglia, specialmente con la madre. Su di lui grava il pesante sospetto di averla uccisa al Boston City Hospital dove era stata ricoverata per un intervento chirurgico: le infermiere, subito dopo una visita del figlio, la trovarono morta coi fili del plasma staccati. Il giovanotto è ripetutamente fuggito dal manicomio; sempre in concomitanza con i casi di strangolamento. Inoltre un ragazzo crede di averlo visto entrare nello stabile di Nina Nichols il giorno della uccisione dell’anziana signora; frequentava la mensa di una chiesa vicino alla Sleser ad una suora disse di essere lo Strangolatore. «Per Sophie andò in un altro modo. — continua il ‘chiaroveggente’ — Essa fu uccisa da un negro, che aveva conosciuto occasionalmente e che era penetrato nell’edificio attraverso tre scantinati e l’aveva attesa dietro la porta di un locale in cui si trovavano alcune casse di sigarette Chesterfield».

 

strangolatore_di_boston (27)

La porta e l’interno della cella di De Salvo al Bridgewater State Hospital.

 

strangolatore_di_boston (28)

Il sopralluogo conferma puntualmente la descrizione. L’interno delle abitazioni delle vittime è circostanziato da sensitivo con particolari noti solo alla polizia Incredibile. L’extrasensoriale li ha percepiti o li ha visitati di persona? A questo punto, anche l’accusatore diventa indiziato.
Per stornare i sospetti dalla sua persona, per aiutare la polizia o forse per riscuotere l’allettante taglia posta sullo Strangolatore, il percettivo accetta di sottoporsi al siero della verita. Dopo essersi cautelato con un documento attestante che la polizia non userà le sue dichiarazioni contro di lui. Sotto l’effetto del peetothal, il sensitivo descrive animatamente i delitti, spiega come il giovane ricoverato del Boston State Hospital li avesse compiuti desiderando che quelle donne, nelle quali credeva di vedere sua madre, gli dessero ascolto. Dopo l’uccisione delle vittime, preso dal desiderio disperato di rinascere a nuova vita, cercava di rintrodursi nell’utero con qualsiasi mezzo. Nel caso di Nina Nichols aveva usato una bottiglia…

Secondo i medici che lo hanno sottoposto al trattamento, non è lui lo Strangolatore; quanto al ricoverato del Boston State Hospital, ha subito un peggioramento e si trincera in un mutismo assente, mentre il negro che si recò effettivamente da Sophie Clark in quel giorno fatale sostiene di averla lasciata in ottima salute e in perfetta tranquillità. A chi credere?
Gli inquirenti provano più volte l’emozione di avere fra le mani il colpevole. Un certo Daniel J. Pennacchio, che era stato seguito e curato da Beverly Samans quando era internato in un istituto per ritardati mentali, afferma di averla uccisa e si autoaccusa degli altri dieci casi. Ma i particolari che fornisce sono cosi sballati da invalidarne la confessione. Poco dopo, il poveretto muore in un incidente.
Una donna, che si è messa in testa che lo Strangolatore sia il suo vicino di casa, perde il controllo di se stessa e si butta dalla finestra. Un’altra vittima da ascriversi sul conto dell’introvabile ‘mostro’.
Un uomo sulla trentina, un grafomane affascinato dai delitti, che ha frequentato le zone abitate dalle vittime e che ha prestato servizio in un ospedale di Lynn, concentra per breve tempo su di sé l’attenzione della polizia. Anche questa traccia si rivela però falsa.
L’agente Delaney crede invece di aver individuato lo Strangolatore in uno sguattero finlandese, un iracondo oppresso da manie persecutorie, ma il poveretto risulterà del tutto estraneo ai fatti.
Le indagini, insomma, sono arrivate a un punto morto.
A ridare fiducia agli sconfortati inquirenti ci pensa Gertrude Gruen, una cameriera sulla trentina, nerboruta come un uomo, che è stata aggredita dal ‘mostro’ ma, grazie alla propria prestanza fisica è riuscita a sottrarsi alla sua morsa mortale.
Il 18 febbraio 1963 — racconta Gertrude — ha ricevuto la visita di un uomo che indossava un giubbotto su pantaloni verdi. Diceva di dover fare dei controlli allo scarico della vasca, in collegamento con gli operai che lavoravano sul tetto. Approfittando di un momento in cui lei era voltata, lo sconosciuto le era saltato addosso trascinandola sul pavimento, dopo averle passato un braccio intorno alla gola. Dibattendosi e gridando Gertrude lo aveva messo in fuga. Ha un ricordo vago del suo volto: è bruno di capelli, sui trent’anni di età. Sono elementi scarsi ma almeno adesso gli inquirenti hanno una pista sicura da seguire.

strangolatore_di_boston (29)

Alcune fasi della gigantesca caccia all’uomo organizzata dalla polizia dopo l’evasione del ‘mostro’ dal penitenziario. La notizia della sua fuga aveva seminato il terrore a Boston e nelle città vicine. Una pattuglia di poliziotti perquisisce una casa dove era stato segnalato l’evaso.

 

‘L’uomo delle misure’
Un altro colpo di scena si verifica pochi giorni dopo, quando il tenente Donovan, capo della sezione omicidi di Boston, telefona a Bottomly per comunicargli che il noto avvocato Lee Bailey gli ha fatto ascoltare un nastro contenente le dichiarazioni di Albert De Salvo, un detenuto in osservazione al Bridgewater State Hospital, che afferma di essere lo Strangolatore di Boston. «La confessione è credibile, terribilmente autentica», commenta Donovan. «Sono andato a vederlo di persona e ho ricevuto la sconvolgente impressione di trovarmi di fronte all’uomo che cerchiamo da anni». È il marzo 1965. Bottomly si batte una mano sulla fronte. Proprio in quei giorni, un agente del suo centro, Phil Di Natale, gli ha segnalato quel nome, che il cervello elettronico non aveva evidenziato perché non registrato come maniaco sessuale. Fra le mani di Di Natale era tuttavia passato il fascicolo che lo riguardava e l’agente lo aveva ritenuto degno di attenzione. Dal centro era quindi partita la segnalazione, per gli psichiatri del Bridgewater, di studiare il soggetto anche in relazione ai casi di strangolamento.
Ma Bailey ha battuto tutti sul tempo; ha ottenuto a titolo personale la confessione di Albert De Salvo e ne è divenuto il legale, soppiantando il collega Asgiersson, che da anni seguiva i reati e le illegalità dell’irrequieto Albert.

 

strangolatore_di_boston (30)

Il negozio nel quale il fuggiasco si consegnò spontaneamente ai suoi inseguitori.

A poco più di trent’anni, Bailey è già un rinomato principe del foro, per aver vinto cause ritenute da tutti perdute in partenza. Come era giunto a De Salvo? Era stato convocato d’urgenza da un altro suo cliente, George Nassar, anch’egli internato al Bridgewater. In ospedale Nassar aveva familiarizzato con Albert, che gli aveva confidato di essere lo Strangolatore. Albert De Salvo era nato il 3 settembre 1931 in un sobborgo operaio di Chelsea, nel Vermont. Il padre, un ubriacone truculento, divideva la sua esistenza fra prigione e prostitute; le portava anche a casa, dove i sei figli potevano assistere alle sue prodezze erotiche. Percuoteva brutalmente la moglie, che per sbarcare il luna- rio — spesso mancava anche il cibo — tentava di racimolare qualcosa con qualche modesto lavoro di sartoria. Una volta il niarito le aveva rotto le dita di una mano e un’altra le aveva spezzato i denti, davanti agli occhi del piccolo Albert. Le botte non erano risparmiate nemmeno ai figli, che periodicamente fuggivano di casa per ritrovarsi con altri emarginati della loro età o con i più grandicelli da cui apprendevano i primi rudimenti di delinquenza. Fin da bambini, Albert e i fratelli rubacchiavano qua e là e si introducevano negli appartamenti forzando le serrature delle porte con semplici marchingegni. Erano così finiti in riformatorio. A scuola, l’intelligenza di Albert era reputata normale. Durante la seconda guerra mondiale, si era arruolato nella polizia militare. Con l’esercito di occupazione, aveva raggiunto la Germania, dove aveva conosciuto e sposato una ragazza, Irmgard. Ritornato in patria con la moglie, aveva preso il congedo col grado di sergente. I coniugi De Salvo si erano stabiliti a Malden, alla periferia di Boston. Dalla loro unione erano nati due figli.
La prima denuncia a carico di De Salvo, relativa al suo comportamento sessuale, risale al 1955, quando era ancora soldato, di stanza a Forte Fix: era stata sporta da una madre, che riteneva torbidi i complimenti che Albert aveva rivolto alla sua bambina di nove anni.

strangolatore_di_boston (32)

Una pistola trovata in possesso dell’evaso.

 
Concluso il servizio militare, De Salvo trovò difficile il reinserimento nella società civile. Aveva ripreso a rubare introducendosi di soppiatto nelle case ed era tenuto d’occhio dalla polizia. Nel 1960 lavorava in fabbrica ed impiegava il tempo libero in una stravagante attività: suonava i campanelli di appartamenti intestati a donne sole in zone per lo più abitate da studentesse universitarie, cui ‘offriva di lavorare come modelle per 40 dollari l’ora. Si presentava come fotografo, ma non possedeva nemmeno una macchina fotografica. Mentre spiegava il motivo della sua visita, traeva dalla tasca un metro con cui misurava vita, fianchi e caviglie delle lusingate bellezze. Poi le salutava cordialmente dicendo che sarebbe passata un’incaricata dell’agenzia a stipulare il contratto. Le ragazze non vedevano più nessuno e la cosa finiva lì.
Nel marzo del 1961 De Salvo venne arrestato, non per la faccenda delle misure — che confessò candidamente, quasi come un vanto — ma perché sospettato di furto. Ottenne la libertà nell’aprile del 1962 e circolò indisturbato per due anni e mezzo; la polizia era troppo indaffarata per controllarlo: dal 14 giugno 1962 era all’ affannosa ricerca di uno strangolatore che terrorizzava la città…
Un giorno del novembre 1964 si presenta al distretto di polizia di Cambridge una giovane donna, che ha subito violenza carnale da parte di uno sconosciuto, penetrato furtivamente nel suo appartamento. L’uomo l’ha legata ai bordi del letto minacciandola con un coltello ed ha abusato di lei. Le ha imposto di non guardarlo, ma lei lo ha fotografato nella mente. Descrive il tipo con precisione. L’identikit sembra corrispondere alla figura del bruno ‘misuratore’ di ragazze. «Strano — commentano gli agenti — quello è un tipo innocuo, non arriverebbe a tanto…», ma la donna lo identifica senza possibilità di errore.
La polizia di Cambridge dirama una foto del violentatore agli stati vicini. Risulta che casi analoghi sono stati denunciati ovunque. E a Bottomly non era stato segnalato niente! De Salvo viene dunque nuovamente arrestato e, poiché in carcere dà segni di squilibrio, è inviato al Bridgewater, dove incontra Nassar e dove racconta all’avvocato Bailey di essere lo Strangolatore.

strangolatore_di_boston (31)

De Salvo al posto di polizia: l’incubo è finito.

 

 

Il ‘mostro’ confessa
Nei mesi che seguono, Bottomly procede all’interrogatorio di De Salvo al Bridgewater, alla presenza degli psichiatri. Albert accetta anche di farsi ipnotizzare. Afferma di non sapere perché ha fatto quelle orribili cose, sente di essere malato e vuole essere curato. De Salvo è un violentatore: le polizie del New England gli attribuiscono circa trecento stupri. «Ottocento negli ultimi anni», precisa l’interessato, sentendosi sottovalutato. Dall’ epoca del suo primo rapporto sessuale, calcola di aver posseduto duemila donne. Non aveva sempre usato la forza: quando andava in giro con il metro, gli era facilissimo avere rapporti col consenso delle ragazze. La brama sessuale lo assaliva di continuo come un’ossessione e gli annebbiava la mente.
Al Bridgewater, De Salvo confessa a Bottomly gli undici delitti e ne aggiunge due: quello di Mary Mullen, di ottantacinque anni, trovata morta nella sua abitazione di Boston al 1435 Commonwealth Avenue il 28 giugno 1962 (gli agenti avevano pensato ad un attacco cardiaco) e quello della sessantanovenne Mary Brown, risalente al 9 marzo 1963, che non fu attribuito allo Strangolatore perché la donna, colpita con un tubo e successivamente pugnalata con una forchetta, non era stata legata col caratteristico nodo.
«Quel nodo mi era familiare — afferma De Salvo — lo facevo ogni giorno per fissare l’apparecchio ortopedico di mia figlia Judyx’. La piccola De Salvo presenta infatti una malformazione congenita all’anca e la sua infermità è vissuta tragicamente dai genitori. Dopo la nascita di Judy, Irmgard aveva interrotto quasi del tutto i rapporti sessuali col marito: temeva di mettere al mondo un altro figlio handicappato. Poi era nato un altro bambino, normale. «Amo Irmgard più di ogni altra cosa al mondo» dice De Salvo, — ma era frigida, non voleva il mio amore… Mi faceva sentire sporco». Il dottor Bryan, che lo analizza, avanza una sua ipotesi. Lo scrittore Gerold Frank, che visse di persona le drammatiche fasi delle investigazioni, descrive così il momento culminante della seduta nel suo libro Lo Strangolatore di Boston (edito in Italia da Dall’Oglio): «Adagio, ma con una crescente eccitazione nella voce, l’ipnotizzatore ricondusse De Salvo attraverso episodi del suo passato: il massaggio alle gambe malate della sua bambina per rieducarle all’uso, il pianto di Judy. “Credo di farle male, non voglio farle male, l’aiuterò, non capite che è una bambina, cercherò di aiutarla, e per aiutarla devo farle del male”.
(…) Non era forse vero che De Salvo identificava tutte le sue vittime con la figlia inferma e che ogni volta che le strangolava era come se ripetesse i tentativi fatti per cercare di guarire la bambina? La vera ragione era forse che De Salvo voleva inconsciamente strangolare Judy per eliminarla, perché s’interponeva fra lui e Irmgard, perché gli portava via l’amore e le attenzioni di Irmgard? Seduto di fronte a De Salvo, vicinissimo, il dr. Bryan, piegandosi verso di lui, passò la sua mano enorme, a coppa, dietro la testa di Albert, attirandola a sé finché con la faccia quasi toccò quella dell’altro, poi avvicinando le labbra all’orecchio di Albert, sussurrò: “Ogni volta che tu strangolavi una donna, era perché pensavi di uccidere Judy, vero? Non è così? Stavi uccidendo Judy…”. De Salvo esclamò con foga: “Siete un bugiardo!” e inaspettatamente richiuse gli occhi, aprì le mani e le protese in un baleno verso la gola dell’ipnotizzatore. Il dr. Bryan balzò indietro con velocità sorprendente, appoggiò pesantemente le mani sulle spalle di Albert. “Dormi” ordinò. “Dormi”. Al si accasci sulla sedia, le braccia a penzoloni, la testa bassa, gli occhi ancora chiusi, ridotto uno straccio. Gli altri incominciarono di nuovo a prendere fiato.
Il dr. Bryan tentò un’altra tattica. “Adesso senti, Al, ti farò una domanda e voglio che tu mi dia proprio la prima risposta che ti salta in mente. La prima, ti raccomando. Non pensare. Rispondi immediatamente. Sei in grado di darci qualche informazione importante oggi? Presto, parla, su parla!” De Salvo: “Si”. Dr. Bryan: “Che cos’è? Dimmi, cos’è?” De Salvo: ‘Irmgard’. Dr. Bryan: “Cos’hai da dire di Irmgard? Racconta”. Un attimo di silenzio, poi Bryan incalzò: “Cos’hai da dire del collo di Irmgard? E importante?”.
De Salvo: “Non vuole che nessuno le tocchi il collo, nemmeno sfiorandolo; cadrebbe svenuta”.
Dr. Bryan (agitato): “Cadrebbe svenuta se tu le toccassi il collo, vero? Allora vorresti farla svenire, no?” De Salvo: “No”. Dr. Bryan: “Non è per questo che le toccavi il collo?”
De Salvo: “No, mai”. Dr. Bryan: “Sapevi che toccandole il collo l’avresti fatta svenire, no? Bene, però non volevi che lei svenisse. Volevi addirittura ucciderla?”
De Salvo si agitava sulla sedia… L’ipnotizzatore martellava De Salvo su questo argomento. De Salvo voleva strangolare la moglie? No, rispose senza emozionarsi. “No, volevo soltanto che lei fosse carina e gentile”. La seduta terminò pochi minuti dopo».

 

Alcune immagini della detenzione di Albert De Salvo (le prime tre foto risalgono al 1972, l’ultima del marzo 1973, pochi mesi prima della morte

strangolatore_di_boston (33)

Nella sua stanza mentre sfoglia una rivista ‘per soli uomini’.

strangolatore_di_boston (34)

Quattro salti con un’anziana partner.

strangolatore_di_boston (35)

La collezione dei suoi lavori di bigiotteria.

strangolatore_di_boston (36)

 

Un ‘vegetale umano’
Uno dopo l’altro, De Salvo racconta come si svolsero i tredici delitti. Quando faceva quelle cose, lui diventava un altro. Era allucinante ricordare. Accetta anche il rischio della sedia elettrica: non gli serve vivere, mostruosamente estraneo a se stesso. I ricchi possono curarsi prima di piombare nell’abisso; non era lui che aveva fatto così il mondo. Scrive a Irmgard lettere piene di un angoscioso sentimento; soffre per l’infamia che ricadrà sui suoi figli. Ricorda la spaventosa violenza paterna, se stesso bambino, i fratelli, le sorelle e la madre fracassati di botte. Lui no, lui ha trattato bene i figli e la moglie.., lui li ha amati tutti quanti. Quell’amore che suo padre non ha mai dato a nessuno…
Nel gennaio 1967, Albert De Salvo viene pro- cessato, ma non per gli strangolamenti, per i quali mancano le prove. La Corte Superiore della contea del Middlesex, Massachusetts, lo ha incriminato di aggressione, violazione di domicilio e atti di libidine ai danni di quattro donne che testimonieranno delle aggressioni e delle violenze subite e lo riconosceranno pubblicamente. Sarà proprio il suo legale, Bailey, a coinvolgerlo nella serie di omicidi per dimostrare la sua infermità mentale e il necessario ricovero in manicomio.
Bailey chiama sul banco dei testimoni gli psichiatri che lo hanno avuto in osservazione; la loro diagnosi è: schizofrenia violenta. Con acume e intelligenza, Bailey si batte perché il suo cliente venga sì rinchiuso, ma in un posto dove possa essere adeguatamente curato. Conia per lui una suggestiva definizione: «un vegetale incontrollabile all’interno di un corpo umano». De Salvo, dice, è investito da una spinta sessuale fra le più dirompenti che la psichiatria si sia mai trovata a studiare.
Il pubblico accusatore, Donald Conn, respinge la tesi della totale infermità mentale ma non può comunque provare che De Salvo sia lo
Strangolatore di Boston. La Corte non ritiene valida la confessione dei tredici delitti fatta dall’imputato (perché rilasciata mentre era sotto ipnosi) e I’8 gennaio 1967 lo condanna, si, all’ergastolo ma non per l’orrenda catena di omicidi, bensì per una serie di rapine.
Qualche tempo dopo, De Salvo fugge dal penitenziario seminando il terrore per Boston. Ritornerà in prigione di sua spontanea volontà, senza aver miociiito ad alcuno, Ha voluto soltanto ricordare alle autorità che il suo posto non è in galera, ma in un ospedale, dove qualcuno gli possa spiegare le mostruosità della sua psiche contorta. Ottiene così l’internamento al Bridgewater. In seguito verrà trasferito alla prigione di stato di Walpole, nel Massachusetts, dove morirà nel novembre 1973.
Abbiamo la certezza che fu proprio lui a compiere gli strangolamenti? Restano molti dubbi:
De Salvo disse di aver agito a casaccio, suonando i campanelli alle porte di donne che si supponeva vivessero sole. E il collegamento ospedaliero? Una semplice coincidenza? I pochi testimoni, inoltre, non lo riconobbero: un’ insegnante che aveva visto un uomo alla finestra illuminata di Mary Sullivan il giorno del suo omicidio disse di non ravvisare nel profilo di Albert quell’individuo: sembrava piuttosto quello di George Nassar. Anche la cameriera aggredita non lo riconobbe; la turbava invece la fisionomia di Nassar.
Che Albert sia stato plagiato dal vero Strangolatore? Molti psichiatri del Bridgewater lo ritengono malato ma non omicida. Perché, allora, ha confessato? È vero che le dichiarazioni rese sotto ipnosi non sono attendibili?
Nel valutare la complessa personalità di Albert De Salvo, trattato con incomprensione e crudeltà nei primi anni della sua vita, giova ricordare il disperato appello dell’assassino di M,il mostro di Diisseldorf, magistralmente interpretato da Peter Lorre sotto la regia di Fritz Lang: «Chi siete voi? Tutti voi?… Criminali! Forse siete anche orgogliosi di riuscire a cavarvela, di rubare nelle case o di barare alle carte. Tutte cose che potreste smettere quando vi pare… Ma io… io non posso salvarmi.., non posso controllare questo male che dentro mi rode… il fuoco, le voci, il tormento… vorrei sottrarmi, ma è impossibile!».
FINE