LA ROMANZESCA STORIA DI CERTI VECCHI VESTITI

golemcuccia

Verso la metà del XVIII secolo viveva nella colonia del Massachusetts una
gentildonna vedova, madre di tre figlioli, che rispondeva al nome di Veronica
Wingrave. Era rimasta vedova ancor giovane e si era dedicata interamente ai figli.
Questi crescevano in modo da compensarla delle sue tenere cure e da esaudire le sue
più rosee speranze. Il primogenito era un maschio al quale era stato imposto il nome
del padre, Bernard. Le altre due erano femmine, nate a tre anni di distanza l’una
dall’altra. La bellezza era una tradizione di famiglia, né pareva che questi giovani
volessero consentirle d’estinguersi. Il ragazzo aveva quella costituzione bionda e
rosea e quella struttura atletica che, allora come oggi, è segno di puro sangue inglese:
era un giovinetto spontaneo, affettuoso, un figlio e un fratello ideale, un amico fedele.
Intelligente, però non lo era: le doti di spirito della famiglia erano toccate in sorte
soprattutto alle sorelle. Mr Wingrave era stato un appassionato lettore di Shakespeare
in un’epoca in cui tale occupazione era, più che non sia oggi, indizio di una mente
perspicace, e in un ambiente nel quale esprimersi in favore del dramma richiedeva
una buona dose di coraggio persino in privato; e aveva desiderato testimoniare la sua
ammirazione per il grande poeta chiamando le figlie con nomi tolti dai suoi lavori
preferiti. Alla maggiore aveva imposto quello affascinante di Rosalind, mentre la
minore l’aveva chiamata col nome più serio di Perdita, in memoria della bambina nata
fra l’una e l’altra e vissuta solo poche settimane.


Quando Bernard Wingrave ebbe compiuto i sedici anni, sua madre fece appello al
proprio coraggio e si preparò ad esaudire l’ultima richiesta del marito: l’ordine
perentorio, cioè, che, all’età giusta, il figliolo fosse mandato in Inghilterra per
completarvi l’educazione all’Università di Oxford, dove egli stesso aveva imparato ad
amare la letteratura classica. Mrs Wingrave era convinta che l’uguale del figlio non
fosse reperibile in entrambi gli emisferi, ma era rispettosa delle antiche tradizioni che
le imponevano l’obbedienza assoluta. Così, soffocando i singhiozzi, preparò al
ragazzo il baule e un semplice corredo di provinciale, e lo mandò per la sua strada al
di là dei mari. Bernard fu iscritto al college del padre e trascorse in Inghilterra cinque
anni, non con grande onore, in verità, ma divertendosi un mondo e senza gettar
discredito sul proprio nome. Lasciata l’università compi un viaggio in Francia. A
ventitre anni s’imbarcò per far ritorno in patria, preparato a trovare il povero piccolo
New England (era davvero molto piccolo allora) una residenza noiosa, antiquata. Ma
c’erano stati dei cambiamenti in casa, non meno che nelle opinioni di Bernard. Egli
trovò la casa materna abitabilissima, e le due sorelle trasformate in due deliziose
signorine, con tutte le prerogative di grazia delle giovani inglesi e una certa innata
simpatica brusquerie, un che di selvatico che, se non era una dote, costituiva
un’attrattiva in più. A quattr’occhi con la madre Bernard le assicurò che le sorelle non
sfiguravano a confronto con le raffinate damigelle d’Inghilterra: al che, naturalmente,
la povera Mrs Wingrave spronò le figlie a camminare a testa alta. Tale era l’opinione
di Bernard, e tale, ma decuplicato, era il giudizio di Mr Arthur Lloyd. Questi, mi
affretterò ad aggiungere, era un compagno d’università di Bernard, un giovane di
famiglia onorata, bello d’aspetto e in vista d’un’eredità cospicua che era in procinto
d’investire nel commercio della fiorente colonia. Erano amici intimi, lui e Bernard;
avevano attraversato insieme l’oceano, e il giovane americano non aveva indugiato a
presentar l’amico in casa di sua madre, dove aveva fatto la stessa buona impressione
che aveva ricevuta e di cui ho appena detto.
A quell’epoca le due sorelle erano nel fiore della loro freschezza giovanile; e ciascuna
se ne adornava, com’è naturale, nella maniera che più le si confaceva. Erano,
nell’aspetto e nel carattere, ugualmente dissimili. Rosalind, la maggiore, che contava
allora ventidue anni, era alta e pallida, con tranquilli occhi grigi e trecce dai riflessi
dorati; somigliava dunque ben poco alla Rosalind di Shakespeare, che io mi raffiguro
come una brunetta (se mi consentite), una creatura minuta, vivace, sensibile alle più
delicate e sottili emozioni. Rosalind Wingrave, con la sua carnagione chiara un poco
anemica, le sue belle braccia, la statura maestosa e la lenta loquela, non era fatta per
le avventure. Non avrebbe mai indossato una giacca da uomo o un paio di pantaloni;
il che, florida com’era – a prescindere dal suo innato senso di dignità -, avrebbe forse
fatto bene ad evitare. Anche Perdita avrebbe potuto benissimo scambiare la dolce
malinconia evocata dal suo nome con qualcosa di più consono al suo aspetto e alla
sua indole. Aveva una carnagione da zingara e occhi infantili, ardenti, oltre al vitino
più sottile e i piedini più veloci di tutta la patria dei Puritani. Se le veniva rivolta una
domanda, lungi dal far aspettare una risposta com’era abitudine della sua bella sorella
(mentre teneva fisso sull’interlocutore lo sguardo dei suoi occhi grigi un po’ freddi),
gliene avrebbe offerto la scelta fra una mezza dozzina, prima che l’altro avesse avuto
il tempo di esprimere solo la metà del proprio pensiero.
Le due fanciulle furono lietissime di rivedere il fratello, il che non impedì loro di
riservare un’ampia dose di buona accoglienza al suo compagno. Tra i loro amici e
vicini di casa, la belle jeunesse della colonia, v’erano molti giovanotti eccellenti,
parecchi devoti corteggiatori, e due o tre che godevano fama di conquistatori
affascinanti. Ma l’educazione casalinga e la galanteria alquanto rumorosa di
quell’onesta gioventù coloniale venivano completamente eclissate dal bell’aspetto, dal
vestire raffinato, dall”empressement rispettoso, dal tratto squisito e lo sconfinato
sapere di Mr Arthur Lloyd. In verità nessuno reggeva al suo confronto: era un
giovane sincero, risoluto, intelligente, educato, ricco di sterline, di salute, di rosee
speranze e del suo piccolo capitale di affetti non investiti. Ma era anche un
gentiluomo: aveva bei tratti, aveva studiato e viaggiato; parlava il francese, suonava il
flauto e leggeva versi ad alta voce con grande finezza di gusto. C’erano abbondanti
ragioni perché da quel momento in poi le signorine Wingrave facessero le difficili
nella scelta delle loro conoscenze maschili. Alle nostre giovinette del New England i
discorsi di Mr Lloyd rivelarono molte più cose di quant’egli potesse immaginare sugli
usi e costumi della gente alla moda delle capitali europee. Era così piacevole starlo a
sentire quando, con Bernard, discorreva della bella società e delle belle cose che
avevano vedute. Dopo il tè si radunavano intorno al fuoco nel salottino dalle pareti
rivestite di legno; e allora, uno di qua, uno di là dal camino, i due giovani
rievocavano questa o quella o quell’altra avventura. Rosalind e Perdita avrebbero
spesso dato volentieri qualcosa per sapere di che specie d’avventura si trattasse, e
dove aveva avuto luogo, e chi c’era, e com’erano vestite le signore; ma allora non
s’usava che una giovane ben educata s’intromettesse di propria iniziativa nella
conversazione e facesse troppe domande; e le poverine se ne restavano lì, emozionate
e agitate, costrette a dipendere dalla più flebile – o più discreta – curiosità della loro
mamma.
Che le sorelle fossero due ragazze molto carine Arthur Lloyd non ci mise molto a
scoprirlo; ma gli ci volle un po’ di tempo per decidere quale delle due sorelle gli
piacesse di più: se la maggiore o la più piccola. Aveva il netto presentimento – una
sensazione di carattere troppo lieto nell’insieme per potersi definire un presagio -d’essere destinato a comparire davanti al pastore con una delle due; eppure era
incapace di formulare una preferenza. Se quella doveva essere la conclusione, una
preferenza era certo indispensabile, tanto più che Lloyd era troppo giovane per
accettare l’idea di lasciare la propria scelta al caso e rinunciare alla gioia
d’innamorarsi. Decise di dare tempo al tempo e di lasciar parlare il cuore. Intanto era
in una situazione ideale. Mrs Wingrave mostrava un’indifferenza dignitosa verso le
sue «intenzioni», ugualmente lontana dal trascurare l’onore delle figliole e dal
mostrare quella premurosa alacrità di indurlo a pronunciarsi che, nella sua qualità di
giovane facoltoso, troppe volte egli aveva dovuto riscontrare nelle madri nobili delle
sue isole natali. Quanto a Bernard, non chiedeva di meglio che l’amico considerasse
le sorelle come sorelle sue; e quanto alle due giovinette, benché forse ciascuna
aspirasse in segreto al monopolio delle attenzioni di Mr Lloyd, mantenevano un
contegno irreprensibile, improntato a lieta modestia.
Nel loro rapporto reciproco, tuttavia, stavano piuttosto sul chi vive. Erano buone
amiche fraterne, e concilianti compagne di letto (dividevano infatti il lettone a quattro
colonne) e più d’un giorno sarebbe occorso perché tra loro germogliassero e
fruttificassero i semi della gelosia; le due ragazze avevano però l’impressione che
quei semi fossero stati gettati nel giorno stesso in cui Mr Lloyd aveva posto piede in
casa loro. Ognuna aveva deciso che, se disprezzata, avrebbe sopportato il suo dolore
in silenzio e nessuno ne avrebbe saputo nulla; poiché, se erano capaci di molto amor
proprio, erano anche fornite di una buona dose di orgoglio. Ma ciascuna nel proprio
intimo pregava che, malgrado tutto, la scelta, la preferenza di Lloyd cadesse su di lei.
Abbisognavano certo di molta pazienza, di molto dominio di sé, di molta capacità di
dissimulazione. A nessuna ragazza di buona famiglia era lecito, a quei tempi,
prendere la minima iniziativa; le era soltanto consentito rispondere a quelle che
venivano prese. Una ragazza doveva starsene seduta sulla propria seggiola con gli
occhi rivolti al tappeto, lo sguardo fisso sul punto dove sarebbe caduto il fatidico
fazzoletto. Il povero Arthur Lloyd era costretto a fare la sua corte nel salottino boisé,
sotto gli occhi di Mrs Wingrave, del di lei figlio e dell’eventuale cognata. Ma così
scaltri sono giovinezza e amore che cento piccoli indizi e pegni si sarebbero potuti
scambiare senza che nessuno di quei sei occhi ne captasse il passaggio. Le due
giovani, l’una in quasi costante compagnia dell’altra, avevano infinite occasioni di
tradirsi. Che ciascuna sapesse d’essere osservata non causava però la minima
differenza in quei piccoli favori che si rendevano a vicenda, o nelle varie mansioni
casalinghe che assolvevano insieme. Né l’una né l’altra dava segno di timore o
d’agitazione sotto il muto dardeggiare degli occhi della sorella. L’unico visibile
mutamento nelle loro abitudini fu che ebbero meno da dirsi. Parlare del signor Lloyd
era impossibile, e parlar d’altro era ridicolo. Per tacito accordo cominciarono a
mettersi i vestiti più belli, a escogitare dei piccoli espedienti di civetteria in materia di
nastri, gale e falpalà consentiti nell’ambito d’un’indiscussa modestia. Trattando fra
loro a mezza bocca quegli argomenti delicati, osservavano un piccolo patto di
sincerità. «Va meglio così?» chiedeva ad esempio Rosalind appuntandosi sul petto un
fiocco di nastri e volgendosi dallo specchio alla sorella; e Perdita alzava
compuntamente gli occhi dal lavoro per esaminare la guarnizione. «Direi che faresti
bene ad aggiungerne ancora uno», rispondeva con molta gravità alla sorella, mentre il
suo sguardo sembrava aggiungere: «parola d’onore». così continuavano a cucire e ad
abbellire le loro gonnelle, a stirarsi le mussole, a inventar lozioni, pomate e cosmetici,
come le signore nella casa del vicario di Wakefield. Trascorsero tre o quattro mesi: si
entrava nel pieno inverno, e Rosalind per il momento sapeva che, se Perdita non
aveva motivo di vantarsi più di lei, la sua rivalità destava ben pochi timori. Ma
contemporaneamente Perdita, la deliziosa Perdita, sentiva che il suo segreto era
diventato dieci volte più prezioso di quello della sorella.
Un pomeriggio Rosalind stava seduta, sola – il che accadeva di rado davanti allo
specchio della toeletta, intenta a pettinarsi i lunghi capelli. Si stava facendo troppo
buio per vederci ancora: accese allora le due candele nei bocciuoli fissati alla cornice
dello specchio e andò alla finestra per tirare le tende. Era una grigia sera decembrina:
il paesaggio era nudo e brullo, il cielo carico di nuvole di neve. In fondo al grande
giardino su cui si affacciava la finestra c’era un muro, con una porticina posteriore
che s’apriva su un viottolo. Per quanto potè discernere nell’oscurità crescente, la porta
era semiaperta e si muoveva lentamente avanti e indietro, come se qualcuno la
sospingesse dalla strada. Senza dubbio era una delle cameriere che aveva avuto
appuntamento con l’innamorato. Ma, nell’atto di far ricadere la tendina, Rosalind
scorse la sorella affrettarsi per il viale del giardino verso casa. Riaccostò la tenda,
lasciando soltanto uno spiraglio per vedere. Perdita stava risalendo il viale e
sembrava esaminare qualcosa che teneva in mano, avvicinandosela agli occhi.
Raggiunta la casa, si fermò un istante, guardò attentamente l’oggetto e se lo premette
alle labbra.
La povera Rosalind tornò lentamente a sedersi davanti allo specchio; se vi avesse
posato uno sguardo meno distratto, vi avrebbe scorto i suoi bei tratti tristemente
alterati dalla gelosia. Poco dopo l’uscio si aperse alle sue spalle e Perdita entrò
ansimando nella stanza, con le guance rosse per l’aria frizzante.
Trasalì.
– Ah, – disse, – credevo che fossi con la mamma -.
Era previsto un ricevimento di signore, e in quelle occasioni una delle due ragazze era
solita assistere la madre nel cambiarsi d’abito. Invece di entrare, Perdita indugiava
sulla soglia.
– Vieni, vieni avanti, – disse Rosalind. – C’è ancora più di un’ora di tempo. Volevo
proprio pregarti di dare qualche colpo di spazzola ai miei capelli -. Sapeva che la
sorella desiderava ritirarsi, e che lei poteva sorvegliare dallo specchio tutti i
movimenti nella stanza. – Via, aiutami con questi capelli, – soggiunse. – Poi vado io
dalla mamma.
Perdita si fece avanti contro voglia e prese la spazzola. Vedeva nello specchio gli
occhi dell’altra fissi sulle sue mani. Non aveva dato tre passate che Rosalind afferrò
con la mano destra la sinistra della sorella e balzò su dalla sedia. – Di chi è
quest’anello? – esclamò con veemenza, attirandola verso la luce.
Sul medio della fanciulla brillava un anellino d’oro, adorno di un minuscolo zaffiro.
Perdita comprese di non dover mantenere oltre il segreto; era però necessario
rivelarlo con baldanza. – E mio, – dichiarò orgogliosa.
– Chi te l’ha dato? – gridò l’altra.
Perdita esitò un istante.
– Mr Lloyd, – disse.
– È diventato generoso tutt’a un tratto, Mr Lloyd.
– Eh no! – esclamò pronta Perdita. – Non tutt’a un tratto. È già un mese che me l’ha
offerto.
– E a te è bastato farti corteggiare un mese per accettarlo? – fece Rosalind guardando
il gioiellino, in verità non particolarmente raffinato, ma quanto di meglio poteva
offrire l’orefice di provincia.
– Io l’avrei fatto aspettare almeno due mesi!
– Non è l’anello che conta, – replicò Perdita, – è ciò che significa!
– Significa che non sei una ragazza ammodo, – esclamò Rosalind. Vorrei sapere: e
informata la mamma della tua condotta? Ne è informato Bernard?
– La mamma ha approvato la mia ‘condotta’, come tu la chiami. Mr Lloyd ha chiesto
la mia mano, e mamma gliel’ha concessa. Avresti voluto che chiedesse la tua, sorella
carissima?
Rosalind le rivolse un lunga occhiata, piena di rovente invidia e di sofferenza. Poi
abbassò le ciglia sulle guance pallide e si scostò. Perdita si rendeva conto che la scena
era stata spiacevole; ma la colpa era della sorella. Questa, tuttavia, ritrovò il proprio
orgoglio e tornò sui suoi passi. Ti faccio i miei migliori auguri, – le disse con un
leggero inchino. – Ti auguro ogni felicità e lunghissima vita.
Perdita uscì in un riso amaro.
– Non parlarmi in quel tono, -esclamò. Preferirei che mi maledicessi di tutto cuore.
Via, sorellina, – aggiunse, non poteva mica sposarci tutt’e due!
– Ti auguro ogni bene possibile, – ripetè Rosalind come un automa, risedendosi
davanti allo specchio, – una lunga vita e un mucchio di figli.
C’era qualcosa nel suono di quelle parole che non piacque affatto a Perdita.
– Un anno almeno me lo concedi? – le domandò. – In un anno posso avere un bel
maschietto… o magari una bambina. Se mi ridai la spazzola, ti aggiusto i capelli.
– Grazie, – rispose Rosalind. – Sarà meglio che tu raggiunga la mamma. Non sta bene
che una signorina fidanzata si prenda cura di una ragazza che non lo è.
– Ma andiamo, – ribatté Perdita ritrovando il suo buon umore.
– Io ho Arthur che si prende cura di me. Hai più bisogno tu del mio aiuto che io del
tuo.
Ma la sorella la spinse fuori. Perdita usci e, quando se ne fu andata, la povera
Rosalind cadde in ginocchio davanti alla toeletta, nascose la testa fra le braccia e
versò un fiume di lagrime fra i singhiozzi. Dopo quello sfogo si senti molto meglio.
Quando Perdita rientrò nella stanza, Rosalind insistè nelTaiutarla a vestirsi, nel farle
indossare ciò che aveva di più bello. La indusse ad accettare un suo merletto: adesso
che era fidanzata, affermò, doveva fare del suo meglio per apparir degna della scelta
del suo pretendente. Assolse tali servigi con laconico rigore, ma si trattò appunto di
puri servigi, intesi a chieder perdono, a offrire riparazione; e non ne prestò più altri.
Ora che Lloyd era ricevuto in famiglia come fidanzato ufficiale, non rimaneva che
stabilire la data del matrimonio. Si decise per il prossimo aprile, e nel frattempo si
attese con diligenza ai preparativi per le nozze. Lloyd, dal canto suo, era assorbito da
impegni d’affari: voleva iniziare un rapporto di scambio con l’importante ditta
commerciale inglese con la quale era entrato in relazione. Non fu più dunque
l’assiduo frequentatore di casa Wingrave ch’era stato durante i mesi della sua
irresoluta perplessità, sicché lo spettacolo delle tenerezze reciproche dei due
innamorati fece soffrire la povera Rosalind meno di quanto avesse temuto. Nei
confronti della futura cognata Lloyd si sentiva la coscienza perfettamente tranquilla.
Non c’era mai stata fra loro la minima sfumatura di sentimento, ed egli non nutrì mai
il minimo sospetto ch’ella avesse aspirato a qualcosa di più d’un affetto fraterno.
Arthur si sentiva del tutto a suo agio: la vita prometteva così bene, sia dal lato
domestico che finanziario! La grande rivolta delle Colonie non era ancora nell’aria, e
temere che la sua felicità coniugale potesse prendere una piega tragica era un
pensiero assurdo, blasfemo. Intanto in casa della signora Wingrave più che mai
frusciavano sete, risuonavano i colpi secchi delle forbici, gli aghi correvano veloci.
La brava signora aveva deciso che la figliola dovesse portarsi via di casa il corredo
più elegante che i suoi mezzi le consentissero o che la contrada potesse fornire.
Furono convocate tutte le esperte comari della contea e tutte insieme furono chiamate
a influire col loro gusto sul corredo di Perdita. La posizione di Rosalind in quel
momento non era certo invidiabile. La poverina nutriva per i vestiti una passione
smodata e un gusto assolutamente squisito, come sua sorella sapeva benissimo.
Rosalind era alta, era maestosa e fiorente, era fatta per portar rigidi broccati e ricche
trine pesanti, come si conviene all’abbigliamento della consorte d’un uomo facoltoso.
Ma, mentre la madre e la sorella e le rispettabili signore di cui s’è detto si occupavano
e si scervellavano sui diversi tessuti, sopraffatte dall’abbondanza delle risorse a loro
disposizione, Rosalind se ne stava seduta in disparte, le belle braccia incrociate in
grembo e il capo rivolto altrove. Un giorno arrivò in casa un bel taglio di seta bianca
damascata in turchino e argento, mandato dal fidanzato stesso, giacché a quei tempi
non si considerava sconveniente che lo sposo prescelto contribuisse al corredo della
sua promessa. Perdita era incapace d’immaginare un modello e degli ornamenti che
valorizzassero in maniera adeguata lo splendore della stoffa.
– L’azzurro è un colore più adatto a te che a me, sorella, – disse con uno sguardo
afflitto. – Che peccato che non sia per te: tu sapresti che cosa farne.
Rosalind s’alzò dal suo posto e guardò il grande tessuto lucente spiegato sullo
schienale d’una sedia. Poi lo sollevò tra le mani, lo palpò con amore Perdita se ne rese
ben conto – e si voltò verso lo specchio. Ne lasciò cadere un capo fino ai piedi
drappeggiandone l’altra estremità su una spalla e trattenendolo intorno alla vita col
braccio bianco, nudo fino al gomito. Gettò il capo all’indietro e rimirò la sua
immagine, mentre una treccia dei suoi capelli dorati ricadeva sulla superficie
sgargiante della seta. Il quadro era di una bellezza abbagliante. Le comari all’intorno
emisero un piccolo «oh!» di meraviglia.
– Sì, è vero, – ammise Rosalind in tono pacato, -l’azzurro è il colore che fa per me -.
Ma Perdita capì che la fantasia della sorella era stata stimolata e che ora si sarebbe
messa al lavoro per risolvere tutti i loro serici enigmi. E in verità si comportò
benissimo, come Perdita era stata pronta ad affermare, conoscendo lo sconfinato
amore di Rosalind per l’abbigliamento. Metri e metri di belle sete, di rasi, di mussole,
di velluti e merletti passarono per le mani esperte di Rosalind, senza che mai una
parola d’invidia le uscisse dalle labbra. Grazie ai suoi sforzi, il giorno delle nozze
Perdita era pronta a sposare vanità mondane in numero superiore a qualsiasi altra
emozionata fanciulla che mai avesse affrontato la benedizione sacramentale di un
ecclesiastico del New England.
Era stato convenuto che la giovane coppia passasse i primi giorni di vita coniugale
nella villa di campagna di un gentiluomo inglese, persona altolocata e ottimo amico
di Arthur Lloyd, uno scapolo che si era dichiarato lietissimo di lasciare libero il
campo agli influssi di Imene. Dopo la cerimonia in chiesa (officiata da un sacerdote
inglese) la giovane signora Lloyd s’affrettò a tornare alla casa materna per mutare le
vesti nuziali con un costume da amazzone. Rosalind l’aiutò a cambiar d’abito nella
vecchia cameretta che le aveva viste sorelle affettuose. Poi Perdita uscì in fretta per
salutare la madre, pensando che Rosalind la seguisse. L’addio fu breve: i cavalli erano
alla porta, e Arthur impaziente di partire. Ma Rosalind non l’aveva seguita, e Perdita
salì in fretta in camera, spalancando l’uscio di colpo. Come al solito, Rosalind stava
davanti allo specchio, ma in un atteggiamento che fece rimaner l’altra ferma sui due
piedi, sbigottita. S’era posati sul capo il velo e la ghirlanda da sposa deposti da
Perdita, e aveva agganciato intorno al collo il pesante filo di perle che la sorella aveva
ricevuto dal marito come dono nuziale. Questi oggetti erano stati messi
affrettatamente in disparte, in attesa del ritorno dalla campagna della loro
proprietaria. Così stranamente agghindata, Rosalind stava ritta davanti allo specchio,
indugiando con lo sguardo nella profondità del cristallo e scorgendovi Dio sa quali
visioni audaci. Perdita ne fu orripilata. Vide risorgere l’odioso spettacolo della loro
antica rivalità. Fece un passo verso la sorella, come per strapparle di dosso velo e
fiori. Ma, incontrando nello specchio gli occhi di Rosalind, s’arrestò.
– Addio, cocca, – disse. – Potevi almeno aspettare che fossi uscita di casa -. E
abbandonò di corsa la stanza.
A Boston Mr Lloyd aveva acquistato una casa che, secondo il gusto di quei tempi, era
considerata una meraviglia di eleganza e di comodità; e ben presto vi si stabili con la
giovane moglie. Una distanza di venti miglia lo separava dalla dimora della suocera.
In quell’epoca tanto primitiva in materia di strade e di mezzi di trasporto, venti miglia
equivalevano a cento del giorno d’oggi; di conseguenza, Mrs Wingrave ebbe solo rare
occasioni di vedere sua figlia nei primi dodici mesi del suo matrimonio. Di tale
assenza ella soffriva non poco; né la sua pena era certo diminuita dal fatto che
Rosalind era caduta in uno stato di terribile depressione, tale da rendere
indispensabile per la sua salute un cambiamento d’aria e d’ambiente. Il lettore non
durerà fatica a sospettare quale fosse la vera causa di quell’abbattimento. Mrs
Wingrave e le sue comari ritenevano però che il malessere della fanciulla fosse
unicamente fisico e non dubitavano che il rimedio suaccennato le avrebbe portato
sollievo. Per il bene della figliola la madre propose dunque di mandarla in visita da
certi parenti da parte di padre residenti a New York, i quali da tempo si lagnavano di
vedere tanto di rado le cugine del New England. Così Rosalind fu spedita, sotto
conveniente scorta, da quelle brave persone, e vi rimase per parecchi mesi.
Nel frattempo suo fratello Bernard, che aveva cominciato a far pratica legale, decise
di prender moglie. Rosalind fece ritorno a casa per il matrimonio, in apparenza
guarita della sua profonda malinconia, con un autentico color di rose e di gigli sulle
guance e un fiero sorriso sulle labbra. Arthur Lloyd venne da Boston per assistere alle
nozze del cognato, ma senza la moglie, che attendeva da un momento all’altro di
fargli dono di un erede. Era passato quasi un anno da quando Rosalind l’aveva visto
l’ultima volta. Non avrebbe saputo dire perché, ma era contenta che Perdita fosse
rimasta a casa. Arthur aveva l’aria felice, ma era più serio e contegnoso di prima del
matrimonio. Rosalind lo trovò «interessante», termine che – sebbene, nel senso
attuale, a quei tempi non fosse stato ancora inventato – sicuramente rende bene l’idea.
La verità è che Arthur era in ansia per lo stato di sua moglie e il suo imminente
travaglio. Ciò non ali impedì tuttavia di constatare come la bellezza e lo splendore di
Rosalind fossero tali da offuscare completamente l’immagine della sua povera
sposina. La medesima somma che era stata concessa a Perdita per il suo abito nuziale
era stata ora assegnata alla sorella, e questa, senza dubbio, aveva saputo metterla a
buon frutto. All’indomani del matrimonio Arthur fece sellare all’amazzone il cavallo
del domestico venuto con lui dalla città e uscì con la fanciulla per una cavalcata. Era
un mattino di gennaio sereno e pungente, il suolo era brullo e duro e i cavalli in
buone condizioni – per tacer di Rosalind, incantevole con quel suo cappello piumato e
la tenuta d’amazzone turchino cupo, orlata di pelliccia. Cavalcarono tutta la mattina,
smarrirono la strada e all’ora di pranzo furono costretti a fermarsi in una fattoria.
Quando giunsero a casa era già calato il precoce crepuscolo invernale. Mrs Wingrave
andò loro incontro con aria preoccupata. A mezzogiorno era arrivato un messaggero
di Mrs Lloyd: erano cominciate le doglie e pregava il marito di tornare subito a casa.
Al pensiero di aver perso tante ore il giovane uscì in un’imprecazione: con una buona
galoppata a quell’ora sarebbe stato già accanto alla moglie! Acconsenti solo a
fermarsi per un boccone di cena, poi montò in sella al cavallo del messaggero e parti
al galoppo.
Arrivò a casa a mezzanotte. La moglie aveva dato alla luce una bambina.
– Ah! – esclamò quand’egli si accostò al suo letto, – perché non sei rimasto con me?
– Quando giunse il tuo incaricato ero fuori. Ero con Rosalind, – rispose candidamente
Lloyd.
La moglie emise un debole lamento e gli volse le spalle. Continuò tuttavia a sentirsi
meglio, e per una settimana la ripresa durò ininterrotta. Ma infine, fosse per un
eccesso di dieta o per un’infreddatura, il miglioramento cessò e la poverina andò
rapidamente peggiorando. Lloyd era disperato. Fu presto evidente che la sua ultima
ora era vicina. Perdita, cosciente della fine prossima, dichiarò d’essere rassegnata alla
morte. Tre sere dopo l’improvviso aggravamento disse al marito di sentire che non
avrebbe passato la notte. Fece allontanare i domestici e pregò anche la madre, arrivata
il giorno prima, di ritirarsi. S’era fatta portare la neonata nel letto accanto a lei e stava
sdraiata su un fianco, con la piccina contro il seno e le mani del marito strette fra le
sue. La lampada notturna era nascosta dietro le pesanti cortine del letto, ma la stanza
era rischiarata dalla rossa fiamma proveniente dal gran fuoco di ceppi nel camino.
– Sembra strano non ritrovare vita davanti a un fuoco come questo, disse la giovane
donna, tentando un debole sorriso.
– Avessi soltanto un po’ di quel fuoco nelle vene! Ma il mio fuoco l’ho donato tutto a
questa piccola favilla mortale -. E abbassò gli occhi sulla bambina. Poi li alzò verso il
marito e lo fissò con un lungo sguardo penetrante. L’ultimo sentimento che indugiava
nel suo cuore era di sospetto. Non era riuscita a riprendersi dal colpo infertole da
Arthur quando egli le aveva detto che nell’ora del suo travaglio era stato con
Rosalind. Aveva fede nel marito quasi pari all’amore che gli portava; ma ora, sul
punto di scomparire per sempre, provava nei confronti della sorella un senso di gelido
terrore. Intuiva nell’intimo che Rosalind non aveva mai cessato d’invidiarle la sua
buona sorte; un anno di serena sicurezza non aveva cancellato in lei l’immagine della
fanciulla ornata dei suoi paramenti nuziali, sorridente di finto trionfo. Adesso che
Arthur restava solo, che cosa non avrebbe fatto Rosalind? Era bella, era seducente; a
quali arti non avrebbe ricorso, quale influenza non avrebbe esercitato sull’animo
afflitto del giovane? Mrs Lloyd guardò suo marito in silenzio. Sembrava difficile,
dopo tutto, dubitare della sua costanza. I begli occhi di lui erano pieni di lagrime, il
viso era alterato dal pianto, la stretta delle sue mani era calda e appassionata. Che
aspetto nobile aveva, com’era tenero, leale, devoto! «No, – pensò Perdita, – lui non è
fatto per una come Rosalind. Lui non mi dimenticherà mai. Del resto, lei non lo ama
veramente: ama soltanto i fronzoli, i bei vestiti, i gioielli». E abbassò lo sguardo sulle
sue bianche mani che la generosità del marito aveva ricoperto d’anelli, sulle crespe di
merletto che guarnivano i bordi della sua camicia da notte. «Tiene più ai miei anelli e
alle mie trine che a mio marito», si disse.
Fu come se, in quel momento, al pensiero dell’avidità della sorella, un’ombra scura si
frapponesse tra Perdita e il corpicino indifeso della piccola.
– Arthur, – gli disse, – devi togliermi gli anelli, non li voglio con me nella tomba. Un
giorno li porterà mia figlia: i miei anelli, i miei merletti, le mie sete. Li ho fatti tirar
fuori tutti, oggi, e me li son fatti mostrare. È un guardaroba meraviglioso, non ce n’è
d’uguale nella provincia: posso dirlo senza vanto ora che sto per lasciarlo. Per la
bambina sarà un’eredità preziosa, quando sarà donna. Alcune di quelle cose un uomo
può permettersi di comprarle una sola volta: se andassero perdute non le vedresti mai
più. Perciò dovrai custodirle gelosamente. Una dozzina di capi li ho lasciati a
Rosalind; li ho tutti specificati a mia madre. Le ho dato quell’abito azzurro e argento:
era proprio fatto per lei. Io l’ho messo una volta sola: mi faceva sembrar malata. Ma
tutto il resto dev’essere religiosamente conservato per questa piccola innocente. Che
fortuna che abbia la mia stessa carnagione! I miei vestiti le staranno bene; ha gli
occhi della sua mamma. A vent’anni di distanza, lo sai, la roba torna di moda, così lei
potrà portare tutto tale e quale. E intanto il mio corredo starà lì ad aspettare che lei
cresca, conservato nella canfora e nelle foglie di rosa, e in quell’oscurità profumata
non perderà i suoi colori. Nostra figlia avrà i capelli neri, dovrà portare la mia veste
di seta rosa, come me. Me lo prometti, Arthur?
– Prometterti che cosa, tesoro?
– Prometti di conservare i vecchi vestiti della tua povera mogliettina.
– Hai paura che li venda?
– No, ma che vadano dispersi. La mamma provvederà a farli avvolgere bene, e tu li
metterai in disparte, chiusi sotto chiave a doppia mandata. Ti ricordi quel cassone che
c’è in solaio, quello listato di ferro? Lì dentro ci sta ogni bendidio. Puoi metterceli
dentro tutti. Se ne occuperanno la mamma e la governante, e consegneranno a te la
chiave. E tu terrai la chiave nel tuo scrittoio e non la darai mai a nessuno se non a tua
figlia. Me lo prometti?
– Ma certo, te lo prometto, – rispose Lloyd, stupito della forza con cui la moglie
pareva aggrapparsi a quell’idea.
– Lo giuri? – ripetè Perdita.
– Sì, lo giuro.
– Va bene… mi fido di te… mi fido di te, – ripetè la poverina, fissandolo negli occhi
con uno sguardo nel quale, s’egli avesse soltanto sospettato le sue apprensioni,
avrebbe letto una supplica non meno che una certezza.
Arthur sopportò il suo lutto con virile fermezza. Un mese dopo la morte della moglie,
nel corso del suo lavoro, emersero circostanze che gli offrirono occasione di recarsi in
Inghilterra, ed egli accolse quella possibilità per cambiare corso ai suoi pensieri.
Rimase lontano quasi un anno, durante il quale la sua figlioletta fu teneramente
allevata e curata dalla nonna. Al suo ritorno Lloyd fece riaprir casa e annunciò
l’intenzione di mantenere lo stesso tenore di vita che aveva prima della morte della
moglie. Ben presto si sparse la voce che si sarebbe risposato, e vi fu effettivamente
almeno una decina di fanciulle delle quali non si può davvero dire che fosse colpa
loro se, nei sei mesi successivi al suo ritorno, la previsione non si avverò. In quel
periodo continuò a lasciare la piccola affidata alle mani di Mrs Wingrave, la quale
asseriva che un cambiamento d’ambiente in così tenera età poteva nuocere alla
piccina. Ma alla fine Arthur dichiarò di struggersi dal desiderio di quella minuscola
presenza; chiese che gli rosse rimandata in città, e spedi la governante a prenderla con
la carrozza. Mrs Wingrave fu presa dall’angoscia che nel viaggio potesse succedere
qualcosa alla nipotina; Rosalind, rispettosa del sentimento della madre, si offri allora
di accompagnarla: sarebbe tornata il giorno dopo. Così raggiunse Boston con la
bambina, e Arthur l’accolse sulla soglia di casa, commosso da tanta gentilezza e da un
sentimento di paterna gratitudine. Invece di rientrare l’indomani, Rosalind rimase in
città tutta la settimana; e quando finalmente fece ritorno, fu soltanto per prendersi del
vestiario. Arthur non aveva voluto sentir parlare di un suo ritorno a casa, e così pure
la nipotina. Appena Rosalind la lasciava sola, quella personcina piangeva e
singhiozzava; Arthur a quello spettacolo quasi perdeva la testa, giurando che il dolore
avrebbe ucciso la figlia. Insomma, l’unica soluzione fu che Rosalind rimanesse con
loro finché la piccina si fosse abituata ai visi estranei.
Ci vollero due mesi per arrivare a tanto: soltanto allo scadere di quel termine, infatti,
Rosalind si accomiatò dal cognato. Mrs Wingrave era insofferente della lontananza
della figlia; non era cosa per bene, aveva protestato, in provincia ne parlavano tutti.
Lei vi si era rassegnata soltanto perché, durante l’assenza di Rosalind, la casa aveva
goduto di un insolito periodo di quiete. Bernard Wingrave aveva portato ad abitare lì
sua moglie, e fra le cognate esisteva un’aperta ostilità. Rosalind forse non era un
angelo, ma nel trantran quotidiano era abbastanza di buon carattere e, se bisticciava
con la moglie di Bernard, non era che non vi fosse provocata. Comunque bisticciava,
con gran fastidio non solo della sua avversaria, ma anche dei due spettatori di quel
costante litigio. Le sarebbe stato, perciò, quanto mai gradito vivere presso il cognato,
se non altro per starsene lontana dall’oggetto della sua antipatia presente in casa; e
doppiamente gradito le era – anzi, dieci volte di più – in quanto le permetteva di
restare vicina all’oggetto della sua antica fiamma. Gli acuti sospetti della povera Mrs
Lloyd circa i sentimenti di Rosalind per il marito erano stati ancora ben lontani dalla
realtà.
Fin dal principio per Rosalind s’era trattato di una passione, e una passione rimaneva:
una passione del cui calore irraggiante, in armonia con la delicata condizione del suo
stato d’animo, Lloyd ben presto risentì l’influsso. Come ho detto, egli non era un
moderno Petrarca: l’attenersi a un’ideale costanza non rientrava nella sua natura. Non
erano passati molti giorni di convivenza con la cognata quando incominciò a
convincersi che per usare il linguaggio dell’epoca -quella donna era «diabolicamente
bella». Inutile indagare se Rosalind mettesse veramente in pratica quelle arti insidiose
che la sorella era stata tentata di attribuirle. Basti dire che essa trovò modo di
mostrarsi a proprio totale vantaggio. Ogni mattina si sedeva davanti al gran camino
della sala da pranzo, intenta a un ricamo a mezzo punto mentre la nipotina si
trastullava con i gomitoli della sua lana sul tappeto davanti a lei, o sullo strascico
della sua veste. Lloyd sarebbe stato uno stupido se fosse rimasto insensibile alle
suggestioni di quel quadretto affascinante. Voleva un bene dell’anima alla sua
bambina e non si stancava mai di prenderla in braccio, di gettarla in aria e riprenderla
al volo mentre lei mandava gridolini di gioia. Molto spesso però s’abbandonava a
giochi ancora troppo arrischiati per la fanciullina che manifestava con urla il suo
scontento. Rosalind allora posava il ricamo e tendeva le belle mani, con il sorriso
serio della fanciulla cui la vergine fantasia ha rivelato tutti i segreti delle consolatrici
arti materne. Lloyd le cedeva la piccola, i loro sguardi s’incontravano, le loro mani si
toccavano, e Rosalind riusciva a spegnere i singhiozzi della creaturina tra le pieghe
del candido fisciù incrociato sul suo seno. Dignitosa com’era, nulla poteva essere
meno invadente del modo in cui accettava l’ospitalità del cognato. Si potrebbe quasi
dire, anzi, che nel suo riserbo vi fosse un che di scostante. Lloyd provava la
sconcertante impressione ch’ella vivesse in casa sua e fosse tuttavia inavvicinabile.
Mezz’ora dopo cena, al primo infittirsi delle lunghe sere d’inverno, Rosalind
accendeva la sua candela, faceva al suo ospite un rispettosissimo inchino e se ne
andava a letto. Se queste erano arti, Rosalind era una grande artista. Ma il loro effetto
risultava così delicato, così graduale, così ben dosato ad esercitare sull’animo del
giovane vedovo un crescendo finemente smorzato che, come il lettore ha visto,
parecchie settimane trascorsero prima che Rosalind cominciasse a sentirsi sicura che
le sue entrate avrebbero compensato le spese. Allorché ne fu intimamente persuasa,
fece il baule e riprese la via di casa. Per tre giorni aspettò; al quarto giorno Mr Lloyd
comparve, pretendente rispettoso ma pieno d’ardore. Rosalind lo stette ad ascoltare
con grande umiltà e lo accettò con infinita modestia. E difficile supporre che Mrs
Lloyd avrebbe perdonato il marito; ma se qualcosa avesse potuto annullare quel
risentimento, sarebbe stato il comportamento cerimonioso di quell’incontro. Rosalind
impose al fidanzato un periodo d’attesa assai breve. Si sposarono, com’era doveroso,
con una cerimonia molto intima quasi in segreto -, forse nella speranza che, come si
disse allora per celia, la defunta Mrs Lloyd non lo venisse a sapere.
Il matrimonio appariva felice sotto ogni aspetto: ognuno dei contraenti aveva
ottenuto ciò che aveva desiderato: Lloyd «una donna diabolicamente bella», e
Rosalind… ma i desideri di Rosalind, come il lettore avrà osservato, sono rimasti un
bel mistero. A vero dire, due nubi oscuravano la loro felicità, ma il tempo forse le
avrebbe dissipate. Durante i primi tre anni di matrimonio la nuova Mrs Lloyd non
riuscì a diventare madre, e dal canto suo il marito subì gravi perdite di denaro.
Quest’ultima circostanza comportò una riduzione delle spese di casa, e Rosalind
dovette adattarsi a non essere la gran signora ch’era stata sua sorella. Ella fece in
modo, tuttavia, di sostenere senza soluzione di continuità la parte della signora
elegante, il che – bisogna ammetterlo – richiedeva un’applicazione di maggiore
ingegnosità di quanto non ne esiga la serenità di spirito d’una vera aristocratica. Da
molto tempo Rosalind aveva appurato che il vastissimo guardaroba di sua sorella
era stato requisito a beneficio della figlia e che languiva nel buio spietato del
polveroso solaio. C’era da rivoltarsi al solo pensiero che quegli splendidi manufatti
dovessero aspettare gli ordini d’una bimbetta in seggiolone, che mangiava pane e
latte col cucchiaio di legno. Per diversi mesi, tuttavia, Rosalind ebbe il buon gusto
di non parlare della faccenda. Poi, finalmente, avviò un timido discorso con il
marito. Non era un peccato che tanta bella roba andasse perduta? Perché sarebbe
stata certo perduta: le tinte si sarebbero sbiadite, le tarme ne avrebbero fatto
scempio, sarebbe cambiata la moda. Ma Lloyd rispose alla sua richiesta con un
rifiuto così secco e perentorio che Rosalind comprese: per il momento, il suo
tentativo era andato a vuoto. Passarono altri sei mesi e portarono con sé esigenze
nuove, nuove fantasie. I pensieri di Rosalind si libravano amorevolmente intorno
alle reliquie della sorella. Salì in solaio a contemplare il cassone che le teneva
prigioniere. La muta sfida che emanava da quei tre grossi lucchetti e dalle fasce di
ferro non faceva che acuire la sua bramosia. V’era qualcosa di esasperante in
quell’immobilità incorruttibile. Suscitava il pensiero d’un vecchio domestico dal
viso torvo e dai capelli grigi che mantenga la bocca chiusa su un segreto di
famiglia. E poi, quella gran mole dava un’impressione di capacità senza fine, e
quando Rosalind ne percosse un lato con la scarpina, il baule rispose con un suono
di così completa pienezza che la fece avvampar di rabbia e di frustrazione. – E
assurdo, esclamò; – non è giusto, è una cattiveria! – e decise di ripartire all’attacco
con il marito. L’indomani, a pranzo finito, quand’egli ebbe bevuto il suo bicchier di
vino, lo affrontò coraggiosamente. Ma egli la interruppe in tono molto severo.
– Sia detto una volta per tutte, Rosalind, – disse, – non se ne parla nemmeno. Mi darai
un gran dispiacere se tornerai sull’argomento.
– Va bene, – disse Rosalind. – Sono lieta di sapere in quale considerazione sono tenuta.
Santo cielo! – esclamò. – Sono davvero una donna felice. Fa bene al cuore sapersi
sacrificata a un capriccio! – E gli occhi le si riempirono di lagrime di stizza e di
delusione.
Lloyd, come tutti gli uomini di buon cuore, nutriva orrore dei singhiozzi di una
donna, e tentò – o per meglio dire accondiscese all’idea – di offrirle una spiegazione.
– Non si tratta di un capriccio, cara: è una promessa, rispose, – … un giuramento.
– Un giuramento? Bel motivo di giuramento! E fatto a chi, vorrei sapere?
– A Perdita, – rispose il giovane levando lo guardo per un istante, ma riabbassandolo
subito.
– Perdita! Ah… Perdita! – E Rosalind proruppe in pianto. Singhiozzi convulsi le
squassarono il petto – singhiozzi che erano il seguito lungamente differito della
violenta crisi di pianto cui s’era abbandonata la sera che aveva scoperto il
fidanzamento della sorella. Nei suoi momenti migliori aveva creduto di aver chiuso
per sempre con la gelosia; ma ecco che la gelosia si scatenava di nuovo, selvaggia.
– Vuoi dirmi, – esclamò, – che diritto aveva Perdita di disporre del mio avvenire? Che
diritto aveva di obbligare te ad essere meschino, crudele? Ah, occupo davvero un
posto ben degno, ci faccio una gran bella figura! Mi si chiede di prendere il posto che
Perdita ha lasciato! E che cosa ha lasciato, dopo tutto? Mai come ora m’ero resa conto
di quanto poco ha lasciato! Niente ha lasciato, niente, niente!
Era un discorso assai poco logico, ma non per ciò meno appassionato. Lloyd cinse la
vita della moglie cercando di baciarla, ma Rosalind lo respinse con altero disdegno.
Poveretto! L’aveva desiderata, la donna «diabolicamente bella», e l’aveva trovata.
Quel suo disprezzo era insopportabile. Si allontanò irresoluto, confuso, con le
orecchie rintronate. Si trovò davanti al suo scrittoio; lì dentro c’era la chiave sacra con
cui egli stesso aveva dato un triplice giro al lucchetto. Vi andò, lo aperse, tolse la
chiave da un cassettino segreto; era avvolta in un pacchetto ch’egli aveva sigillato con
il suo onesto stemma gentilizio. Je garde, ne era il motto. Ma si vergognò di
rimetterla a posto. La gettò sul tavolo accanto a sua moglie.
– Tientela! – gridò lei. – Non so che farmene. La odio!
– Io me ne lavo le mani! – le gridò in risposta il marito. – E che Dio mi perdoni!
Con una sdegnosa alzata di spalle Rosalind si precipitò fuori dalla stanza, mentre
Arthur si ritirava da un’altra porta. Dieci minuti più tardi essa fece ritorno e trovò la
sala occupata dalla piccola figliastra e dalla bambinaia. Sul tavolo la chiave non c’era
più. Guardò la bambina. Questa, arrampicata su una seggiola, teneva in mano il
pacchetto. Ne aveva spezzato il sigillo con le manine. Rosalind fu lesta a
impadronirsi della chiave.
Alla consueta ora di cena Arthur Lloyd uscì dal suo ufficio. Era giugno: la cena
veniva servita che ancora faceva giorno. Le pietanze erano in tavola, ma la padrona di
casa non era comparsa. Il domestico, mandato dal padrone a chiamarla, tornò indietro
assicurando che la camera della signora era vuota e che le donne gli avevano detto di
non averla più vista dopo il pranzo. In verità, s’erano accorte che aveva pianto e,
ritenendo che si fosse chiusa nel suo salottino, non l’avevano disturbata. Il marito la
chiamò ad alta voce per nome in varie parti della casa, ma senza ottenere risposta.
Infine gli venne in mente che avrebbe potuto trovarla in solaio. Quel pensiero gli
diede una strana sensazione di disagio: ordinò ai domestici di restare ai loro posti,
non volendo testimoni in quella ricerca. Raggiunse la base della rampa che
conduceva all’ultimo piano e rimase con la mano sulla ringhiera, chiamando il nome
della moglie. Gli tremava la voce. Chiamò ancora, con voce più alta e più ferma.
L’unico suono che turbò il silenzio assoluto fu la debole eco della sua voce che
ripeteva il richiamo sotto i grandi spioventi del tetto. Si senti, malgrado tutto,
irresistibilmente spinto a salire la scala. Questa si apriva su un vano spazioso,
tappezzato di armadi di legno e terminante in una finestra esposta a occidente, dalla
quale entravano gli ultimi raggi del sole. Il baule era davanti alla finestra. Davanti al
baule, inginocchiata, il giovane scorse con inorridito stupore la figura della moglie.
Superò in un attimo lo spazio che li divideva, incapace di emettere un suono. Il
coperchio della cassa era sollevato e mostrava, tra i lini profumati, il suo tesoro di
tessuti e di gioielli. Rosalind non stava più in ginocchio; era caduta riversa, con una
mano al suolo per sostenersi e l’altra premuta contro il cuore. Le sue membra erano
mortalmente rigide: sul suo volto, nella luce del sole al declino, c’era il terrore di
qualcosa di peggio della morte. Le labbra erano dischiuse come in una supplica, in
un’espressione d’angoscia e d’agonia; sulla fronte e sulle gote esangui spiccavano i
segni di dieci orribili ferite cagionate dalle mani di un fantasma vendicatore.