LA VITA PRIVATA

golemcuccia

I.
Parlammo di Londra di fronte a un grande, irto ghiacciaio primigenio. L’ora e il
paesaggio creavano una di quelle impressioni che fanno un poco ammenda, in
Svizzera, per quanto di indegno è nel sistema moderno di viaggiare: per le
promiscuità e le volgarità, per la stazione e l’albergo, per la pazienza collettiva e la
fatica di strappare un briciolo d’attenzione, per la tristezza di sentirsi ridotti a numeri.
L’alta vallata era tinta del rosa della montagna, l’aria vivificatrice fresca, come se il
mondo fosse giovane. Le nevi intatte avevano il lieve incarnato del pomeriggio, e il
socievole tintinnio del gregge non visto ci giungeva mescolato a un odore di tosatura
e di sole. L’albergo a balconate stava proprio sulla sella del passo più incantevole di
tutto l’Oberland, e da una settimana avevamo buona compagnia e bel tempo.
Trovavamo che questa era una grande fortuna, perché una delle due cose sarebbe
stata compenso sufficiente se l’altra fosse stata cattiva.

 


Il bel tempo sarebbe stato certo sufficiente a compensarci di una compagnia poco
allettante; ma questa fatica non gli era imposta, perché, per buona sorte, avevamo la
fleur des pois: Lord e Lady Mellifont, Gare Vawdrey la più grande, secondo molti,
delle nostre glorie letterarie e Bianche Adney, la più grande, secondo tutti, di quelle
teatrali. Nomino questi per primi perché erano proprio persone che a quel tempo tutta
Londra cercava di «avere». La gente si sforzava di «prenotarli» con sei settimane di
anticipo; pure, in quest’occasione, ci eravamo imbattuti in loro, ci si era incontrati per
caso, senza che nessuno avesse tirato i fili. Una partita a carte ci aveva riuniti tutti
alla fine di agosto, e riconoscemmo la nostra fortuna rimanendo insieme, sotto la
protezione del barometro. Quando 1 giorni aurei fossero finiti – e ciò sarebbe stato
molto presto saremmo scesi chi da una parte chi dall’altra del passo e scomparsi oltre
le creste delle montagne circostanti. Appartenevamo alla stessa comunità, eravamo
contraddistinti da segni di riconoscimento del medesimo alfabeto. Ci vedevamo a
Londra con irregolare frequenza; eravamo governati, più o meno, dalle leggi e dalla
lingua, dalle tradizioni e dai simboli di casta della stessa gremita classe sociale. Credo
che noi tutti, perfino le signore, «facessimo» qualcosa, per quanto fingessimo il
contrario quando se ne parlava. A Londra, in verità non si parla di queste cose, ma qui
ci concedevamo l’innocente piacere di essere diversi. Ci voleva pure qualcosa che
contrassegnasse la differenza: altrimenti non avremmo avuto l’impressione che quella
era la nostra vacanza annuale. Sentivamo comunque che le condizioni di vita erano
più umane che a Londra, o, per lo meno, che eravamo più umani noi. Eravamo
espliciti su questo punto, ne parlavamo apertamente: ne stavamo appunto parlando
mentre guardavamo il ghiacciaio tinto di rosa, quando qualcuno osservò la lunga
assenza di Lord Mellifont e della signora Adney. Eravamo seduti sulla terrazza
dell’albergo, dove c’erano panchine e piccoli tavoli, e quelli tra noi che erano più
inclini a mostrare con quale slancio fossimo tornati alla natura, stavano prendendo,
secondo lo strano uso tedesco, il caffè prima del pasto.
L’osservazione circa l’assenza dei nostri due compagni non fu raccolta da nessuno,
nemmeno da Lady Mellifont, nemmeno dal piccolo Adney, l’appassionato
compositore; perché era stata fatta soltanto durante una breve pausa del discorso di
Clare Vawdrey (questa celebrità, sul frontespizio dei libri, si chiamava semplicemente
«Clarence»). Il tema del suo discorso era appunto quella rivelazione del fatto che
dopo tutto eravamo umani. Domandò alla compagnia se, onestamente, ciascuno non
si fosse sentito tentato di dire a ciascun altro: «Non pensavo davvero che foste così
simpatico». Per parte mia, io avevo avuto l’idea che egli lo fosse, e anche molto più
che non desse a divedere, ma questa è una cosa troppo complicata per discuterne ora;
per di più è proprio il nocciolo della mia narrazione. C’era un’intesa generale fra noi
che quando Vawdrey parlava noi si dovesse tacere, e non, per strano che possa
sembrare, perché egli se lo aspettasse. Non se lo aspettava affatto, anzi, perché era il
più spontaneo, il meno arido e professionale dei grandi parlatori. Quella che
prevaleva tra noi era piuttosto la religione del padrone e della padrona di casa: l’idea
era loro, ma quando invitavano a pranzo il grande romanziere erano sempre
desiderosi di procurarsi una cerchia d’ascoltatori. Nella circostanza di cui sto parlando
non c’era probabilmente nessuno tra i presenti che non avesse pranzato con lui a
Londra, e sentivamo la forza dell’abitudine. Aveva pranzato perfino con me; e la sera
di quel pranzo, come ora in questo pomeriggio alpino, non avevo fatto nessuna fatica
a tacere, assorto come inveteratamente ero, nel problema che mi si presentava sempre
così imponente di fronte alla sua bella persona quadrata e massiccia.
Il problema era tanto più tormentoso in quanto sono certo che egli non supponeva
nemmeno lontanamente di proporlo; allo stesso modo che non si era mai accorto
come ogni giorno della sua vita, a pranzo, tutti lo ascoltassero. Lo si definiva
abitualmente, nei settimanali, «soggettivo e introspettivo», ma se quelle parole
volevano significare che era avido di sentirsi rendere omaggio, non c’era in società
uomo eminente che lo fosse meno di lui. Non parlava mai di sé; ed era un lato del suo
carattere, per quanto straordinariamente degno di lui, del quale appariva chiaro che
non si rendeva nemmeno conto. Aveva le sue ore e le sue abitudini, il suo sarto e il
suo cappellaio, la sua igiene e il suo vino particolare, ma tutte queste cose riunite non
costituivano mai un atteggiamento. Rappresentavano tuttavia il solo che adottasse, ed
era facile, per lui, accennare al fatto che eravamo «più cordiali» all’estero che in
patria. Lui era esente da variazioni, e neanche per ombra più o meno cordiale in un
luogo di quel che fosse in un altro. Differiva dagli altri, ma mai da se stesso – salvo
che nel senso straordinario sul quale farò luce – e mi dava l’impressione di non avere
né umori, né suscettibilità, né preferenze. Quanto all’influenza esercitata su di lui
dall’età, dalla condizione o dal sesso, lo si sarebbe detto sempre in compagnia della
stessa persona: si rivolgeva alle donne esattamente come agli uomini, chiacchierava
con tutti nel medesimo modo, mai parlando agli intelligenti meglio che agli sciocchi.
Mi dolevo tra me che qualsiasi argomento valesse per lui – per quel che io potevo
giudicare – quanto un altro: ce n’erano tanti che mi erano così sgraditi! Non lo avevo
mai visto altro che ciarliero e festoso ed allegro, e non lo avevo mai sentito affermare
un paradosso, o indicare una sfumatura o giocare con un’idea. Quella fantasia del
nostro essere «umani» era, nella sua conversazione, un volo veramente eccezionale.
Le sue opinioni erano sane e di second’ordine, ed era imbarazzante pensare quali
potessero essere le sue impressioni. Gli invidiavo la sua stupenda salute.
Vawdrey si era inoltrato col suo passo regolare e la sua coscienza perfettamente
tranquilla nel piano paese dell’aneddoto, nel quale le storie si vedono in distanza
come mulini a vento o indicazioni stradali; ma osservai in breve che l’attenzione di
Lady Mellifont s’era fatta vaga. Si dava il caso che le sedessi vicino. Notai che i suoi
occhi erravano un po’ inquieti lungo i pendii più bassi delle montagne. Finalmente,
dopo aver guardato l’orologio, mi domandò: – Sapete dove sono andati?
– Intendete dire la signora Adney e Lord Mellifont?
– Lord Mellifont e la signora Adney .
Le parole della nobildonna parvero – senza dubbio involontariamente – correggermi,
ma non pensai che potesse essere un effetto della gelosia. Non le imputavo un
sentimento così volgare: in primo luogo perché veniva sempre immediatamente
spontaneo a chiunque – in qualsiasi circostanza – di nominare Lord Mellifont per
primo. Egli era primo – straordinariamente primo. Non dico più grande o più saggio o
più rinomato, ma essenzialmente in cima alla lista e a capo della tavola. Era una
posizione tutta particolare, e sua moglie era naturalmente assuefatta a vederlo in
quella luce. La mia frase era suonata come se la signora Adney lo avesse preso; ma
era impossibile che egli venisse preso – non faceva che prendere. Nessuno, nell’ordine
naturale delle cose, poteva saperlo meglio di Lady Mellifont. Agli inizi avevo avuto
un po’ paura di lei, trovandola, coi suoi rigidi silenzi, la prevalente tendenza al nero e
la cupezza di quasi tutto ciò che faceva parte della sua persona, alquanto dura, perfino
un po’ tetra. Il suo pallore sembrava lievemente grigio e i capelli neri, lucidi, avevano
riflessi metallici, come i fermagli e i nastri e i pettini che inveteratamente li
adornavano. Era vestita perpetuamente a lutto, e portava innumeri ornamenti di
giaietto e onice, mille catene tintinnanti e lustrini e conterie. La signora Adney la
chiamava Regina della Notte, e la definizione, se si supponeva la notte nebulosa, era
calzante. Nascondeva un segreto, e se, conoscendola meglio, non lo scoprivate,
toccavate per lo meno la certezza che era mite senza affettazione, limitata, e, al tempo
stesso, alquanto rassegnatamente malinconica. La si sarebbe detta una donna la quale
soffrisse di una malattia scevra di dolore. Le dissi che avevo soltanto visto suo marito
e la sua compagna allontanarsi insieme giù per la valle un’ora prima, e aggiunsi che il
signor Adney sapeva forse qualcosa delle loro intenzioni.
Vincent Adney, il quale, per quanto cinquantenne, aveva l’aspetto di un buon bambino
al quale si fosse insegnato che i bambini in visita non devono parlare, sosteneva con
notevole semplicità e buon gusto la parte di marito d’una grande attrice. Quando s’era
detto tutto quello che c’era da dire circa l’abilità con la quale sua moglie gli agevolava
il compito, non si poteva esimersi dall’ammirare l’affetto cieco col quale egli
accettava tutto il resto. È difficile, per un marito che non abbia nulla a che vedere col
palcoscenico, o per lo meno col teatro, comportarsi con buona grazia nei confronti di
una moglie che vi occupi una posizione cospicua; ma Adney faceva più che superare
l’imbarazzo – lo piegava, nel più strano dei modi, a rendere interessante lui. Metteva
la sua amata in musica; e ricordate quanto genuina la sua musica sapesse essere – la
sola musica inglese che io abbia mai visto ammirata dagli stranieri. Sua moglie
entrava sempre, in qualche modo, nelle sue composizioni: erano una traduzione libera
e felice dell’impressione che ella produceva. Si ascoltava, e sembrava di vederla
passare ridendo, coi capelli sciolti e il passo d’una ninfa boschereccia, attraverso la
scena. Egli si era trovato a essere non altro che un modesto violinista d’entr’acte nel
teatro dove lei recitava, sempre in poltrona durante la recita; ma lei ne aveva fatto un
uomo raro e coraggioso e incompreso. La loro superiorità era diventata una specie di
compartecipazione, e la loro felicità era parte della felicità dei loro amici. Il solo
cruccio di Adney era di non saper scrivere una commedia per sua moglie, e
s’immischiava nei fatti suoi unicamente per chiedere alle persone più impossibili se se
ne sentissero capaci.
Dopo aver guardato un momento verso di lui, Lady Mellifont osservò che preferiva
non fargli nessuna domanda. E soggiunse: – Non vorrei far vedere che sono inquieta.
– Inquieta?
– Lo sono sempre quando mio marito si allontana a lungo.
– Pensate che gli sia successo qualcosa?
– Sì, sempre. Naturalmente ci sono abituata.
– Vi viene il pensiero che sia precipitato in un burrone, volete dire… cose del genere?
– Non so esattamente che cosa temo: ho la sensazione generica che non debba più
ritornare.
Diceva tanto, e tanto taceva, che il solo modo di prendere la sua idiosincrasia
sembrava lo scherzoso.
– Per certo non vi abbandonerà! – risi.
Guardò un momento per terra.
– Oh, in fondo sono tranquilla.
– Nulla potrà mai accadere a un uomo così compito, così infallibile, così armato di
tutto punto, – continuai con lo stesso tono.
– Oh, voi non sapete quanto armato egli sia! – rispose con un tremito così strano nella
voce che potei spiegarmelo soltanto attribuendolo alla sua inquietudine. Quest’idea
mi fu confermata qualche momento dopo dalla mossa improvvisa di cambiar di posto
senza palese motivo, non per tagliar corto alla nostra conversazione, ma unicamente
perché era agitata. Non mi riusciva di leggere nei suoi sentimenti, per quanto fossi in
breve sollevato nel vedere la signora Adney venire verso di noi. Aveva in mano un
gran mazzo di fiori di campo, ma Lord Mellifont non era al suo fianco. Capii subito,
comunque, che non aveva nessuna catastrofe da annunciare; ma sapevo che c’era una
domanda alla quale Lady Mellifont avrebbe sentito rispondere volentieri senza aver
desiderio di farla, ed espressi subito, rivolgendomi alla signora Adney, la speranza
che Sua Grazia non fosse rimasto in qualche crepaccio.
– Oh, no! Mi ha lasciata tre minuti fa. È entrato in casa .
Bianche Adney fissò un momento gli occhi nei miei – era un genere di rapporto al
quale, in sé e per sé, nessun uomo poteva fare obiezione. In questa circostanza
l’interesse era ravvivato da quel che di particolare si dava il caso dicessero gli occhi.
Di solito dicevano soltanto: – Oh, sì, sono affascinante, lo so, ma non dateci tanta
importanza. Voglio soltanto una nuova parte da recitare, questo voglio, questo! – Ora
essi aggiungevano, vagamente, furtivamente e naturalmente con dolcezza – perché
essi facevano tutto con dolcezza: – Sì, ma un incidente c’è stato. Ve lo dirò forse più
tardi .
Si voltò verso Lady Mellifont; e il passaggio a una disinvolta gaiezza dimostrò ancora
una volta quanto fosse padrona della sua arte.
– L’ho riportato sano e salvo. Abbiamo fatto una passeggiata deliziosa.
– Ne sono molto lieta, – disse Lady Mellifont col suo pallido sorriso; e, alzandosi,
continuò vagamente: – Sarà andato a vestirsi per il pranzo. Non è quasi ora?
Si allontanò in direzione dell’albergo, prendendo congedo con la sua scioltezza
semplificatrice, e noi tutti, sentendo nominare il pranzo, guardammo l’orologio del
vicino, come per sottrarci alla responsabilità di quella scorrettezza. Il capo-cameriere,
fondamentalmente come tutti i suoi colleghi uomo di mondo, ci concedeva ore e
luoghi particolari, così che la sera, appartati sotto una lampada, formavamo un
piccolo circolo compatto e riconosciuto. Ma soltanto i Mellifont si vestivano da sera,
e si ammetteva da tutti che in loro la cosa era naturale: lei esattamente allo stesso
modo che in qualunque altra sera della sua cerimoniosa esistenza – non era donna le
cui abitudini potessero tener conto di una cosa così mutevole come l’opportunità – e
lui, d’altro canto, con notevole adattamento e convenienza. Era quasi altrettanto uomo
di mondo che il capo-cameriere, e parlava quasi altrettante lingue; ma si asteneva dal
tentare di assortire vestiti da sera e panciotti bianchi, studiando la situazione in un
modo molto più sottile – con velluto nero e velluto blu e velluto bruno per esempio,
con delicate armonie di cravatte e abili trasandatezze della camicia. Aveva un
costume per ogni funzione e una morale per ogni costume; e le sue funzioni e costumi
e morali facevano sempre parte dei diletti della vita – parte comunque della sua
bellezza e del suo fascino – per una cerchia immensa di spettatori. Per i suoi amici
intimi queste cose erano in verità più che un diletto; erano un argomento, un sostegno
sociale, e naturalmente, per di più, un perpetuo tema di curiosità filosofica. Se sua
moglie non fosse stata presente prima del pranzo, ne avremmo probabilmente fatto
oggetto di una conversazione a bassa voce.
Clare Vawdrey era uno scrigno di aneddoti in proposito: conosceva Lord Mellifont
quasi dai suoi primi passi nel mondo. La caratteristica di quel nobiluomo era che non
ci poteva essere conversazione sul suo conto la quale non prendesse istantaneamente
la forma dell’aneddoto, e inoltre che non ci poteva evidentemente essere aneddoto che
non ridondasse a conti fatti, a suo onore. In qualunque momento entrasse in una
stanza, si poteva dire con bella franchezza: – Naturalmente raccontavamo storie su di
voi! Tenendo conto di quello che sono le coscienze a Londra, la coscienza collettiva
sarebbe in complesso stata tranquilla. Per di più sarebbe stato impossibile
immaginare che egli potesse prendere l’omaggio altro che amabilmente, perché era
sempre imperturbabile come l’attore che sa la sua parte alla perfezione. Mai in vita
sua aveva avuto bisogno del suggeritore aveva fatto le prove anche per i momenti
d’imbarazzo. Personalmente, quando si parlava di lui, avevo sempre l’impressione che
si parlasse di un morto: la conversazione era contrassegnata da quella particolare
accumulazione di fatti significativi. La sua reputazione era una sorta di obelisco
dorato, come fosse stato sepolto lì sotto: la somma di leggende e di reminiscenze di
cui egli sarebbe un giorno stato oggetto si era cristallizzata in anticipo.
L’ambiguità derivava, suppongo, dalla circostanza che il solo suono del suo nome e
l’aria della sua persona, l’aspettativa generale che egli creava, avevano in certo modo
un tono così romantico e anormale. L’esperienza della sua urbanità veniva sempre
dopo; la previsione, la leggenda, impallidivano di fronte alla realtà. Ricordo che la
sera di cui parlo quella realtà mi colpi come suprema. Il più bell’uomo del tempo non
avrebbe mai potuto competere con lui, e sedeva tra noi come un tranquillo direttore
d’orchestra, il quale domini col modo armonioso del braccio un’orchestra ancora un
po’ grezza. Guidava la conversazione con gesti non meno irresistibili che vaghi; si
sentiva che senza di lui non avrebbe avuto niente che si potesse chiamare «tono». Era
questo essenzialmente il suo contributo in qualsiasi occasione – il suo contributo,
soprattutto, alla vita pubblica inglese. La pervadeva, la colorava, la abbelliva; senza
di lui le sarebbe mancato, in certo senso, un lessico. Avrebbe certamente mancato di
stile, perché, nel possedere Lord Mellifont, possedeva appunto uno stile. Egli era
tutto stile. Ne ebbi nuovamente l’impressione nella salle-à-manger dell’alberghetto
svizzero, quando ci rassegnammo all’inevitabile vitello. Messa a contrasto con la sua
forma elevata (devo dire tra parentesi che l’opposizione era assai scarsa) la
conversazione di Clare Vawdrey faceva pensare al cronista di fronte al poeta. Era
interessante osservare quell’attrito di caratteri dal quale tanto ci si può aspettare
durante una serata. Comunque non c’erano urti – tutto veniva attutito e ridotto ai
minimi termini dal tatto di Lord Mellifont. Trovare, nel far gli onori di casa, la
soluzione di quel problema, assumersi responsabilità che comportavano un qualche
sacrificio, era in lui istintivo. In verità non era mai stato ospite d’altri in vita sua:
anfitrione, patrono, moderatore d’ogni tavola imbandita. Se c’era un difetto nella sua
maniera – e lo dico a bassa voce – era che spiegava più arte di quanto qualsiasi
complicata circostanza potesse umanamente richiedere. Si facevano comunque queste
riflessioni notando come il compito pari d’Inghilterra manipolasse la situazione, e il
rude uomo di lettere non avesse il più piccolo sospetto che la situazione – e meno che
meno lui stesso come parte dell’insieme – venisse manipolata. Lord Mellifont
prodigava tesori di tatto, e Clare Vawdrey nemmeno si sognava che lo facesse.
Vawdrey non sospettò l’esistenza di alcuna precauzione del genere nemmeno quando
Bianche Adney gli domandò se non vedesse veramente ancora il terzo atto – domanda
nella quale ella insinuava una sottigliezza tutta sua. Aveva stabilito che Vawdrey
dovesse scrivere una commedia per lei, e che l’eroina, solo che egli avesse fatto il
dover suo, avrebbe dovuto rappresentare la parte alla quale aspirava da tempo
immemorabile. Aveva quarantanni – non era un segreto per quelli che l’avevano
ammirata fin dall’inizio della sua carriera – e ora poteva ben stendere la mano e
toccare la meta più alta. C’era una sorta di passione tragica – attrice perfetta qual era -nel suo desiderio di non lasciarsi sfuggire il capolavoro. Gli anni erano passati, e
finora le era sempre sfuggito; non una delle cose che aveva fatte si avvicinava a
quella che sognava, e ora non aveva più tempo da perdere. Era il bruco nella rosa, il
dolore sotto il suo sorriso. Quell’ansia la rendeva commovente – rendeva la sua
malinconia più efficace della sua allegrezza. Aveva recitato i vecchi inglesi e i
francesi moderni, aveva affascinato per qualche tempo la sua generazione; ma era
ossessionata dal sogno di un’alea più alta, di qualcosa che si avvicinasse di più alla
realtà che la circondava. Era stanca di Sheridan e Bowdler la irritava; aspirava a un
canovaccio di trama più sottile. La cosa più spiacevole, secondo me, era che non
sarebbe mai riuscita a cavar fuori la sua commedia moderna dal grande romanziere
ormai maturo, il quale era altrettanto incapace di scriverla che di infilare un ago. Lo
blandiva, gli parlava, gli faceva, e lo proclamava francamente, la corte; ma si cullava
in illusioni; avrebbe dovuto vivere e morire con Bowdler.
Dire in poche parole di questa donna incantevole, che era bella senza bellezza e
completa con almeno una dozzina di deficienze, è difficile. La prospettiva del
palcoscenico la offriva all’ammirazione di tutti, e in società era come la modella scesa
dal piedestallo. Era il dipinto uscito dalla cornice per le strade del mondo; e questa,
agli occhi di una società senza acume, era una perpetua sorpresa – un miracolo. La
gente credeva che ella avrebbe raccontato loro i segreti dell’arte pittorica e le
offrivano in cambio un po’ d’ozio ristoratore e di tè. Ella non diceva loro niente e
prendeva il tè; ma ci facevano sempre un affare. Vawdrey stava veramente lavorando
a una commedia; ma se l’aveva cominciata perché lei gli piaceva, credo che la tirasse
per le lunghe per la stessa ragione. Si rendeva segretamente conto della terribile
difficoltà, e si teneva lontano, per continuare a illudersi, dal punto cruciale delle
prove e delle tribolazioni. Non ci poteva essere tuttavia niente di più piacevole che
avere una partita del genere aperta con Bianche Adney, e di tanto in tanto egli
metteva senza dubbio qualcosa di eccellente nella commedia. Se ingannava la signora
Adney lo faceva unicamente perché, nella sua disperazione, ella desiderava essere
ingannata. Alla sua domanda circa il terzo atto, rispose che prima di pranzo aveva
scritto una scena stupenda.
– Prima di pranzo? – dissi. – Come, cher grand maitre, se prima di pranzo ci avete
tenuti tutti sotto il fascino delle vostre parole, in terrazza?
Le mie parole volevano essere uno scherzo, perché avevo creduto che lo fossero
anche le sue ; ma per la prima volta di cui avessi memoria, sorpresi in lui una traccia
d’imbarazzo. Mi guardò fisso, gettando la testa vivacemente all’indietro, un po’ come
un cavallo che venga fermato all’improvviso.
– Oh, prima ancora, – rispose con sufficiente naturalezza.
– Prima avete giocato al bigliardo con me, – intervenne Lord Mellifont.
– Allora dev’essere stato ieri, – disse Vawdrey.
Ma si trovava con le spalle al muro.
– Questa mattina mi diceste che ieri non avevate fatto niente, – obiettò Blanche.
– Non credo di saper bene quando lavoro -.
Guardò distratto, senza servirsi, un piatto che gli veniva offerto in quel momento.
– È sufficiente che lo si sappia noi, – sorrise Lord Mellifont.
– Sono certa che non avete scritto nemmeno una riga, – disse Blanche Adney.
– Credo che vi potrei ripetere la scena .
E Vawdrey si rifugiò negli haricots verts.
– Oh, fatelo, fatelo! – esclamarono due o tre della compagnia.
– Dopo il pranzo, in sala, sarà un vero régal, dichiarò Lord Mellifont.
– Non sono certo di poterlo fare, ma tenterò, – continuò Vawdrey.
– Oh, uomo dolcissimo! – esclamò l’attrice; usava espressioni che credeva
americanismi, ed era rassegnata perfino a una commedia americana.
– Ma a questa condizione, – disse Vawdrey, – che facciate suonare vostro marito.
– Suonare mentre leggete?
– Mai, sono troppo vanitoso, – disse Adney.
I begli occhi di Lord Mellifont lo onorarono di uno sguardo nella sua direzione.
– Ci farete una introduzione musicale prima che si levi il sipario. È un momento
particolarmente squisito.
– Non leggerò, dirò i versi a memoria, – disse Vawdrey.
– Meglio ancora: lasciate che io vada a prendere il manoscritto, – suggerì Blanche.
Vawdrey rispose che non ce n’era bisogno; ma un’ora dopo, in sala, desiderammo che
lo avesse, il manoscritto. Eravamo seduti lì, in attesa, ancora sotto il fascino del
violino di Adney. Sua moglie, in primo piano, su un sofà, era tutta impazienza e
profilo, e Lord Mellifont, sulla sua sedia quella di Lord Mellifont era sempre la sedia
presidenziale – dava al nostro gruppetto riconoscente l’impressione di essere un
congresso di sociologia o una distribuzione di premi. Improvvisamente, invece di
cominciare, il nostro leone ammansito prese a ruggire fuori tono – aveva dimenticato
assolutamente tutto. Era assai contrariato, ma i versi non gli volevano tornare alla
mente; si vergognava molto, ma la sua memoria era un vuoto completo. Non aveva
affatto l’aria di vergognarsi – Vawdrey non aveva mai avuto quell’aria in vita sua; era
soltanto imperturbabilmente e allegramente naturale. Protestava che non si sarebbe
mai aspettato di fare una così magra figura, ma noi tutti avemmo l’impressione che
questo non avrebbe impedito all’episodio di entrare a far parte dei suoi ricordi più
spassosi. Soltanto noi eravamo veramente umiliati, come ci avesse fatto uno scherzo
premeditato. Questo era il momento, se mai ce n’era stato uno, nel quale Lord
Mellifont doveva usare del suo tatto, e lo fece discendere su di noi come un balsamo:
ci disse, con la sua arte incantevole, col suo bel modo di gettare archi di ponte sopra i
vuoti della conversazione (aveva un récit – non c’era niente di simile in Inghilterra -pari a quello degli attori della Comédie Francaise), di un suo incidente in
un’occasione memorabile – un discorso che doveva fare a una folla immensa -quando, accorgendosi di avere dimenticato gli appunti, aveva frugato invano nelle
tasche impeccabili, in cerca degli indispensabili fogli. Ma la conclusione della storia
era più fine che non fosse il facile fiasco del nostro dicitore mancato; perché Lord
Mellifont fece intravvedere con pochi gesti disinvolti quanto brillante fosse stata
l’esibizione che aveva vinto e superato il suo imbarazzo, e che si era risolta – la cosa
veniva lasciata alla nostra fantasia in un risultato riconosciuto al momento come non
proprio una macchia su quella che il pubblico era tanto buono da chiamare la sua
reputazione.
– Suona! Suona! – esclamò Blanche Adney, dando un colpetto sulla spalla di suo
marito, ricordandosi come, sul palcoscenico, ogni contretemps venga sempre
sommerso nella musica. Adney si gettò sul violino, e io dissi a Clare Vawdrey che il
suo errore poteva venire facilmente riparato mandando qualcuno a prendere il
manoscritto. Se mi diceva dov’era, sarei andato io immediatamente. Alla mia
proposta: – Amico mio, – rispose, – ho paura che non ci sia nessun manoscritto.
– Allora non avete scritto niente?
– Scriverò domani.
– Ah, ci prendete in giro! – dissi, parecchio confuso.
Allora parve pensarci meglio.
– Se c’è qualcosa, è sul mio tavolo.
Proprio in quel momento un altro gli rivolse la parola, e Lady Mellifont osservò in
modo da farsi sentire, come per correggere dolcemente la nostra mancanza della
dovuta attenzione, che il signor Adney stava suonando qualcosa di molto bello.
Avevo già notato che pareva assai appassionata di musica; la ascoltava sempre con
una sorta di intento rapimento. L’attenzione di Vawdrey si rivolse altrove, ma le
parole che aveva lasciate cadere non mi parve potessero essere prese per un esplicito
permesso di andare nella sua camera. Per di più volevo parlare a Bianche Adney;
avevo qualcosa da domandarle. Dovetti tuttavia aspettare l’occasione favorevole,
perché prima si tacque per ascoltare suo marito e poi la conversazione si fece
generale. Avevamo l’abitudine di andare a letto presto, ma un po’ di tempo rimaneva
ancora, e prima che si fosse esaurito del tutto trovai modo di dire a Bianche che
Vawdrey mi aveva dato il permesso di andare a prendere il manoscritto. Mi
scongiurò, per quello che avevo di più sacro, di farglielo avere; e la sua insistenza
non venne meno di fronte alla mia osservazione che ormai era troppo tardi perché
Vawdrey potesse darne lettura. Non era, mi assicurò, troppo tardi perché potesse
incominciare a leggerlo lei: dovevo quindi impossessarmi delle pagine preziose senza
perder tempo. Le dissi che le avrei obbedito senz’altro, ma volevo che mi togliesse,
prima, una curiosità. Che cosa era accaduto prima di pranzo, mentre era sulle colline
con Lord Mellifont?
– Come sapete che è accaduto qualcosa?
– Ve l’ho letto in viso quando siete ritornata.
– E dicono che sono un’attrice! – esclamò la mia amica.
– E di me che cosa dicono? – domandai.
– Che siete uno scrutatore di cuori, quella cosa frivola che si chiama «osservatore».
– Vorrei che vi faceste scrivere una commedia da un osservatore! esclamai.
– La gente non si occupa di quello che scrivete voi: mettereste il bastone fra le ruote
della più fortunata tra le carriere.
– Comunque, non vedo che commedie intorno a me, – dissi, -l’aria, stasera, ne è piena.
– L’aria? Tante grazie! Vorrei averne pieni i cassetti, io!
– Vi ha fatto la corte sul ghiacciaio? – continuai.
Sgranò gli occhi, poi si abbandonò all’estasi progressiva del suo riso.
– Lord Mellifont, poveretto? Che luogo buffo! Sarebbe veramente il luogo adatto per i
nostri amori!
– È caduto in un crepaccio? – continuai.
Blanche Adney mi guardò di nuovo come aveva fatto – in un modo, per quanto
fugace, così chiaro, quando era rientrata prima di pranzo con le mani piene di fiori.
– Non so in che cosa sia caduto. Ve lo dirò domani.
– Allora è caduto davvero?
– Forse è salito, – rise. – È una cosa veramente strana.
– A maggior ragione dovete dirmela stasera.
– Devo ripensarci; devo dipanare la matassa.
– Se volete matasse da dipanare ve ne propongo un’altra, – dissi. – Si può sapere che
cosa succede al Maestro?
– Al maestro di che?
– D’ogni forma di dissimulazione. Vawdrey non ha scritto un verso.
– Andate a prendere le sue carte e vedremo.
– Non voglio smascherarlo, – dissi.
– Perché no, se io smaschero Lord Mellifont?
– Allora son disposto a fare qualunque cosa, – ammisi. – Ma perché mai Vawdrey
avrebbe detto il falso? È molto strano.
– Molto strano, – ripetè Blanche Adney con aria pensosa e gli occhi su Lord Mellifont.
Poi, scuotendosi, aggiunse: – Andate a cercare nella sua stanza.
– Nella stanza di Lord Mellifont?
Si voltò di scatto verso di me. – Sarebbe un modo!
– Un modo di che?
– Di scoprire… di scoprire! – Parlava gaia ed eccitata, ma improvvisamente si dominò.
– Stiamo dicendo un mucchio di sciocchezze.
– Stiamo facendo un guazzabuglio, ma la vostra idea mi sembra buona. Domandatene
il permesso a Lady Mellifont.
– Oh, ha già guardato lei! – esclamò Blanche con una stranissima drammaticità
d’espressione. Poi, dopo un gesto della bella mano levata, come volesse allontanare
una visione della sua fantasia, aggiunse con impeto: – Portatemi la scena, portatemi la
scena!
– Vado a prenderla, – risposi, – ma non ditemi che non so scrivere una commedia.
Mi lasciò, ma la mia impresa fu interrotta dall’avvicinarsi di una signora che tirò fuori
un «album dei compleanni» – la minaccia incombeva su di noi da parecchie sere – e
mi fece l’onore di sollecitarmi per un autografo. Lo aveva domandato a tutti e non
poteva escludere me senza passare per maleducata. Di solito ricordavo il mio nome,
ma mi ci voleva sempre un pezzo per ricordarmi la data di nascita, e anche quando ci
riuscivo, non ero mai ben sicuro. Mi trovai a esitare tra due giorni diversi, e dissi alla
mia postulante che, se le faceva piacere, potevo mettere la firma sotto tutte e due le
date. Osservò che certamente ero nato una volta sola, e io risposi naturalmente che il
giorno che l’avevo conosciuta ero nato una seconda volta. Accenno a questa fiacca
battuta scherzosa per chiarire che, con l’esame d’obbligo degli altri autografi,
dedicammo alcuni minuti all’operazione. Quando la signora si allontanò col suo
album, notai che la compagnia si era sciolta. Mi trovai solo nella sala che ci era stata
riservata. La mia prima impressione fu di disappunto: se Vawdrey era andato a letto
non volevo disturbarlo. Tuttavia, mentre esitavo, pensai che il nostro amico doveva
certamente essere ancora in piedi. Una finestra era aperta e mi giunse dall’esterno un
suono di voci: Bianche era sulla terrazza col suo commediografo e stavano parlando
delle stelle. Mi avvicinai alla finestra per dare un’occhiata – la notte alpina era
stupenda. I miei amici erano usciti insieme; li fuori la signora Adney s’era messa un
mantello sulle spalle: mi parve di riconoscere in lei l’aspetto che le avevo visto tra le
quinte a teatro. Tacquero un momento e sentii il rombo del torrente vicino. Mi voltai
nuovamente verso la stanza e la sua luce tranquilla mi dette un’idea. I nostri
compagni se n’erano andati – era tardi per un paese di pastori – e noi tre avevamo la
sala a nostra disposizione. Clare Vawdrey aveva scritto la scena; e non poteva essere
che stupenda; se ce la avesse letta lì, a quell’ora, sarebbe stata una cosa
indimenticabile. Sarei andato a prendere il manoscritto, e lo avrei fatto trovare lì
quando fossero rientrati.
Uscii dalla sala con quel proposito; ero stato nella stanza di Vawdrey e sapevo che era
al secondo piano, in fondo a un lungo corridoio, l’ultima. Un minuto dopo la mia
mano era sul pomo della porta, che naturalmente aprii senza bussare. Era egualmente
naturale che, in assenza dell’ospite, la stanza fosse buia; tanto più che quell’ultima
parte del corridoio non era, a quell’ora, illuminata, e che l’oscurità non era diminuita
in conseguenza del mio aver aperto la porta. A tutta prima mi avvidi soltanto di non
aver sbagliato e che, non essendo le tendine della finestra abbassate, avevo davanti a
me due vaghe aperture illuminate dalle stelle. Il loro aiuto non era tuttavia sufficiente
a mettermi in grado di trovare quello che cercavo, e avevo già la mano sulla scatola di
fiammiferi che portavo sempre in tasca per le sigarette. Improvvisamente mi feci
indietro con un sussulto, balbettando un’esclamazione di sorpresa, una scusa. Avevo
sbagliato stanza; uno sguardo di qualche secondo mi aveva rivelato una sagoma
d’uomo, seduto a un tavolo davanti a una delle finestre – di primo acchito l’avevo
presa per una coperta da viaggio gettata su una sedia. Stavo per ritirarmi confuso,
quando, più rapidamente che non mi ci voglia a dirlo, mi resi conto che quella era
proprio la stanza di Vawdrey e, in secondo luogo, che Vawdrey in persona era
incredibilmente davanti a me. Mi fermai sulla porta sbalordito, ma prima di averne
coscienza avevo esclamato: – Ehi, dico, siete voi Vawdrey?
Non si voltò né mi rispose, ma la mia domanda ricevette una risposta pratica e
immediata in seguito all’aprirsi di una porta dalla parte opposta del corridoio. Una
cameriera era uscita portando una candela accesa dalla stanza di fronte e in quel
fugace passaggio di luce riconobbi senza possibilità di dubbio l’uomo che un
momento prima avevo lasciato, per quel che ne sapevo, al piano di sotto, in
conversazione con la signora Adney. Mi voltava un poco la schiena ed era chino sul
tavolo nell’atteggiamento di chi scrive, ma la sua identità mi penetrò attraverso ogni
poro.
– Vi chiedo scusa, credevo che foste giù, – dissi; e siccome l’altro non dava segno di
sentirmi aggiunsi: – Se siete occupato non voglio disturbarvi -.
Indietreggiai fino alla porta, uscii, la richiusi – ero stato dentro, credo, meno di un
minuto. Ero stupefatto, e la mia stupefazione si fece infinitamente più grande un
momento dopo. Stavo lì, con la mano ancora sul pomo della porta, sopraffatto
dall’impressione più strana che avessi mai provato in vita mia. Vawdrey era seduto al
suo scrittoio, ed era un posto abbastanza naturale per lui; ma perché scriveva al buio e
perché non mi aveva risposto? Aspettai alcuni secondi, in attesa di sentire qualche
movimento nell’interno della stanza: forse si sarebbe scosso dalla sua astrazione -spiegabile in un grande scrittore – e avrebbe esclamato: – Ehi, amico mio, siete voi? -Ma non sentii che il silenzio, non potei aggiungere alcuna impressione a quella che
avevo ricevuta dalla stanza buia illuminata dalle stelle, e dall’inattesa presenza che
essa racchiudeva. Mi allontanai, ritornando lentamente sui miei passi, e scesi le scale
perplesso. La lampada era ancora accesa in sala, ma la stanza era vuota. Andai verso
la porta dell’albergo e uscii fuori. Anche la terrazza era vuota. Bianche Adney e
l’uomo che le faceva compagnia erano evidentemente rientrati. Gironzai intorno
qualche minuto, poi andai a letto.
II.
Dormii male: ero agitato. Quando ripenso a questi strani avvenimenti (vedrete fra
poco quanto strani!) forse mi pare di esserne stato più impressionato in seguito che
sul momento; le grandi anomalie non sono mai così grandi a tutta prima come dopo
averci riflettuto sopra. Ci vuole tempo per esaurire tutte le spiegazioni possibili. Ero
vagamente inquieto avevo subito una scossa violenta; ma non c’era cosa che non
potessi chiarire quella mattina stessa domandando, per prima cosa, a Bianche Adney
chi fosse stato con lei sulla terrazza. Piuttosto stranamente, tuttavia, quando spuntò
l’alba – e spuntò mirabilmente – sentii meno il desiderio di chiarire la questione che
quello di uscire all’aperto e togliermi di dosso il torpore dello sbalordimento. Vidi che
la giornata sarebbe stata stupenda e mi prese la fantasia di passarla, come avevo
passato alcuni giorni felici della mia giovinezza, in una solitaria scorribanda sulle
montagne. Mi vestii di buon’ora, presi il caffè di rito, misi un grosso pane in una tasca
e una fiaschetta nell’altra e, con un grosso bastone in mano, mi diressi verso le cime.
La mia storia non è strettamente legata alle ore incantevoli che passai lassù – ore di
quelle che lasciano i ricordi più intensi. Se vagai per una buona metà di esse tra le
montagne, rimasi per l’altra metà sdraiato sull’erba dei pendii e col berretto calato
sugli occhi – salvo un’occhiata di tanto in tanto al paesaggio sconfinato – ascoltai, nel
silenzio luminoso, il ronzio dell’ape montanina, e molte cose sentii allontanarsi e
svanire. Clare Vawdrey si fece minuscolo, Bianche Adney divenne indistinta, Lord
Mellifont mi apparve vecchio, e prima che la giornata fosse finita avevo dimenticato
di essere mai stato perplesso. Quando, nel tardo pomeriggio, scesi verso l’albergo,
avevo soltanto desiderio di sapere se l’ora del pranzo fosse vicina. Quella sera mi
vestii alla meglio per il pranzo, e quando fui presentabile trovai che erano già tutti a
tavola.
In loro compagnia il mio piccolo dilemma mi si ripresentò alla mente, ed ero curioso
di vedere se Vawdrey mi avrebbe guardato in un modo un po’ strano. Ma non mi
guardò affatto; la qual cosa mi dette la possibilità di pazientare e di domandarmi
perché esitassi a fargli la mia domanda attraverso la tavola. Esitavo, e, con la
consapevolezza di quel fatto, fui un po’ sorpreso dall’agitazione che avevo lasciata
dietro di me, o sotto di me, durante il giorno. Non mi vergognavo, tuttavia, del mio
scrupolo: non era che una forma di sottile discrezione. Sentivo vagamente che una
domanda in pubblico non sarebbe stata leale. C’era Lord Mellifont, naturalmente, il
quale avrebbe mitigato con i suoi modi perfetti ogni conseguenza; ma credo di aver
pensato che con quegli elementi particolari Sua Grazia non si sarebbe trovato a suo
agio. Perciò quando ci alzammo, mi avvicinai alla signora Adney, domandandole se,
con una così bella serata, voleva uscire a far due passi con me.
– Avete fatto cento miglia, oggi; non fareste meglio a star tranquillo? rispose.
– Ne farei altre cento per indurvi a dirmi qualcosa.
Mi guardò un momento con un po’ della strana consapevolezza che avevo cercata, ma
non trovata, negli occhi di Clare Vawdrey.
– Quello che accade a Lord Mellifont, volete dire?
– A Lord Mellifont? – A causa della mia nuova preoccupazione avevo perduto quel
filo.
– Dove avete la memoria, sventato che non siete altro? Ne parlammo ieri sera.
– Ma sì! – esclamai, ricordando; – avremo un mucchio di cose di cui parlare -.
La condussi fuori in terrazza e, prima di aver fatto tre passi, domandai: – Chi era qui
fuori con voi ieri sera?
– Ieri sera? – era altrettanto fuori strada quanto lo ero stato io un momento prima.
– Alle dieci, dopo che la compagnia si fu sciolta. Usciste qui fuori con un uomo.
Parlavate delle stelle.
Mi guardò fisso un momento, poi dette nella sua solita risata.
– Siete geloso del buon Vawdrey?
– Dunque era lui?
– Certo che era lui.
– E quanto si trattenne?
Rise di nuovo.
– La malattia è grave! Si trattenne circa un quarto d’ora, forse anche di più.
Camminammo un po’ insieme. Parlò della sua commedia. Ecco tutto. Non ho usato
altra magia che questa.
Non era ancora abbastanza per me; quindi: – Che cosa fece Vawdrey dopo di questo?
– continuai.
– Non ne ho la più pallida idea. Lo lasciai e andai a letto.
– A che ora andaste a letto?
– E voi? Si dà il caso che ricordi di essermi separata dal signor Vawdrey alle dieci e
venticinque, – disse la signora Adney. – Tornai in sala a prendere un libro e guardai
l’orologio.
– In altre parole voi e Vawdrey rimaneste evidentemente qui dalle dieci e cinque circa
fino all’ora che avete detto?
– Non so quanto distinti fossimo, ma passammo il tempo molto piacevolmente. Où
voulez-vous en venir? – domandò Blanche Adney.
– Semplicemente a questo, cara signora: mentre voi e il vostro compagno eravate
occupati nel modo che avete descritto, il vostro compagno era anche intento a
scrivere nella sua stanza.
Si fermò di colpo, e i suoi occhi scintillarono nelle tenebre. Mi domandò se mettevo
in dubbio la verità delle sue parole; risposi che al contrario la sostenevo – rendeva il
caso così interessante! Ribatté che avrebbe avuto valore soltanto se lei avesse
sostenuto la mia, ma la persuasi facilmente a farlo quando le ebbi raccontato punto
per punto l’episodio della mia ricerca del manoscritto – che, in quel momento, per una
ragione che capii subito, sembrava esserle completamente uscito dalla memoria.
– Le sue parole mi fecero dimenticare… dimenticare che vi avevo mandato a prendere
il manoscritto. Fece ammenda per il fiasco in sala: mi recitò la scena, – disse Blanche.
Si era lasciata andare su una panchina e, mentre stavamo seduti lì, mi aveva
sottoposto in breve a un vero e propro interrogatorio. Poi proruppe in un nuovo
scoppio di riso: – Oh, le eccentricità del genio!
– Davvero! Mi sembrano perfino più grandi di quanto supponessi.
– Oh, i misteri della grandezza!
– Dovreste saperla lunga in proposito, ma io ne sono sorpreso, dichiarai.
– Siete assolutamente certo che era Vawdrey? – domandò la mia compagna.
– Se non era lui, chi poteva mai essere? Che un estraneo, esattamente simile a lui e
della medesima professione, sedesse nella sua stanza a quell’ora e scrivesse al suo
tavolo al buio, – insistetti, – sarebbe praticamente altrettanto stupefacente che la mia
affermazione.
– Già; perché al buio?
– I gatti, al buio, ci vedono, – dissi.
Mi sorrise vagamente. – Somigliava a un gatto?
– No, cara signora, ma vi dirò che somigliava… sì, somigliava all’autore delle mirabili
opere di Vawdrey. Gli somigliava infinitamente di più che non gli somigli il nostro
stesso amico, – dissi.
– Volete dire che era qualcuno dal quale egli le fa scrivere?
– Sì, mentre pranza fuori e vi delude.
– Delude me? – mormorò candidamente.
– Me, e chiunque cerchi in lui il genio al quale sono dovute le pagine che adoriamo.
Dov’è quel genio nella sua conversazione?
– Ah, ieri sera fu magnifico, – disse l’attrice.
– È sempre magnifico, come è magnifico il vostro bagno mattutino o un lombo di
manzo o il servizio ferroviario per Brighton. Ma non è mai raro.
– Capisco quello che volete dire.
L’avrei abbracciata, e forse lo feci.
– Per questo si prova piacere a parlare con voi. Sono spesso rimasto interdetto, ora so.
Sono due.
– Che idea stupenda!
– Uno esce, l’altro rimane a casa. Uno è il genio, l’altro il borghese, e noi non
conosciamo personalmente che il borghese. Parla, va in giro, è enormemente
popolare, vi fa la corte…
– Mentre voi avete il privilegio di far la corte al genio! – interruppe la signora Adney.
– Vi sono molto obbligata della cortesia.
Le posai una mano sul braccio.
– Andate a vedere con i vostri occhi. Provate, fate l’esperimento, andate in camera
sua.
– In camera sua? Non sarebbe conveniente! – disse, col tono delle sue battute migliori.
– Tutto è conveniente in un caso del genere. Se lo vedete la cosa è definita.
– Magnifico!… Definirla! – Pensò un momento, poi si alzò di scatto. – Volete dire
subito?
– Quando volete.
– E se trovassi quello che non va? – disse con squisita efficacia.
– Quello che non va? E cosa sarebbe quello che va?
– Quello che non va è che non sta bene che una signora vada a trovare qualcuno in
camera sua. Se trovassi, non il genio, ma l’altro?
– Oh, all’altro ci penso io, – risposi. Poi, dando un’occhiata intorno per caso, aggiunsi:
– Fate attenzione, c’è Lord Mellifont.
– Vorrei che pensaste a lui, – disse, abbassando la voce.
– Che cosa gli succede?
– Era appunto quello che stavo per dirvi.
– Ditemelo ora. Non viene da questa parte.
Blanche lanciò un’occhiata. Lord Mellifont, che sembrava essere uscito dall’albergo
per fumare filosoficamente un sigaro, si era fermato a una certa distanza da noi e
stava ammirando le meraviglie del paesaggio, visibili anche nell’oscurità. Ci
allontanammo lentamente in direzione opposta, e la signora Adney riprese a parlare: -La mia idea è stravagante quanto la vostra.
– Non definirei la mia stravagante: è bella.
– Non c’è niente di più bello dello stravagante, – ribatté la signora Adney.
– È un punto di vista professionale. Ma sono tutto orecchi .
La mia curiosità era infatti nuovamente eccitata.
– Bene, amico mio, se Clare Vawdrey è doppio, e sento il dovere di dire che più ce ne
sono meglio è, Sua Grazia ha il male contrario: non è nemmeno intero.
Ci fermammo quasi simultaneamente.
– Non capisco.
– Neanch’io. Ma ho in mente che se ci sono due Vawdrey, non ci sia, tutto calcolato,
nemmeno quanto basta per fare un Lord Mellifont intero.
Riflettei un momento, poi risi.
– Credo di capire quello che volete dire.
– Per questo si prova piacere a parlare con voi -.
Lei, ahimè, non mi abbracciò, ma continuò subito: – Lo avete mai visto solo?
Cercai di ricordare. – Oh, sì, è stato a trovarmi.
– Ma allora non era solo.
– E io sono stato a trovare lui, nel suo studio.
– Sapeva che c’eravate?
– Naturalmente, fui annunciato.
Mi guardò facendo gli occhi grandi, come una bella cospiratrice.
– Non bisogna essere annunciati! – E riprese a camminare.
La raggiunsi, senza fiato. – Volete dire che bisogna sorprenderlo quando lui non lo sa?
– Dovete prenderlo alla sprovvista. Dovete andare in camera sua… ecco la cosa da
fare.
Se ero eccitato dal modo nel quale il nostro mistero ci si schiudeva davanti agli occhi,
ero anche, perdonabilmente, un po’ confuso.
– Quando so che non c’è?
– Quando sapete che c’è.
– E che cosa vedrò?
– Non vedrete niente! – esclamò mentre ci voltavamo per tornare indietro.
Avevamo raggiunto l’estremità della terrazza e così ci ritrovammo faccia a faccia con
Lord Mellifont, il quale, avendo ripreso la sua passeggiatina, ci aveva ora, senza
indiscrezione, raggiunti. La vista di lui in quel momento fu rivelatrice, accese tutta
una luminaria retrospettiva di idee, le quali costituivano insieme l’impressione
complessiva che si aveva del personaggio. Mentre stava lì, sorridendoci e agitando
una mano esperta nell’aria trasparente della notte – presentava il paesaggio come fosse
stato un candidato e «appoggiava» la candidatura delle stesse Alpi – mentre sorgeva
davanti a noi avvolto dalla delicata fragranza del suo sigaro e da tutte le altre sue
raffinatezze e fragranze, con più perfezioni accumulate in certo modo sulla sua bella
testa che si fossero mai vedute accumulate su qualsiasi testa prima o altrove, egli mi
apparve così essenzialmente, così cospicuamente e uniformemente nella luce
dell’uomo «pubblico» che lessi in un lampo la risposta all’enigma di Bianche. Era
tutto «pubblico» e non aveva una corrispondente vita privata, così come Clare
Vawdrey era tutto privato e non aveva una corrispondente vita pubblica. Avevo
sentito soltanto una metà del racconto della mia compagna; tuttavia, mentre ci
univamo a Lord Mellifont – ci aveva seguiti perché la signora Adney gli era
simpatica, ma si pensava sempre di lui che accettasse la compagnia altrui piuttosto
che cercarla -, mentre partecipavamo per mezz’ora della prodiga ricchezza del suo
discorso, sentii, con una duplicità nella quale non era ombra di rossore, che noi lo
avevamo, per così dire, smascherato. Ero anche profondamente divertito dal lembo di
sipario che l’attrice aveva sollevato per me, più che non lo fossi stato dalla mia
propria scoperta; e se non provavo nessuna vergogna nel condividere il suo segreto,
come non ne provavo per aver condiviso il mio con lei -Per quanto, dei due misteri, il
mio fosse il più luminoso in grazia del personaggio al quale si riferiva – ciò accadeva
perché non c’era traccia di perfidia nel mio vantaggio, ma al contrario una grande
tenerezza e un vero e proprio senso di compassione. Oh, non aveva nulla da temere
con me; e mi sentivo, per di più, ricco e illuminato come avessi repentinamente
l’universo in tasca. Avevo appreso quanto inconsistente e fugace fosse l’importanza
d’un aspetto imponente. Se dicessi che avevo sempre sospettato, dietro la facciata
dell’esistenza di Sua Grazia, la possibilità di un magnifico esempio del genere, direi
troppo; ma è per lo meno un fatto, per quanto vane possano sembrare le mie parole,
che avevo sempre avuto coscienza di un certo fondo d’indulgenza per lui. Lo avevo
segretamente commiserato per la perfezione con la quale recitava la sua parte, mi ero
domandato quale vuoto quella maschera coprisse in realtà, che cosa gli rimanesse
nelle ore spietate in cui l’uomo è solo con se stesso, o, peggio ancora, solo con quel se
stesso anche più severo che è la sua legittima moglie. Com’era in casa e che cosa
faceva quand’era solo? C’era qualcosa in Lady Mellifont che giustificava questi
dubbi, qualcosa che suggeriva come anche per lei egli dovesse continuare a essere
l’uomo «pubblico», e lei assediata da dubbi della stessa natura. Non li aveva mai
risolti: ecco il motivo della sua perpetua inquietudine. Noi dunque, Bianche Adney e
io, la sapevamo più lunga di lei; ma non glielo avremmo detto per tutto l’oro del
mondo, né probabilmente ce ne sarebbe stata grata. Preferiva la grandezza relativa del
dubbio. Non partecipava intimamente della sua vita, e quindi non poteva capire; e con
lei egli non era solo e di conseguenza non poteva illuminarla. Egli rappresentava per
sua moglie, ed era per i suoi servi, l’eroe, e si voleva arrivare a quello che egli
diveniva realmente quando nessun occhio lo poteva vedere, e a fortiori nessuno
poteva ammirare. Probabilmente si abbandonava, riposava; ma quale vuoto
spaventoso doveva mai essere necessario per compensare tanta pienezza di presenza!
Quale intensità di entracte per rendere possibili altre rappresentazioni di quella
portata! Lady Mellifont era troppo orgogliosa per spiare, e siccome non guardava mai
per il buco della serratura, rimaneva dignitosa e oppressa.
Forse era una mia fantasia che la signora Adney inducesse il nostro compagno a
esibirsi, o forse l’effettiva ironia del nostro rapporto con lui in quel momento me lo
faceva vedere più vividamente: non mi era comunque mai sembrato tanto diverso da
quello che sarebbe stato se noi non gli avessimo offerto un riflesso della sua
immagine. Eravamo una folla di due persone soltanto, ma non mi era mai apparso più
«pubblico». I suoi modi perfetti non erano mai stati più perfetti, il suo notevole tatto
mai più notevole, la sua unica concepibile raison d’ètre, l’unicità assoluta della sua
identità, mai più evidente. Avevo la tacita persuasione che tutto quello che andava
dicendo lo avremmo poi trovato nell’articolo di fondo di qualche giornale del mattino,
e sorridevo al pensiero di sapere qualcosa che nessun giornale, per quanto
intraprendente e pronto a pagarmi un patrimonio, avrebbe mai pubblicato. Devo
tuttavia aggiungere, che nonostante il mio godimento – era quasi sensuale, come
quello di un piatto prelibato o di un piacere senza precedenti – ero impaziente di
trovarmi nuovamente solo con la signora Adney, la quale mi doveva ancora un
aneddoto. Quella sera la cosa si dimostrò impossibile, perché alcuni altri uscirono a
vedere che cosa egli trovasse tanto entusiasmante; e poi Lord Mellifont invitò il
violinista a suonare, e il violinista suonò divinamente, sulla nostra piattaforma d’echi,
davanti agli spettri delle montagne. Prima che il concerto fosse finito notai che la
nostra attrice era scomparsa e, guardando attraverso la finestra della sala, vidi che
s’era installata lì con Vawdrey che le leggeva da un manoscritto. La grande scena era
evidentemente stata composta, e Bianche la trovava certo tanto più interessante in
grazia dei nuovi lumi che aveva raccolti sul conto del suo autore. Pensai che
disturbarli non sarebbe stato discreto, e andai a letto senza averle riparlato. La cercai
la mattina dopo di buon’ora, e poiché la giornata prometteva bene le proposi una
passeggiata fra le montagne ricordandole il grave impegno che s’era assunta. Lo
riconobbe e mi concedette l’onore della sua compagnia, ma prima che avessimo fatto
dieci metri su per il pendio proruppe con impeto: – Amico mio, non potete
immaginare come quel pensiero mi ossessioni! Non mi riesce di pensare ad altro.
– Che alla vostra teoria sul conto di Lord Mellifont?
– Al diavolo Lord Mellifont! Alludo alla vostra sul conto di Vawdrey, che è di gran
lunga il più interessante dei due. Sono affascinata da quella visione della sua… come
la chiamate?
– Seconda identità?
– Del suo secondo io: è più facile da dire.
– Dunque la accettate, la adottate?
– La adotto? Ne godo! Ieri sera mi apparve con una vivezza incredibile.
– Mentre leggeva in sala?
– Sì, mentre lo ascoltavo, lo guardavo. Semplificava tutto, spiegava tutto.
Fui orgoglioso del mio trionfo.
– Questo è il lato positivo della cosa! È molto bella la scena?
– Magnifica, e legge stupendamente.
– Quasi altrettanto bene di come l’altro scrive! – risi.
Si fermò un momento, posandomi una mano sul braccio.
– Esattamente la mia impressione! Mi sembrava che leggesse l’opera d’un altro.
– In un modo che era un servigio all’altro, – completai.
– Una persona assolutamente diversa, – disse Blanche. Parlammo della differenza
continuando a camminare, e di quale risorsa fosse nella vita un simile sdoppiamento
di personalità.
– Dovrebbe contribuire a farlo vivere il doppio degli altri, -dissi.
– Far vivere quale dei due?
– Dio mio, tutti e due; dopo tutto è una ditta unica, e uno solo non potrebbe mai
mandare avanti gli affari senza l’altro. Per di più una mera sopravvivenza sarebbe
terribile sia per l’uno che per l’altro.
Tacque un momento; poi esclamò: – Non so, vorrei che lui sopravvivesse.
– Posso chiedere quale dei due?
– Se non siete capace di indovinarlo, non ve lo dico.
– Conosco il cuore della donna. Le donne preferiscono sempre l’altro.
Si fermò di nuovo, guardandosi intorno.
– Qua fuori, lontano da mio marito, posso dirvelo. Sono innamorata di lui!
– Disgraziata, egli non ha passioni, – risposi.
– Appunto per questo lo adoro. Una donna che abbia condotto la vita che ho condotta
io, sa bene che le passioni degli altri sono insopportabili. Un’attrice, poveretta, non
può avere interesse per nessun amore che non sia tutto dalla sua parte; non può
prendersi il lusso di essere ricambiata. Il mio matrimonio lo dimostra: un matrimonio
gradevole, fortunato come il nostro, è rovinoso. Sapete che cosa mi occupava ieri sera
mentre il signor Vawdrey mi leggeva quei bellissimi discorsi? Un folle desiderio di
conoscerne l’autore.
E, drammaticamente, come per nascondere la sua vergogna, Bianche Adney riprese a
camminare.
– Troveremo il modo, – risposi. – Anch’io ho voglia di rivederlo. Ma vi prego intanto
di ricordare che aspetto da quarantotto ore la prova che deve avvalorare la
descrizione, intensamente suggestiva e plausibile, della vita privata di Lord Mellifont.
– Oh, Lord Mellifont non m’interessa.
– Ieri v’interessava, – dissi.
– Sì, ma ieri non ero ancora innamorata. Con la vostra storia lo avete annullato.
– Mi farete pentire di avervela raccontata. Via, – pregai, – se non mi dite come vi è
venuta quell’idea penserò semplicemente che ve la siete inventata di sana pianta.
– Datemi tempo di ricordarla bene, allora, mentre camminiamo lungo questa gola
vellutata.
Ci trovavamo all’imboccatura d’una incantevole valletta tortuosa, parte del fondo
pianeggiante della quale formava il letto di un corso d’acqua così rapido che non
mostrava un’increspatura. Entrammo nella valle e il molle sentiero lungo il limpido
torrente ci portò parecchio avanti; finché, improvvisamente, mentre andavamo avanti
e io aspettavo che la mia compagna ricordasse la sua storia, un gomito della valle ci
portò in vista di Lady Mellifont che veniva verso di noi. Era sola, sotto la cupola
dell’ombrellino, con lo strascico nero che sfiorava l’erba del sentiero; e in quella
forma, in strade fuori di mano, era un’apparizione abbastanza rara. Di solito si faceva
accompagnare da un domestico che marciava dietro di lei lungo le strade maestre, e la
cui livrea riusciva strana ai rozzi contadini del paese. Vedendoci arrossi, come
dovesse giustificare in qualche modo la sua presenza in quei paraggi; sorrise
vagamente e disse che era uscita soltanto per una breve passeggiata mattutina. Mentre
stavamo lì fermi scambiando qualche frase convenzionale, ci disse che aveva un po’
sperato di incontrare suo marito.
– È da queste parti? – domandai.
– Credevo. È uscito un’ora fa per dipingere.
– Lo avete cercato? – chiese la signora Adney.
– Un po’; non molto, – disse lady Mellifont.
Ciascuna delle due donne posò gli occhi con una certa intensità, mi parve, su quelli
dell’altra.
– Lo cercheremo per voi, se volete, – disse Blanche.
– Oh, non importa. Avevo soltanto pensato di raggiungerlo.
– Non dipingerà il suo quadro, se non lo raggiungete, – insinuò la mia compagna.
– Può darsi che lo dipinga se lo raggiungete voi, – disse Lady Mellifont.
– Oh, sono certo che salterà fuori, – osservai.
– Lo farà certamente se saprà che siamo qui! – ribatté Blanche.
– Volete aspettare, mentre noi lo cerchiamo? – domandai a Lady Mellifont.
Ripetè che la cosa non aveva importanza, e allora la signora Adney continuò: – Lo
cercheremo per il piacere di aver qualcosa da fare.
– Vi auguro una bella passeggiata, – disse la nobildonna, e si stava allontanando
quando mi venne di domandarle se dovevamo informare suo marito che lei non era
lontana.
– Che l’ho seguito? – Esitò un momento, poi si lasciò uscire stranamente di bocca: -Meglio che non gli diciate nulla .
Con queste parole si congedò, veleggiando un po’ rigidamente giù per la valle.
La mia compagna e io seguimmo con gli occhi la sua ritirata; dopo di che ci
scambiammo un’occhiata e una pallida ombra di sorriso s’increspò sulle labbra
dell’attrice.
– Si direbbe che stia camminando per i suoi vialetti a Mellifont!
Io avevo il mio punto di vista.
– Ha dei sospetti, sapete.
– E non vuole che lui se ne accorga. Non ci sarà nessun dipinto.
– A meno che noi non lo si raggiunga, – suggerii. – In quel caso lo troveremmo al
lavoro, nell’atteggiamento più aggraziato e consacrato, e la cosa strana è che il dipinto
sarà ben riuscito.
– Lasciamolo in pace… così tornerà a casa senza dipinto – propose la mia amica.
– Preferirebbe non tornare mai a casa. Oh, lo troverà sempre un pubblico!
– Magari le mucche, – arrischiò Blanche; e mentre stavo per condannare la sua
mancanza di rispetto, continuò: – È proprio quello che m’è accaduto di scoprire.
– Di che cosa volete parlare?
– Dell’incidente dell’altro giorno.
Sussultai.
– Ah, sentiamolo, finalmente!
– Esattamente la stessa cosa… come Lady Mellifont: non mi riuscì di trovarlo.
– Lo perdeste?
– Fu lui a perdere me, piuttosto. Credeva che io me ne fossi andata. E allora…! – Ma si
fermò, e lo sguardo – il sorriso, anzi, – valeva un libro intero.
– Comunque lo trovaste, – dissi, mentre riflettevo alla cosa, – dal momento che
tornaste a casa con lui.
– Fu lui a trovare me. È chiaro che non può essere diversamente. Appare non appena
si accorge della presenza di qualcun altro.
– Capisco le sue intermittenze, – risposi dopo un momento di riflessione, – ma non
afferro bene la legge che le governa. Blanche l’aveva capita bene invece! Era una
sfumatura, ma in quell’attimo non mi sfuggì.
– Stavo per incamminarmi verso l’albergo; ero stanca e avevo insistito perché non si
disturbasse a riaccompagnarmi. Avevamo trovato alcuni fiori rari, quelli che avevo in
mano quando tornai, e li aveva scoperti quasi tutti lui. La cosa lo divertiva molto e ne
voleva prendere ancora; ma ero stanca e lo lasciai. Non protestò, dove sarebbe andato
a finire, altrimenti, il suo tatto? E io ero troppo ignara, allora, per capire che dal
momento che io non ero più lì nessun fiore sarebbe stato, avrebbe potato essere,
raccolto. Presi la via del ritorno, ma in capo a tre minuti mi accorsi di aver portato via
con me il suo temperino, me lo aveva prestato perché spogliassi un ramoscello, e
sapevo che ne avrebbe avuto bisogno. Tornai indietro di alcuni passi per chiamarlo,
ma lo cercai prima con gli occhi. Non potete capire quello che accadde allora senza
avere ben chiara davanti a voi quella parte della vallata.
– Portatemici, – dissi.
– Potete rendervi conto del prodigio anche qui. Il luogo era semplicemente tale da non
offrire nessuna possibilità di occultamento; un gran declivio tranquillo, senza asperità
o buche o cespugli o alberi. Alle mie spalle c’erano alcune rocce dietro le quali ero
sparita, ma, ritornando sui miei passi, ne ero immediatamente riemersa.
– Allora deve avervi vista.
– Era troppo assente, troppo completamente «andato», «andato» come una candela
spenta, per una qualche ragione che solo lui poteva sapere. Un momento di fatica,
probabilmente, capite, e con quel senso di ritorno alla solitudine la reazione era stata
proporzionalmente grande, l’estinzione proporzionalmente completa. Comunque la
scena era nuda come la vostra mano.
– Non poteva essere altrove?
– In quel momento non poteva essere che dove lo avevo lasciato. Pure il luogo era
completamente deserto… deserto come questo tratto di valle davanti a noi. Era
svanito, aveva cessato di esistere. Ma appena la mia voce risuonò, avevo detto il suo
nome, sorse davanti a me come il sole che si leva.
– E dove sorse il sole?
– Nel solo luogo dove poteva sorgere, esattamente dove sarebbe stato e dove lo avrei
visto se si fosse trattato di un uomo come gli altri.
Avevo ascoltato col più profondo interesse, ma era mio dovere sollevare delle
obiezioni.
– Quanto tempo passò fra il momento nel quale foste sicura della sua assenza e il
momento che lo chiamaste?
– Dio mio, pochi secondi. Non pretendo che sia stato lungo.
– Ma abbastanza perché voi poteste esserne assolutamente certa? – dissi.
– Certa che non era lì?
– Si; e che non vi eravate sbagliata, che non eravate stata vittima di un abbaglio.
– Posso essermi sbagliata, ma ho la ferma convinzione del contrario. Comunque,
appunto per questo vorrei che faceste una capatina in camera sua.
Riflettei un momento.
– Come posso, quando non osa farlo nemmeno sua moglie?
– Ne ha desiderio; fatele la proposta. Non ci vorrà molto a persuaderla. Ha dei
sospetti.
Riflettei ancora un momento.
– Vi è parso che avesse coscienza della cosa?
– Che avevo notato la sua mancanza e che poteva darsi me ne fossi immensamente
stupita? Forse; ma, insieme, che probabilmente aveva l’impressione di essere stato
abbastanza pronto. Non può fare a meno di pensarlo, capite, di prendere la cosa, per
lo più, come certa. Ah, mi ci perdevo – chi poteva dire?
– Ma accennaste almeno alla sua scomparsa?
– Nemmeno per idea; y pensez-vous? La cosa m’era sembrata troppo strana.
– Giusto. E che aspetto aveva?
Mentre si studiava di rievocare la scena e ricostruire il miracolo, Bianche Adney fissò
gli occhi nel vuoto su per la valle. Improvvisamente esclamò: – Esattamente quello
che ha ora! – e vidi Lord Mellifont davanti a noi col suo album degli acquarelli.
Mentre ci avvicinavamo vidi che non era né sospettoso né imbarazzato: stava lì,
semplicemente, come stava sempre dovunque, a fare da elemento fondamentale del
paesaggio. Naturalmente non aveva nessun dipinto da mostrarci, ma nulla avrebbe
potuto confermare meglio l’idea che ora ci facevamo di lui, del modo col quale si
mise in posizione appena ci vide. Aveva scelto il punto di vista, ne prese possesso
agitando la matita in aria. Si appoggiò a una roccia; la sua bella scatola d’acquarelli
era posata sul tavolo naturale formato accanto a lui da un ripiano della parete, quasi
nuova dimostrazione della perseveranza con la quale la natura assecondava le sue
esigenze. Dipingeva mentre parlava e parlava mentre dipingeva; e se il dipinto era
miscellaneo come il discorso, il discorso avrebbe tuttavia potuto figurare degnamente
in un album. Ci trattenemmo per assistere all’esibizione, e anche i consapevoli profili
delle vette sembravano, ai nostri occhi, ansiosi di assistere al suo successo. Si fecero
scuri come silhouettes di carta incise contro un cielo livido, dal quale, tuttavia, non
c’era niente da temere finché l’acquarello di Lord Mellifont non fosse finito. Tutta la
natura s’inchinava davanti a lui, e gli elementi stessi aspettavano. Bianche Adney
comunicò con me senza parole, e io potei leggere il linguaggio dei suoi occhi:
Fossimo capaci, noi, di fare la nostra parte così bene! Riempie il palcoscenico in un
modo insuperabile -. Non riuscimmo a staccarcene: sarebbe stato come lasciare il
teatro prima della fine dello spettacolo; ma a suo tempo prendemmo con lui la via del
ritorno verso l’albergo, davanti alla porta del quale Sua Grazia, dando un’altra
occhiata all’acquarello appena dipinto, strappò il foglio ancora fresco dal blocco e lo
presentò con alcune indovinate parole alla nostra amica. Poi entrò in casa; e un
momento dopo, alzando gli occhi dal luogo dove eravamo, lo vedemmo, in alto, alla
finestra del suo salottino – aveva le stanze migliori – intento a scrutare i segni del
tempo.
– Dopo questa fatica dovrà riposare, – disse Blanche abbassando gli occhi sul suo
dipinto.
– Senza dubbio! – Alzai i miei verso la finestra: Lord Mellifont era svanito. – Si è già
ridissolto.
– Ridissolto? – Vidi che l’attrice stava ora pensando a qualcos’altro.
– Nell’immensità del cosmo. S’è abbandonato di nuovo. L’entr’acte è incominciato.
– Dovrebbe essere lungo .
Guardava verso la terrazza, e poiché in quel momento il capo-cameriere apparve sulla
porta si voltò a parlargli.
– Avete visto il signor Vawdrey?
L’uomo si avvicinò immediatamente.
– È uscito cinque minuti fa per fare una passeggiata, credo. Ha preso dalla parte della
valle; aveva un libro con sé.
Stavo guardando le nubi minacciose.
– Avrebbe fatto meglio a prendere con sé un ombrello.
Il cameriere sorrise: – Io gliel’avevo consigliato.
– Grazie, – disse Blanche; e l’Oberkellner si ritirò. Poi aggiunse bruscamente: – Volete
farmi un favore?
– Sì, se voi ne fate uno a me. Desidererei vedere se il vostro dipinto è firmato.
Prima di darmi il bozzetto vi gettò un’occhiata: – Pare incredibile, ma non è firmato.
– Dovrebbe esserlo, per aver tutto il suo valore. Posso tenerlo un momento?
– Sì, purché facciate quello che vi domanderò. Prendete un ombrello e raggiungete il
signor Vawdrey.
– Per accompagnarlo dalla signora Adney?
– Per tenerlo fuori, più a lungo che potete.
– Lo tratterrò finché non incominci a piovere.
– Non pensateci alla pioggia! – esclamò la mia compagna.
– Volete che c’inzuppiamo fino al midollo?
– Senza rimorso .
Poi, con una strana luce negli occhi: – Voglio fare il tentativo.
– Il tentativo?
– Di vedere quello genuino. Potessi riuscirci! – proruppe con impeto.
– Provate, provate! – risposi. – Tratterrò il vostro amico fuori tutto il giorno.
– Se mi riesce di arrivare a quello che lavora, – e si fermò con gli occhi scintillanti, -se mi riesce di parlare con lui, avrò un altro atto, avrò la mia parte!
– Tratterrò Vawdrey sulla montagna per l’eternità! – le gridai dietro mentre spariva
rapidamente dentro l’albergo.
La sua audacia era comunicativa, e io rimasi lì in preda a un’eccitazione febbrile.
Guardai l’acquarello di Lord Mellifont e guardai il temporale che s’avvicinava; levai
gli occhi sulla finestra di Sua Grazia e li abbassai di nuovo sull’orologio. Vawdrey era
uscito da così poco tempo che lo avrei raggiunto anche perdendo cinque minuti per
salire fino al salottino di Lord Mellifont – dove eravamo stati tutti graziosamente
ricevuti – e dirgli, in veste d’ambasciatore, che la signora Adney lo pregava di apporre
al dipinto l’alta consacrazione della sua firma. Mentre esaminavo ancora quell’opera
d’arte notai che vi mancava certamente qualcosa: che cosa mai se non un così nobile
autografo? Avevo il dovere di riparare senza perder tempo a quella deficienza, e con
quel proposito rientrai immediatamente nell’albergo. Salii fino alle stanze di Lord
Mellifont; raggiunsi la porta della sua sala. Qui, tuttavia, mi trovai di fronte a una
difficoltà alla quale la mia avvertenza non aveva pensato. Bussando alla porta avrei
rovinato tutto; ma avevo il coraggio di trascurare quella formalità? Mi proposi il
dilemma e rimasi perplesso; girai tra le mani più volte il dipinto, ma non mi dette la
risposta che desideravo. Volevo che dicesse: – Apri la porta pian piano, senza far
rumore ma rapidamente: poi vedrai quel che vedrai -. Ero arrivato al punto di posare
la mano sul pomo della porta quando mi accorsi (i miei sensi erano cos tesi) che
proprio come avevo desiderato pian piano, senza far rumore – un’altra porta s’era
mossa, e dalla parte opposta della sala. In quello stesso momento mi trovai a sorridere
piuttosto imbarazzato a Lady Mellifont, la quale, vedendomi, s’era fermata sulla
soglia della sua stanza. Per un attimo, mentre lei stava lì, ci scambiammo due o tre
idee, tanto più singolari in quanto non pronunciammo parola. Ci eravamo sorpresi a
vicenda mentre ronzavamo lì intorno, e fino a quel punto c’intendevamo; ma mentre
mi avvicinavo a lei – così che fra noi e il salottino c’era tutta la larghezza della sala -le sue labbra formarono, senza che quasi ne uscisse suono, la preghiera: – Non fatelo!
– Lessi nei suoi occhi consapevoli tutto quello che essa significava; la confessione
della sua curiosità e il timore delle conseguenze della mia. Non fatelo!, ripeté mentre
mi fermavo davanti a lei. Se il mio esperimento le appariva sotto l’aspetto di un atto
di violenza, ero pronto a rinunciarvi; pure, mi parve di cogliere nel suo viso
spaventato una rivelazione anche più profonda, una possibilità di disappunto se io
avessi ceduto. Era come dicesse: – Se ve ne assumete la responsabilità, fate pure. Sì,
per mezzo di un altro sarei disposta a sorprenderlo; ma non dovrebbe mai sapere che
io ci sono entrata per qualcosa.
– Abbiamo trovato Lord Mellifont, – dissi, alludendo al nostro incontro con lei di
un’ora prima, – e fu tanto buono da offrire questo bel dipinto alla signora Adney, la
quale mi ha sollecitato a venire di sopra per pregarlo di aggiungervi la firma, che
manca.
Lady Mellifont mi prese l’acquerello dalle mani e indovinai la lotta che si svolgeva in
lei mentre lo guardava. Non disse parola, e sentii che tutte le sue delicatezze e
dignità, tutte le timidezze accumulate e le compassioni, facevano ostacolo alla sua
grande chance. Si allontanò da me col dipinto, ritornò in camera sua. Si trattenne un
paio di minuti, e quando riapparve capii che aveva vinto la tentazione, che s’era anzi
fatta indietro con una sorta di rinnovato orrore. Aveva lasciato il dipinto nella stanza.
– Se volete essere tanto gentile da lasciarmi il quadro avrò cura che il desiderio della
signora Adney sia soddisfatto, – disse con grande cortesia e dolcezza, ma quelle
parole mettevano in certo modo fine al nostro colloquio.
Annuii con un entusiasmo forse un po’ artificiale, e poi, per rendere la nostra
separazione più naturale, osservai che avremmo avuto un cambiamento di tempo.
– In quel caso partiremo… partiremo subito, – rispose la povera donna. La vivacità con
la quale fece questa dichiarazione mi divertì: pareva rappresentasse una vagheggiata
fuga verso la salvezza, una fuga col suo segreto minacciato. Fui di conseguenza tanto
più sorpreso, quando, mentre stavo per andarmene, ella tese la mano per stringere la
mia. Aveva il pretesto di prendere congedo, ma mentre gliela stringevo e facevo
quella supposizione, sentii che il vero significato del gesto era: – Vi ringrazio
dell’aiuto che avreste voluto darmi, ma meglio lasciare le cose come sono. Se sapessi,
chi mi potrebbe più aiutare?
E mentre ritornavo in camera mia per prendere l’ombrello, dissi tra me: – È sicura,
ma non vuol fare la prova.
Un quarto d’ora dopo avevo raggiunto Clare Vawdrey e in capo a pochi minuti ci
trovammo a dover cercare riparo. Non soltanto il temporale era andato facendosi
sempre più minaccioso, ma era scoppiato infine con straordinaria violenza. Ci
arrampicammo lungo un pendio verso una capanna vuota, una rozza costruzione la
quale non era gran cosa più di una baracca per la protezione del bestiame. Era un
discreto rifugio, comunque, e attraverso le fessure potevamo goderci la scena,
assistere alla gran collera della natura. Lo spettacolo durò un’ora… un’ora che m’è
rimasta impressa nella memoria come piena di strane discordanze. Mentre il lampo
s’alternava al tuono e la pioggia colava sopra i nostri ombrelli, dissi a me stesso che
Clare Vawdrey era deludente. Non so esattamente come mi raffigurassi un grande
scrittore esposto al furore degli elementi, non so dire quale atteggiamento alla
Manfredi mi aspettassi dal mio compagno, ma avevo comunque l’impressione che
non avrei mai previsto di sentirmi ammannire da lui, in quelle circostanze, tutta una
serie di storie – che avevo già sentite – sul conto della famosa Lady Ringlose. Lady
Ringlose costituì l’argomento della conversazione; per quanto, prima che fosse finito,
egli prendesse a parlare con pari calore del signor Chafer, il non meno famoso critico.
Sentire un uomo come Vawdrey parlare di critici mi spezzava il cuore. I lampi
gettavano una luce vivida e spietata sulla verità, che m’era familiare da anni e della
quale gli ultimi due o tre giorni avevano dato una conferma prodigiosa, sull’irritante
certezza che per i rapporti sociali quel mirabile genio trovava sufficiente una sua
personalità di seconda scelta. Senza dubbio la società non meritava di meglio, ma la
distinzione comportava un disprezzo che non poteva non riuscire umiliante per un
ammiratore. Il mondo era volgare e stupido, e l’uomo genuino sarebbe stato uno
sciocco a esibirsi davanti ad esso quando poteva chiacchierare e pranzare per delega.
Tuttavia, nel vedergli usare quel sistema, mi sentii mancare il cuore. Non so bene che
cosa volessi; volevo forse che facesse un’eccezione per me, per me soltanto,
munificamente e affettuosamente, tra l’innumerevole gregge degli sciocchi. Quasi
credevo che lo avrebbe fatto, solo che avesse saputo a qual punto ammiravo il suo
ingegno. Ma non mi era mai riuscito di farglielo intendere, e applicava il suo
principio rigidamente. Ero comunque più certo che mai, che a quell’ora, nella sua
camera, la sua sedia, almeno, non era vuota: lì era l’atteggiamento alla Manfredi, lf
erano le intuizioni balenanti. Non potevo far altro che invidiare la signora Adney per
il suo presumibile godimento di tanto dono.
Il tempo infine si calmò e la pioggia sminuì tanto da permetterci di uscire dal nostro
ricovero e ritornare all’albergo, dove, al nostro arrivo, trovammo che la nostra
prolungata assenza aveva prodotto una certa inquietudine. Si era evidentemente
pensato che il temporale ci avesse messo in condizioni difficili. Alcuni nostri amici
erano sulla porta e parvero sconcertati nel constatare che eravamo soltanto molli di
pioggia. Per avventura Clare Vawdrey s’era bagnato più di me e andò direttamente in
camera sua. Bianche Adney era tra le persone radunate ad aspettarci, ma quando
l’oggetto delle nostre speculazioni le andò incontro si ritrasse senza fare un cenno di
saluto; con un moto che giudicai quasi studiatamente freddo gli voltò le spalle ed
entrò rapidamente in sala. Pur bagnato com’ero la seguii; allora si voltò di scatto e mi
guardò. La prima cosa di cui mi resi conto fu che non era mai stata così bella. C’era
una luce ispirata in lei, e col più rapido dei bisbigli, che fu al tempo stesso il grido più
alto che avessi mai sentito, mi confidò: – Ho avuto la mia «parte»!
– Siete andata in camera sua; avevo ragione?
– Ragione? – ripetè Blanche Adney. – Ah, amico mio! – mormorò.
– Era lì; lo avete visto?
– Egli ha veduto me. È stata l’ora più bella della mia vita.
– Della sua, direi, se eravate bella soltanto la metà di quello che lo siete adesso.
– È magnifico, – continuò come se non mi sentisse. – Il vero,quello che lavora, è lui! -Ascoltavo profondamente impressionato, e Blanche Adney aggiunse: – Ci siamo
capiti.
– Alla luce dei lampi?
– Oh, non avevo occhi per i lampi!
– Quanto tempo siete rimasta? – domandai, ammirato.
– Quanto è bastato per dirgli che lo adoro.
– È proprio quello che io non sono mai riuscito a dirgli! – dissi, e la mia voce era un
vero e proprio gemito.
– Avrò la mia parte; avrò la mia parte! – continuò con sublime indifferenza; e si mise a
camminare per la stanza come invasata, contenta come una bambina; si fermò
soltanto per dire: – Andate a cambiarvi.
– Avrete la firma di Lord Mellifont! – dissi.
– Al diavolo la firma di Lord Mellifont! È molto più simpatico del signor Vawdrey, -continuò sconclusionatamente.
– Lord Mellifont? – finsi di chiedere.
– Lord Mellifont può andare all’inferno!
E Blanche Adney, nella sua esaltazione, mi passò frusciando vicino e prese di nuovo,
rapida, la via della porta. Appena fuori s’imbattè in suo marito; e, con un bel grido di:
Stavamo parlando proprio di te, amor mio! – gli gettò le braccia al collo e lo baciò.
Andai nella mia stanza e mi cambiai, ma rimasi lì fino a sera. La violenza del
temporale era passata, ma era rimasta una pioggerella insistente. Quando scesi a
pranzo notai che il cambiamento di tempo aveva già smembrato la nostra compagnia.
I Mellifont erano partiti con una carrozza a quattro cavalli, erano stati seguiti da altri,
e parecchi veicoli erano stati ordinati per il giorno dopo. Tra questi era quello di
Bianche Adney la quale, col pretesto dei preparativi per la partenza, appena il pranzo
fu finito ci lasciò. Clare Vawdrey mi domandò che cosa avesse sembrava che si fosse
messa a detestarlo improvvisamente. Non ricordo che risposta gli diedi, ma feci del
mio meglio per consolarlo offrendogli un posto nella mia carrozza il giorno seguente.
Quando scendemmo Bianche era già svanita; ma a Londra dovettero riconciliarsi
perché egli finì la commedia e Bianche la interpretò. Devo aggiungere che è tuttavia
sempre in cerca della gran parte da sostenere. Io ne ho una bellissima in mente, ma lei
non viene da me per spronarmi al lavoro. Lady Mellifont ha sempre una parola
gentile per me, quando ci incontriamo, ma questo non mi consola.