Le 25 bare di Evita

LOGOFREDDY

La macabra odissea del cadavere di Evita Peròn, la moglie del presidente argentino che, mossa da autentica vocazione o spinta da un freddo calcolo demagogico, si adoperò tanto a favore dei ceti meno abbienti da passare alla storia come l”angelo dei descamisados’. Alla caduta del dittatore la salma della presidentessa cominciò un grottesco viaggio durato più di vent’anni. Un’assurda vicenda che non manca di risvolti inquietanti.
Il cadavere di una donna appeso per i piedi al soffitto di un laboratorio. La decomposizione lo sta devastando. Le membra si sono rattrappite e la pelle ha assunto un colore nerastro. Da tre mesi quei poveri resti sono straziati in mille modi perché il corpo di quella che fu una donna bella e affascinante possa essere salvato dalla distruzione e conservato intatto per la venerazione del popolo che l’amava. Comincia così il calvario del cadavere senza pace di Evita Peròn. Il rispetto che si deve a un defunto, la pietà, il buon gusto sono parole senza senso per chi pone la smania del potere al di sopra della ragione e dei sentimenti. La strumentalizzazione di un cadavere, l’uso sconcio e disgustoso di un corpo senza vita per ottenere un risultato politico non sono un fatto nuovo ma forse mai nella storia una salma è stata al centro di tante vicissitudini. False tombe, false lapidi, forse addirittura un falso corpo: in questa allucinante vicenda succede di tutto.

 

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Gestita dai servizi segreti, la missione di occultare il cadavere di Evita dopo la caduta di Peròn, assume a tratti persino i toni di una macabra farsa. Trafugata da un ‘commando’, la salma viene nascosta nei posti più impensati finché non viene dimenticata in un ripostiglio. Ritrovata per caso, riprende il suo peregrinare. Passano gli anni, cambiano i regimi ma il cadavere di Evita continua a non trovare pace. Per un motivo o per l’altro appare a tutti troppo ‘scomodo’ per potergli dare una sepoltura definitiva e lasciarlo finalmente tranquillo. Operazioni di copertura, false piste, intrighi, complotti al cimitero, la storia diventa talmente assurda che in un certo momento circolano per il mondo addirittura venticinque bare sulle quali è scritto il nome della defunta. L’odiosa odissea si trascina per ventisette anni e solo alla fine degli anni settanta la salma di Evita sembra aver trovato la pace. In tutta questa confusione è lecito chiedersi se in quella che sembra essere la tomba definitiva dell’angelo dei descamisados’, ci sia veramente il suo cadavere. Ma, paradossalmente, per molti argentini che vanno a venerare il sepolcro questo è un ‘dettaglio’ senza importanza.

Una suggestiva immagine di Evita allo specchio

Una suggestiva immagine di Evita allo specchio


 

Eva Duarte Peròn, la donna più amata dal popolo argentino, “angelo dei descamisados’ che dal 1945, pur senza ricoprire ufficialmente incarichi di governo, guida il paese al fianco del dittatore, muore di leucemia il 26 luglio 1952, all’età di trentatré anni. Milioni di argentini appartenenti a tutte le categorie sociali, ma soprattutto a quelle più disagiate, avevano un’incredibile venerazione per questa donna di origini modeste che salita ai vertici del potere si era prodigata in mille modi a favore del proletariato. L’emozione per la sua scomparsa è enorme: a Buenos Aires per quindici giorni e quindici notti una folla immensa rende omaggio alla salma, mentre in tutto il resto del paese, dai più sperduti villaggi alle città, si piange e si prega davanti al suo ritratto.

La presidentessa con Peròn a una cerimonia ufficiale

La presidentessa con Peròn a una cerimonia ufficiale



Al termine dell’incredibile veglia funebre che sembrava non dovesse più finire il corpo non viene sepolto. Evita non può ritornare polvere: è un mito ed è su quel mito che Juan Domingo Peròn ha fondato le basi del potere. Ma perché il culto di lei sopravviva è necessario perpetuarne le sembianze mortali. Cosi il dittatore affida le spoglie di Eva a un famoso imbalsamatore, lo stesso che rese ‘immortale’ il corpo di Lenin.

Una delle ultime foto di Eva Peron, qui ritratta mentre riceve l’omaggio del ministro plenipotenziario siriano: è il 23 aprile 1952; l’angelo dei ‘desca,nisados’ morirà di leucemia tre mesi più tardi

Una delle ultime foto di Eva Peron, qui ritratta mentre riceve l’omaggio del ministro plenipotenziario siriano: è il 23 aprile 1952; l’angelo dei ‘desca,nisados’ morirà di leucemia tre mesi più tardi



Dopo un anno di sofisticati trattamenti il corpo imbalsamato di Evita (ma è proprio il suo? c’è chi afferma che solo il capo di quella salma rattrappita ridotta ormai alle dimensioni di quella di una bambina appartiene alla regina dei descamisados) viene finalmente esposto alla venerazione popolare, in una sala del palazzo dei sindacati a Buenos Aires.
Nell’estate del 1955 un golpe dei militari rovescia Peròn che è costretto a rifugiarsi all’estero. Per il nuovo governo argentino la salma mummificata esposta come un’immagine sacra all’adorazione del popolo diviene un pericoloso vessillo del passato regime: va fatta sparire perché su Evita e su tutto ciò che essa rappresenta possa calare col tempo il velo dell’oblio. Così la notte deI 22 dicembre un commando guidato dal colonnello Moore Koening, ex ufficiale dei servizi segreti, tra- fuga la salma dal palazzo dei sindacati. Per quel povero corpo senza pace comincia un’assurda odissea, destinata a durare più di vent’anni.

 Il corpo di Evita issato su un affusto di cannone attraversa Buenos Aires in lutto. Nel suo ultimo messaggio al popolo dhse: «Affido a voi PerOne la giustizia argentina».

Il corpo di Evita issato su un affusto di cannone attraversa Buenos Aires in lutto. Nel suo ultimo messaggio al popolo disse: «Affido a voi Peròn e la giustizia argentina».


Scaricato dapprima in una caserma della marina, poi nascosto in una casa di Barrancas di Belgrano, il cadavere finisce in un ripostiglio dell’ufficio informazioni dell’esercito, dentro una cassa con su scritto «Apparecchi radio. Vi resterà diversi mesi, dimenticato da tutti, mentre cominciano a circolare le prime in- controllate voci sulle presunte sepolture di Evita. Finché un giorno il nuovo capo del servizio informazioni dell’esercito, colonnello Mario Enriquez Cabanillas, ispezionando i locali del suo comando, scopre il cadavere nel ripostiglio. Interdetto, si rivolge ai suoi superiori chiedendo istruzioni sul da farsi.
Il governo argentino è posto di fronte a un problema non più rinviabile: bisogna trovar al più presto una ‘collocazione’ definitiva per quel macabro fardello che si fa di giorno in giorno più scottante.

 

Juan Domingo Peròn con la sua nuova moglie Isabelita, in esilio a Madrid.

Juan Domingo Peròn con la sua nuova moglie Isabelita, in esilio a Madrid.


Il presidente Aramburu, per confondere le tracce, ha un idea diabolica l’incarico d trovare una sepoltura adeguata per Evita e di conservarne per sempre il segreto sarà affidato a venticinque persone diverse. Ciascuno, ignaro degli altri, riceve la sua bara provvede nella massima segretezza a ‘sistemarla’ in un luogo sicuro. Quale delle venticinque casse contiene il corpo di Evita? Forse nessuna. Intanto le operazioni-civetta si moltiplicano: c’è chi ha visto disperdere le ceneri di Eva nel Rio de la Plata, chi calarne la bara in mare al largo di Buenos Aires, chi caricare tre misteriose casse a bordo di una nave diretta in Europa. Nel frattempo Aramburu, in trattative col Vaticano tramite il nunzio apostolico a Buenos Aires, Zanin, ha ottenuto l’autorizzazione pontificia alla sepoltura della salma in
Italia. Giunto nel nostro paese nel 1956, I cadavere è sepolto nel cimitero di Campagnano, piccolo centro della campagna romana, ma dopo un anno viene trasferito nel cimitero di Musocco, a Milano, sotto il nome di «Maria Magg[, vedova Magistris», deceduta il 23febbraio 1952.

 

 Una statua di Evita; Per6n aveva progettato dl raffigurarla in una scultura immensa di 43000 tonnellate ma l’opei-a non fu mai realizzata.

Una statua di Evita; Peròn aveva progettato di raffigurarla in una scultura immensa di 43000 tonnellate ma l’opera non fu mai realizzata.


Ma la macabra odissea non è ancora terminata. Nell’agosto 1971 il sedicente fratello della scomparsa, Carlos Maggi (è in realtà il colonnello Cabanillas, del servizio segreto argentino, provvede alla traslazione della salma a Madrid. Qui la bara viene restituita a Peròn, che vive nella capitale spagnola in dorato esilio. Ma contiene davvero i resti di Evita? Difficile dirlo, dal momento che la cerimonia si è svolta in forma strettamente privata e nessun osservatore esterno è stato ammesso a vedere il corpo.
Quando nel 1973 Peròn torna in Argentina con la terza moglie Isabelita, Eva non è con loro. Il cadavere forse più strumentalizzato della storia tornerà in patria solo nel novembre dell’anno successivo quando, morto Peròn, Isabelita  che ne ha preso il posto alla guida del paese si accorgerà che il suo carisma è troppo debole e che il mito di Evita è necessario perché il peronismo continui a vivere.
Dopo aver riposato alcuni anni accanto a quelli del dittatore, nel 1979 tormentati resti di Evita sono stati traslati, in gran segreto, nel sacrario della famiglia Duarte, in un sepolcro senza nome di cui nessuno ha mai potuto verificare il contenuto. Forse è vuoto. Ma per il popolo che l’ha amata, Evita è li, e ha finalmente trovato a sua pace.

L’immagine della defunta in un gigantesco manifesto.

L’immagine della defunta in un gigantesco manifesto.


 

L’angelo dei descamisados
Buenos Aires, 17 novembre 1979. Una bara che si dice contenga i resti di Eva Peròn viene sepolta in segreto in una tomba di famiglia. Sono vent’anni che quella bara gita per il mondo, senza trovare pace, portando con sé paura e mistero. Dentro, un corpo che dovrebbe essere imbalsamato, sepolto venticinque volte, tante sono le bare che in teoria l’hanno contenuto, ma che nessuno, nemmeno il giorno della sua definitiva dimora, ha potuto vedere per l’ultima volta, tanto che ancora ci si chiede: è veramente di Eva Duarte Peròn il cadavere che è stato sepolto? È veramente ‘l’angelo dei descarnisados’ che riposa in patria e che riceve ancora oggi continuamente fiori?

 

Evita all’epoca in cui faceva l’attrice-in un servizio fotografico pubblicato da una rivista.

Evita all’epoca in cui faceva l’attrice-in un servizio fotografico pubblicato da una rivista.


Questa vicenda, macabra, pazzesca, comincia dove normalmente le altre storie finiscono: con una morte. Chi era in realtà Eva Duarte?
La sua vita è avvolta nella leggenda e nel mistero. Di sicuro si sa che nasce il 7 maggio 1919 nel villaggio di Los Ioldos, quinta dopo due femmine e due maschi, da una splendida ragazza basca ed un modesto bracciante agricolo.

 

segretario generale della Confederazione del Lavoro appunta sul petto della futura presidentessa la ‘medaglia straordinaria al valore peronista’. In un solo anno di lavoro instancabile tutto dedicato alla riorganizzazione dei sindacati di marca non marxista, Evita portò il numero dei tesserati da duecentomila a un milione.

Il segretario generale della Confederazione del Lavoro appunta sul petto della futura presidentessa la ‘medaglia straordinaria al valore peronista’. In un solo anno di lavoro instancabile tutto dedicato alla riorganizzazione dei sindacati di marca non marxista, Evita portò il numero dei tesserati da duecentomila a un milione.


Il padre muore quando Eva è ancora bambina e la famiglia si trasferisce a Juanin. Alcuni feroci antiperonisti raccontano che qui ella gestisse, insieme alla madre, una pensioncina di dubbia reputazione o che addirittura fossero  entrambe attivissime in alcune pensioni squillo; altri, più benevoli, narrano che molto presto, a soli sedici anni, Eva abbandonò la famiglia per scappare a Buenos Aires con un giovane chitarrista. Nella capitale si dice abbia fatto vari mestieri: sguattera, cameriera, barista, commessa. Strinse poi una relazione con un anziano fabbricante di saponette che la volle nella pubblicità radiofonica dei suoi prodotti presso radio Belgrano, la più importante rete argentina. A quest’epoca Eva Duarte ha vent’ anni; è una ragazza bruna, dalla bellezza prorompente, ambiziosa e piena di vitalità. Alla radio viene notata e passa al cinema con piccoli ruoli. Entra cosi nel giro di un gruppo di ufficiali che, negli anni della seconda guerra mondiale, erano quasi lutti simpatizzanti per l’Asse, La bruna bellezza un po’ selvaggia si è intanto trasformata in una raffinata bionda platino e si prepara all’incontro decisivo della sua vita, quello con Peròn, che le permetterà di diventare un mito, una leggenda, quell’angelo dei descamisados tanto amato in vita come dopo la morte.

 

Evita con Peròn nel 1949. Si sono sposati il giorno di Natale del 1945

Evita con Peròn nel 1949. Si sono sposati il giorno di Natale del 1945; pochi mesi prima, l’angelo dei ‘descamisados’ aveva trascinato la folla in Plaza de Mayo per reclamare la liberazione di Peròn fatto arrestare da alcuni colleghi di governo. Il presidente Farrell, temendo una rivolta sanguinosa, ordinò la scarcerazione del prigioniero che ancora grazie all’aiuto delle masse pilotate da Evita diventerà di lì a poco presidente della repubblica.


All’epoca Juan Domingo Peròn ha quarantotto anni, è un vedovo aitante, ex addetto militare all’ambasciata argentina a Roma, ora con incarichi al ministero del lavoro. L’occasione dell’incontro che cambierà la storia stessa dell’Argentina è un terremoto che devasta la provincia di San Juan, provocando più di trentamila morti. Eva Duarte viene convocata da Peròn insieme ad alcuni colleghi della radio per organizzare una serie di trasmissioni di servizio per i terremotati. L’approccio di Evita è irruente: <(Signor colonnello — gli dice — noi artisti faremo tutto ciò che è possibile per aiutare i nostri fratelli, ma è indispensabile che questa disgrazia non venga sfruttata dai soliti speculatori. Mentre il popolo soffre i potenti si arricchiscono ancora di più».
«La causa del popolo è la mia causa» risponde Peròn.
«Allora sono pronta a rimanere al vostro fianco». Vi rimarrà davvero, fino alla morte.
Evita abbandona cosi i microfoni e l’ambiente cinematografico per lanciarsi anima e corpo nella riorganizzazione dei sindacati di marca non marxista. È lei che in un solo annodi travolgente attività nell’ambito della Confederazione del Lavoro porta il numero dei tesserati da duecentomila a un milione. È lei che, quando Peròn nell’ottobre del 1945 è arrestato per volontà di alcuni colleghi di governo, trascina le folle di descamisados in Plaza de Mayo, il centro di Buenos Aires, per reclamare a furor di popolo la liberazione.
Il presidente Farrell, resosi conto che l’intervento dell’esercito scatenerebbe una rivolta sanguinosa, ordina la scarcerazione di Juan Peròn. Il giorno di Natale di quello stesso anno, Evita diventa la signora Peròn. A questo punto l’angelo dei descamisados può dedicarsi alla lotta per l’elezione del presidente della repubblica: fa leva sul nazionalismo degli argentini giocando la carta dell’antiamericarnismo e scatenandosi contro l’ambasciatore statunitense. Inoltre ha in mano i sindacati: i ferrovieri chiedono un aumento del 40 per cento? Lei fa avere loro il 50; con la stessa disinvoltura si comporta in occasioni analoghe. Peròn si trova cosi la strada spianata per la presidenza. Alla Casa Rosada, Evita diventa sempre più potente, manifestando tutte le contraddizioni di una personalità istintiva e passionale che non conosce limiti nel bene e nel male. Si abbandona al lusso più sfrenato, si vendica ferocemente di qualche nemico ma, attraverso la fondazione per l’assistenza sociale da lei istituita, distribuisce anche ingenti somme ai poveri.
Da quel momento il popolo attribuisce ad Evita tutte le innovazioni di carattere sociale attuate dal regime peronista; a lei si dà il merito della politica a favore del proletariato, contro la nobiltà latifondista e la grossa borghesia. Le conseguenze di questa politica in cui si mescolano reale generosità di cuore e follia demagogica, non tardano però a farsi sentire: l’inflazione annulla ogni nuovo aumento salariale. Ma la fiducia dei descamisados non abbandona Evita. Nel 1951, a furor di popolo, viene proclamata vice presidente della repubblica, ma per opposizione dei militari è costretta a rifiutare.
Nel suo discorso alla popolazione dirà di rinunciare perché «questo mi porterebbe ad una posizione tanto- alta da allontanarmi dal mio popolo, da impedirmi di vivere con lui gomito a gomito, cuore a cuore, nelle piazze e nelle fabbriche».

Un manifesto con cui il sindacato dei ferrovieri commemora il 22° anniversario della morte di Evita.

Un manifesto con cui il sindacato dei ferrovieri commemora il 22° anniversario della morte di Evita.


 

Il ‘libretto rosso’di Peròn

Da un articolo di Silvia Bertoldi pubblicato dal settimana le Oggi i120 settembre 1971:
«Il peronismo, in fondo, non fu molto di più di Evita. Juan Peròn non aveva idee, tranne simpatie per il fascismo e il nazismo. [J Voleva andare al governo da militare e sentiva, sia pur confusamente, che qualcosa per il popolo bisogna va pur fare. li ‘giustizialismo ossia il movimento da lui promosso, non era molto diverso dai vari nasserismi e gheddafismi (o ulbrichtismi) di cui siamo attualmente deliziati e una specie di punta di maoismo era rappresentata dal fanatismo cieco e assoluto propagandato da Evita, la quale faceva la sua rivoluzione culturale privata proclamando Peròn santo, unico, insuperabile e attribuendogli tutti i successi e le conquiste possibili dalla pioggia dopo la siccità alla guarigione dei malati, al record mondiale argentino di paracadutismo. Peròn non aveva il libretto rosso, ma la moglie bionda. Nei paesi dal sangue caldo il cambio è conveniente».

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La nascita di un mito
Nello stesso anno si manifestano i primi segni della malattia. E affetta da leucemia, e la diagnosi è senza speranza. Il 6 maggio 1952 darà l’addio al suo popolo: “affido a voi Peròn e la giustizia argentina”, dirà prima di crollare svenuta. Tre mesi dopo, Evita muore. A trentatré anni.

I coniugi Peròn accolti con entusiasmo dalla folla a Mendoza.

I coniugi Peròn accolti con entusiasmo dalla folla a Mendoza.


È il 26 luglio 1952. 1 giornali argentini annunciano che Evita, la prima donna dell’Argentina, è «entrata nell’immortalità». Tutto il paese è sconvolto dalla notizia. L’orologio della Casa Rosada viene fermato sull’ora esatta della sua morte, le 20,25, e per anni le lancette resteranno immobili.
Milioni di persone sfilano per quindici giorni e quindici notti davanti al catafalco. Ci sono scene di isterismo collettivo: otto persone muoiono tra la folla e più di duemila restano ferite. Nelle città più importanti del paese vengono alzati giganteschi ritratti di fronte ai quali, come in una interminabile veglia funebre, sfila la gente in preghiera portando fasci di fiori.

 Evita mentre consegna un diploma da infermiera: a lei si deve, tra l’altro, la fondazione per l’assistenza sociale attraverso la quale distribuirà anche ingenti somme di denaro ai più bisognosi

Evita mentre consegna un diploma da infermiera: a lei si deve, tra l’altro, la fondazione per l’assistenza sociale attraverso la quale distribuirà anche ingenti somme di denaro ai più bisognosi


Ma se Evita è morta, il suo mito deve sopravvivere, deve ‘rimanere nell’immortalità’. Il presidente Peròn, il dittatore Per6n, ha bisogno del culto di sua moglie per continuare a gestire il potere.
Eva morta viene così ad assumere la stessa importanza di Eva viva. È necessario quindi perpetuare il mito e rendere immortali almeno le sue sembianze. L’incarico di preservare il corpo dal disfacimento viene dato ai professore Pedro Ara, famoso per aver imbalsamato un altro corpo ‘immortale’, quello di Lenin.

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il lavoro di Ara, dura a lungo, quasi un anno:
il cadavere viene immerso in diverse vasche con tempi, durate e alternanze precise. L’imbalsamatore ritocca persino la radice dei capelli di Eva che originariamente erano neri, per restituire agli argentini l’immagine tanto amata dai capelli colore del grano.
Quando dopo tre mesi Peròn va a trovare Ara per vedere a che punto è la sua opera, resta impietrito davanti a uno spettacolo orrendo: il cadavere della moglie, appeso per i piedi per essere meglio trattato, è completamente rattrappito. A dicembre il corpo stava diventando nero e cominciava a decomporsi. Sembra che un fermaglio dei capelli avesse scatenato una reazione chimica che aveva reso vano tutto il lavoro. Cominciano qui i primi macabri misteri. Secondo alcuni si riusci a recuperare il corpo, secondo altri fu impossibile e la testa, che si era salvata, venne saldata al corpo di un’altra donna. In ogni caso, dopo un anno di lavoro, l’opera viene compiuta. La salma, rimpicciolita ormai come quella di una bambina, è deposta su un catafalco di velluto azzurro, con un diadema tra i capelli, ed esposta al secondo piano del palazzo dei sindacati, alla venerazione del popolo.
La polizia monta guardia permanente alla salma mentre il professor Ara provvede a ritoccarla periodicamente. Ma gli eventi precipitano e le vicende politiche coinvolgono anche quel corpo imbalsamato.

 

Eva in ospedale nel 1951: cominciano a manifestarsi i primi segni della malattia che la porteranno alla tomba.

Eva in ospedale nel 1951: cominciano a manifestarsi i primi segni della malattia che la porteranno alla tomba.



 

L’assurda odissea
Nel giugno 1955 un golpe dell’esercito e della marina rovescia il regime di Peròn che in settembre viene destituito e trova rifugio all’estero. Ora quel cadavere al secondo piano del palazzo dei sindacati rappresenta un pericolo, sia che venga profanato dagli avversari di Peròn, sia che venga eletto dai peronisti come loro bandiera di riscossa. È già filtrata la notizia che i seguaci di Peròn progettano di trafugare la salma per infiammare gli animi dei descamisados e indurli alla controrivoluzione. Quel cadavere insomma è troppo scomodo: bisogna farlo sparire. Il macabro incarico viene affidato al colonnello Carlos Eugenio Moore Koening, ex ufficiale dei servizi segreti, che il 22 dicembre 1955, alle dieci di sera penetra ad palazzo dei sindacati. L’edificio è sorvegliato da uomini della marina, antiperonista, e il colonnello Moore Koening è un personaggio conosciuto; forse si sa che agisce per ordine del presidente Aramburu, fatto sta che viene lasciato passare senza troppe domande.

 

Buenos Aires, luglio 1952: l’ultima apparizione di Evita in pubblico. Pochi giorni dopo questa foto, sarà stroncata dalla grave malattia che l’aveva colta l’anno prima.

Buenos Aires, luglio 1952: l’ultima apparizione di Evita in pubblico. Pochi giorni dopo questa foto, sarà stroncata dalla grave malattia che l’aveva colta l’anno prima.



Lo accompagnano il maggiore Arandia e il capitano Arrojo, lutti in borghese ma armati di mitra. Solo oggi si possono conoscere, anche se parzialmente e spesso in maniera confusa, i dettagli della storia. li corpo viene deposto in una bara e caricato su un camion. Comincia cosi un lungo viaggio che durerà vent’anni.

Folla commossa davanti alla residenza presidenziale all ‘annuncio della morte. Nel dare la notizia, i giornali argentini scrivono che Evita «è entrata nell ‘immortalità»

Folla commossa davanti alla residenza presidenziale all ‘annuncio della morte. Nel dare la notizia, i giornali argentini scrivono che Evita «è entrata nell ‘immortalità»



A questo punto le versioni, le voci, le ipotesi sono molteplici. Secondo alcuni, nelle intenzioni del presidente Aramburu, la salma doveva essere restituita il giorno dopo alla madre di Evita e immediatamente sepolta, ma la vicenda si complica fin dall’inizio. Il camion con il corpo è guidato al comando del primo reggimento della marina da sbarco e parcheggiato nel cortile col proposito di riprenderlo il giorno seguente. Ma perché abbandonare un carico cosi prezioso e pericoloso? Quando al palazzo dei sindacati viene dato l’allarme per la scomparsa della salma il capitano di fregata Enrique Green è informato dell’incursione di Moorc Koening. Rintraccia il camion nel cortile della sua caserma e ne scopre il contenuto. Preferisce però lavarsene le mani e obbliga Moore Koening a riprendersi lo scomodo fardello. E la mattina del 23 dicembre 1955.
lnspiegabilmente non si riesce a trovare una sistemazione per il cadavere. Moore Koening lo lascia per venti giorni in casa di un amico a Barrancas di Belgrano poi lo trasferisce nell’appartamento del suo aiutante, il maggiore Arandia, infine lo sistema in una cassa da imballaggio con su scritto «Apparecchi radio» e lo lascia in un ripostiglio nella sede del servizio informazioni dell’esercito. Vi resterà per tre mesi.

Veglia della salma di Evita. Il corpo resterà esposto per quindici giorni e quindici notti ricevendo l’omaggio ininterrotto di milioni di persone.

Veglia della salma di Evita. Il corpo resterà esposto per quindici giorni e quindici notti ricevendo l’omaggio ininterrotto di milioni di persone.



Perché non viene seguito il progetto originario di restituire il cadavere alla madre? Si sa che nel febbraio 1956 Moore Koening si reca in Cile; qui incontra la madre di Evita e si fa firmare un documento che autorizza il governo argentino a disporre del cadavere della figlia. Si prepara la prima delle tante ‘sepolture’ di Evita Peròn. In aprile la sorella maggiore di Eva, Arminia Duarte, molti giurano di aver visto, nella campagna intorno, un gruppo di militari sotterrare qualcosa con molta circospezione. Era il corpo di Evita? Da questo momento le salme sono destinate a moltiplicarsi mentre alcuni personaggi scompaiono dalla scena. A giugno il colonnello Moore Koening viene arrestato e fatto sparire nel carcere militare di Comodoro Rivadavia. Il nuovo capo del servizio informazioni dell’esercito, colonnello Mario Enriquez Cabanillas, ispeziona i locali del suo nuovo comando e, nella cassa con la scritta «Apparecchi radio», trova il cadavere di Evita. A questo punto il governo argentino si trova a dover affrontare, ancora una volta, il problema di una salma terribilmente pericolosa. Cosa farne?
Nel gennaio del 1957 il presidente Aramburu fa chiamare quattro fedelissimi: due ufficiali dell’esercito, uno della marina e un sacerdote cattolico. Dice loro: “Vi incarico di concludere una volta per sempre l’affare Evita. Seppellite quel cadavere e fate in modo che nessuno sappia dov’è, nemmeno io”.

Il corteo funebre sfila, tra due ali di folla commossa, nel centro della capitale argentina.

Il corteo funebre sfila, tra due ali di folla commossa, nel centro della capitale argentina.



 

La soluzione adottata per confondere le tracce assume toni fantastici da romanzo giallo. Vengono preparate venticinque-bare, tutte uguali, e, all’insaputa uno dell’altro, sono convocati venticinque personaggi autorevoli della vita nazionale: a ciascuno di Ioni è dato l’incarico di trovare alla bara una sepoltura adeguata. Ognuno, totalmente ignaro delle altre ventiquattro bare, giura che conserverà il segreto con chiunque e per tutta la vita. Evita viene così sepolta venticinque volte, ma quale delle bare contiene il suo cadavere? Forse nessuna.
Le operazioni-civetta sì moltiplicano. Corre voce che il corpo di Evita Peròn sia stato bruciato e le ceneri disperse nel Rio de la Plata. Compare un’altra bara: questa viene portata dai moschettieri di Aramburu all’alba di un giorno della primavera del 1957, al club nautico di San Indio, nel porto dì Buenos Aires. Il feretro è caricato su uno yacht privato; al largo, dopo una breve cerimonia funebre, viene calata in mare una cassa.
Un’altra pista infine conduce all’estero. All’inizio del 1957 il vicecomandante del SIG (il servizio segreto argentino), colonnello Gustavo Adolfo Ortiz, e il maggiore Hamilton Diaz sono in Europa in missione: devono trovare un luogo di sepoltura per Evita in Germania, Belgio o Italia. Ottengono un secco rifiuto sia dall’ambasciatore argentino a Bonn sia da quello di Bruxelles mentre l’ambasciatore in Italia si dichiara disponibile. Così, nel marzo 1957, nel porto di Buenos Aires, sono caricate, a bordo di una nave da guerra argentina, tre casse di legno di un metro e mezzo per quaranta centimetri: una diretta in Germania, una in Belgio e una in Italia. Un ennesimo espediente per confondere le idee. In ogni caso, la salma di Evita arriva davvero in Italia, ma in tutt’altra manica.

La sepoltura in Italia
A questo punto entra in scena il nunzio apostolico a Buenos Aires, Mario Zanin. I rapporti di Peròn con la Chiesa non erano stati eccellenti. Infatti, dopo la morte della moglie, Juan Peròn si era inimicato il clero nazionale e il Vaticano: nel 1954 aveva istituito in Argentina il divorzio e instaurato una politica di separazione tra la Chiesa e lo stato. La situazione, estremamente tesa, precipitò nel 1955 con l’espulsione del vescovo ausiliare di Buenos Aires e la successiva scomunica di Peròn. Con una rapida marcia indietro il dittatore ottenne la revoca del provvedimento, ma certamente un suo eventuale ritorno al potere non era ben visto in ambiente clericale.

 

Papa Pio XII’ da lui il nuovo presidente della repubblica argentina Aramburu ottenne il permesso di seppellire in Italia la salma di Evita.

Papa Pio XII da lui il nuovo presidente della repubblica argentina Aramburu ottenne il permesso di seppellire in Italia la salma di Evita.



Cosi non è difficile per Aramburu trattare col Vaticano, tramite Mario Zanin, ed ottenere da Pio XII il permesso di seppellire in Italia la salma di Evita Peròn. Giungono a Roma, per definire i particolari della vicenda, il vicecomandante dei servizi segreti, colonnello Ortiz, e il maggiore Diaz, Il piano viene messo a punto fin nei minimi particolari.
In Argcntina entra subito in azione don Giovanni Penco, un sacerdote molto attivo che era stato il braccio destro del cardinal Ferrari a Milano ed aveva soggiornato a lungo in Argentina per propagandare un’associazione religiosa da lui fondata, la Compagnia di San Paolo. Don Penco si mette in contatto con una suora laica, Giuseppina Airoldi, da poco tornata in Italia dal Sudamerica, pregandola di occuparsi del rientro in patria della salma di una persona a lui cara, certa Maria Maggi vedova De Magistris, sbrigando tutte le pratiche per il trasporto via mare.

La tomba nel cimitero di Milano intestata a Maria Maggi vedova De Magistris, una fantomatica signora di Dalmine che secondo gli atti ufficiali sarebbe deceduta il 23 febbraio 1951 nella provincia argentina di Santa Fe. In realtà a Dalmine non è mai esistita una donna con questi dati anagrafici. Nell’agosto 1971, la salma verrà riesumata per essere traslata a Madrid: era quella di Evita.

La tomba nel cimitero di Milano intestata a Maria Maggi vedova De Magistris, una fantomatica signora di Dalmine che secondo gli atti ufficiali sarebbe deceduta il 23 febbraio 1951 nella provincia argentina di Santa Fe. In realtà a Dalmine non è mai esistita una donna con questi dati anagrafici. Nell’agosto 1971, la salma verrà riesumata per essere traslata a Madrid: era quella di Evita.



 

Secondo un’altra versione la salma entrò in Italia sotto le mentite spoglie di una suora italiana morta in Argentina e, per rendere più credibile la faccenda, parecchie monache accompagnarono la ‘sorella’ sulla nave che la riportava in patria. In un modo o nell’altro, fatto sta che il cadavere arriva in Italia ed è sepolto nel cimitero di Campagnano, un piccolo centro vicino Roma. Ma, inspiegabilmente, dopo appena un anno, viene trasferito nel cimitero di Musocco, a Milano. Un’ulteriore manovra per far perdere le tracce?
Cosi, nel maggio 1957, è tumulata a Milano Maria Maggi, coniugata De Magistris, nata a Dalmine, in provincia di Bergamo, e deceduta il 23 febbraio 1951 all’età di quarant’anni nella provincia argentina di Santa Fe. Sarà poi accertato che a Dalmine non è mai esistita una donna con quel nome e quei dati anagrafici. A lettere dorate, sulla lastra di marmo che copriva la tomba, è scritto «Maria Maggi vedova De Magistris» e la data di morte, cambiata (chissà perché) di un anno: 23-2-1952. Ma rimarrà sempre una tomba spoglia, abbandonata, dove nessuno porrà mai un fiore. Racconta un guardiano: “In tanti anni che lavoro qui ho sempre visto il lume spento e due fiori di plastica nel vaso. Mai nessuno si è avvicinato a pregare”.

Peròn con la terza moglie a Madrid durante la messa per il decimo anniversario della morte di Evita.

Peròn con la terza moglie a Madrid durante la messa per il decimo anniversario della morte di Evita.



 

La cassa conteneva realmente il corpo di Evita o era solo una delle tante bare-civetta messe in circolazione per confondere le tracce? Fatto sta che la salma di Evita, o presunta tale, rimase sepolta nel cimitero milanese, campo 86 giardino 41, ignorata da tutti, mentre in Argentina si seguivano fantomatiche piste alla ricerca del prezioso cadavere.
Passano gli anni ed ancora una volta sarà l’evolversi degli avvenimenti politici a determinare un nuovo colpo di scena nella sconcertante vicenda.

 

Restituita a Peròn
Il 30 agosto 1971 si presenta all’impresa di pompe funebri Irof il signor Carlos Maggi chiedendo la traslazione della salma della sorella, Maria Maggi De Magistris, a Madrid. Egli ha con sé tutti i permessi necessari e i documenti in regola (anche se falsi); prende accordi per il trasporto e paga il conto: 800000 lire. Carlos Maggi è un uomo robusto, sulla cinquantina con grossi baffi e lunghi capelli neri; i suoi connotati assomigliano stranamente a quelli del colonnello Henriquez Cabanillas del servizio segreto dell’esercito argentino. Lo accompagnaao un giovane e un prete, forse lo stesso che già nel 1957 era stato convocato da Aramburu per organizzare la falsa pista delle venticinque bare.

 

Un furgone trasporta le presunte spoglie di Evita all’aeroporto della capitale spagnola.

Un furgone trasporta le presunte spoglie di Evita all’aeroporto della capitale spagnola.



Nessuno ha assistito alla riesumazione della salma. La cassa di zinco è stata portata nella camera ardente e deposta in una lussuosa bara di mogano; poi i tre personaggi sono partiti. Per il lugubre viaggio della Citroen nera fino a Madrid abbiamo una testimonianza diretta, quella dell’autista, Roberto Germani: «Quell’uomo, parlando un misto di italiano e spagnolo, mi ha detto che aveva deciso di trasferire la salma della sorella nella tomba di famiglia a Madrid, secondo un desiderio espresso dalla vecchia madre in punto di morte. Siamo arrivati in serata alla frontiera francese e, dopo una breve fermata a Montpellier per la cena, di nuovo in viaggio fino a Perpignano dove siamo giunti alle due di notte, Il signor Maggi sembrava avere molta fretta e mi incitava a correre il più possibile.
Siamo partiti da Perpignano la mattina presto e dopo meno di un’ora eravamo al confine spagnolo. Qui il signor Maggi si è fermato per incontrare alcuni uomini che hanno poi ripreso il viaggio con noi seguendoci con le loro automobili. Poco dopo Guadalajara ci si è affiancata una Renault che ci ha fatto strada fino ad una quarantina di chilometri da Madrid; a questo punto abbiamo lasciato la strada statale per imboccare una viuzza di campagna. In un largo spiazzo prima di un bosco ci aspettavano altre macchine e un furgone. Tutto questo mi sembrava molto strano e devo dire che cominciavo ad avere un po’ paura.
Carlos Maggi mi ha poi chiesto di scaricare la bara, lo gli ho fatto notare che per la verità avevo avuto l’incarico di portarla fino a Madrid, ma lui ha insistito: ‘‘Tanto i cimiteri sono chiusi tino a lunedi e non trovereste nessuno; è inutile che facciate altri chilometri’’. Cosi:
mentre mi allontanavo ho potuto vedere che stavano trasferendo la bara sul furgone.

Lo scultore italiano Leone Tommasi (a sinistra) con la statua della defunta presidentessa. Peròn aveva commissionato a Tommasi un gigantesco mausoleo, più alto della statua della Libertà, dove avrebbero dovuto trovare posto due immense sculture, una di Evita, l’altra di un descamisado’ con il volto del dittatore.

Lo scultore italiano Leone Tommasi (a sinistra) con la statua della defunta presidentessa. Peròn aveva commissionato a Tommasi un gigantesco mausoleo, più alto della statua della Libertà, dove avrebbero dovuto trovare posto due immense sculture, una di Evita, l’altra di un descamisado’ con il volto del dittatore.



 

Solamente al confine francese sono stato informato di aver portato in Spagna la salma di Evita Peròn».
Ma perché, dopo tanti anni, il cadavere senza pace di Evita riprendeva il suo lungo viaggio? La riapparizione della salma ha ragioni politiche come politici sono stati i motivi della sua sparizione.
Peròn venne destituito nel settembre 1955 e, dopo di lui, si sono succeduti a Buenos Aires molti governi, di destra e di sinistra, sia civili che militari. Nonostante ciò il peronismo ha conservato il suo potere in Argentina, basti pensare che nel 1965, dieci anni dopo la caduta del dittatore, i peronisti ottennero ben il 37% dei voti. Si era cosi aperta una frattura tra gli antiperonisti (soprattutto l’esercito) e i peronisri che, anche dopo l’esilio del loro capo, continuavano a controllare la centrale sindacale argentina. E per sanare questa frattura il primo passo poteva essere la restituzione al marito della salma di Evita. Una salma tanto importante che, se non si fosse trovata, bisognava inventarla. Lo capi perfettamente l’allora presidente argentino Alejandro Lanusse che lanciò lo slogan della ‘pacificazione nazionale’ dichiarandosi disponibile a restituire la salma e ad incontrare ‘el lider’ in esilio.
li corpo di Evita da elemento di sovversione torna dunque ad essere un simbolo, una figura leggendaria al di sopra di ogni fazione. Cosi Maria Maggi vedova De Magistris, deceduta il 23-2-1952, giunge a Madrid con il nome di Eva Duarte de Peròn e viene consegnata all’ex dittatore argentino.
Peròn viveva in esilio a Madrid in una lussuosa villa a Puerta de Hierro, un quartiere elegante della città. Si tratta di una zona molto chic, detta scherzosamente il ‘cimiteto degli elefanti’ poiché vi abitano i personaggi più svariati ma con un elemento che li accomuna: sono tutte ‘personalità’ ormai a riposo, presidenti destituiti, dittatori in esilio, avventurieri in pensione. In questa splendida villa, chiamata ‘17 de octubre’ (giorno in cui la rivoluzione portò al potere Peròn), viene scaricata la salma. Le autorità madrilene danno un laconico annuncio:
«Le spoglie mortali di Evita Peròn sono state restituite a suo marito».
Nessun osservatore esterno è stato ammesso a vedere il corpo La consegna della salma è avvenuta davanti ad otto persone: Peròn, la sua terza moglie Isabel Martinez, il colonnello Cabanillas (alias Catlos Maggi), due sacerdoti, un aiutante di Peròn, José Lopez Rega, il capo del partito peronista, Jorge Daniel Paladino, e l’ambasciatore argentino.
I più fantasiosi cercano improbabili conferme dclla reale presenza della salma di Evita in quella cassa; c’è chi dice che in quei giorni si trovasse a Madrid Pedro Ara, l’uomo che aveva provveduto all’imbalsamazione, ma nessuno è riuscito a rintracciarlo. Nasce cosi la leggenda dell”artista’ che insegue il suo capolavoro. E diventa sempre più fantasticamente macabra la figura dell’imbalsamatore ‘innamorato’ del cadavere che insegue in ogni parte del mondo per ritoccarlo, controllarlo, verificate che la sua bellezza resti intatta.
EI Fueblo, quotidiano di Madrid, scrive di non credere all’identità di questo cadavere: «Perché non si è lasciato vedere ai giornalisti il corpo di Evita? Perché nasconderlo e farlo di nuovo sparire?».
Cosi, ancora una volta, quella cassa racchiude un mistero ma, ci sia o meno il corpo di Evita, tutti pensano che il suo ritorno in Argentina debba essere imminente. Invece quella salma è destinata a rimanere a Madrid ancora a lungo. Riposa infatti nella cappella, in attesa di essere definitivamente sepolta in patria, fino al novembre 1974.
Gli eventi politici che seguono sono noti. Nel 1973 Peròn torna in Argentina insieme alla terza moglie Isabelita che tenta invano di sostituire Evita nel cuore degli argentini.

 

 

Il ritorno di Evita
Peròn muore nel 1974 e i peronisti ottengono che Isabelita ne prenda il posto. Ma la sua immagine è fragile. Per rafforzare la sua posizione, deve ricorrere ancora al mito di Evita e ne fa rimpatriare la salma.
Dell’operazione viene incaricato Lopez Rega, braccio destro di Peròn e di Isabelita e ministro della previdenza sociale. Figura, tra l’altro, nelle liste della loggia P2 di Licio Gelli. Il ritorno
di Evita dovrebbe por fine alle lotte intestine che dilaniano il paese, dovrebbe portare la pace in un clima di odio cdi violenza. Forse mai nella storia si è attribuito tanto potere ad un cadavere e si è cercato di utilizzarlo, di volta in volta, a fini politici diversi.
Il 17 novembre 1974 un Boeing 707 delle Aerolineas Argentinas atterra all’aeroporto militare di Moron e dodici allievi ufficiali in alta uniforme depongono a terra il feretro di Evita. Lo spirito macabro sembra un carattere ricorrente nelle questioni politiche argentine. Nello stesso momento in cui la salma di Evita torna in patria un commando abbandona nel centro di Buenos Aires un furgoncino con un altro ‘cadavere eccellente’: si tratta del corpo dell’ex presidente Eugenio Aramburu, sequestrato un mese prima dai montoneros, i guerriglieri di tendenza giustizialista. Si realizza così una sorta di ‘scambio di salme’ tra le fazioni peroniste.
Dalla base di Moron la bara di Evita viene portata, a bordo di un piccolo Fokker, all’aeroporto di Palermo, a Buenos Aires, dove è attesa da Isabelita e dagli altri membri del gabinetto. Segue una breve cerimonia religiosa e un corteo funebre accompagna Evita alla cripta di Olivas, dove riposa Juan Domingo Peròn.
Secondo i piani di Peròn la salma della sua seconda moglie avrebbe dovuto trovare riposo in un altro luogo. Il dittatore aveva dato incarico ad uno scultore italiano, Leone Tommasi, di erigere un mausoleo più alto della statua della Libertà a New York, con una scultura in marmo immensa, raffigurante Evita, dei peso di 43000 tonnellate.

Uno dei francobolli con il profilo di Eva Duarte Per6n emessi dalle poste argentine tra il 1950 e il 1955. Il mito di Evita è ancora vivo presso il popolo argentino.

Uno dei francobolli con il profilo di Eva Duarte Peròn emessi dalle poste argentine tra il 1950 e il 1955. Il mito di Evita è ancora vivo presso il popolo argentino.



L’opera non fu mai portata a termine. Peròn. destituito, fu costretto a fuggire dall’Argentina mentre Tommasi era alle prese con calchi e gessi, Il progetto dello scultore era veramente grandioso: il mausoleo avrebbe dovuto innalzarsi per 143 metri con in cima la statua di un desca,nisado, col volto di Peròn, alta 63 metri. Altre sculture di contorno avrebbero arricchito lo scenario: allegorie dell’amore, dell’indipendenza, dei diritti dell’anziano e della Raz6n de ivi vide, il titolo del libro di Eva.
All’interno, in una cripta, doveva trovare posto il sarcofago di Evita: quattro quintali di argento con un cristallo attraverso il quale fosse possibile vedere le sembianze mummificate della ‘regina dei descamisados’.
Una colonna di luce proveniente da un riflettore posto a metà altezza del monumento avrebbe dovuto illuminare il sarcofago giorno e notte. Nella cripta, avrebbero trovato posto anche un altare e la grande statua della defunta.
All’interno dovevano poi essere scavate rampe di scale elicoidali che, insieme a diversi ascensori, avrebbero condotto ad un museo, a una biblioteca, a numerose sale e a una specie di sacrario. Qui doveva essere collocato il ‘collare di San Martin’, la più alta onorificenza argentina attribuita ad Evita.
Tutto questo pellegrinaggio attraverso le sale dedicate ad Evita, conduceva alla testa della gigantesca statua di Peròn-descanzisado. Così, al termine della salita, i visitatori si sarebbero affacciati dai balconcini ricavati dagli occhi della scultura e da qui avrebbero potuto ammirare Buenos Aires.
Ma, come si è detto, l’opera è rimasta allo stadio di progetto: la salma di Eva avrebbe dovuto compiere ben altre peregrinazioni e ancora molto avrebbe dovuto attendere prima di trovare una sistemazione definitiva.
Se all’epoca Buenos Aires accolse con indifferenza il ritorno di Evita (solo pochi curiosi seguirono il corteo funebre lungo il percorso di circa dieci chilometri) questo non vuoi dire che il mito sia tramontato. Oggi i resti di Evita riposano in un sepolcro innominato. Nei sacrario della ‘Familia Duarte’ il nome di lei non è inciso, come gli altri, sul marmo nero di Carrara. Motivi di ordine pubblico. Ma la gente lo sa e lii fiori non mancano mai. Racconta il guardiano: «Tutti i giorni c’è qualcuno che ne porta un mazzo, magari solo fiori di campo, ed ogni 26 luglio, l’anniversario della morte, si riunisce sempre una folla di persone».
Forse in quel sepolcro non c’è la salma di Evita, forse quella bara è sempre stata vuota ma ormai non è più importante. Quel che la gente ancora ricorda, cui rende omaggio è un simbolo estraneo alla sua presenza fisica.
Anche al cimitero di Chaearita, dov’è sepolto Peròn, il mito di Evita è presente; nel tempo la sua figura si è sovrapposta a quella del dittatore. Sul sepolcro di granito innalzato a Perda è inciso: «A Te e Evita il popolo riconoscente». È come se il corpo di lei fosse anche li.