L’INQUILINO FANTASMA

golemcuccia

 

Avevo ventidue anni ed ero appena uscito dal college. Libero com’ero di scegliermi
una carriera, non avevo avuto esitazioni nella decisione. Più tardi, in verità, rinunciai
alla mia scelta con uguale prontezza, e tuttavia non ebbi mai a rimpiangere quei due
anni di gioventù, pieni di esperienze controverse ed esaltanti, ma al tempo stesso
piacevoli e ricche di frutti. Avevo un’inclinazione particolare per la teologia: durante
il trimestre universitario ero stato un infatuato lettore del dottor Channing. La sua era
una teologia di gusto gradevole, che sembrava offrire la rosa della fede sfrondata
delle sue spine. E poi (giacché ritengo che il fatto abbia a che vedere col mio
racconto) m’ero preso d’entusiasmo per l’antica Facoltà di Teologia. Ho sempre avuto
considerazione per lo scenario che fa da sfondo al dramma umano, e mi pareva che in
quell’angolo appartato e tranquillo di casistica discreta, col suo rispettabile viale da
una parte e, dall’altra, la sua prospettiva di verdi prati confinanti con acri di bosco,
avrei potuto svolgere il mio compito con buona probabilità di successo (almeno per
me). Per chi ama i boschi e i campi, Cambridge, da allora, è mutata in peggio e la
zona di cui parlo ha perduto molta della sua quiete fra pastorale e scolastica. A quel
tempo era una specie di aula magna in mezzo ai boschi – una commistione
affascinante. Ciò che è adesso non ha nulla a che vedere con la mia storia; e non
dubito che vi siano ancora giovani laureandi assetati di dottrina che, passeggiando in
quei luoghi nei crepuscoli d’estate, si ripromettano di gustarne più tardi l’atmosfera
distensiva.

Quanto a me, non ero stato deluso. M’ero installato in una grande stanza
quadrata, dalle pareti a mansarda, con sedili profondi sotto le finestre e, dopo aver
attaccato ai muri stampe di Overbeck e di Ary Scheffer, e aver sistemato i libri
ordinandoli con grande meticolosità nelle nicchie accanto all’ampio ripiano del
caminetto, m’ero dedicato alla lettura di Plotino e sant’Agostino. V’erano tra i miei
compagni due o tre giovani intelligenti e socievoli, coi quali di tanto in tanto
centellinavo un boccale accanto al fuoco; e fra stimolanti letture, discorsi profondi,
libagioni coscienziosamente innocue e lunghe passeggiate per la campagna, la mia
iniziazione al ministero sacerdotale procedeva abbastanza piacevolmente.
Con uno dei miei compagni avevo stabilito un più stretto sodalizio, e trascorrevamo
insieme gran parte del tempo. Egli soffriva, purtroppo, di una debolezza cronica a un
ginocchio, il che lo costringeva a condurre vita molto sedentaria; io, invece, ero un
camminatore metodico, e ciò portava a una certa divergenza di abitudini fra noi.
Sovente io partivo per la mia passeggiata quotidiana senz’altro compagno che un
bastone in mano o un libro in tasca. Ho sempre trovato però compagnia sufficiente
nell’uso delle gambe e nel godimento illimitato dell’aria aperta; a ciò dovrei forse
aggiungere che il dono naturale d’un paio d’occhi acutissimi mi procurava una sorta di
piacere mondano. Eravamo in rapporti eccellenti, i miei occhi e io; essi erano
osservatori infaticabili di tutto quanto incontravano per via, e, purché ne fossero
soddisfatti, io non chiedevo di meglio. In effetti, è alla loro abitudine d’indagare che
debbo il possesso di questa curiosa storia. Gran parte della campagna intorno alla
vecchia cittadina universitaria è ancor oggi assai amena, ma trent’an-ni fa lo era di
più. La molteplice eruzione di cartapesta edilizia, che ora abbellisce il paesaggio in
direzione delle collinette azzurre di Waltham, non si era ancora verificata: non erano
ancora sorti quei civettuoli villini a mortificazione di prati spelacchiati e di stecchiti
frutteti – accostamento che negli anni successivi non giovò né all’uno né all’altro
elemento del contrasto. Certi incroci di straducole tortuose mi sono rimasti nella
memoria come un’immagine ben più viva e genuina; e, più in là, le solitarie casette
sparse sui lunghi pendii erbosi, acquattate sotto l’immancabile grande olmo che
incurvava a mezz’aria il suo fogliame come spighe sporgenti da un covone di grano,
se ne stavano incappucciate nei loro tetti di scandole di abete, affatto ignare della
moda dei tetti alla francese: facevano pensare a vecchie contadine incartapecorite che
portassero tranquille la tradizionale cuffia aderente, neppur vagamente presaghe di
quei copricapi a tesa rialzata che avrebbero messo impudicamente in mostra le loro
fronti venerande. Era quello un inverno cosiddetto «mite»; molto freddo, ma con
poca neve; le strade erano compatte e deserte, e il maltempo mi aveva raramente
costretto a rinunciare alla mia passeggiata.
In un grigio pomeriggio di dicembre scelsi come meta il vicino borgo di Medford, e
già stavo sulla via del ritorno, mantenendo un passo regolare e osservando i colori
pallidi e freddi – l’ambra trasparente e il rosa sbiadito che velavano a ponente il cielo
invernale e mi facevano pensare al sorriso disincantato delle labbra di una bella
donna. Con il calar del crepuscolo giunsi a una stradicciola che non avevo mai
percorsa, e che pensai potesse costituire una scorciatoia verso casa. Avevo ancora
circa tre miglia di strada, ero in ritardo e sarei stato contento che le miglia fossero
solo due. La imboccai, camminai per altri dieci minuti e mi accorsi allora che la
strada aveva un aspetto molto solitario. Le carreggiate apparivano tracciate da tempo;
il silenzio sembrava particolarmente percettibile. Eppure, in fondo alla strada c’era
una casa: la via, dunque, doveva essere stata in qualche modo frequentata. Da un lato
si levava un alto argine naturale, in cima al quale era appollaiato un pometo i cui rami
intricati stendevano una specie di rozzo merletto nero sopra il roseo occidente
infreddolito. In breve raggiunsi la casa, che destò subito il mio interesse. Vi sostai
davanti osservandola attentamente, non avrei saputo dire perché, ma con un vago
miscuglio di curiosità e di timore. Anche se era una casa come molte altre dei
dintorni, forniva però senza dubbio un bell’esempio della propria categoria sociale.
Sorgeva sopra un erboso pendio, aveva a fianco il solito grande olmo, con le fronde
che ricadevano imparzialmente tutt’in giro; alle spalle aveva il vecchio coperchio
nero del pozzo. Di proporzioni assai vaste, colpiva per l’aspetto di solidità e di
robustezza del suo legno. Inoltre, era carica d’anni, perché il lavoro d’intaglio sul
portone e sotto le grondaie, abbondante e minuzioso, la faceva risalire almeno alla
metà del secolo scorso. Una volta era stata tutta dipinta di bianco, ma le poderose
spalle del tempo, appoggiate da cent’anni a quegli stipiti, avevano messo a nudo la
vena del legno. Dietro l’edificio si stendeva un frutteto di meli, insolitamente nodosi e
irreali, che nell’infittirsi del crepuscolo apparivano consunti, esausti. Tutte le finestre
della casa avevano imposte arrugginite, senza sportellini e accuratamente chiuse.
Intorno non v’era segno di vita: la casa appariva vuota, deserta, spoglia, e tuttavia,
mentre indugiavo lì davanti, mi pareva contenere un significato familiare, un’udibile
eloquenza. Ho sempre ripensato alla prima impressione che mi destò quella grigia
dimora in stile coloniale, come a una prova del fatto che l’induzione può essere
talvolta strettamente affine alla divinazione; giacché, dopo tutto, nulla nel suo aspetto
esteriore poteva giustificare la grave conclusione cui ero giunto. Balzai indietro e mi
portai sul lato opposto della strada. Sul punto di svanire, il tramonto mandò un ultimo
bagliore rossastro che per un istante si soffermò languido sull’argentea facciata della
vecchia casa. Con regolarità perfetta toccò, uno dopo l’altro, i piccoli pannelli di vetro
della finestrina a forma di ventaglio posta sopra la porta, illuminandola di luce irreale.
Infine dileguò, lasciandosi dietro un’atmosfera più cupa. In quel momento, con
accento di profonda convinzione, mi dissi: «Questa è una casa infestata dagli spiriti!»
Non so perché, ne fui immediatamente certo, e dato che non mi ci trovavo rinchiuso,
l’idea mi procurò un senso di piacere. Era qualcosa d’implicito nell’aspetto
dell’edificio, e che lo spiegava. Mezz’ora prima, se me l’avessero chiesto, avrei
risposto, come si conveniva a un giovane dedito alla ricerca sistematica di confortanti
visioni del soprannaturale, che non esistono case infestate dai fantasmi. Ma quella
che mi stava dinnanzi dava un senso concreto a quelle parole vuote; era una casa
corrotta nello spirito.
Più la guardavo e più intenso appariva il segreto che racchiudeva. Ne feci il giro,
cercando di sbirciare qua e là attraverso una fessura delle imposte; mi presi la
soddisfazione puerile di posare una mano sulla maniglia a pomolo facendola girare
pian piano. Se la porta avesse ceduto, sarei entrato? Avrei cercato di penetrare in quel
silenzio di tenebra? Per fortuna non ci fu bisogno di mettere alla prova la mia
audacia: il portone era mirabilmente solido e non riuscii nemmeno a scuoterlo. Alla
fine mi allontanai, continuando a volger indietro lo sguardo. Proseguii per la mia
strada e, dopo una marcia più lunga di quanto mi fossi aspettato, raggiunsi la strada
maestra. A una certa distanza dal punto in cui vi sboccava il lungo sentiero di cui ho
parlato, si ergeva una dimora comoda, ordinata, il prototipo della casa da cui i
fantasmi stanno assolutamente lontani – una casa senza sinistri misteri e che altro non
conosceva all’infuori di una solida agiatezza. La verniciatura bianca e linda spiccava
tranquilla nella penombra; il portico sormontato da rampicanti era ricoperto di paglia
in vista dell’inverno. Davanti all’uscio un vecchio calesse, tirato da un solo cavallo e
carico di due visitatori in partenza, stava per allontanarsi; dalle finestre libere da
tendaggi scorsi il salotto illuminato e la tavola ancora imbandita per il tè
improvvisato in anticipo a ristoro degli ospiti. La padrona di casa, che aveva
accompagnato gli amici fino al cancello, sembrò indugiare un momento dopo che il
calesse si fu avviato cigolando, un po’ per seguirli con lo sguardo, un po’ per rivolgere
a me, che passavo nella penombra, un’occhiata interrogativa. Era una donna giovane,
vivace, graziosa, dagli occhi scuri e penetranti, e io, facendomi coraggio, mi fermai e
le rivolsi la parola.
– Quella casa che si trova laggiù, – dissi, – lungo la stradina a circa un miglio di qui,
quella casa isolata, mi sa dire di chi è?
Ella mi fissò per un istante e, mi parve, arrossi un pochino.
– Noi non facciamo mai quella strada, – rispose laconica.
– Ma è una scorciatoia per Medford, – obiettai.
Scosse leggermente il capo.
– Forse finirebbe per rivelarsi una strada più lunga. Comunque, noi non ce ne
serviamo.
La cosa era interessante. Una prospera famiglia yankee doveva avere le sue buone
ragioni per tenere in dispregio sistemi che aiutano a risparmiare tempo.
– Ma lei conosce la strada, almeno? – domandai ancora.
– Be’, l’ho vista.
– E a chi appartiene?
La signora uscì in una risatina e volse altrove lo sguardo, quasi si rendesse conto che,
all’orecchio di un forestiero, le sue parole potevano sembrar permeate di superstizione
contadina.
– Direi che appartiene a chi ci sta dentro.
– Ma ci sta qualcuno? È perfettamente chiusa.
– Fa lo stesso. Non escono mai, e non vi entra mai nessuno -. E mi volse le spalle.
Ma io insistetti, posandole rispettosamente una mano sul braccio: – Vuol farmi
credere che è abitata dagli spiriti?
Ella si ritrasse, rossa in viso; accostò un dito alle labbra e si affrettò a rientrare. Un
attimo dopo vennero abbassate le tende ai vetri delle finestre.
Per diversi giorni pensai più volte a quella piccola avventura, assaporando tuttavia il
piacere di tenerla per me. Se la casa non era abitata da fantasmi, era inutile rendere di
pubblico dominio le mie capricciose fantasie; e se lo era, era bello vuotare la coppa
dell’orrore senza farne partecipe chicchessia. Decisi, naturalmente, di ripassare da
quella strada; e una settimana più tardi – era l’ultimo giorno dell’anno – rifeci lo stesso
cammino. Mi avvicinai alla casa venendo dalla direzione opposta e la raggiunsi
pressapoco alla stessa ora della volta precedente. Il giorno stava per finire, il cielo era
basso e grigio; lungo la stradicciola arida e nuda gemeva il vento, sospingendo in
lenti mulinelli le foglie annerite dal gelo. La malinconica dimora sembrava volersi
avvolgere nel crepuscolo invernale, dissimulandovisi fino a diventare invisibile. Io
non sapevo bene che cosa ero venuto a fare fin lì, ma avevo l’impressione che, se
stavolta il pòmolo avesse girato e la porta si fosse aperta, avrei preso il coraggio a due
mani e lasciato che si richiudesse alle mie spalle. Chi erano i misteriosi inquilini a cui
aveva alluso la brava signora dell’angolo? Che cosa era stato visto o sentito, che cosa
se ne diceva? La porta si rivelò ostinata come prima, e nonostante i miei irriguardosi
armeggìi con la serratura, nessuna finestra si spalancò al piano di sopra, nessuno
strano viso pallido si affacciò. Mi arrischiai perfino a sollevare il battente rugginoso,
scotendolo cinque o sei volte, ma non ottenni che un suono piatto, morto, senza eco.
Un rapporto di famigliarità con le cose genera indifferenza: non so cos’altro avrei
fatto se, lontano, su per la strada (la stessa che avevo percorso io), non avessi visto
avanzare una figura solitaria. Non desideravo farmi sorprendere ad aggirarmi intorno
a quella malfamata dimora e cercai rifugio tra le ombre di un vicino boschetto di pini,
dal quale avrei potuto guardare senza essere scorto. Poco dopo, lo sconosciuto si
avvicinò: mi resi conto che stava dirigendosi proprio verso la casa. Era un
vecchierello il cui aspetto colpiva soprattutto per l’ampio mantello, di foggia più o
meno militare, che lo rivestiva. Teneva in mano un bastone e procedeva a passo lento,
affaticato, un po’ zoppicante, ma con aria decisa e risoluta. Abbandonò la strada,
segui l’incerta carreggiata e, giunto a pochi passi dall’edificio, s’arrestò. Levò uno
sguardo fermo, indagatore, come se contasse le finestre o ritrovasse certi particolari
ben noti. Poi si tolse il cappello, fece un inchino profondo, solenne, una specie di
riverenza. Potei osservarlo bene mentre rimaneva ritto, a capo scoperto. Come ho
detto, era un vecchietto minuto, ma sarebbe stato arduo decidere se appartenesse a
questo mondo o all’oltretomba. La sua testa mi ricordava vagamente i ritratti di
Andrew Jackson. Aveva una corona di capelli grigi, ispidi come setole, e un viso
scarno, emaciato, glabro, e occhi d’un luccicore intenso, sormontati da folte
sopracciglia ancora nerissime. Come il suo mantello, anche il suo volto sembrava
quello d’un vecchio soldato; si sarebbe detto un militare di grado modesto in
pensione: ma ciò che in lui più mi colpi fu quella capacità d’apparire eccentrico e
grottesco anche al di là della prerogativa tipica di un personaggio del genere. Finito
che ebbe con le sue riverenze, mosse verso la porta, frugò nelle pieghe del mantello
che gli pendeva molto più sul davanti che sul dietro, e tirò fuori una chiave. La inserì
nella toppa lentamente, con attenzione, poi parve darle un giro. Ma l’uscio non si aprì
subito; dapprima l’uomo abbassò la testa, tese l’orecchio e rimase in ascolto, poi
guardò in su e in giù per la via. Soddisfatto o rassicurato, appoggiò la sua vecchia
spalla contro uno dei solidi pannelli, facendo pressione per un istante. La porta
cedette spalancandosi sull’oscurità più completa. L’uomo si fermò ancora sulla soglia,
di nuovo si tolse il cappello e rifece l’inchino. Poi entrò, chiudendo accuratamente la
porta dietro di sé.
Chi diamine era, e che cosa andava cercando? Si sarebbe detto un personaggio dei
racconti di Hoffmann. Era una visione o una realtà? Uno di casa o un visitatore
abituale, un amico? Che cosa avevano voluto significare, nell’uno e nell’altro caso, le
sue pie genuflessioni, e come intendeva dirigersi in quel buio pesto? Uscii dal mio
nascondiglio per osservare più da vicino alcune finestre. In ciascuna di esse, a
intervalli, nello spiraglio tra le due ante delle imposte, si scorgeva un raggio di luce.
Era chiaro che il vecchio stava accendendo delle candele; voleva dare una festa – una
tregenda di fantasmi? La mia curiosità cresceva, ma non sapevo come appagarla. Per
un momento pensai di bussare perentoriamente alla porta, ma abbandonai l’idea
giudicandola scortese e capace di rompere l’incantesimo, se d’incantesimo si trattava.
Feci un giro intorno alla casa e cercai d’aprire, senza scassinarla, una delle finestre del
pianterreno. Questa resistette, ma subito ebbi maggior fortuna provando con un’altra.
In quell’armeggiare correvo senza dubbio un rischio: quello che mi vedessero
dall’interno, o – peggio – di vedere io stesso qualcosa che mi sarei poi pentito d’aver
visto. Ma, come ho detto, ormai la curiosità mi trascinava, e il rischio era attraente in
sommo grado. Attraverso la fenditura delle imposte spinsi lo sguardo in una stanza
illuminata – illuminata da due candele in un candeliere d’ottone posto sulla mensola
del camino. La stanza, che pareva essere una specie di salotto secondario, era ancora
completamente ammobiliata. L’arredamento, semplice e antiquato, consisteva di sedie
e divani di ruvido tessuto, di tavoli di mogano scompagnati; campioni di ricamo
incorniciati erano appesi alle pareti. Ma, benché arredata, la stanza aveva un aspetto
stranamente disabitato; i tavoli e le sedie stavano rigidi ai loro posti, né si vedevano
soprammobili o suppellettili d’uso domestico. Non riuscivo a vedere tutto; indovinai
solo l’esistenza, sulla destra, di una grande porta a due battenti. La porta sembrava
aperta, e dalla stanza vicina entrava la luce. Aspettai un poco, ma la camera rimase
vuota. Infine, sulla parete dirimpetto alla porta, mi resi conto che si proiettava una
grande ombra: l’ombra, evidentemente, di una figura nella stanza attigua. Alta e
grottesca, vi si riconosceva la sagoma d’una persona seduta di profilo, in assoluta
immobilità. Credetti di riconoscere la chioma irta e il lungo naso a becco del mio
vecchietto. C’era qualcosa di strano in quella sua posizione: pareva seduto a fissare
attentamente qualcosa. Guardai a lungo l’ombra, che rimaneva immota. Alla fine,
tuttavia, proprio quando la mia pazienza cominciava a venir meno, essa si mosse
lentamente, si allungò fino al soffitto e si fece indistinta. Non so cosa mi sarebbe
toccato di vedere ancora, se per un impulso incoercibile non avessi chiuso l’imposta.
Fu per delicatezza – o per pusillanimità? Non saprei dirlo. Nondimeno, indugiai
intorno alla casa nella speranza di veder ricomparire il mio amico. Né fui deluso,
perché finalmente egli riemerse, tal quale com’era entrato e accomiatandosi nello
stesso modo cerimonioso (le luci, come avevo già notato, erano scomparse dalle
fessure delle varie finestre). Davanti alla porta fece dietro-front, si levò il cappello e
s’inchinò rispettosamente. Avevo tutte le intenzioni di rivolgergli la parola quando si
voltò per andarsene, ma finii col lasciarlo in pace. Questa sf, posso dirlo, fu pura
delicatezza – troppo ritardata, forse mi obietterete. Mi pareva che avesse ogni diritto
di risentirsi della mia sorveglianza, benché il mio diritto ad esercitarla (ammesso che
si trattasse di spiriti) mi sembrasse altrettanto indiscutibile. Continuai a osservarlo
mentre si allontanava zoppicando lievemente giù per la china e poi lungo la strada
solitaria. Allora, soprappensiero, mi avviai nella direzione opposta. Avevo avuto la
tentazione di seguirlo a distanza per vedere cosa avrebbe fatto; ma anche questa
sembrava un’indelicatezza; e debbo confessare inoltre che provavo una certa voglia di
gingillarmi -diciamo così – con la mia scoperta, di staccare i petali del fiore a uno a
uno.
Di tanto in tanto continuavo ad annusare quel fiore; l’eccentricità del suo profumo mi
aveva affascinato. Tornai a passare davanti alla casa del crocevia, ma non incontrai
più il vecchio dal lungo mantello, né alcun altro viandante. Si sarebbe detto che gli
osservatori si tenessero a distanza, e io ebbi cura di non parlarne in giro: un solo
indagatore – mi dicevo – può aprirsi un varco nel mistero, ma per due non c’è posto.
Al tempo stesso, naturalmente, avrei salutato con gioia qualsiasi luce che si fosse
fatta sulla faccenda, benché non mi fosse chiaro da qual parte sarebbe potuta venire.
Sperai d’incontrare ancora il vecchio dal mantello, ma siccome i giorni passavano
senza ch’egli ricomparisse, smisi d’illudermi. Pensavo d’altronde che abitasse da
quelle parti, dato che aveva compiuto a piedi il suo pellegrinaggio alla casa vuota. Se
fosse venuto di lontano, senza dubbio sarebbe arrivato sul posto in qualche vecchio
calesse dall’ampio mantice, con le ruote gialle – un veicolo non meno venerando e
grottesco di quanto lo era lui stesso. Un giorno feci una passeggiata al cimitero di
Mount Auburn, istituzione ai suoi albori a quell’epoca, piena d’un fascino silvestre
andato ormai completamente perduto. Era più ricco di aceri e betulle che di salici e
cipressi, e i dormienti non vi stavano certo a contatto di gomito. Non si poteva dire
una città dei morti, ma tutt’al più un villaggio, e il visitatore pensieroso poteva vagare
là dentro senza sentirsi inopportunamente sollecitato a meditare sul lato grottesco
delle nostre pretese di prestigio postumo. Io ero uscito per godere dei primi segni
della primavera: era una di quelle giornate miti di tardo inverno in cui la terra
insonnolita sembra trarre il primo lungo respiro che segna la rottura dell’incantesimo
del sonno. Il sole, velato d’una nebbiolina, era abbastanza caldo, e il gelo erompeva
dai suoi nascondigli più riposti. Da mezz’ora percorrevo i viottoli tortuosi del
cimitero, quando notai d’un tratto una figura ben nota, seduta su una panchina
addossata a una siepe di sempreverde volta a mezzogiorno. Dico una figura ben nota
perché l’avevo vista sovente con la memoria e con la fantasia; in realtà l’avevo
contemplata una sola volta. Mi volgeva le spalle, ma era avviluppata in un grande,
inconfondibile mantello. Ecco finalmente il mio compagno di visite alla casa degli
spiriti, ed ecco per me l’occasione, se lo desideravo, di avvicinarlo! Feci una
diversione e gli andai incontro. Egli mi scorse in fondo al viale e rimase seduto
immobile, con le mani appoggiate all’impugnatura del bastone, scrutandomi di sotto
le nere sopracciglia mentre m’avvicinavo. Da lontano quelle sopracciglia nere
apparivano formidabili; erano l’unica cosa che riuscivo a vedere sul suo volto. Ma,
guardandolo più dappresso, mi sentii rassicurato semplicemente perché mi resi conto
lì per lì che nessun altro al mondo poteva avere un’aria così incredibilmente truce
come quel povero vecchio. Il suo viso era una specie di caricatura di marziale
truculenza. Mi fermai davanti a lui e gli chiesi rispettosamente il permesso di sedermi
a riposare sulla sua panchina. Egli me lo concesse con un gesto silenzioso, pieno di
dignità, e io mi accomodai accanto a lui. Così seduto, fui in grado, senza dar
nell’occhio, di osservarlo da vicino. Non era meno strambo in quella mattina di sole
di quanto non mi fosse apparso nell’incerto crepuscolo. I tratti di quel viso erano duri,
come se un inesperto ebanista li avesse intagliati nel legno: occhi di fuoco, naso
terrificante, bocca implacabile. E tuttavia, dopo un momento, quando si volse
lentamente per fissarmi in viso, intuii che, nonostante quella maschera sinistra, era un
vecchio mitissimo. Ero sicuro che sarebbe anche stato contento di sorridermi, ma
evidentemente i suoi muscoli facciali erano troppo rigidi: avevano preso una volta per
tutte una piega diversa. Mi domandai se fosse demente ma scartai l’idea: il luccichio
fisso dei suoi occhi non era quello della follia. Ciò che la sua faccia esprimeva in
realtà era semplicemente una profonda tristezza; forse aveva il cuore spezzato, ma il
cervello era integro. Il suo abito era logoro ma pulito, e il vecchio mantello turchino
aveva conosciuto mezzo secolo di spazzolature. Mi affrettai a fare qualche
osservazione sull’eccezionale mitezza della giornata, ed egli mi rispose con una voce
cortese e pacata, che sorprendeva sentir uscire da labbra così bellicose.
– È un posto molto piacevole, questo, – soggiunse poi.
– A me piace molto passeggiare per i cimiteri, – replicai con intenzione, lusingandomi
d’aver azzeccato una possibile via d’approccio.
Fui incoraggiato: si volse e mi fissò con quei suoi occhi splendenti di luce fosca. Poi,
molto gravemente: – Cammini, vada a spasso, sì. Faccia adesso tutto il moto che può.
Verrà giorno in cui dovrà coricarsi in un camposanto in posizione definitiva.
– Verissimo, – confermai. – Ma, come lei sa, qualcuno dice che certa gente non smette
di far del moto neppure dopo quel giorno.
Aveva continuato a guardarmi tranquillo; a quella mia uscita volse di nuovo il capo.
– Non mi capisce? – gli chiesi cortesemente. Continuò a guardar fisso davanti a sé.
– Sa, c’è gente che va in giro anche dopo morta.
Infine si volse a guardarmi in maniera più impressionante che mai.
– Lei non ci crede, – disse con semplicità.
– Come fa a sapere che non ci credo?
– Perché è giovane e non ha giudizio -. Pronunciò queste parole senza asprezza, anzi
gentilmente, ma col tono di un vecchio a cui la consapevolezza della propria grave
esperienza fa sembrare tutto il resto poco rilevante.
– Certo, sono giovane, – risposi, – ma, tutto sommato, non credo di mancare di
giudizio. Dica piuttosto che non credo ai fantasmi: ce ne sono molti della mia stessa
opinione.
– C’è molta gente stupida! – asserì il vecchio.
Lasciai cadere l’argomento e parlai d’altro. Il mio compagno sembrava stare all’erta,
mi lanciava occhiate di sfida, dando brevi risposte alle mie osservazioni. Tuttavia io
ebbi l’impressione che il nostro incontro gli riuscisse gradito, che fosse addirittura un
avvenimento sociale di qualche importanza. Era chiaramente una creatura solitaria,
cui si offrivano rare occasioni di far quattro chiacchiere. Aveva avuto dei crucci che
l’avevano staccato dal mondo e ricacciato in se stesso; ma nel suo animo antico la
corda della comunicativa non s’era spezzata del tutto, ed ero sicuro che si compiaceva
di riscontrare com’essa fosse ancora in grado di vibrare debolmente. Finì col farmi a
sua volta delle domande: volle sapere se ero studente.
– Sono studente di teologia, – risposi.
– Di teologia?
– Appunto. Studio per diventare pastore.
Mi scrutò allora con particolare intensità e poi il suo sguardo si perdette ancora nel
vuoto.
– Ci sono cose che dovrebbe sapere, allora, disse infine.
– Ho una gran sete di sapere, – risposi. – Quali cose intende?
Mi guardò di nuovo per un po’, senza far caso alla mia domanda.
– Mi piace il suo aspetto, – dichiarò. – Lei mi ha l’aria di un ragazzo per bene.
– Oh, sono molto per bene! – esclamai, discostandomi per un istante dal mio
perbenismo.
– Mi pare una persona onesta, – continuò il vecchio.
– Dunque non le faccio più l’impressione di uno scriteriato? -domandai.
– Mantengo quanto ho detto sulla gente che nega agli spiriti dei defunti il potere di
ritornare. Sono degli imbecilli! – E diede un rabbioso colpo di bastone per terra.
Esitai un momento e poi, d’un tratto: – Lei ha visto un fantasma! – dissi.
Non sembrò per nulla sorpreso.
– Proprio così, signore, – rispose con grande dignità. – Per quanto mi concerne, non si
tratta di fredda teoria… non ho avuto bisogno d’indagare nei libri antichi per imparare
a che cosa credere. Io so! Con questi occhi ho veduto il fantasma di un defunto
ergersi davanti a me, a questa stessa distanza! – E mentre parlava i suoi occhi
sembravano davvero essersi posati su cose strane.
Ero irresistibilmente suggestionato, in preda alla credulità.
– Ed è stato terribile? – volli sapere.
– Sono un vecchio soldato: non ho paura!
– Quando è stato?… dove? – domandai.
Mi lanciò un’occhiata diffidente, e mi accorsi che stavo correndo troppo.
– Mi dispensi dall’entrare nei particolari, – rispose. – Non mi è consentito dire di più.
Le ho riferito tutto ciò perché non sopporto di sentir parlare alla leggera di
quest’argomento. Si ricordi in avvenire di aver conosciuto un onestissimo vecchio che
le ha raccontato, sul suo onore, di aver visto un fantasma! – E si alzò, come se
pensasse di aver parlato abbastanza. Riserbo, timidezza, orgoglio, timore di essere
deriso, il ricordo, forse, di precedenti battute di sarcasmo – da una parte tutto ciò
pesava su di lui, ma d’altra parte io sospettai che a sciogliergli la lingua fosse stata la
loquacità propria della vecchiaia, il senso della solitudine, il bisogno di simpatia… e
magari, anche, l’amabilità che aveva dimostrato nei miei confronti. Sarebbe stato
poco assennato, evidentemente, incalzarlo ancora; speravo però di rivederlo.
– Per dar maggior peso alle mie parole, – soggiunse, – permetta, signore, che le dica il
mio nome: sono il capitano Diamond, veterano dell’esercito.
– Spero di avere il piacere d’incontrarla di nuovo, – gli dissi.
– Anch’io, signore! – E brandendo rabbioso il suo bastone -benché con le intenzioni
più amichevoli – si allontanò impettito.
Chiesi a due o tre persone, scelte con discernimento, se sapessero qualcosa del
capitano Diamond, ma nessuna fu in grado d’illuminarmi. All’improvviso, finalmente,
mi battei la fronte dandomi dello sciocco: mi ricordai che avevo trascurato una fonte
d’informazioni alla quale non m’ero mai rivolto invano. L’eccellente signora alla cui
tavola ero solito consumare i miei pasti, offrendo ospitalità agli studenti a un tanto
per settimana, aveva una sorella buona quanto lei, dotata di maggiori e più varie
capacità discorsive. Questa sorella, conosciuta come Miss Deborah, era una vecchia
zitella nella piena espressione del termine. Era deforme, non usciva mai di casa;
rimaneva tutto il giorno seduta davanti alla finestra, tra una gabbia d’uccelli e un vaso
di fiori, intenta a ricamare biancheria fine, misteriose fasce e gale increspate.
Maneggiava l’ago, mi assicuravano, in modo squisito, e i suoi lavori erano altamente
apprezzati. Malgrado la sua deformità e la reclusione cui era costretta, aveva una
faccina tonda e fresca e una serenità di spirito imperturbabile. Aveva anche una
vivacità di mente tutta sua particolare, era un’osservatrice quanto mai attenta, e
dimostrava un gran gusto per la buona conversazione. Nulla le faceva piacere come il
vedervi accostare la sedia presso la sua finestra piena di sole – e tanto più, direi, se
eravate un giovane studente di teologia – disponendovi a una bella chiacchierata d’una
ventina di minuti.
– Allora, signore, – soleva dire, -qual è l’ultima mostruosità in materia di critica
biblica? – poiché le piaceva fingere di essere orripilata dalla tendenza razionalistica
dell’epoca. Era invece un’implacabile piccola filosofa, più razionalista – ne sono
convinto – di chiunque di noi; se avesse voluto, avrebbe potuto porci dei quesiti da far
sussultare di spavento il più audace fra gli studenti. La sua finestra dominava tutta la
cittadina, o, per meglio dire, tutta la campagna. Mentre se ne stava seduta a cantare
con la sua vocetta fessa nella bassa sedia a dondolo, s’arricchiva di sapere. Era la
prima a venire a conoscenza di qualsiasi cosa e l’ultima a dimenticarsene. Aveva sulla
punta delle dita tutti i pettegolezzi della città e conosceva vita morte e miracoli di
gente che non aveva mai visto. Quando le chiedevo come avesse fatto ad accumulare
tanto sapere, mi rispondeva semplicemente: – Oh, osservo! Basta osservare
abbastanza da vicino, – mi disse una volta, – non importa dove si è. Si può star chiusi
in un bugigattolo nero come la pece. Occorre solo un punto di partenza:
un’osservazione porta a un’altra, tutto s’intreccia. Chiudetemi in uno stanzino buio, e
io dopo un momento avrò notato che certi angoli sono più scuri di altri. Dopo di che
(datemi tempo) vi saprò dire che cosa sarà servito per pranzo al presidente degli Stati
Uniti .
Una volta volli farle un complimento.
– La sua capacità di osservare, – le dissi, – è sottile come il suo ago, e le sue asserzioni
sono precise come i punti del suo ricamo.
Naturalmente Miss Deborah era informata sul conto del capitano Diamond. Anni
prima s’era parlato molto di lui, ma era sopravvissuto allo scandalo connesso al suo
nome.
– Che scandalo? – domandai.
– Ha ucciso sua figlia.
– Ucciso? – esclamai. – Come?
– Oh, non con la pistola, o un pugnale, o una dose di arsenico! Con la lingua. E poi si
dice della lingua delle donne! La maledisse… con qualche orribile imprecazione… ed
essa morì!
– Che cosa aveva fatto?
– Aveva ricevuto un giovane che l’amava e al quale egli aveva proibito di entrare in
casa.
– In casa, – dissi, – … ah, sì! Quella casa là fuori, in campagna, a due o tre miglia da
qui, a un crocicchio solitario.
Miss Deborah mi trapassò con un’occhiata, mentre spezzava il filo coi denti.
– Ah, lei conosce la casa? – domandò.
– Un poco, – risposi, – l’ho vista. Ma voglio che mi racconti di più.
A questo punto però Miss Deborah diede prova di una mancanza di comunicativa del
tutto insolita.
– Non mi darebbe della superstiziosa, vero? – chiese.
– Superstiziosa, lei? Ma se è la quintessenza della pura ragione!
– Ebbene, ogni filo ha il suo punto logoro, ogni ago il suo. granello di ruggine. Di
quella casa preferisco non parlare.
– Non immagina quanto lei accresce la mia curiosità! – esclamai.
– La capisco, ma ciò mi metterebbe in uno stato di grande nervosismo.
– Che male gliene può derivare? – obiettai.
– Ne derivò del male a una mia amica -. E Miss Deborah fece un energico cenno di
conferma col capo.
– Che cosa aveva fatto la sua amica?
– Aveva parlato con me del segreto del capitano Diamond, confidatole da lui nel
massimo mistero. Era stata una sua antica fiamma, e lui l’aveva eletta a confidente.
Le aveva ordinato di tacerne con tutti; altrimenti, le aveva detto, le sarebbe capitato
qualcosa di terribile.
– E cosa le capitò?
– Morì.
– Be’, siamo tutti mortali! – osservai. – Gli aveva fatto una promessa?
– Non l’aveva preso sul serio, non gli aveva creduto. Venne a riferire a me la storia; tre
giorni dopo si ammalò di polmonite. Un mese più tardi, seduta qui come lo sono ora,
ricamavo il suo sudario. Da allora, non ho più fatto parola con nessuno di ciò che mi
aveva raccontato.
– Era qualcosa di molto strano?
– Era strano, ma era anche comico. Roba da far accapponare la pelle e da far ridere al
tempo stesso. Ma con me non riuscirà a venirne a capo. Sono sicura che, se glielo
raccontassi, mi spezzerei subito un ago nel dito e la settimana dopo morirei di tetano.
Tornai in camera senza più far pressioni su Miss Deborah. Tuttavia, ogni due o tre
giorni, dopo pranzo, andavo a sedermi vicino alla sua sedia a dondolo. Non feci più
allusione al capitano Diamond; me ne stavo in silenzio, tagliuzzando con le sue
forbici un pezzo di fettuccia. Finalmente un giorno ella osservò che avevo una brutta
cera, ch’ero pallido.
– Sto morendo di curiosità, – confessai. – Ho perso l’appetito. A pranzo non ho toccato
cibo.
– Si ricordi della moglie di Barbablù! – ammoni Miss Deborah.
– Si può morir di spada come di fame! – le risposi.
Ma ella continuò a tacere, tanto che infine io m’alzai con un sospiro melodrammatico
e me ne andai. Avevo raggiunto la porta quando Miss Deborah mi chiamò,
indicandomi la sedia che avevo lasciato vuota. – Non sono mai stata dura di cuore, -dichiarò. – Si sieda, e se dobbiamo morire, voglia il cielo che si muoia insieme-.
Poi, in poche parole, mi comunicò quanto sapeva del segreto del capitano Diamond.
Era un uomo di carattere molto dispotico e, sebbene volesse un gran bene alla figlia,
la sua volontà doveva essere legge. Le aveva scelto un marito, e l’aveva informata
delle sue decisioni. La madre era morta ed essi vivevano soli insieme. La casa era
stata portata in dote dalla signora Diamond; il capitano, credo, non aveva un soldo.
Erano venuti ad abitarvi dopo il matrimonio, e lui aveva cominciato a lavorare il
podere. L’innamorato della povera ragazza era un giovanotto con i favoriti, di Boston.
Il capitano entrò in casa una sera e li trovò insieme; afferrò il giovane per il colletto e
lanciò una maledizione terribile alla povera fanciulla. Il giovanotto protestò che essa
era sua moglie e il capitano chiese a lei se era vero. – No! – fu la riposta. Al che il
padre, con furia crescente, ripetè la sua maledizione, ingiunse alla ragazza di lasciare
la casa e la diseredò per sempre. Lei svenne, ma il padre, continuando ad inveire,
l’abbandonò. Parecchie ore dopo fece ritorno, ma trovò la casa vuota. Sul tavolo c’era
un biglietto del giovane che lo accusava di aver ucciso la figlia, confermando
l’assicurazione che la ragazza era sua moglie. Dal canto suo egli reclamava per sé il
solo diritto di affidarne le spoglie alla terra. Aveva portato via il cadavere con un
calesse! Il capitano gli scrisse in risposta un tremendo biglietto nel quale affermava di
non credere che sua figlia fosse morta, ma che in ogni caso per lui era morta. Una
settimana più tardi, nel cuore della notte, gli apparve il fantasma della poverina.
Allora, credo, ne fu convinto. Il fantasma riapparve più volte e infine prese a visitare
regolarmente la casa, con grande angoscia del vecchio: a poco a poco la sua ira era
sbollita ed egli era ormai preda del tormento. Finalmente si decise ad abbandonare il
luogo, e cercò di venderlo o di affittarlo; ma frattanto la storia s’era propalata, altre
persone avevano visto il fantasma, la casa aveva una cattiva fama ed era impossibile
venderla. Insieme al piccolo podere, essa costituiva l’unica proprietà del vecchio, il
suo solo mezzo di sussistenza; nell’impossibilità di abitarvi o di affittarla il capitano
era ridotto alla miseria. Il fantasma non aveva misericordia, come non ne aveva avuta
lui. Cercò di resistere per sei mesi, poi si arrese. Indossò il suo vecchio mantello
turchino, prese il bastone e si dispose a vagare per il mondo mendicando il pane. Fu
allora che il fantasma si ammansì e propose un compromesso. – Lasciami la casa! -gli disse, – essa tocca a me. Vattene ad abitare altrove. Ma, per consentirti di vivere,
ne sarò io l’inquilino, dal momento che non ne trovi altri. Affitterò la casa e ti pagherò
una certa somma -. E il fantasma la precisò. Il vecchio acconsenti, e da allora va a
ritirare una volta ogni trimestre la sua pigione!
Il racconto mi fece ridere, ma, confesso, anche rabbrividire, perché i fatti
coincidevano esattamente con quanto io stesso avevo potuto constatare. Non ero stato
forse testimone di una delle visite trimestrali del capitano, non l’avevo visto quasi
nell’atto di controllare che il suo inquilino fantasma gli versasse il denaro pattuito? E
quando s’era allontanato camminando faticosamente nel buio, non aveva forse celato
nelle pieghe del mantello un sacchetto di monete d’inusitata provenienza? Di queste
riflessioni non feci parte a Miss Deborah, perché avevo stabilito di proseguire nelle
mie ricerche, e mi ripromettevo il piacere di offrirle il mio racconto nella sua
completezza.
– Il capitano Diamond non ha altri mezzi di sussistenza? – le domandai.
– Nessun altro. Non lavora, non fa nulla… È il suo fantasma a dargli di che vivere.
– E in che moneta paga, il fantasma?
– In solide monete americane d’oro e d’argento, che hanno quest’unica peculiarità:
sono tutte di data anteriore alla morte della ragazza. Non le pare uno strano miscuglio
di spirito e di materia?
– E il fantasma, fa le cose ammodo? Paga un buon affitto?
– Il vecchio vive decorosamente, credo: non gli manca né la pipa, né un bicchier di
vino. Ha preso una casetta giù vicino al fiume: l’ingresso è di lato, sulla strada, e c’è
davanti un giardinetto. Ora passa lì i suoi giorni, con una vecchia di colore che gli
sbriga le faccende. Anni fa, andava in giro parecchio: in città era una figura nota e la
sua storia era risaputa. Da ultimo però si è chiuso nel suo guscio; se ne sta davanti al
fuoco senza più destare la curiosità altrui. Temo che stia rimbambendo. Ma sono
certa, o almeno voglio sperare, -concluse Miss Deborah, – che non sopravviverà alle
sue facoltà mentali o motorie perché, se ben ricordo, il contratto prevedeva ch’egli
andasse di persona a ritirare la pigione.
A quanto risulta, né Miss Deborah né io avemmo a subire castighi di sorta per queste
indiscrezioni; ogni giorno la ritrovavo a ricamare cantando, né più né meno attiva del
solito. Quanto a me, continuai impavido nelle mie indagini. Tornai più d’una volta al
grande cimitero, ma la mia speranza di trovarvi il capitano Diamond restò delusa.
Tuttavia mi si affacciò alla mente una congettura che mi offriva un certo compenso:
avevo astutamente inferito che i pellegrinaggi trimestrali del vecchio dovessero aver
luogo allo scadere del termine. Quando l’avevo visto la prima volta era stato il 31
dicembre, ed era probabile che tornasse alla casa degli spiriti all’ultimo giorno di
marzo. Quella data non era lontana, e finalmente arrivò.
Mi recai nel tardo pomeriggio alla vecchia casa del crocevia, supponendo che l’ora
del crepuscolo fosse quella convenuta. Non mi sbagliavo. Avevo passato un po’ di
tempo a girellare lì attorno, sentendomi anch’io molto simile a un fantasma inquieto,
quando egli comparve allo stesso modo dell’altra volta e nel medesimo
abbigliamento. Mi nascosi di nuovo e lo vidi entrare in casa con lo stesso cerimoniale
usato nella precedente occasione. Dalla fessura lasciata da ogni paio d’imposte filtrò
via via una luce; aprii la finestra che già una volta aveva ceduto alla mia insistenza.
Rividi la grande ombra sulla parete, immobile, solenne. Ma non vidi altro.
Finalmente ricomparve il vecchio, fece la sua fantasiosa riverenza davanti all’edificio
e sgusciò via nell’oscurità.
Un giorno, più d’un mese dopo, lo incontrai di nuovo a Mount Auburn. L’aria era
piena delle voci di primavera. Gli uccelli erano tornati e stavano cinguettando dei
loro viaggi invernali: nella verzura acerba sussurrava un debole vento di ponente. Il
capitano, sempre avvolto nel suo enorme mantello, era seduto su una panchina al
sole; appena mi avvicinai mi riconobbe subito. Mi fece un cenno, come un vecchio
pascià pronto a dare il segnale della mia decapitazione, ma evidentemente era
contento di vedermi.
– L’ho cercata già altre volte, – gli dissi. – Lei non viene spesso.
– Che voleva da me? – domandò.
– Volevo godermi la sua conversazione. L’ho apprezzata molto quando ci siamo
incontrati l’altra volta.
– Mi ha trovato divertente?
– Interessante, – dissi.
– Non mi ha giudicato un mentecatto?
– Mentecatto…? – protestai. – Mio caro signore…
– Sono l’uomo più sano di mente del mondo. Lo so che tutti i matti dicono sempre
così, ma in generale non possono dimostrarlo. Io sì, invece!
– Glielo credo, – dissi. – Ma sono curioso di sapere come si fa a dimostrare una cosa
del genere.
Tacque un momento.
– Glielo dirò. Una volta, senza intenzione, io commisi un grande delitto. Ora lo sto
espiando. Vi consacro tutta la mia vita. Non mi sottraggo, anzi, affronto l’espiazione
lealmente, sapendo benissimo di che si tratta. Non ho cercato di cancellare la mia
colpa, non ho chiesto grazia, non sono fuggito. Il castigo è terribile, ma io l’ho
accettato. L’ho presa con filosofia! Se fossi stato cattolico, avrei potuto farmi frate e
trascorrere il resto dei miei giorni digiunando e pregando. Ma codesta non è una
condanna, è un’evasione. Avrei potuto farmi saltare le cervella… sarei potuto
impazzire. Non ho fatto né una cosa né l’altra. Ho semplicemente affrontato la
situazione, ne ho tratto le conseguenze che, come dico, sono terribili! Le traggo in
certi giorni, quattro volte all’anno. Sono vent’anni che si va avanti così; e così andrà
finché avrò vita. Sono affari miei, di mia competenza. Io la vedo così: direi che è un
modo di vedere ragionevole!
– Mirabilmente ragionevole! – commentai. – Ma lei mi riempie di curiosità, di
compassione.
– Soprattutto di curiosità, – precisò il capitano argutamente.
– Ma come? – ribattei. – Se conoscessi con precisione di che cosa soffre, potrei
compatirla di più.
– Le sono molto obbligato. Non ho bisogno della sua compassione, non mi sarebbe
d’aiuto. Le voglio raccontare una cosa, non per mio beneficio, per il suo -.
Fece una lunga pausa e si guardò intorno, come se potesse esserci qualcuno a sentire.
Aspettavo con ansia la sua rivelazione, ma rimasi deluso.
– Continua a studiare teologia? – mi chiese.
– Oh sì, – risposi, forse con un tantino d’irritazione. – Non è cosa che si possa imparare
in sei mesi.
– Lo credo bene, finché si hanno soltanto i libri a disposizione. Conosce il proverbio:
«Un grammo d’esperienza val più d’una libbra di precetti»? Oh, sono un gran teologo,
io.
– Ah, dunque lei ha dell’esperienza, – mormorai in tono di simpatia.
– Lei ha letto dell’immortalità dell’anima, ha visto come, in proposito, Jonathan
Edwards e il dottor Hopkins hanno tagliato a fette la logica per giungere alla
conclusione, in poesia e in prosa, che si: l’anima è immortale. Ma io l’ho verificato
con questi occhi; l’ho toccato con queste mani! – E il capitano alzò due vecchi pugni
rugosi, scotendoli minacciosamente. – È stato meglio così, – continuò, – ma l’ho
pagato caro. Lei farà meglio a dedurlo dai libri: è chiaro che seguirà sempre questa
via. Lei è un buonissimo giovane, non avrà mai delitti sulla coscienza.
Con una certa giovanile fatuità gli risposi che senza dubbio, per quanto buonissimo
giovane e futuro dottore in teologia, speravo di avere anch’io la mia parte di umane
passioni.
– Ah, ma ha un buon carattere, è un tipo tranquillo, – insistette. – Anch’io lo sono…
adesso! Ma un tempo ero un violento, un gran violento… Eh, cose del genere
succedono, lo sa anche lei. Io ho ucciso mia figlia.
– Sua figlia?
– L’ho gettata a terra con una mazzata e l’ho lasciata morire. Non poterono
impiccarmi, perché non l’avevo abbattuta con le mie mani. L’avevo fatto con parole
vergognose, esecrabili. Qui sta la differenza; le leggi che ci governano sono generose!
Ebbene, signore, posso garantire che l’anima di mia figlia è immortale. Abbiamo un
appuntamento quattro volte all’anno, e allora me ne accorgo!
– Non le ha mai perdonato?
– Mi ha perdonato come perdonano gli angeli! E questo che non sopporto: quello
sguardo dolce, tranquillo, che posa su di me. Preferirei che mi rigirasse un coltello nel
cuore… Oh Dio, Dio, Dio! – e il capitano Diamond chinò il capo sull’impugnatura del
suo bastone, appoggiando la fronte sulle mani incrociate.
Ero impressionato e commosso: per il momento il suo contegno sembrava porre freno
ad altre domande. Prima che mi arrischiassi a chiedergli qualcos’altro, si alzò
lentamente e si avvolse il gran mantello intorno alla persona. Non era solito parlare
dei suoi guai, e i ricordi l’opprimevano.
– Devo andarmene, – disse, – devo filare.
– Forse c’incontreremo qui un’altra volta, – dissi.
– Oh, sono un povero vecchio acciaccoso, – ribatté, – e mi costa abbastanza fatica
venire fin qui. Debbo tenermi da conto. Qualche volta ho passato un mese intero
senza muovermi dalla poltrona e fumando la pipa. Però sarei contento di rivederla -.
E si fermò, fissandomi con uno sguardo cortese e terribile nello stesso tempo. -Un
giorno, forse, mi rallegrerò di aver messo le mani su un’anima giovane, incorrotta. Se
si può riuscire a farsi un amico è sempre qualcosa di guadagnato. Come si chiama?
Avevo in tasca un volumetto dei Pensieri di Pascal: sul frontespizio erano segnati il
mio nome e l’indirizzo. Lo tirai fuori e l’offersi al mio vecchio amico.
– Conservi questo libriccino, la prego, – gli dissi. – È un’opera che mi è molto cara, e
le potrà dire qualcosa sul mio conto.
Egli prese il volume e lo rigirò lentamente fra le mani, poi mi scrutò con un cipiglio
che esprimeva gratitudine: – Non sono uno che legge molto, dichiarò. – Ma non
voglio rifiutare il primo regalo che ricevo dacché… ho avuto i miei guai; e sarà anche
l’ultimo. Grazie, signore! – E si allontanò col libretto in mano.
Dopo quel giorno, rimasi alcune settimane a immaginarlo seduto solitario in poltrona
con la sua pipa. Non lo rividi. Ma aspettavo l’occasione, e l’ultimo giorno di giugno,
allo scadere di un altro trimestre, giudicai che fosse venuta. In giugno si fa sera tardi,
e io aspettai con impazienza quell’ora. Finalmente, verso il crepuscolo di una bella
giornata estiva, tornai a visitare la dimora del capitano Diamond. Adesso era tutta
circondata dalla verzura, eccetto l’appassito orticello sul retro; tuttavia il grigiore, la
tristezza che la caratterizzavano mi colpirono con la stessa forza di quando l’avevo
contemplata sotto il cielo decembrino. Quando mi avvicinai, mi accorsi di aver fatto
tardi per lo scopo che m’ero prefisso: volevo semplicemente prevenire l’arrivo del
capitano e chiedergli con coraggio di lasciarmi entrare insieme a lui. Egli mi aveva
preceduto e già la luce trapelava dalle finestre. Naturalmente non desideravo
disturbarlo durante la sua intervista col fantasma, e l’aspettai finché uscì. A poco a
poco le luci si spensero; poi la porta si aprì e il capitano Diamond sgusciò fuori.
Quella sera non si prostrò in inchini davanti alla casa visitata dagli spiriti, perché la
prima cosa che vide fu il suo benintenzionato giovane amico piantato lì davanti con
aria dimessa ma ferma, proprio vicino all’ingresso. Si arrestò di botto guardandomi:
questa volta il suo fiero cipiglio era intonato alla situazione.
– Sapevo di trovarla qui, – gli dissi. – Sono venuto apposta. Apparve sconcertato e
guardò inquieto la casa.
– Le chiedo scusa di aver osato tanto, – soggiunsi, – ma lei mi ha incoraggiato, lo sa.
– Come ha fatto a sapere che ero qui?
– Per deduzione. Lei mi ha raccontato metà della sua storia; l’altra metà l’ho
indovinata. Sono un osservatore accanito: questa casa l’avevo notata passando e mi
parve che racchiudesse un mistero. Quando lei fu tanto buono da confidarmi che
vedeva dei fantasmi, fui sicuro che soltanto qui poteva vederli.
– È davvero intelligente! – esclamò il vecchio. – E come mai questa sera è venuto
qui?
Fui costretto a eludere la domanda.
– Oh, ci vengo sovente; mi piace guardare questa casa… mi affascina.
Si volse a guardarla a sua volta.
– Dal di fuori non c’è nulla da vedere.
Ovviamente il capitano non si rendeva conto dell’aspetto particolare della vecchia
dimora, e questa strana circostanza, di cui venivo informato così, nella luce del
crepuscolo, proprio davanti al fronte corrucciato del sinistro edificio, sembrò rendere
più concreta in lui la visione di quello che c’era dentro.
– Avevo sperato, – spiegai, – di aver l’occasione di poterla vedere nell’interno. Ho
pensato che forse la trovavo qui e che lei m’avrebbe fatto entrare. Sarei curioso di
vedere ciò che lei vede.
Sembrò disorientato dal mio ardire, ma nell’insieme non dispiaciuto. Mi posò una
mano sul braccio.
– Lei sa quello che vedo? ~ domandò.
– Come si fa a sapere se non – come lei disse l’altro giorno – per esperienza? Voglio
avere quest’esperienza. La prego, apra la porta e mi faccia entrare.
Sotto le fosche sopracciglia gli occhi del capitano Diamond si dilatarono e, trattenuto
il fiato un istante, egli si abbandonò per la prima e l’ultima volta a quella parvenza di
risata che mi permise di vedere alterata la sua solenne fisionomia: una risata
grottesca, ma completamente silenziosa. Farla entrare? – bofonchiò. – Non entrerei
mai un’altra volta prima dello scadere del termine, dovessi prendere una somma mille
volte maggiore di questa -. E, cacciata una mano fuori dalle pieghe del mantello, esibì
un cumulo di monete annodate nell’angolo di un vecchio fazzoletto di seta. Io mi
attengo al patto, né più né meno!
– Ma, la prima volta che ebbi il piacere di parlarle, lei mi disse che non era così
terribile…
– E neppure dico adesso che sia terribile. Ma è maledettamente sgradevole!
Tale aggettivo fu pronunciato con una veemenza che mi fece esitare e riflettere. In
quell’istante mi parve di percepire un leggero movimento proveniente da una delle
imposte del primo piano. Guardai in su, ma tutto appariva immobile. Anche il
capitano Diamond era rimasto soprappensiero; d’un tratto si volse verso la casa.
– Se ci vuole entrare da solo, – disse, – s’accomodi.
– Mi aspetta qui?
– Sì, non potrà fermarsi molto.
– Ma dentro casa c’è buio pesto. Quando entra lei, ci sono delle luci.
Affondò la mano nelle profondità del mantello e ne cavò qualche fiammifero.
– Prenda questi, – mi disse. – Sul tavolo dell’anticamera troverà due candelieri con
relative candele. Li accenda, ne prenda uno in ogni mano e vada avanti.
– Dove devo andare?
– Dove vuole, dappertutto. Può star sicuro che il fantasma la troverà.
Non voglio negare che, ormai, arrivato a questo punto, il mio cuore s’era messo a
battere forte. E tuttavia suppongo che il gesto con cui sollecitai il vecchio ad aprire la
porta fosse abbastanza dignitoso. M’ero convinto che doveva esserci davvero un
fantasma; avevo accettato la premessa. Soltanto avevo assicurato a me stesso che -una volta preparato spiritualmente, in modo che non vi fossero sorprese – era
possibile conservare il sangue freddo. Il capitano Diamond fece scattare la serratura,
spalancò la porta e si profuse in un inchino profondo mentre entravo. Fermo, nel
buio, udii la porta richiudersi alle mie spalle. Per qualche istante rimasi immobile, lo
sguardo fisso audacemente nell’impenetrabile oscurità. Ma, non scorgendo e non
sentendo nulla, mi risolvetti ad accendere un fiammifero. Sul tavolo c’erano due
vecchi candelieri d’ottone, arrugginiti per il disuso. Accesi le candele e iniziai il mio
giro d’esplorazione.
Davanti a me si ergeva una scala spaziosa, protetta da un’antica balaustra intagliata
nel modo austero e delicato così frequente nelle vecchie case del New England.
Rinunciai per il momento a salire e mi volsi per entrare nella stanza alla mia destra.
Era un salottino antiquato, arredato modestamente, che odorava di stantio per
l’assenza d’ogni presenza umana. Sollevai i miei due lumi a una certa altezza, ma non
vidi altro che sedie vuote e pareti nude. Dietro il sa-lottino c’era la stanza nella quale
avevo sbirciato dal di fuori e che, in effetti, comunicava con esso, come avevo
arguito, per mezzo di porte a due battenti. Anche lì non ebbi a trovarmi a confronto
con nessuno spettro minaccioso. Di nuovo attraversai l’anticamera e diedi un’occhiata
ai due vani sull’altro lato: sul davanti una sala da pranzo dove avrei potuto scrivere
col dito il mio nome sullo strato di polvere che ricopriva la grande tavola quadrata;
dietro, una cucina dalle pentole e dalle padelle fredde d’un gelo sempiterno. Tutto ciò
era angoscioso e tetro, ma non pauroso. Tornai nell’anticamera e mi portai ai piedi
della scala, tenendo alte le candele; salire esigeva un nuovo sforzo, ma io volevo
scrutare nel buio di lassù. Tutt’a un tratto, con una sensazione impossibile a
esprimersi, mi resi conto che quell’oscurità era animata; sembrava muoversi e
condensarsi. Lentamente – e dico lentamente perché nel mio stato di tensione gli
attimi sembravano secoli – assunse l’aspetto di una figura massiccia, nettamente
delineata, e questa figura venne avanti e si fermò in cima alla scala. Confesso
francamente d’esser stato consapevole in quel momento di una sensazione cui il
dovere m’impone di attribuire il termine volgare di paura. Potrei far della poesia e
chiamarla Terrore, con la T maiuscola; comunque, era la sensazione della terra che
manca sotto i piedi. Me ne capacitavo man mano che cresceva, e mi sembrava
assolutamente ineluttabile; infatti pareva venire non dall’interno, ma dall’esterno, e
prender corpo nella fosca immagine là in alto. In certo modo ragionavo – ricordo che
ragionavo: «Ho sempre pensato, – dicevo tra me, – che i fantasmi fossero bianchi e
diafani; questo è un ammasso di ombre fitte, dense, opache». Rammentai a me stesso
che l’occasione era unica, e che dovevo raccogliere tutte le impressioni possibili
finché mi rimaneva quel tanto di lucidità di spirito, prima di venir sopraffatto dalla
paura. Arretrai, un passo dietro l’altro, gli occhi ancora fissi sull’apparizione, e posai
le candele sul tavolo. Mi rendevo perfettamente conto che la cosa giusta da fare era
salire risolutamente le scale e mettermi faccia a faccia con l’apparizione, ma pareva
che, di colpo, le suole delle mie scarpe si fossero trasformate in pesi di piombo.
Avevo ottenuto ciò che volevo: stavo guardando il fantasma. Cercai di fissarmi in
capo quella figura tanto nettamente da poterla ricordare e da vantarmi a buon diritto,
più tardi, di non aver perso l’autocontrollo. Mi chiesi persino quanto era giusto
pretendere che stessi lì sui due piedi a guardarla, e quando avrei potuto
onorevolmente battere in ritirata. Pensieri che, naturalmente, mi passarono per la testa
con la rapidità del fulmine, e che a un certo punto vennero bloccati da un altro
movimento del fantasma. Nell’oscura massa eretta apparvero due mani bianche, che
si alzarono lentamente a quello che poteva essere il livello del capo. Qui vennero
premute insieme sopra la zona del viso, da cui poi si staccarono, e la faccia si svelò.
Era bianca, indistinta, strana, spettrale in ogni senso. Mi guardò per un attimo: dopo
di che una delle mani si levò di nuovo, lentamente, e si mosse avanti e indietro
dinanzi al volto. V’era qualcosa di molto singolare in quel gesto; pareva significare
risentimento e congedo, e tuttavia il movimento aveva un che di ovvio, di famigliare.
Il fatto che la Presenza frequentatrice mi trattasse famigliarmente non era entrato nei
miei calcoli, e non mi fece buona impressione. Mi sentii d’accordo col capitano
Diamond: era «maledettamente sgradevole». Fui pervaso dall’intenso desiderio di
muovere in composta e, se possibile, dignitosa ritirata. Aspiravo a che fosse una
ritirata coraggiosa, e pensai che sarebbe stato un atto di coraggio spegnere le candele.
Mi volsi e, con precisione, mandai ad effetto l’intento; poi, annaspando nel buio, mi
diressi verso la porta e l’aprii. Sebbene quasi del tutto spenta, per un attimo la luce
esterna entrò, giocò sui recessi polverosi della casa e mi mostrò il solito contorno
dell’apparizione.
In piedi, sull’erba, chino sul suo bastone, sotto lo scintillio delle prime stelle, ritrovai
il capitano Diamond. Alzò gli occhi a fissarmi per un momento, ma non mi fece
domande, poi andò a richiudere la porta. Assolto questo compito, eseguì l’altro:
s’inchinò come il prete davanti all’altare, e poi, senza più badare a me, si allontanò.
Alcuni giorni dopo, sospesi gli studi, partii per le vacanze estive. Rimasi assente
alcune settimane, durante le quali ebbi tutto l’agio di esaminare le mie impressioni
circa il soprannaturale. Trovai qualche po’ di soddisfazione nel constatare che non ne
ero uscito ignobilmente terrorizzato; non ero scappato né svenuto: avevo sostenuto la
mia parte con dignità. Ciò nonostante, mi sentii certamente più tranquillo quand’ebbi
interposto trenta miglia fra me e il teatro delle mie gesta, e per parecchi giorni
continuai a preferire la luce del giorno all’oscurità. I miei nervi erano stati
grandemente scossi; me ne resi particolarmente conto allorché, sotto l’influsso
dell’aria torpida della costa, la mia eccitazione cominciò pian piano a declinare.
Quando fu svanita del tutto, tentai di dare un giudizio rigidamente razionale della mia
esperienza. Senza dubbio, avevo visto qualcosa non era stata immaginazione, ma che
cosa? Adesso rimpiangevo amaramente di non esser stato più ardito, di non essermi
avvicinato maggiormente a esaminare l’apparizione. Ma parlare era facile: avevo fatto
quel che qualsiasi altro uomo avrebbe osato fare nelle mie circostanze; era stata una
sorta d’impedimento fisico a trattenermi dall’avanzare. Quella paralisi delle mie
energie non era di per se stessa un influsso soprannaturale? Non necessariamente,
forse: perché un falso fantasma, una volta accettato, poteva provocare la medesima
reazione di un fantasma vero. Ma perché avevo accettato così facilmente la fosca
apparizione che agitava la mano? Perché mi si era tanto impressa nella mente? Vero o
falso che fosse, era senza dubbio un fantasma molto perspicace. Preferivo di gran
lunga che si fosse trattato di un vero fantasma: prima di tutto perché non mi andava
l’idea di aver rabbrividito per nulla, in secondo luogo perché, si sa, l’essersi trovato al
cospetto di un autentico, spettro, è motivo d’orgoglio per un uomo pacifico. Cercai
dunque di lasciare in pace la mia apparizione e di smetterla di arrovellarmi. Tuttavia,
a intervalli, un impulso più forte della mia volontà seguitava a pormi sulle labbra una
domanda beffarda. Ammettiamo che l’apparizione fosse la figlia del capitano
Diamond; se era lei, quello era certo il suo spettro. Ma non era il suo spettro e
insieme qualcos’altro?
La metà di settembre mi ritrovò insediato fra le ombre teologiche, però senza alcuna
fretta di tornare alla casa degli spiriti.
Si avvicinava l’ultimo del mese, scadenza di un altro trimestre per il povero capitano
Diamond. Stavolta non mi sentii incline a disturbare il pellegrinaggio di prammatica
del vecchio, per quanto debba ammettere di aver pensato con molta compassione al
pover uomo che avanzava debole e solitario nell’oscurità autunnale per adempiere alla
sua bizzarra incombenza. Il 30 settembre, verso mezzogiorno, stavo sonnecchiando
sopra un pesante volume in-ottavo, quando udii bussare un colpo discreto alla mia
porta. Risposi invitando ad entrare, ma poiché l’invito non produsse alcun effetto,
andai all’uscio e l’aprii. Mi trovai di fronte una negra d’età avanzata, col capo avvolto
da un turbante scarlatto e un fazzoletto bianco incrociato sul seno. Mi fissò
intensamente in silenzio; aveva quell’aria dignitosa ed estremamente compunta che
spesso è caratteristica delle persone anziane della sua razza. Le rivolsi uno sguardo
interrogativo, e finalmente, traendo una mano dalla tasca profonda, la donna levò alto
un libriccino. Era la copia dei Pensieri di Pascal che avevo regalato al capitano
Diamond.
– Scusi, signore, – mi disse molto timida, – conosce questo libro?
– Perfettamente, – risposi io, – c’è scritto il mio nome sul frontespizio.
– È proprio il suo nome… non un altro?
– Se vuole, le scrivo il mio nome, e lei può confrontarli, – la tranquillizzai.
Tacque per un momento e poi, con dignità: – Sarebbe inutile, signore, disse, – io non
so leggere. Se mi dà la sua parola, mi basta. Vengo, continuò, – da parte del signore a
cui lei ha regalato il libro. Mi ha incaricata di portarglielo in pegno, sì, pegno… così
ha detto. È molto giù, molto malandato, la vuole vedere.
– Il capitano Diamond è malato! – esclamai. – È grave?
– Sta molto male… è bell’e spacciato.
Espressi il mio dispiacere, il mio cordoglio, e mi offersi di recarmi subito da lui, se la
sua bruna messaggera mi avesse indicato la strada. La donna consenti con deferenza;
pochi istanti dopo la seguivo per le vie soleggiate, con la sensazione di assomigliare
molto a un personaggio delle Mille e una notte, condotto a una posteria segreta da
una schiava etiope. La mia guida diresse i suoi passi verso il fiume e si fermò davanti
a una decorosa casetta gialla in una delle vie in discesa che menano al corso d’acqua.
Fu pronta ad aprire la porta e a farmi strada, e subito mi trovai in presenza del mio
vecchio amico. Era a letto, in una stanza oscurata, in uno stato evidente di estrema
debolezza. Giaceva con la testa riversa sul guanciale, guardando fisso davanti a sé; i
capelli erano più irti che mai e i vecchi occhi di un nero intenso e lucente
scintillavano di febbre. L’alloggio, modesto e tenuto con pulizia scrupolosa, attestava
che la mia guida dalla pelle d’ebano era una serva fedele. Rigido e pallido sopra le
lenzuola di bucato, il capitano assomigliava a una figura rozzamente scolpita sul
coperchio di una tomba gotica. Mi guardò in silenzio, mentre la nostra compagna si
ritirava lasciandoci soli.
– Sì, è proprio lei, – disse infine, – è lei quel bravo giovanotto. Non mi sbaglio, vero?
– Spero di no; credo di essere un bravo giovanotto, ma mi dispiace che sia ammalato.
Che cosa posso fare per lei?
– Sto male, molto male; le mie povere ossa mi dolgono tanto! – E, gemendo
pietosamente, cercò di voltarsi verso di me.
Lo interrogai sulla natura del suo male, sulla durata della sua infermità, ma mi badò
appena; sembrava impaziente di parlare di qualcos’altro. Mi afferrò per la manica, mi
tirò verso di sé e bisbigliò in fretta: – Oggi scade il mio termine!
– Oh, spero proprio di no, – risposi, fraintendendolo. – Sono sicuro che la rivedrò in
piedi.
– Lo sa Dio! – replicò. – Ma non volevo dire che sto per morire; neanche per sogno.
Intendo dire che devo recarmi alla casa… Oggi è il giorno della pigione.
– Già, certo! Ma non ci può andare.
– Non ci posso andare. È terribile: perderò i miei soldi. Anche se muoio, li voglio
ugualmente. Voglio pagare il medico. Voglio essere seppellito come una persona che
si rispetti.
– È per questa sera? – chiesi.
– Questa sera, all’ora del tramonto precisa.
Giaceva fissandomi, e, nel ricambiargli lo sguardo, compresi d’un tratto la ragione per
cui m’aveva mandato a chiamare. Nell’attimo in cui la intuii, sussultai nel mio intimo.
Ma credo di aver continuato ad apparire imperturbabile, perché il capitano proseguì
nello stesso tono: – Non posso perdere quel denaro. Deve andarci qualcun altro. L’ho
chiesto a Belinda, ma non vuol nemmeno sentirne parlare.
– È sicuro che la somma venga pagata a un’altra persona?
– Si può quanto meno tentare. Non ho mai mancato prima, e non so. Ma se lei le dice
che sto male come un cane, che le mie vecchie ossa sono tutte un dolore, che sto
morendo, forse le crederà. Non vuole farmi morire di fame, dopo tutto!
– Desidererebbe dunque che andassi io al suo posto?
– Lei c’è già stato una volta; sa di che si tratta. Ha paura?
Esitai.
– Mi dia tre minuti di tempo per riflettere, – dissi, – e glielo dirò.
I miei occhi vagarono sulla stanza posandosi sui vari oggetti che testimoniavano della
povertà consunta ma dignitosa del suo occupante. Screpolati, sbiaditi, sparpagliati
com’erano, parevano fare muto appello alla mia pietà, alla mia risoluzione. Intanto il
capitano continuava con un filo di voce: – Credo che si fiderà di lei, come mi fido io;
la sua faccia le piacerà, vedrà che lei è incapace di far del male. Sono, per l’esattezza,
centotrentatre dollari. Badi di metterli al sicuro.
Infine cedetti.
– Sì, andrò, e, per quanto dipende da me, questa sera alle nove lei avrà i suoi soldi.
Parve molto sollevato; mi prese la mano e la strinse debolmente. Poco dopo mi
congedai. Per il resto della giornata cercai di non pensare alla mia incombenza della
sera, ma, naturalmente, non pensavo ad altro. Non voglio negare di essermi sentito
nervoso; in realtà ero molto eccitato, e passai il tempo ora sperando che il mistero si
dimostrasse meno profondo di quanto sembrava, ora temendo che fosse troppo
inconsistente. Le ore passavano lentamente: quando il pomeriggio iniziò a declinare,
mi misi in cammino per la mia missione. Mi fermai lungo la via della modesta
abitazione del capitano Diamond, per chiedere notizie e ricevere quelle eventuali
ultime istruzioni che avesse desiderato impartirmi. La vecchia negra, grave e
imperturbabile nella sua placidità, mi fece entrare e, rispondendo alle mie domande,
affermò che il capitano era molto «giù»; era peggiorato rispetto alla mattina.
– Deve fare in fretta, – soggiunse, – se vuol essere di ritorno prima della sua fine.
Un suo sguardo mi confermò ch’essa era al corrente della mia progettata spedizione,
benché la sua nera pupilla opaca non desse il minimo segno di tradirsi.
– Ma perché dovrebbe finire, il capitano Diamond? – domandai. – Certo, sembra molto
debole; ma non riesco a capire se si tratta di una malattia vera e propria.
– La sua malattia è la vecchiaia, – sentenziò la donna.
– Ma non è poi così vecchio: sessantasette, sessantott’anni al massimo.
Tacque per un momento.
– È consumato, è logoro, non ce la fa più.
– Posso vederlo un momento? – chiesi; ed essa mi fece entrare.
Egli giaceva in letto allo stesso modo in cui l’avevo lasciato, tranne che teneva gli
occhi chiusi. Appariva davvero molto «giù», come aveva detto Belinda, e aveva un
polso debolissimo. Malgrado ciò, appresi che il dottore, venuto nel pomeriggio, si era
dichiarato soddisfatto.
– Ma lui non sa come stanno le cose, – aggiunse sbrigativa la negra.
Il vecchio si agitò un poco, apri gli occhi, e un momento dopo mi riconobbe.
– Vado, sa – gli dissi. – Vado a riscuotere il suo denaro. Ha ancora qualcosa da dirmi?
Egli si sollevò a fatica, con uno sforzo doloroso, appoggiandosi ai cuscini; ma pareva
quasi non comprendermi.
– La casa, capisce? – gli spiegai. – Sua figlia.
Si stropicciò la fronte per un poco, con gesto lento, e infine la sua mente si ridestò.
– Ah, sì, – mormorò, – mi fido di lei. Centotrentatre dollari. In monete vecchie… tutte
monete vecchie -. Poi, con aumentato vigore e uno scintillio negli occhi: – Sia molto
rispettoso, – si raccomandò, – molto educato. Se no… se no… – e di nuovo la voce gli
venne meno.
– Lo sarò certamente, – lo assicurai, con un sorriso un po’ forzato. – Ma, se no…?
– Se no, verrò a saperlo! – disse in tono grave. A questo punto gli occhi gli si chiusero
e ricadde sui cuscini.
Continuai la mia spedizione camminando con passo abbastanza risoluto. Raggiunta
che ebbi la casa, le feci una riverenza propiziatoria a imitazione del capitano
Diamond. Avevo regolato la mia andatura in modo da poter entrare subito; la notte
era caduta allora. Girai la chiave, aprii la porta e me la richiusi alle spalle. Poi feci un
po’ di luce e trovai sul tavolo dell’anticamera i due candelieri che avevo adoperato
l’altra volta. Avvicinai un fiammifero a entrambi, li presi in mano ed entrai nel salotto.
Era vuoto, e benché aspettassi un momento, vuoto rimase. Passai nelle altre stanze
del piano terreno: nessuna oscura immagine si levò dinanzi a me a trattenere i miei
passi. Infine tornai nell’anticamera e mi fermai chiedendomi se dovevo salire al piano
di sopra. La scala era stata teatro della mia precedente sconfitta: l’avvicinai perciò con
estrema diffidenza. Prima di salire attesi un attimo, guardando in su con la mano sulla
balaustra. Aspettavo in uno stato di grande tensione, ed era una tensione giustificata.
A poco a poco, nell’incombente oscurità, la figura nera che avevo già vista prese
forma. Non era illusione: era una figura, la stessa. Le lasciai il tempo di delinearsi:
ora stava eretta e mi guardava dall’alto, nascondendo il volto con un velo. Allora,
risolutamente, alzai la voce e parlai.
– Sono venuto al posto del capitano Diamond, dietro sua richiesta, dissi. – È molto
malato, nell’impossibilità di lasciare il letto. Insiste perché il denaro che gli spetta
venga versato a me; glielo porterò immediatamente.
La figura rimase immobile, senza dare alcun segno.
– Il capitano sarebbe venuto di persona se fosse in grado di muoversi, – aggiunsi
subito dopo, in tono di preghiera; – ma non può più fare un passo.
A queste parole la figura scoprì il viso, mostrandomi una maschera bianca, dai
contorni confusi; poi prese a scendere lentamente gli scalini. Io mi ritrassi come per
istinto, portandomi sulla porta del salotto anteriore. Con gli occhi sempre fissi su lei,
indietreggiando, varcai la soglia e mi fermai al centro della stanza, dove deposi i due
lumi. La figura mosse verso di me: si sarebbe detta quella di una donna alta, vestita di
vaporoso crespo nero. Quando mi fu vicina, vidi che il suo volto era perfettamente
umano, ma pallidissimo e triste. Rimanemmo a guardarci. La mia agitazione era del
tutto scomparsa e partecipavo intensamente alla scena.
– Mio padre è in pericolo? – domandò l’apparizione. Nell’udire quella voce – una voce
gentile, tremula, umanissima – feci un balzo in avanti, e l’agitazione mi riprese. Trassi
un lungo respiro, emisi una specie di grido, poiché mi trovavo di fronte non a un
fantasma senza corpo, ma a una bella donna, un’attrice consumata. Irresistibilmente,
per istinto e per un’incoercibile reazione contro la mia credulità, allungai una mano e
afferrai il lungo velo che le avvolgeva il capo. Gli diedi uno strattone violento che per
poco non lo fece cadere del tutto, e rimasi con gli occhi fissi su una maestosa figura
femminile, di trentacinque anni all’incirca. Con uno sguardo abbracciai l’intera sua
persona: il lungo vestito nero, il viso smunto, scavato dalla sofferenza, truccato per
apparire più pallido, i bellissimi occhi – gli occhi di suo padre – e un’espressione
risentita per il mio gesto.
– Voglio sperare che mio padre non l’abbia mandata qui per oltraggiarmi! – esclamò.
Si volse rapida e, afferrata una delle candele, si diresse verso la porta. Qui s’arrestò,
mi guardò ancora una volta, ebbe un attimo d’esitazione; poi, toltasi di tasca un
borsellino, lo gettò sul pavimento.
– Ecco il suo denaro! – concluse con sussiego.
Incerto fra lo stupore e la vergogna, rimasi immobile, mentre lei passava
nell’anticamera. Allora raccolsi da terra il portamonete. Un attimo dopo udii un urlo e
il fracasso di qualcosa che cadeva, ed essa tornò indietro barcollando nella stanza,
senza la candela.
– Mio padre… mio padre! – gridò; e corse verso di me con la bocca spalancata e gli
occhi dilatati.
– Suo padre… ma dov’è? – domandai.
– In anticamera, ai piedi della scala.
Feci per spingermi avanti, ma essa mi afferrò il braccio.
– È vestito di bianco, – gridò, – è in camicia! Non è lui!
– Ma via, suo padre è a casa sua, nel suo letto, malatissimo, – le risposi.
Mi guardò con occhi fissi, indagatori.
– Moribondo?
– Spero di no, – balbettai.
Emise un lungo gemito, coprendosi il volto con le mani.
– Oh cielo! Ho visto il suo fantasma! – esclamò.
Mi teneva ancora stretto per un braccio; sembrava troppo terrorizzata per lasciarmi.
– Il suo fantasma! – le feci eco, incredulo.
– È il castigo per la mia lunga follia! – aggiunse.
– Ah, – feci io, – è il castigo per la mia indiscrezione… per la mia prepotenza!
– Mi porti via, mi porti via! – gridò, sempre afferrata al mio braccio. No, non di là… -soggiunse, mentre io stavo dirigendomi verso l’ingresso, alla porta principale. – Non
da quella parte, per l’amor di Dio! Da questa… dalla porta di servizio! – E, afferrate
dal tavolo le altre candele, mi guidò attraverso la stanza vicina, in direzione della
parte posteriore della casa. Là, da una specie di retrocucina, una porta s’apriva
sull’orto. Feci scattare la serratura arrugginita e, usciti all’aperto, ci trovammo
nell’aria fredda, sotto le stelle. Qui la mia compagna raccolse intorno a sé i lunghi
drappeggi della sua veste nera e rimase ferma un momento, incerta. Io ero in uno
stato di confusione estrema, ma la curiosità nei confronti di quella creatura ebbe in
me il sopravvento. Agitata, esangue, statuaria, essa appariva, in quella prima luce
della sera, d’una bellezza estrema.
– Per tutti questi anni, – le dissi, – lei ha continuato a sostenere una straordinaria
commedia.
Mi guardò con espressione torva, riluttante a rispondere.
– Io sono venuto del tutto in buona fede, – continuai. – L’ultima volta… tre mesi fa…
ricorda?… lei mi ha molto spaventato.
– Certo, è stata una commedia fuori del comune, – rispose finalmente la donna. – Ma
era l’unico modo.
– Non l’aveva dunque perdonata?
– Finché mi pensava morta, sì. Ma ci sono stati episodi nella mia vita che lui non
poteva perdonare.
Esitai, e poi: – Dov’è ora suo marito? – chiesi.
– Non ho marito… non ho mai avuto marito.
Ebbe un gesto come per frenare altre domande, e si allontanò rapidamente. Feci con
lei il tratto di cammino intorno alla casa verso la strada, mentre essa continuava a
mormorare: – Era lui… era lui! Raggiunta la strada, si fermò per chiedermi da che
parte sarei andato. Le indicai il sentiero per il quale ero venuto. – Io prendo l’altro, -dichiarò. Lei va da mio padre? – soggiunse.
– Immediatamente, – risposi.
– Vuol farmi sapere domani che cos’ha trovato?
– Volentieri, ma come faccio a comunicare con lei?
Ebbe un’espressione di smarrimento e si guardò intorno.
– Mi scriva due parole e le metta sotto quella pietra -. E mi indicò una delle lastre di
lava che bordavano il vecchio pozzo. Le promisi di accontentarla.
Ella si volse:- Conosco la strada, – affermò. – È tutto predisposto. È una vecchia
storia.
Mi lasciò con passo rapido, e mentre si allontanava nel buio i fluttuanti contorni delle
sue vesti nere le ridiedero quell’aspetto di fantasma con cui m’era apparsa la prima
volta. Stetti a guardarla finché divenne invisibile, poi abbandonai anch’io quel luogo.
Tornai in città di buon passo, e mi diressi senza indugio alla casetta gialla vicino al
fiume. Mi permisi d’entrare senza bussare e, non trovando alcun ostacolo, procedetti
verso la camera del capitano Diamond. Fuori dalla porta, su un panchettino, la nera
Belinda era seduta a braccia conserte.
– Come sta? – chiesi.
– È salito alla gloria eterna.
– Morto? – gridai.
La donna si alzò soffocando una tragica risata.
– Ormai è un fantasma come tutti gli altri!
Passai nella stanza: il vecchio giaceva irrevocabilmente rigido e immoto. Quella sera
scrissi poche righe che intendevo collocare l’indomani sotto la pietra accanto al
pozzo; ma era destino che la mia promessa non fosse mantenuta. Dormii molto male
quella notte – cosa ben comprensibile – e non trovando sonno m’alzai dal letto per
passeggiare nella stanza. In quella, passando davanti alla finestra, vidi un bagliore
rosso rischiarare il cielo a nord-ovest. Nella campagna c’era dunque una casa in
fiamme, ed evidentemente stava bruciando in fretta. Era nella stessa direzione del
luogo dove s’erano svolte le mie avventure serali. Mentre fissavo l’orizzonte infocato,
fui assalito da un ricordo preciso. Io avevo spento la candela che aveva fatto luce a
me e alla mia compagna fino alla porta dalla quale eravamo fuggiti, ma non avevo
più pensato all’altro lume, quello che lei aveva portato nell’anticamera e che nel suo
stato d’angoscia aveva lasciato cadere Dio sa dove. L’indomani uscii con la lettera
ripiegata e svoltai al noto crocicchio. La casa dei fantasmi era un ammasso di travi
carbonizzate e ceneri fumanti; il coperchio del pozzo era stato spostato in cerca
d’acqua, dai pochi vicini che avevano avuto l’ardire di contrastare quelle fiamme
(certamente, secondo loro, alimentate dal demonio); le lastre di pietra erano a
soqquadro e il terreno calpestato tutto una pozzanghera.