NONA VINCENT

golemcuccia

 

– Mi chiedevo se le spiacerebbe leggermelo, – disse Mrs Alsager, mentre indugiavano
un poco presso il camino prima di accomiatarsi. Volse uno sguardo di scorcio alla
fiamma e ne scostò la veste. Aveva fatto la proposta con quella timida spontaneità che
accresceva il suo fascino. Allan Wayworth quel fascino l’aveva sempre subito, come
pure quello della casa, semplice distillazione della personalità di lei; un’atmosfera
così consolatrice, così allettante da provocare sempre in lui, quando stava per
lasciarla, ripetuti falsi tentativi di commiato. Vi aveva trascorso alcune ore così
buone, aveva dimenticato, nella calda dorata atmosfera di quel salotto, tanta
solitudine e tanti crucci, che esso aveva finito per diventare la risposta immediata alla
sua ispirazione, la cura per le sue sofferenze, il porto in cui le sue burrasche
trovavano rifugio.
Le tribolazioni non era il primo mortale a patirle, mentre alcuni lati positivi, anche se
comuni, erano in lui di livello notevole, in quanto – per essere così giovane – era
intellettualmente molto dotato e, per essere così povero, estremamente indipendente.
Aveva ventotto anni, la sua era stata una vita intensa, piena com’era di ambizioni, di
curiosità e di frustrazioni. L’occasione di parlare di taluni di questi argomenti in
Grosvenor Square attenuava sensibilmente l’immenso svantaggio di vivere a Londra.
Svantaggio che, per Allan Wayworth, verteva essenzialmente sull’insensibilità dei
londinesi per il suo stile letterario. Wayworth possedeva uno stile letterario, o almeno
ne era convinto, e il fatto che Mrs Alsager lo riconoscesse era la più dolce
consolazione ch’ella gli potesse offrire. Quanto a talento letterario e artistico, lei ne
aveva ancor più di lui, tant’è che mentre a lui capitava spesso di trovare un eccesso
alla sua produzione (era questo il suo lavoro, la sua occupazione), la generosa
signora, ricca di idee felici, ma inedite e sconosciute, stava in mezzo al crescere della
marea come una ninfa di fonte sta nello zampillo di una fontana marmorea.
Un anno prima, a un pranzo di una grande casa editrice di giornali si era trovato
seduto accanto a lei e, insieme, avevano trasformato quell’ora intensamente materiale
in un banchetto della ragione. Lo invitò ad andarla a trovare per il semplice motivo
che le era piaciuto, cosa che a lui fu tanto più gradita in quanto s’era reso conto nello
stesso momento, di aver fatto la conoscenza di una persona squisita. Mrs Alsager
godeva della invidiabile libertà di comportarsi secondo le proprie simpatie, e il fatto
di sentirsi per il momento incluso fra queste attenuò in Wayworth la sensazione dei
propri insuccessi.


Tenne la rivelazione per sé: in effetti, che una gentile signora si mostrasse amabile
con lui, non era cosa da fargli girare la testa. Mrs Alsager era così completamente
padrona del terreno in cui si muoveva che, se non si fosse attenuta al principio della
prodigalità, sarebbe stata condannata all’inazione.
Suo marito, di vent’anni più vecchio, era una personalità cospicua nel campo della
City e massiccia in casa: seduto o in piedi che fosse, sembrava un monumento.
Proprietario per metà di un importante quotidiano, e per intiero di una quantità di
altre cose, ammirava sua moglie, sebbene non gli desse dei figli, e ne apprezzava la
diversità di gusti in quanto ciò sembrava schiudere alla loro esistenza orizzonti più
ampi. Coltivava ambizioni tanto vaste da individuarne a stento i confini e aveva, per
principio, di lasciare che la moglie perseguisse le proprie senza limiti di sorta, sicché
l’ostentazione di tanto spreco non cessasse di sbalordire la società. Le sue idee erano
un prodigio di pacchianeria, ma per fortuna, a realizzarne alcune, c’era una persona di
grande sensibilità. Per una questione, appunto, di sensibilità, nel realizzarle, ella
ricorreva a trucchi singolari, senza che egli se ne accorgesse. Lo manovrava senza
che se ne rendesse conto, anzi, era convinto di essere stato lui a fare di lei una gran
donna. Senza di lei, in verità, egli sarebbe stato ancora più invadente e la società, che
così respirava più libera, si sentiva vincolata a lei da sentimenti di gratitudine che si
esprimevano con atteggiamenti di impacciato riguardo.
Ella sentiva un trepido bisogno di dedicare le ore di ozio e di libertà di cui godeva
alle cose dello spirito, le più belle che conoscesse. Quando consacrava tempo a
ricercarle, le trovava in cento luoghi diversi e specialmente in una sacra regione
oscura – quella della carità attiva – ma, quando vi penetrava, lasciava calare un sipario
così atto dietro di sé che sollevarlo sarebbe stato irriverente. Coltivava altre passioni
volte al bene e, se accarezzava un sogno particolarmente nobile esso le pareva
avverarsi allorché poteva cogliere la bellezza, come un fiore, nel giardino dell’arte.
Amava l’opera perfetta: in lei vibrava una corda artistica che poteva risuonare
soltanto se toccata da altri, cosicché nel suo animo la passione del bello era
accresciuta dall’intensità del rimpianto. Comprendeva la gioia di creare e non faceva
gran caso che di lei si dicesse essere lei stessa creatrice di felicità. Le sarebbe piaciuto
in ogni modo scegliere da sé come crearla: ma qui, appunto, la libertà le veniva
meno. L’unica invidia di cui era capace era per coloro che – come lei soleva dire -sapevano fare qualche cosa.
Tuttavia, poiché ella convertiva ogni suo atto in un atto di bontà, verso l’intera
categoria di quelle persone dimostrava un’ospitalità squisita. Allan Wayworth era uno
in grado di realizzare qualche cosa, e a lei piaceva sentirgli dire come intendeva
fornirne la prova.
Lui non ne faceva cenno quasi con nessun altro: Mrs Alsager, in quanto ascoltatrice,
lo aveva viziato. Con la sua giovinezza piena e la sua grazia tranquilla, ella costituiva
davvero un pubblico ideale: se mai gli avesse confidato che le sarebbe piaciuto
scribacchiare qualcosa (in realtà, non ne aveva fatto parola con anima viva),
Wayworth si sarebbe sentito pienamente autorizzato a chiederle perché mai una
donna con un volto così significativo non avrebbe dovuto riuscirci. Come esprimersi
più di tanto? Né Shakespeare, né Beethoven avrebbero potuto competere con lei. Mai
era stata più generosa di quella volta che, aderendo all’invito cui ho già accennato,
egli le aveva portato il suo dramma per fargliene lettura.
Gliene aveva parlato prima, in un grigio pomeriggio di novembre, quando l’ardente
caminetto di casa Alsager si era dimostrato un rifugio ideale dai luoghi e dalle
intemperie. Aveva esclamato nell’entrare: – È finito, è finito! – Lei lo aveva sollecitato
a raccontare tutto, dimostrando un interesse minuzioso, ponendogli domande
squisitamente pertinenti. Ne aveva parlato, fin dall’inizio, come se egli stesse per
mettere in scena il suo lavoro, facendogli superare, con la sua partecipazione, tutti i
penosi momenti intermedi. Mrs Alsager amava il teatro come tutte le espressioni
artistiche: a Wayworth era noto come soleva spingersi fino a Parigi per una
particolare rappresentazione. Una volta l’aveva accompagnata lui stesso quando si era
portata appresso quella sciocca di Mrs Mostyn.
Allorché aveva tracciato, a grandi linee, l’argomento del dramma, ne era rimasta
colpita e gli aveva detto parole che lo avevano incoraggiato a credere nella propria
opera. Appena calato il sipario sull’ultimo atto, era corso a trovarla, ma poi aveva
trattenuto il testo per gli ultimi numerosi ritocchi. Finalmente, il giorno di Natale,
come convenuto, Mrs Alsager era rimasta ad ascoltarlo seduta davanti al fuoco. Erano
tre atti in prosa, di gusto piuttosto romantico, anche se ambientati nella società
inglese contemporanea, ed egli amava credere che si sentisse la mano se non del
maestro, quanto meno dell’allievo meritevole di premio.
A ventidue anni, dopo un’educazione eclettica ricevuta all’estero Allan Wayworth era
ritornato in Inghilterra: suo padre era stato per anni corrispondente di un importante
giornale inglese in vari paesi esteri. Era morto subito dopo il rientro del figlio in
patria, lasciando la moglie e le altre due figliole, due ragazze senza dote, a vivere di
una minuscola rendita in una noiosissima città tedesca. Agli inizi, la vita del giovane
a Londra era stata difficile, e più difficile egli la rendeva con la sua avversione per il
giornalismo. Le relazioni del padre in quel campo lo avrebbero aiutato, ma egli era
(insensatamente, secondo il giudizio diffuso fra i suoi amici – la grande eccezione era,
come sempre, Mrs Alsager) inimitable sul problema dello stile. Questo, secondo il
suo modo di intendere, non era quello voluto dai giornali inglesi, né egli era disposto
a fornirlo nella forma da loro richiesta. Comunque non vi era grande offerta da
nessuna parte, e Wayworth passò preziose settimane a ritoccare piccole composizioni
per riviste che non «retribuivano» lo stile. In effetti, la sola persona che ripagasse per
questo era Mrs Alsager, dotata di un infallibile istinto per la perfezione. Ripagava a
modo suo, è vero: se Allan Wayworth fosse stato un lavoratore salariato avrebbe
avuto ragione di pensare che, non ricevendo il compenso dovutogli per legge, il
palmo della sua mano accoglieva di tanto in tanto una buona mancia.
Aveva anche lui i suoi limiti, le sue debolezze, ma quel che vi era di meglio in lui era
la parte più viva: era un uomo onesto, irrequieto.
Tuttavia, ciò che più ci interessa è l’impressione che egli produsse su Mrs Alsager, la
quale lo trovò non solo assai attraente, ma molto originale. Egli non avrebbe mai
commesso azioni per solito ritenute cattive: troppi erano i pantani perigliosi da
attraversare per imboccare la scorciatoia del successo.
Dal canto suo, Wayworth non era mai stato tanto soddisfatto come dopo aver
intravisto la strada (così egli amava appassionatamente credere), verso una sorta di
padronanza del concetto di teatro, che prospettandola ora dall’interno, gli pareva
tutt’altra cosa. Nei primi tempi l’aveva considerato con disprezzo allorché gli era
apparso una gemma, se mai opaca, nascosta in un letamaio, un lucignolo che si
consumava lentamente in un’atmosfera irrespirabile di volgarità. Non valeva la pena
di sacrificarsi e di consumarsi, circondato com’era da meschine vie d’accesso. Per
occuparsene, un uomo di lettere avrebbe dovuto mettere al bando tutta la letteratura:
sarebbe stato come chiedere a un blasonato di rinunciare all’atavico nome di famiglia.
Ma col mutare dei punti di vista, cambia anche l’aspetto delle cose. Una mattina,
Wayworth si era svegliato in uno stato d’animo tutto diverso.
Inutile qui ripercorrere sino all’origine le tappe di quell’avvenimento. Sarà assai più
interessante, per chi voglia conoscere la vita del giovane, seguire alcune delle
conseguenze che ne derivarono. Senti di essere stato fatto oggetto di una speciale
rivelazione: si buttò il cappello in testa, come un innamorato. Un angelo l’aveva preso
per mano, guidandolo alla porta un po’ sgangherata che si apriva -a quanto gli parve -su un interno splendido ed austero al tempo stesso. Il concetto di teatro – una volta
accettato – era magnifico; la forma drammatica aveva una purezza che faceva
apparire le altre ingloriosamente grossolane. Come la matematica e l’architettura,
aveva l’alta dignità delle scienze esatte, offriva il conforto che offrono il calcolo e la
costruzione, l’incorruttibilità del sistema giuridico. Spoglia ma eretta, povera ma
nobile: a Wayworth rammentava l’immagine di un sovrano, famoso per la sua
giustizia, costretto a vivere in una reggia disadorna. Ciò comportava una quantità
paurosa di concessioni, ma quel che restava era di una rara ricchezza. Bisognava
continuare a gettare a mare il carico per salvare la barca, ma quale spinta riuscivi ad
imprimerle quando le facevi superare le onde! Un movimento armonioso come la
danza di una dea.
A questo pensava Wayworth, facendo lunghe passeggiate per Londra: la città con le
sue suggestioni gli riempiva le orecchie di un mormorio sonoro.
L’immaginazione gli si accendeva man mano che andava forgiando materiale; i suoi
propositi si moltiplicavano e l’atmosfera era come una vaporosa nuvola d’oro. Vedeva
non solo ciò che doveva fare al momento, ma che cosa fare in seguito e dopo ancora:
il futuro gli si apriva dinanzi, gli pareva di camminare su lastre di lucido marmo. Più
si cimentava con il dramma, più vi si appassionava; più lo contemplava, più ricco gli
appariva. Ciò che vi scorgeva, in verità adesso lo percepiva ovunque: se, nel
crepuscolo londinese, si fermava a contemplare una vetrina sfolgorante di luci, essa si
spostava subito dietro le luci di una ribalta, faceva da sfondo ai suoi personaggi.
Questi personaggi egli modellava nella sua stanza solitaria e, modellandoli, dava
forma al loro contesto scenico come un orafo che, cesellando uno scrigno, vi stia
sopra chino per la gioia dell’opera perfetta. Quando non vagava per le strade in
compagnia della sua visione, né si arrovellava sui suoi problemi alla scrivania,
scambiava idee in generale con Mrs Alsager, a cui annunciava particolari divertenti
per ore ancor più liete in futuro.
Quando le lesse le ultime battute del lavoro finito, gli occhi di lei si riempirono di
lacrime, mentre mormorava estasiata:
– E adesso, metterlo in scena, metterlo in scena subito!
– Già, davvero, metterlo in scena! – fece eco Wayworth fissando il fuoco, mentre
arrotolava la copia dattiloscritta. – Ma questa è tutta un’altra faccenda, una questione
secondaria.
– Ma naturalmente lei desidera che sia rappresentato?
– Certo che lo desidero… ma è un improvviso cedimento. Lo desidero ardentemente,
ma me ne vergogno.
– È proprio qui che cominciano le difficoltà, – disse Mrs Alsager un po’ disorientata.
– Come può dirlo? È proprio qui che finiscono!
– Ah, aspetti di vedere dove finiranno!
– Intendo dire che d’ora in poi saranno di carattere totalmente diverso, spiegò
Wayworth. – Secondo me, non c’è nulla di più difficile a questo mondo dello scrivere
un dramma in grado di resistere alla severità dei critici: in confronto, tutte le
complicazioni che insorgono a questo punto sono, nel complesso, di entità minore.
– Sì, non sono incoraggianti, – rispose Mrs Alsager, – al contrario, sono deprimenti
perché così meschine. L’altro problema, l’elaborazione del lavoro in sé, è arte pura.
– Oh, come comprende bene ogni cosa! – Il giovane era scattato in piedi e stava
appoggiato al caminetto con le braccia conserte, volgendo la schiena alla fiamma. La
copia del suo lavoro stretta nel pugno chiuso, poggiava nell’ansa di un gomito.
Abbassò lo sguardo su Mrs Alsager e le sorrise grato. Lei gli ricambiò il sorriso
volgendo su di lui due occhi ancor pieni di entusiasmo. – Eh, sì, – riprese lui un istante
dopo, – le meschinità cominciano adesso.
– E lei ne soffrirà terribilmente.
– Soffrirò per una buona causa.
– Già, offrendo al mondo questo suo lavoro! Me lo lasci: voglio leggerlo e rileggerlo!
– pregò Mrs Alsager alzandosi per strappare la copia dalla stretta in cui egli la teneva:
adesso, con quella sua copertina verdognola, a Wayworth pareva avesse un’identità
assai banale.
– Ma chi mai ci riuscirà? Chi lo interpreterà? – ella prosegui, fattasi vicina a lui e
sfogliando il manoscritto. E prima che lui avesse il tempo di risponderle, s’era
fermata ad un certo foglio; volgendo la pagina verso di lui, gliene indicò un tratto. -Questo è il punto più bello, queste righe sono perfette .
Wayworth lanciò un’occhiata al passo che lei gli indicava, chiedendogli di leggerlo
ancora; già prima glielo aveva letto in modo mirabile. Lui lo conosceva a memoria e,
richiudendo il fascicolo, mentre lei lo tratteneva fra le sue mani, le ripetè a bassa voce
quel passaggio (aveva invero una cadenza che lo soddisfaceva), spiando
l’approvazione sul viso di lei con un’espressione di lieto compiacimento che sperava
gli venisse perdonata.
– Ah, ma chi saprà pronunciare parole come queste? – lo interruppe Mrs Alsager, – chi
si troverà per interpretare la parte di lei?
– Troveremo interpreti per tutti i personaggi!
– Ma non gente che ne sia degna.
– Saranno tutti abbastanza degni, se lo vorranno. Io lavorerò con loro, li torchierò a
dovere -. Parlava come se di commedie ne avesse già rappresentate una ventina.
– Sarà interessante, – riprese lei.
– Ma prima dovrò trovare il teatro. Dovrò trovare un impresario che abbia fiducia in
me.
– Appunto: è gente così stupida!
– Ma pensi a quanta pazienza mi occorrerà, a quante ricerche dovrò fare, al tempo che
dovrò aspettare, – disse Allan Wayworth.
– Mi ci vede a andare in giro per Londra, offrendo il mio lavoro come un venditore
ambulante?
– No davvero; sarebbe un bel disastro.
– Eppure sarà quello che mi toccherà fare. Prima che vada in scena mi saranno venuti
i capelli bianchi!
– Invecchierò prima io, se non riusciamo! – esclamò Mrs Alsager. – Io ne conosco un
paio… – soggiunse pensierosa.
– Sarebbe disposta a parlargliene?
– Il punto è di indurli a leggerlo. Questo mi sentirei di farlo.
– Di più non posso chiederle. Ma anche per questo sarò costretto ad aspettare.
Lo guardò con teneri occhi di sorella: – Non aspetterà.
– Cara buona signora! – disse a mezzavoce Wayworth.
– Cioè, può darsi che lei debba attendere, ma io non aspetterò! Mi vuole lasciare la
sua copia? – soggiunse, riprendendo a sfogliare le pagine.
– Certo, io ne ho un’altra -. In piedi vicino a lui, ella rileggeva sommessamente un
passaggio qua e là, poi ne lesse altri con la sua bella voce. – Ah, se soltanto lei fosse
un’attrice! – esclamò il giovane.
– Questa è l’ultima cosa che sono: non c’è ombra di commedia in me!
Mai come in quel momento gli era apparsa come il suo buon genio. -C’è per caso un po’ di tragedia? – le chiese con delicata confidenza.
Al che lei gli volse le spalle con una risatina strana, piena di fascino.
– Forse sarà lei a doverlo stabilire! – gli rispose. Ma prima che egli potesse declinare
una responsabilità del genere, lei si era di nuovo voltata verso di lui e si era messa a
parlare di Nona Vincent come della loro amica più cara, la cui momentanea
condizione sollecitava un irresistibile appello alla loro solidarietà. Nona Vincent era
la protagonista della commedia, e Mrs Alsager s’era presa di gran passione per lei.
– Non so dirle quanto mi piace quella donna! – esclamò con accento di così fervida
convinzione che lo spirito dell’artista ne fu confortato come da un balsamo.
– Sono molto contento se le ho trasfuso un po’ di vita. La mia impressione è che Nona
Vincent assomigli molto a lei, – osservò Wayworth.
Mrs Alsager arrossi lievemente e guardò un attimo nel vuoto. Evidentemente quella
somiglianza non l’aveva colpita, ma non la prese come uno scherzo.
– Confesso che non sento questa somiglianza: non mi ci vedo a fare quello che lei fa.
– Non è tanto quello che fa, – obiettò il giovane lisciandosi i baffi.
– Ma è proprio questo il punto: il suo comportamento. Nona dichiara il suo amore; io
non lo farei mai.
– Se rifiuta questo comportamento con tanta energia, perché le piace il personaggio?
– Non è per questo che mi piace.
– Per che cosa, allora? La sua vera caratteristica sta appunto in questo.
Mrs Alsager parve riflettere guardando la fiamma del camino: si sarebbe detto che di
buone ragioni, per amare quel personaggio, ne avesse almeno mezza dozzina. Ma
quella che offri al suo interlocutore fu inaspettatamente semplice, si sarebbe anche
potuto pensare che le fosse suggerita dalla disperazione di non trovarne altre. – Mi
piace perché l’ha creata lei! esclamò ridendo, e si scostò nuovamente dal suo ospite.
La risata di Wayworth fu ancor più rumorosa.
– A crearla ha contribuito un po’ anche lei. Ho immaginato che avesse i suoi tratti.
– Dovrebbe essere molto più bella di me, – disse Mrs Alsager, -comunque, certamente
io non mi comporterei come lei.
– Neppure nelle stesse circostanze?
– Io non verrei mai a trovarmi in situazioni del genere. Queste si riferiscono
unicamente alla sua commedia: non hanno nulla in comune con una vita come la mia.
Tuttavia, – continuò, – per Nona quella linea di condotta è perfettamente naturale, e
non soltanto naturale, a mio avviso, ma profondamente bella, nobilissima. Non so
abbastanza esprimerle la mia ammirazione per la bravura, la delicatezza con cui è
riuscito a far accettare il suo comportamento. Glielo dico con tutta franchezza:
davanti a un giovane che, agli inizi dell’opera sua, è stato capace di un’intuizione
simile, io vedo schiudersi un brillante avvenire. Grazie al cielo posso ammirare Nona
Vincent con la stessa intensità con cui tento di non assomigliarle!
– Non esageri su questo punto, – la ammoni Allan Wayworth.
– Quanto alla mia ammirazione?
– Quanto alla vostra dissimiglianza. Nona Vincent ha il suo viso, i suoi gesti, la sua
voce, il suo modo di muoversi: ha moltissimo di lei.
– Così segnerà la condanna della sua commedia! – replicò Mrs Alsager. Scherzarono
un po’ su questo punto; non fu però in tono faceto che, di lì a poco, la signora uscì a
dire: – Un rimedio ad ogni modo lei ce l’ha: la faccia interpretare dall’attrice giusta!
– La faccia interpretare! La faccia interpretare! – esclamò l’autore in tono
garbatamente querulo.
– Capisco, povero amico mio. Che peccato! Una parte così bella… un’occasione
straordinaria per un’attrice giovane, seria, intelligente…! La sua commedia è
praticamente Nona Vincent: sta alla protagonista portarla lontano, oppure lasciarla
cadere al primo angolo di strada.
– Bella prospettiva, – commentò Allan Wayworth, fattosi d’un tratto scettico. Si
scambiarono uno sguardo cupo, uno sguardo in cui in quel momento si affacciarono
le più nere previsioni; ma prima del commiato erano di nuovo corse tra loro fiduciose
promesse volte al raggiungimento del loro ideale.
Non si deve supporre, però, che il pensiero dell’aiuto di Mrs Alsager diminuisse in
Wayworth la voglia di aiutarsi da sé. Fece quanto potè, ben sapendo che lei dal canto
suo, non faceva di meno.
Ma, passato un anno, dovette riconoscere che i loro sforzi congiunti avevano
generato, in sostanza, il raffinato fiore dello sconforto. Trascorso un anno, il suo
disprezzato capolavoro aveva perduto a suo stesso giudizio quel po’ di lustro iniziale,
e Wayworth si ritrovò a scrivere, per un dizionario biografico, piccole vite di
personaggi celebri che non aveva mai sentito nominare. Il vedersi pubblicato,
ovunque fosse e comunque, era già un mezzo successo per uno scrittore incapace di
farsi rappresentare, e il venir pagato, ancorché a rate enciclopediche, ebbe come
conseguenza di indurlo alla rassegnazione e alla verbosità. Non poteva
contrabbandare bella prosa in un dizionario, ma poteva se non altro pensare di aver
fatto del proprio meglio per apprendere, attraverso la drammaturgia, che il bello stile
è quasi ovunque una stravaganza grottesca.
Aveva bussato alla porta di tutti i teatri di Londra e, con una spesa rovinosa, aveva
moltiplicato le copie dattiloscritte di Nona Vincent per sostituire quelle vergate ih
bella calligrafia e precipitate negli abissi degli uffici manageriali. La sua commedia
non veniva neppure rifiutata: non gli era nemmeno concessa la lusinghiera
impressione che il testo fosse stato letto. Ormai poco gli importava di ciò che gli
impresari avrebbero fatto per Mrs Alsager: appariva chiarissimo che per lui non
avrebbero fatto nulla. L’affascinante signora si sentiva umiliata a morte nel
considerare la scarsa risposta ottenuta dai potenti sui quali aveva fatto assegnamento.
Ormai, insieme, del dramma non parlavano più: tuttavia lui si sforzava di dimostrarle
un’amicizia ancor più devota per non lasciarle supporre di sentirsi deluso. Continuava
a camminare su e giù per Londra in compagnia dei suoi sogni: ma, come i mesi
succedettero ai mesi e un intero anno gli stava già dietro le spalle, quei sogni – più
che di successo – erano ormai di rivalsa.
Come compenso alla sua pazienza la parola «successo» gli appariva un termine
sbiadito: gli ci voleva qualcosa di sfacciatamente vistoso, qualcosa di truculento
addirittura. Tuttavia, ciò che più lo appagava era ancora il concetto di teatro; non si
era mai reso conto fino a quel momento di quanto ne fosse innamorato.
Quando anche un secondo anno fu trascorso invano, il suo sterile talento gli divenne
ancor più caro per l’insulto a cui pareva essere esposto. Passava le ore migliori in un
mondo di trame e di spunti. Scrisse un’altra commedia, tanto diversa dalla prima
quanto poteva esserlo un dramma eccellente; e magari lo era pure, ma una volta al
vaglio del limbo del teatro, una sorte indiscriminata non rilevò la differenza. Riuscì,
finalmente, a lasciare l’Inghilterra per tre o quattro mesi e si recò in Germania per fare
la visita così a lungo differita alla madre e alle sorelle.
Poco prima della data stabilita per il suo ritorno, ricevette da Mrs Alsager un
telegramma così concepito: «Loder desidera vederla, intende iniziare subito prova
Nona». Passò le poche ore che ancora mancavano alla partenza distribuendo baci a
mamma e sorelle, abbastanza informate sul conto di Mrs Alsager per considerare una
fortuna il fatto che quella rispettabile signora maritata non si trovasse lì – un sollievo,
tuttavia, accompagnato da prospettive incerte per quanto riguardava Londra e il
futuro.
Loder, come il nostro giovane autore ben sapeva, significava il nuovo «Renaissance»,
e tuttavia, pur avendo raggiunto Londra in serata, non fu verso quel confortevole
teatro moderno che Wayworth diresse i suoi passi.
A tarda sera, passò un’ora in compagnia di Mrs Alsager, un’ora densa di progetti. La
sua amica gli disse che Mr Loder era una persona simpatica: per leggerlo, aveva
semplicemente aspettato che venisse il turno del manoscritto di Wayworth, e adesso
nutriva speranze a quel riguardo che, per venire da parte di un pessimista di
professione, potevano addirittura definirsi travolgenti. Le parti erano state assegnate
con un certo margine per eventuali modifiche: protagonista sarebbe stata Violet Grey.
Durante l’assenza di Wayworth essa aveva fatto una buona prova in quella vecchia
catapecchia del «Legitimate»; la commedia era un goffo réchauffé, ma lei almeno
aveva dimostrato freschezza. Wayworth la ricordava: forse che per due anni non si
era dedicato con entusiasmo a «cercare», frequentando tutti i teatri di Londra a caccia
di possibili interpreti? Non ne aveva ancora scovati molti, per il momento, e questa
giovane attrice non era mai rimasta impigliata nella sua rete. Era carina e originale,
ma non se l’era mai figurata nella parte di Nona Vincent, né si sentiva – nonostante la
sua pratica professionale – di dare un giudizio sulla personalità artistica di Miss Grey.
Mrs Alsager era d’opinione diversa: dichiarò di essere stata non poco impressionata
da certi suoi accenti. Nel lavoro dato al «Legitimate» la giovane aveva destato
interesse; e Mr Loder, che la teneva d’occhio, la definiva ambiziosa e intelligente. Ci
teneva tanto a farsi strada, e alcune di quelle attrici erano così fiacche! Wayworth
rimase scettico: aveva veduto Miss Violet Grey, specie di attrice itinerante, in una
dozzina di teatri, ma sempre con un unico volto. Nona Vincent aveva una dozzina di
volti, ma in un unico teatro; eppure con quanta febbrile curiosità il giovane si
ripromise di osservare l’attrice l’indomani!
Discuterne con Mrs Alsager sembrava adesso costituire il nocciolo della prova. La
prospettiva ormai prossima di venir rappresentato gli imponeva di non formulare
domande; voleva camminare in punta di piedi fino alla sera della prima, ponendo
come sola condizione che ci si attenesse al suo testo. Anche se lo scenografo gli
avesse fatto trovare una stamberga di legno di rovere, gli pareva che non avrebbe
neppur sollevato un sopracciglio in segno di disapprovazione.
L’indomani cominciò a capire che non sarebbe stato questo il pericolo cui sarebbe
andato incontro, eppure non riusciva ad individuare quale fosse. Pericoli ce n’erano,
indubbiamente; nel mondo dell’arte i pericoli esistevano ovunque, e ancor più ve
n’erano nel mondo degli affari; ma ciò che gli pareva di avvertire veramente era il
battito d’ali della vittoria. Nulla poteva insidiare quest’impressione, poiché la vittoria
stava già nel fatto di andare in scena. Sarebbe stata vittoria anche se il dramma fosse
stato mal rappresentato – riflessione che non gli impedì, tuttavia, nella sua politica
votata all’ottimismo, di bandire dal proprio vocabolario la parola «male». Nei
compromessi d’uso era un termine che non veniva mai applicato, e neppure si poteva
dir male della sua commedia, adesso che sentiva di essersela lasciata alle spalle:
prevedeva nelle settimane a venire di venir esposto per causa sua a un alternarsi
continuo di allarmi e certezze.
Quando scese nel teatro, debolmente illuminato dalla luce del giorno (gli sembrò di
entrare sotto l’arco del tempio della fama), Mr Loder, ch’era davvero simpatico come
gli aveva annunciato Mrs Alsager, gli apparve come il buon nume dell’ospitalità.
L’impresario cominciò a spiegargli come mai non si fosse fatto vivo per tanto tempo;
ma ormai questa era l’ultima cosa che gli interessava, né seppe ricordare più tardi i
vari motivi enumerati da Mr Loder. Gli piacque tutto quanto fu oggetto di discussione
per l’allestimento, anche ciò che aveva pensato gli sarebbe probabilmente dispiaciuto,
e si entusiasmò agli argomenti per i quali era ben disposto. Quella sera osservò Miss
Violet Grey con occhi che si sforzavano di penetrarne le capacità. Alcune le
possedeva per certo: doti di voce e di espressione, forse addirittura doti intellettuali:
ad ogni modo rimase fermo al suo posto con attenzione incoraggiante e lusinghiera,
senza cessare di ripetersi nel modo più convincente possibile che non era un’attrice
qualunque, fatto tanto più meritorio in quanto la parte ch’essa interpretava gli
appariva disperatamente banale. Intuì, appunto, che questa era la ragione per cui il
pubblico appariva soddisfatto: apprezzava più il ruolo che l’attrice. Lo colse un
intimo timor panico: se era quello lo stile che piaceva al pubblico, come poteva
sperare che si apprezzasse il suo stile? Il suo stile, la sua forma, erano diventati ormai
un’idea fissa. Allorché la serata ebbe fine, alcuni tratti di Miss Violet Grey – certo suo
volger del capo, certe vibrazioni della voce – rientravano nella stessa categoria. Sì, era
interessante, era raffinata, e lui, comunque, l’aveva accettata: il che equivaleva a dire
la stessa cosa. Quella sera, però, lasciò il teatro senza averle rivolto la parola, spinto
da un insolito impulso a rimandare, fatto che non mancò di sconcertarlo un poco.
L’indomani doveva leggere i suoi tre atti alla compagnia e non gli sarebbe mancata
occasione di dire molte cose; per il momento provava una specie di riluttanza a
prendere iniziativa. Inoltre era leggermente infastidito dal fatto che, sebbene per tutta
la sera si fosse sforzato di vedere Nona Vincent nella persona di Violet Grey, i suoi
occhi avevano serbato semplicemente l’immagine di Violet Grey nella persona di
Nona. Non gradiva vedere l’attrice così da vicino, così direttamente, e lo sforzo di
mettere a fuoco Nona sia come sua interprete, sia come l’attrice del «Legitimate» gli
era costato molta fatica. Quella sera, prima di andare a letto, impostò tre righe dirette
a Mrs Alsager: «Non è affatto quella che dovrebbe essere; spero in ogni modo di
riuscire a cavarne qualcosa».
Fu molto soddisfatto il giorno appresso del modo in cui l’attrice stette ad ascoltare la
lettura; in verità di molte cose fu soddisfatto in quell’occasione, specialmente della
lettura stessa. Tutto assumeva ai suoi occhi dimensioni grandiose, ingigantite dai suoi
progetti. Godeva di disporre di quell’ampio, vuoto teatro dalle tinte smorzate, pieno
degli echi delle «scene ad effetto» e di un particolare effluvio di gas e di successo
mescolati: era come una tela vergine pronta per il quadro. Per la prima volta in vita
sua aveva dei mezzi a disposizione: l’espressione gli era nota, ma non aveva mai
creduto di poterne conoscere il vero significato. Ciò che Loder sembrava pronto a
fare lo sorprendeva, ma badava a non lasciarlo trasparire. Nella realizzazione artistica
di una commedia prevedeva due elementi concomitanti: uno costituito da una grande
angoscia, l’altro da un divertimento illimitato.
Ebbe a rievocare in seguito questa lettura come l’ora più felice di tutta la vicenda:
aveva capito in quel momento che la sua opera era degna di essere rappresentata. Ciò
che sarebbe venuto dopo era cosa che riguardava gli altri; ma questa, con le sue
imperfezioni e i suoi errori, era cosa sua. Durante quell’ora, in ogni modo, il dramma
aveva avuto una vita sua, una vita di un’intensità destinata a perdersi nella povertà di
prove abborracciate; lo vedeva riflesso in una maniera che gli riusciva gradita: nel
silenzio degli attori, disposti in semicerchio, avvolti nei loro impermeabili, calzati di
stivali fangosi, ma attenti, impenetrabili.
L’ascoltatrice cui aveva più cose da dire era Violet Grey, ed egli si sforzò di
trasmetterle lo spirito della sua parte, lì sul posto, parlandole attraverso il
palcoscenico disadorno. Il suo atteggiamento era pieno di grazia, ma benché
sembrasse tendere all’ascolto ogni facoltà il volto rimaneva del tutto inespressivo; il
che peraltro non disanimò Wayworth, che anzi la apprezzò maggiormente per il suo
riserbo. Gli altri attori diedero segni evidenti di riconoscersi nelle varie battute della
commedia, eppure Wayworth, a lei, perdonò anche in quel caso ogni assenza di
espressione. Miss Grey, era chiaro, desiderava più di ogni altra cosa essere ben sicura
dell’argomento.
Ancor più che dalle rivelazioni dell’intenzionale grandiosità di Mr Loder, Wayworth
fu sorpreso dalla scoperta che alcuni interpreti non gradivano la parte: che diavolo
avrebbe potuto cavare da costoro, si domandava col cuore stretto, se avessero
mantenuto quell’atteggiamento di ottusità? Fu questa la prima delle sue delusioni;
chissà perché si era aspettato che ciascuno, all’istante, si rendesse conto con
gratitudine dell’occasione rara che gli si presentava: dal momento in cui comprese di
aver fatto previsioni errate si senti come in alto mare o comunque consapevole che
altre disillusioni si sarebbero aggiunte. Capire ciò che piacesse o non piacesse
all’impresario era impossibile; non un giudizio, non un commento gli sfuggiva di
bocca: il suo consenso alla commedia e le sue opinioni sul modo di allestirla
sembravano averlo trasformato in una creatura velata, ammantata di mistero.
Wayworth avverti che da quel momento si sarebbero mossi tutti in un’atmosfera più
elevata, più rarefatta che non quella dell’omaggio e della fiducia. Quando, dopo la
lettura, si intrattenne con Violet Grey, comprese che in realtà ella mancava di finezza:
quale miglior dimostrazione poteva offrirne se non quella di astenersi dal prorompere
all’istante in espressioni di giubilo per la grande fortuna toccatale? Ma evidentemente
questo riserbo non aveva nulla a che vedere con la presunzione: Violet Grey voleva
fargli sentire che una persona del suo livello non si abbandona a facili entusiasmi.
Comprese poco dopo che era disorientata e persino un po’ spaventata: segno che in
certo senso non aveva capito. Nulla lo attraeva più della possibilità che gli si
presentava di chiarire le difficoltà che essa incontrava, esaminate le quali tuttavia
venne a scoprire ben presto che, quel che aveva capito, Violet Grey l’aveva capito
male. Se era un po’ rozza, quella era una ragione di più per parlarle, e continuava a
ripeterle: – Chieda, chieda a me: mi chieda qualsiasi cosa le venga in mente.
Ed ella gli chiedeva, gli poneva domande senza tregua e alle prime prove, così vuote
di forma e di contenuto da sembrargli più la morte di un esperimento che l’alba di un
successo, in un angolo del palcoscenico dibatterono le questioni così a fondo che, alla
fine, egli fu convinto della sua indiscutibile serietà. Era sempre maggiormente
persuaso che la protagonista era la chiave di volta del suo arco, opinione che l’attrice
era prontissima a condividere. Ma quando fece presente alla giovane donna che, in
pratica, tutto dipendeva da lei, ella si allarmò e ne fu addirittura scandalizzata: gli
fece intendere che questo non era proprio il modo giusto di costruire un dramma,
accollando a una povera ragazza nervosa la responsabilità di tenerlo in piedi o farlo
crollare. Era coscienziosa a un livello quasi patologico e in teoria, sotto questo
aspetto, Wayworth l’apprezzava, benché tre o quattro volte gli avesse fatto perdere la
pazienza con le cose che si sentiva o non si sentiva di fare. Quelle volte gli occhi di
Violet Grey si erano riempiti di lacrime, ma piangeva per la sua stupidità si era
affrettata ad assicurargli – non per il tono con cui egli le parlava, che anzi, date le
circostanze, egli era sempre gentilissimo. La sua spontaneità la rendeva bella ed egli
si augurava con tutto il cuore (e si fece un dovere di dirglielo) che un po’ di quella
bellezza potesse riflettersi su Nona. Una volta però gli apparve così commossa e
turbata che, per un istante, nel vederla, anche gli occhi di lui s’inumidirono. Il caso
volle che, girandosi in quel momento, egli si trovasse faccia a faccia con Mr Loder. Il
produttore spalancò tanto d’occhi, gettò uno sguardo all’attrice che gli volgeva le
spalle poi, sorridendo a Wayworth, esclamò con lo spirito di uno che tutte le sere
ascolta le risate del loggione:
– Ma guarda guarda!
– Che c’è? – domandò Wayworth.
– Mi fa piacere vedere che Miss Grey si dà tanto da fare con lei!
– Ah, sì! Finirà per farmi diventar matto! – rispose gaio il giovane. Si rendeva
perfettamente conto che il suo interesse per Nona agli occhi altrui non appariva
superficiale ed era fermamente determinato ad ottenere che le prove del dramma non
sacrificassero a considerazioni esteriori neppure un’ombra di accuratezza.
Mrs Alsager, dalla quale si recava spesso nel pomeriggio per una tazza di tè,
ringraziandola in anticipo per tutto ciò che gli offriva e raccontandole come le prove -fatte a quel modo erano addirittura comiche – esaurissero le sue energie, Mrs Alsager
dunque, sempre più il suo buon genio e, come lui non cessava di ripeterle, il suo
angelo custode, approvava la sua fermezza, incoraggiandolo a qualsiasi forma di
devozione in onore dell’arte. Naturalmente, non aveva mai mostrato tanto interesse
all’opera sua come adesso, e di tutto voleva sentir parlare, a qualunque proposito. Lo
trattava come un eroe stanco, lo assediava con cibi e bevande corroboranti, lo faceva
sdraiare su cuscini e petali di rosa. Seduti davanti al camino, chiacchieravano come
non mai della vita nel mondo dell’arte; egli le confidò, per esempio, tutte le sue
esperienze e preoccupazioni a proposito dell’interprete di Nona. La signora
s’interessava immensamente a questa giovane e lo dimostrava continuando a
prenotare un palco dopo l’altro (era già andata a vederla almeno una mezza dozzina di
volte) nell’intento di studiarne le capacità attraverso lo schermo del ruolo affidatole in
quel momento. E, come Allan Wayworth, la trovò incoraggiante solo a tratti, poiché
aveva delle parentesi di totale incapacità. Era intelligente, ma esigeva a gran voce
un’adeguata preparazione ed era così totalmente priva d’esperienza che soltanto un
decimo della sua intelligenza si rifletteva sulla scena. Era come una lama spuntata: un
buon acciaio che non era mai stato affilato; ed ella vibrava fendenti nella dura
pagnotta dell’arte drammatica senza riuscire a tranciarne fette sottili.
II.
– Certo la mia prima attrice non riuscirà a far rassomigliare Nona a lei! osservò
tristemente un giorno Wayworth a Mrs Alsager. C’erano giorni in cui quella
prospettiva gli sembrava orribile.
– Tanto meglio: non ce n’è nessun bisogno.
– Vorrei tanto che lei la istruisse un po’: le sarebbe così facile! – prosegui il giovane.
Per tutta risposta Mrs Alsager lo pregò di non prenderla così crudelmente in giro. Ma
quella ragazza la incuriosiva, voleva essere informata della sua indole, della sua vita
privata, come viveva e dove: insomma sembrava desiderosa di farsela amica. Della
vita privata di Miss Grey, Wayworth forse ne sapeva ben poco, ma, dopo tre
settimane di prove, dimostrò coi fatti di poter fornire informazioni su vari punti. Era
una personcina deliziosa, esemplare, di squisita educazione e cultura, di gusti
modernissimi, musicista eccellente. Era orfana e molto sola al mondo: uniche sue
parenti erano una sorella, sposata a un impiegato statale – con un posto di alta
responsabilità – in India, e una cara zietta all’antica (una prozia, per vero dire) con la
quale abitava a Notting Hill, autrice di libri per bambini e, in tempi lontani, a quanto
risultava, anche di una pantomima di Natale. Un ambiente d’artisti, insomma -non al
livello di quello di Mrs Alsager (se è lecito paragonare il minimo al massimo) – ma
estremamente raffinato e dignitoso. Wayworth si spinse addirittura ad accennare al
fatto che una visita di Mrs Alsager a Notting Hill sarebbe stato un gesto veramente
umano e simpatico: chissà come sarebbero state liete di accoglierla! Così sovente la
signora si era attenuta ai vaghi suggerimenti del giovane, ch’egli aveva preso la buona
abitudine di considerarlo un suo diritto: elargire quei suggerimenti gli dava
un’impressione di saggezza, di responsabilità. Ma questa volta la proposta parve
cadere nel vuoto e Wayworth non insistette. Tuttavia Mrs Alsager doveva essere
tornata di nuovo al «Legitimate», come egli scopri il giorno dopo, perché gli disse
all’improvviso:
– Oh, farà bene, farà benissimo -. Durante quelle settimane, quando il soggetto non
veniva nominato, era sottinteso che parlavano di «lei», di Violet Grey, sebbene per lo
più fingessero di riferirsi a Nona Vincent.
– Eh, sì! – assenti Wayworth. – Ci tiene tanto!
Mrs Alsager per un momento tacque, poi domandò con una certa incoerenza, come
ridestandosi da un sogno ad occhi aperti: – Davvero ci tiene tanto?
– Moltissimo: a quanto sembra è stata affascinata dal suo ruolo sin dall’inizio.
– Allora, perché non l’ha detto?
– Oh, perché è così strana.
– Sì, è strana, – convenne Mrs Alsager pensosa; e soggiunse poco dopo: È innamorata
di lei.
Wayworth sgranò gli occhi, arrossi violentemente, poi sbottò in una risata.
– Che ci sarebbe di strano? – volle sapere; ma prima che la sua interlocutrice potesse
soddisfare la domanda, insistette a chiederle come facesse a saperlo.
Dopo aver tentato con garbo di eludere il problema, gli spiegò che la sera innanzi, al
«Legitimate», Mrs Beaumont, la moglie del direttore artistico, le aveva fatto una
visitina nel palco e lì, fra una chiacchiera e l’altra, Mrs Alsager aveva confessato di
non aver mai messo piede nel retroscena. Al che Mrs Beaumont s’era offerta di farle
fare subito un giro e a lei era saltato il ticchio di accettare. Sul momento la cosa
l’aveva divertita; e così era accaduto che la sua accompagnatrice – accogliendo la sua
richiesta – l’avesse presentata a Miss Violet Grey che, dietro le quinte, aspettava di
entrare in scena. Mrs Beaumont aveva dovuto assentarsi per qualche minuto e in quel
ritaglio di tempo, trovatasi faccia a faccia con l’attrice, Mrs Alsager aveva scoperto il
segreto della povera figliola. Wayworth definì insensata quell’ipotesi, ma insistette
per sapere che cosa l’aveva condotta alla scoperta del mistero. Mrs Alsager definì
quella richiesta «superficiale», per uno che si vantava di ritrarre il,comportamento
femminile, ed egli non migliorò certo la situazione osservando un po’ a vanvera che
anche un gatto può alzare lo sguardo su un re e che certe cose è opportuno
conoscerle. Ma a questo punto Mrs Alsager lo mise in guardia: poteva darsi che la
povera figliola non fosse un argomento su cui scherzare. A sua volta Wayworth,
asserendo di detestare i discorsi Sulle passioni che egli sarebbe stato capace di
suscitare, si accontentò di rispondere che aveva voluto dire una sola cosa: la
questione non poteva far alcuna differenza per Mrs Alsager.
– Come diamine pretende di sapere ciò che fa e non fa differenza per me? – replicò la
signora, con freddezza inattesa e un’alterigia che, da parte di quell’animo tanto
delicato, destava stupore.
Quella sera, a teatro, Wayworth vide Violet Grey e fu lei che per prima parlò di aver
fatto la conoscenza di una sua amica.
– È innamorata di lei, – dichiarò l’attrice, dopo ch’egli ebbe finto di non saperne nulla;
– questo non le dice niente?
Wayworth arrossi ancor di più di quanto non l’aveva fatto arrossire Mrs Alsager, ma
rispose con sufficiente prontezza e molta disinvoltura che, naturalmente, c’erano
centinaia di donne che morivano d’amore per lui.
– Oh, ma a me non importa, dal momento che lei non ne è innamorato! prosegui la
giovane.
– Le ha rivelato anche questo? – domandò Wayworth; ma in quel momento ella
dovette allontanarsi.
In piedi, in un angolo da cui riusciva a vederla, egli pensò che, quella sera, l’attrice
stava dedicando alla scena – la migliore del suo ruolo nella commedia – un’arte più
viva di quanta avesse mai mostrato, un talento capace di far fronte a qualsiasi
difficoltà. Improvvisava continuamente battute fuori copione (già tre ne aveva
suggerite nel testo del suo compagno di scena) e altrettante volte Wayworth s’era
augurato con tutta l’anima che anche Nona Vincent potesse godere di quel beneficio.
Ma sembrava che Miss Grey fosse in grado di improvvisar battute per chiunque altro
salvo che per lui -voglio dire, per Nona.
In quei giorni era consapevole di provare uno strano sentimento nuovo, che si
mescolava (e ciò appunto ne costituiva il lato curioso) a un altro molto spontaneo e
relativamente vecchio: nel complesso, volendone definire la natura, si sarebbe potuto
parlare di un dolore sordo, di un rammarico che la cattiva stella di quella fanciulla
l’avesse spinta sul palcoscenico. Al colmo del disagio, si augurò che, invece di
proseguire, lei rinunciasse, e tuttavia si riebbe da quel disagio rievocando i motivi che
l’avevano indotto a sperare che Nona sarebbe stato, grazie a lei, un vero successo.
C’erano dei momenti strani, penosi, in cui – come interprete di quel personaggio -quasi la odiava; poi si rassicurava: aveva esagerato e ciò che, quando era nervoso,
faceva apparire così grande la sua avversione, era semplicemente il contrasto con
l’impressione crescente dell’esistenza di altri motivi – completamente diversi – per cui
Miss Grey gli piaceva. Gli piaceva perché era una creatura affascinante, per la sua
franchezza, la sua malizia, per la mutevolezza e le sorprese che riservava la sua
indole e per certi felici aspetti della sua persona. Lontana dal palcoscenico, gli pareva
che avesse due occhi tristi, una voce irreale. Non tollerava il pensiero di vederla
delusa e umiliata e desiderava unicamente salvarla, proteggendola e portandola via di
lì. Un mezzo per salvarla era quello di fare in modo che, mettendo in opera tutta la
propria abilità, la rappresentazione della sua commedia ottenesse un trionfo; l’altro
mezzo – era davvero troppo buffo per esprimerlo – era l’augurarsi quasi il contrario.
Allora ci sarebbe stata serenità e pace per il futuro e non la pace della morte: la pace
di una vita diversa. Va aggiunto che il nostro giovanotto si aggrappava alla prima di
queste due alternative con la stessa intensità con cui era perfidamente attratto dalla
seconda. Era nervosissimo, di un nervosismo che andava crescendo in modo
intollerabile; ma unico rimedio immediato era continuare a provare e riprovare, a
perfezionare con Violet Grey il suo ruolo. Alcuni degli attori si lamentavano ch’egli
riservasse solo a lei quel comportamento come se lei fosse tutta l’opera; al che egli
replicava che loro si potevano permettere di venir trascurati: erano tutti così
eccezionalmente bravi! Miss Grey era la sola a non essere adulata.
Autore e attrice si appassionarono tanto al loro lavoro che a lei rimase pochissimo
tempo per parlargli ancora di Mrs Alsager, della quale in realtà la sua mente sembrava
essersi sufficientemente sbarazzata. Una volta Wayworth le fece osservare che
intorno si diceva che Nona Vincent assomigliasse parecchio alla sua gentile amica,
ma lei gli rispose con un «Chi lo dice?» così vuoto d’espressione, ch’egli si guardò
bene dal tornare sull’argomento. Con la consueta confidenza, confessò il suo
nervosismo a Mrs Alsager, ed ella capì subito che quelle ansie erano strettamente
collegate e varianti d’intensità di ora in ora; qualunque sollievo ella gli avesse
arrecato, era annullato dal fatto che quell’ansia era di natura tanto molteplice. Un
pomeriggio, quando la prima era ormai imminente, Wayworth disse all’amica di non
aver chiuso occhio tutta la notte ed essa, porgendogli la consueta tazza di tè, gli
rispose:
– Capisco; lei deve attraversare veramente un brutto momento: l’ansia per un’altra
persona è peggio dell’ansia per noi stessi!
– Un’altra persona? – ripetè Wayworth, levando lo sguardo al di sopra della tazza.
– Povero amico mio, lei è nervoso per Nona Vincent, ma lo è infinitamente di più per
Violet Grey.
– Ma è lei Nona Vincent!
– No che non lo è: nemmeno un po’! – ribatté brusca Mrs Alsager.
– Ne è davvero convinta? – esclamò Wayworth, versando il tè fuori dalla tazza per
l’agitazione.
– Non ha importanza ciò di cui sono convinta io, in questo caso. Quello che volevo
dire è che, per quanto grande sia la sua ansia per la commedia, lo è ancor di più
quella per la sua prima attrice.
– Posso solo ripeterle che la mia prima attrice è la mia opera. Mrs Alsager scrutò
pensierosa nella teiera.
– La sua attrice è la sua…
– La mia che? – domandò il giovane con un certo tremito nella voce quando la sua
ospite s’interruppe.
– La prediletta del suo cuore. Ora come ora lei ne è innamorato -. E con un colpetto
secco Mrs Alsager lasciò ricadere il coperchio sopra la teiera profumata.
– Non ancora, non ancora! – commentò il suo visitatore con una risata.
– Lo sarà, se Miss Grey riesce a procurarle il successo.
– Ma lei stessa asserisce che non ci riuscirà!
Mrs Alsager tacque un istante e poi disse come in un bisbiglio: Pregherò per lei.
– Lei è la più generosa delle donne! – esclamò Wayworth, poi arrossi come se avesse
usato un’espressione poco felice. E, in verità, quelle parole non avrebbero fatto onore
a un uomo di tatto.
Il mattino dopo ricevette da Mrs Alsager quattro righe scritte in tutta fretta. Era stata
improvvisamente chiamata a Torquay per far visita a un parente molto ammalato: vi
si sarebbe trattenuta parecchi giorni, ma sperava vivamente di tornare in tempo per la
prima di Nona Vincent. Gli faceva in ogni caso i suoi più fervidi auguri. Wayworth
senti moltissimo la sua mancanza perché quegli ultimi giorni furono di una tensione
estrema; e poco conforto gli veniva da Violet Grey ancor più nervosa di lui e così
pallida e alterata da fargli temere che stesse troppo male per andare in scena.
Convennero tra loro che, stando insieme, altro non facevano che peggiorare la
situazione reciproca e che lui avrebbe fatto assai meglio a lasciarla sola. Del resto,
avevano sminuzzato Nona in modo tale che sembrava non esserne rimasto più nulla:
le lasciasse almeno il tempo di immedesimarsi di nuovo nel personaggio. Wayworth
fece del suo meglio per lasciarla in pace, ma Violet Grey, dal canto suo, non si
attenne ai patti con altrettanto scrupolo. Tornò da lui con nuovi problemi, sperò che le
risolvesse certi vecchi dubbi; alla vigilia della prima, mezz’ora avanti l’ultima prova
in costume, gli sottopose un’interpretazione della sua eroina del tutto nuova. Questo
fatto gli causò un tale senso d’insicurezza che le voltò le spalle senza proferire parola,
si precipitò fuori dal teatro, percorse di volo lo Strand e raggiunse a piedi la Bank.
Poi saltò su una carrozza e tornò verso i quartieri occidentali della città; quando
raggiunse il teatro la prova era quasi finita. Pareva che non fosse andata tanto male,
ed egli provò quasi del disappunto per non potersi consolare col vecchio adagio nel
mondo del teatro: le peggiori prove generali fanno le migliori prime.
L’indomani, mercoledì, era il giorno fatidico; il teatro era rimasto chiuso lunedi e
martedì. Mercoledì ciascuno fece il possibile per lasciare in pace gli altri e tutti
fallirono manifestamente nell’intento. Era inteso che, fino alle sette, la giornata
dovesse venir consacrata al riposo ma, ad eccezione di Violet Grey, a teatro si fecero
vedere tutti. Wayworth guardava Mr Loder e Mr Loder guardava da un’altra parte: a
tanto si riduceva il loro dialogo. Wayworth stava sulle spine, incapace di mangiare un
boccone o di dormire o di star seduto tranquillo, a volte sembrava in preda al panico.
Come al solito riuscì a mantenersi calmo camminando: tentava in tal modo di
rimuovere il suo nervosismo. Nel pomeriggio si avviò a piedi verso Notting Hill e fu
capace di mantenere il proposito di non prendere contatto con l’attrice. Essa gli
appariva come un’acrobata in piedi su una palla scivolosa: se l’avesse sfiorata le
avrebbe fatto fare un capitombolo. Tre volte passò davanti alla porta di casa sua e
trecento volte pensò a lei. Fu questo il momento in cui si rammaricò che Mrs Alsager
non fosse tornata: era infatti passato da casa sua solo per apprendere che la signora
era ancora a Torquay. Gli sembrava strano, e ancor più strano giudicava che non gli
avesse scritto; ma anche di questo non era sicuro poiché, avendo perduto come ormai
aveva completamente perduto – un’opinione sulla sua commedia, gli pareva di aver
perduto un’opinione su qualsiasi cosa. Quando rientrò, tuttavia, trovò un telegramma
della signora di Grosvenor Place: «Reso possibile mio ritorno raggiungerò Londra ore
sette».
Alle otto e mezzo, attraverso uno spiraglio nel sipario del «Renaissance», la scorse in
un palco con un gruppo di amici, assolutamente splendida e benigna.
Il teatro era magnifico: troppo bello, gli parve troppo bello per la sua commedia,
troppo bello per qualunque opera drammatica. Tutto adesso gli sembrava troppo
bello: lo scenario, gli arredi, i costumi, persino i programmi. Gli venne in mente che
questo forse era il punto debole dell’interprete di Nona: era addirittura troppo brava.
Con la giovane donna aveva convenuto fin nei particolari quali dovessero essere i
loro rapporti durante la serata e, sebbene ogni altro accordo fosse stato poi
modificato, questo si promisero a vicenda di non modificarlo. Incredibile quante cose
non si promisero! Lui le avrebbe dato l’imbeccata accompagnandola fino al
palcoscenico: poi, lasciato il teatro, sarebbe rimasto fuori fin quasi alla fine. Lei lo
supplicò di starle lontano si sarebbe sentita tanto più disinvolta. Wayworth notò che
nel costume aveva apportato un paio di cambiamenti in meglio rispetto alla sera
precedente; questo gli parve un valido argomento su cui rimuginare, mentre la
carrozza lo portava, mezzo intorpidito, verso casa. Abitava a un paio di miglia di
distanza, ma appena uscito dal teatro, appena resosi conto che s’era levato il sipario,
aveva scelto il rifugio di quel lento veicolo apposta per far passare il tempo.
A casa il fuoco era spento, la camera gelida: si sdraiò sul divano senza togliersi il
cappotto. Aveva mandato di proposito la sua affittacamere in prima galleria: l’avrebbe
altrimenti sommerso di discorsi pieni di sgrammaticature. L’alloggio gli sembrò un
antro vuoto come antri vuoti gli erano parse dianzi le strade: erano accorsi tutti
-spaventoso! – al suo spettacolo. Finalmente ritrovò un po’ di pace; più di quanta ne
avesse goduta da quindici giorni: si senti troppo debole anche soltanto per chiedersi
come sarebbe andato lo spettacolo. Credette in seguito di aver dormito un’ora; ma
ammesso che così fosse, intuì che era ancor troppo presto per tornare a teatro. Si
sedette vicino alla lampada e tentò di leggere un breve compendio della vita di un
grande statista inglese, in un volumetto che faceva parte di una collana: gli parve un
lavoro brillante, ben fatto, e si chiese se non fosse quella la scelta cui avrebbe dovuto
attenersi: non la carriera dell’uomo politico, ma l’arte delle biografie brevi. Si rese
conto all’improvviso che doveva affrettarsi se voleva ancora arrivare in tempo al
teatro: erano le undici meno un quarto. Si buttò fuori di casa e, questa volta, prese un
calessino leggero – negli ultimi tempi aveva speso tanti quattrini in carrozze di piazza
da accrescere in lui la speranza che i profitti della nuova produzione sarebbero stati
cospicui. Fu di nuovo preso dall’ansia, da un senso di attesa frenetica e, mentre il
calessino lo portava – questa volta velocemente – verso il «Renaissance», l’alternarsi
di stati d’animo diversi lo fece quasi star male. Appena varcata la soglia del teatro, la
prima persona che gli si fece incontro – un qualche inserviente – gli gridò con quanto
fiato aveva: «La cercano, signore, la cercano!» Quel grido gli sembrò quanto mai
sinistro; fissò l’uomo con occhi sbarrati, in attesa che si tradisse: voleva fargli sapere
che lo ricercavano per condannarlo a morte? Qualcun altro lo spinse, lo cacciò avanti:
eccolo già sul retroscena. Divenne conscio allora di un suono più o meno continuato,
ma che a lui sembrò debole e lontano e che sulle prime scambiò per le voci degli
attori, filtrate attraverso le pareti di tela della bella sala allestita per l’ultimo atto. Ma
gli attori erano lì, fra le quinte, e lo circondarono; il sipario era calato ed essi se ne
ritraevano dopo essersi mostrati alla ribalta. Avevano avuto la chiamata – e anche lui
era chiamato – tutti lo stavano acclamando con grida di «Fuori! Fuori l’autore!»
Wayworth era terrorizzato, non aveva la forza di uscire: non credeva nella sincerità di
quell’applauso che giungeva al suo orecchio così attutito da sembrare tiepido.
– È andata? È proprio andata? – chiese con voce rotta a chi gli stava intorno; e senti
che gli rispondevano «Eccome, eccome!» meccanicamente, in tono che gli parve
menzognero, accompagnato addirittura da risatine beffarde, il ghigno della sconfitta e
della disperazione. Sebbene tutto ciò non durasse che pochi istanti, d’un tratto,
sbucato da chissà dove, gli piombò addosso Loder:
– Per amore del cielo, non li faccia aspettare, se non vuole che smettano!
– Ma non posso farmi vedere solo per questo! – esclamò Wayworth angosciato: gli
pareva che quel rumore fosse già cessato del tutto. Loder lo sospinse afferrandolo per
un braccio; egli oppose resistenza e volse uno sguardo frenetico in cerca di Violet
Grey, che forse gli avrebbe detto la verità. Adesso, dietro quella quinta, si era formato
un capannello di gente dal volto truccato, atteggiato a smorfie grottesche; ma Violet
non c’era, ed era proprio la sua assenza a spaventarlo.
Ne pronunciò il nome in un tono di cui più tardi si penti perché, pensò, li tradiva tutti
e due; e mentre Loder lo spingeva verso il sipario, udì qualcuno che diceva: – Dopo la
prima chiamata è scomparsa. «Una chiamata l’ha avuta, allora» questo fu il pensiero
costante del giovane, ritto per un momento nel bagliore accecante delle luci della
ribalta a fissare senza vederlo il grande ferro di cavallo popolato da una folla
indistinta. Ora gli applausi con cui venne salutato gli parvero troppo fragorosi per i
suoi meriti e troppo deboli per i suoi desideri, ma cessarono presto; ebbe la
sensazione che passasse parecchio tempo prima di riuscire a sua volta ad afferrare
l’impresario per un braccio e gridargli con voce ormai rauca: – Ma allora è andata, è
andata davvero?
Mr Loder gli rivolse un’occhiata dura e un attimo dopo rispose: – La commedia in sé è
ottima!
Wayworth pendeva dalle sue labbra. – E allora, che cos’è che non va?
– Dobbiamo fare qualche cosa per Miss Grey.
– Che le è successo?
– Non vive la sua parte!
– Intende dire, che non ce l’ha fatta?
– No, accidenti: non ce l’ha fatta.
Wayworth sgranò gli occhi. – Allora, come fa a dire che la commedia è ottima?
– Oh, la salveremo, la salveremo.
– Ma dov’è Miss Grey? Dove diavolo si è cacciata? – chiese il giovane.
Loder gli afferrò il braccio mentre l’altro stava voltandosi ancora in cerca della
protagonista. – Non si preoccupi di lei adesso: lo sa!
Wayworth venne avvicinato nello stesso momento da un signore che conosceva come
un amico di Mrs Alsager: l’aveva notato nel palco della signora. Era là appunto che
Mrs Alsager attendeva l’autore di quel dramma di successo; desiderava vivamente che
la raggiungesse per conferire con lei. Wayworth volle prima rassicurarsi che Violet
avesse davvero lasciato il teatro, e una delle attrici lo informò con certezza che
l’aveva vista gettarsi addosso un mantello senza cambiarsi d’abito; poco dopo apprese
che si era subito infilata, insieme alla zia, in una carrozza. Wayworth si era
ripromesso d’invitare a cena in casa sua mezza dozzina di persone fra cui Miss Grey e
la sua anziana parente; ma lei si era rifiutata in anticipo di prendere qualsiasi impegno
(sarebbe stato tremendo mantenerlo se avesse fatto fiasco) e il suo comportamento
aveva mandato a monte l’allettante programma. Lui l’aveva accusata di eccessivo
puntiglio, ma lei era stata irremovibile. Il messaggero inviato da Mrs Alsager gli fece
sapere che era atteso per cena a Grosvenor Place e, mezz’ora dopo era seduto a quella
tavola, fra gente che si complimentava con lui, tra fiori e tappi che saltavano, e
gustava il primo pasto regolare dopo una settimana. Mrs Alsager l’aveva accolto nella
sua vettura, gli altri erano arrivati con mezzi propri. Non appena la sua ospite ebbe
cominciato a parlargli della straordinaria impressione che la sua commedia aveva
fatto su ciascuno di loro, egli la interruppe brusco, inchiodandola sul problema di
Violet Grey. Aveva rovinato il dramma, l’aveva falsato, maltrattato – era stata un
disastro – o in qualche modo aveva dimostrato una certa bravura?
– Senza dubbio la rappresentazione sarebbe risultata migliore se migliore fosse stata
lei, – ammise Mrs Alsager.
– E anche il testo avrebbe figurato meglio, se migliore fosse stata la recitazione, -concluse cupamente Wayworth dall’angolo della vettura.
– Fa quello che può: ha dimostrato talento, molta grazia. Ma non riesce a vedere Nona
Vincent. Non capisce il tipo, non ne coglie l’identità… non vede la donna che aveva in
mente lei scrivendo. Ne resta al di fuori, non la impersona.
– Oh, la donna che avevo in mente io…! – esclamò il giovane guardando i lampioni di
Londra che gli sfilavano accanto. – Se soltanto avesse conosciuto lei! soggiunse,
mentre la carrozza si fermava e, oltrepassata la soglia di casa, concluse, rivolto alla
sua amica: – Vede bene che non mi consentirà mai di affermarmi.
– La perdoni, sia buono con lei! – intercedette Mrs Alsager.
– La ringrazierò e basta. La commedia può andare al diavolo.
– Se ci andasse… se davvero ci andasse… – iniziò Mrs Alsager col suo puro sguardo
posato su di lui.
– Ebbene, se andasse?
Ella non potè rispondere perché gli altri invitati irruppero tutti insieme nella sala, ma
ebbe appena il tempo di dirgli: – Non deve andare al diavolo!
Wayworth si ritirò prima degli altri, in preda ad un desiderio incontrollato di recarsi a
Notting Hill quella sera stessa benché fosse già tanto tardi; era ossessionato dal
pensiero che Violet Grey avesse ormai misurato il suo insuccesso. Ma, quando
raggiunse la strada, si lasciò guidare da un ripensamento; il destarla alle due di notte
bussando alla porta difficilmente l’avrebbe calmata.
Nei sei giornali che sfogliò al mattino non trovò un solo elogio per lei. I critici si
mostravano assai favorevoli al dramma, ma erano unanimi nel dichiararsi delusi dalla
giovane attrice che pure, nelle precedenti prove, aveva lasciato bene sperare e che, in
questa occasione, portava il peso di gravi responsabilità. Si chiedevano in coro che
cosa le fosse accaduto e altrettanto in coro dichiaravano che l’opera, su cui si
potevano formulare buoni auspici, perdeva valore (usavano tutti lo stesso termine) a
causa della discrepanza tra personaggio e interprete. Wayworth si recò di buon’ora a
Notting Hill, ma non portò i giornali con sé; c’era da scommettere che Violet Grey li
avesse mandati a comprare alle prime luci dell’alba alimentando così
abbondantemente il suo tormento.
Rifiutò di vederlo: mandò soltanto da basso la zia a dire che si sentiva molto poco
bene e non sarebbe stata in grado di recitare la sera se non la si fosse lasciata
tranquilla a letto per tutta la giornata Wayworth s’intrattenne un’ora con la vecchia
signora: una persona che capiva tutto e alla quale poteva parlare con franchezza. Gli
fece un quadro commovente delle condizioni della nipote, un quadro reso tanto più
vivo dalla semplicità delle parole con cui venne tracciato. – Sente che non è a posto,
capisce? Sente che non va.
– Le dica che non importa… che non importa niente! – disse Wayworth.
– E lei ha tanto orgoglio, lo sa! – esclamò l’anziana signora.
– Le dica che io sono più che soddisfatto, che l’accetto con gratitudine così com’è.
– Dice che fa del danno alla sua commedia, che la rovina, – rincarò l’interlocutrice.
– Migliorerà, migliorerà moltissimo; riuscirà a entrare nel personaggio, replicò il
giovane.
– Migliorerebbe se sapesse come fare… ma lei dice di non saperlo. Lei ha dato tutto
quello che può, ma non capisce cosa si pretende da lei.
– Ciò che le chiedo è semplicemente di continuare così, e avere fiducia in me.
– Come può avere fiducia in lei quando sa che sta per perderla?
– Perdermi? – esclamò Wayworth.
– Lei non la perdonerebbe mai se dovessero togliere dal cartellone la sua commedia.
– Terrà il cartellone sei mesi, – affermò l’autore dell’opera. La vecchia signora gli posò
una mano sul braccio. – Che cosa farebbe per mia nipote se così fosse?
Egli fissò un istante la zia di Violet Grey. – Ha detto che ha molto orgoglio, non è
vero?
– Troppo per questa professione tremenda.
– Allora non gradirebbe che lei mi facesse questa domanda, -rispose Wayworth
alzandosi.
Rincasando, si senti molto stanco e, per uno cui era consentito pensare di aver
mietuto un successo, la giornata trascorsa era stata notevolmente tetra. L’irrequietezza
era scomparsa e ora si sentiva in preda alla sfinimento, alla depressione. Si
abbandonò nella sua vecchia poltrona accanto al fuoco e vi rimase per ore ad occhi
chiusi. Entrò la padrona di casa a portargli la colazione, ma lui finse di dormire per
evitare che gli rivolgesse la parola. C’è da credere che fosse finalmente colto dal
sonno, perché verso l’ora in cui cominciava a calare la sera, ebbe la sensazione
straordinaria di ricevere una visita, un’impressione che non poteva accordarsi con una
coscienza vigile. Nona Vincent, in carne ed ossa, la protagonista viva della sua
commedia, si levò davanti a lui nella stanza silenziosa e gli si sedette vicino presso il
tenue focherello. Non era Violet Grey, non era Mrs Alsager, non era nessuna donna
che mai avesse incontrato sulla terra, né il simulacro di qualcuno venuto ad offrirgli
amicizia o pentimento. Eppure, indicibilmente bella e consolatrice, gli riusciva più
famigliare di qualunque altra donna conosciuta da vicino. Riempiva della sua
presenza la povera stanza, soave come un effluvio d’incenso. Era tranquilla e
affettuosa come una sorella, né la sua presenza destava in lui stupore. Non gli era mai
accaduto nulla di più reale, nulla, in certo senso, di più rassicurante. Senti la mano di
lei posarsi sulla sua: tutti i suoi sensi sembravano tesi a ricevere un messaggio. Ebbe
la curiosissima impressione di trovarsi di fronte alla sua creatura e, al tempo stesso,
alla sua ispiratrice che gli offriva la più felice consapevolezza di successo. Se nella
luce rosata riflessa dal camino, gli appariva tanto affascinante nelle vesti di un chiaro
colore indefinibile, era perché lui l’aveva creata così, e d’altro canto, se si sentiva
sollevato dal peso che gli gravava sul cuore, era perché lei lo aveva liberato. Quando
chinò su di lui i suoi grandi occhi profondi, essi sembravano esprimere certezza e
libertà, prospettandogli il futuro come un verde giardino. Sorrideva di tanto in tanto,
dicendogli: «Sono viva, viva, viva!» Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse
rimasta con lui; ma quando la padrona di casa incespicando entrò nella stanza per
portargli il lume, Nona Vincent non c’era più. Wayworth si stropicciò gli occhi; mai
aveva fatto un sogno così vivo e intenso. E mentre si alzava pigramente dalla
poltrona, provò una tacita profonda felicità – la felicità dell’artista – nel considerare
quanto aveva avuto ragione nel crearla così simile a lei stessa. Era venuta per
dimostrarglielo. Tuttavia, passati cinque minuti, si senti talmente confuso che
richiamò la padrona: voleva rivolgerle una domanda. Quando la donna ricomparve, la
domanda stentò a formularsi, per venire infine articolata così:
– È venuta qui una signora?
– Nossignore, nessuna signora.
La donna pareva leggermente scandalizzata.
– Non è venuta Miss Vincent?
– Miss Vincent, signore?
– Sa, la signorina della mia commedia…
– Ah, il signore intende dire Miss Violet Grey!
– No, non voglio affatto dire lei. Volevo dire Mrs Alsager.
– Non c’è stata nessuna Mrs Alsager, signore.
– Né un’altra che le assomigli?
La donna lo guardò come chiedendosi che cosa gli fosse preso. Poi in tono risentito,
domandò: – Perché non dovrei dirglielo, se ci fossero state visite per lei, signore?
– Forse avrà pensato che stessi dormendo.
– Infatti dormiva, signore, quando sono salita con la lampada… e l’aveva ben meritato,
Mr Wayworth!
Un’ora dopo la padrona tornò a portargli un telegramma: Wayworth aveva appunto
iniziato a vestirsi per andare a cena al suo club e passare poi in teatro.
– Mi guardi bene stasera e non mi avvicini prima della fine.
Con queste parole Violet gli comunicava i suoi desideri per la sera. Egli obbedì alla
lettera e la osservò dal fondo di un palco. Non aveva elementi di confronto con la
recitazione dell’attrice la sera precedente, ma ciò che vide in quelle magiche ore lo
riempi d’ammirazione, di gratitudine. Questa volta ella era entrata nel suo ruolo; si
era ripresa, si era immedesimata nel personaggio; ogni gesto era felicemente
appropriato. Fresco della recente apparizione di Nona, era adesso in condizioni di
poter giudicare e ogni giudizio lo faceva esultare. Era travolto dalla commozione e
inoltre curiosissimo di sapere che cosa le fosse accaduto, per quale insondabile
mistero dell’arte ella fosse riuscita in così poche ore ad operare un mutamento tanto
radicale. Durante gli entr’actes non si mosse; sarebbe andato a parlarle soltanto alla
fine; ma prima che il dramma fosse a metà l’impresario irruppe nel suo palco.
– È prodigioso quello che sta combinando, – esclamò Mr Loder, quasi più sbalordito
che compiaciuto. – Si è impegnata in un’interpretazione del tutto nuova, un salto
mortale nel vuoto, che Dio la benedica!
– È molto diversa? – chiese Wayworth, condividendo lo stupore dell’altro.
– Diversa? Quanto Iperione da un satiro! È maledettamente brava, ragazzo mio!
– Maledettamente brava, – ripetè Wayworth, – e in chiave completamente differente da
quella delle prove!
– La terrò in cartellone sei mesi! – dichiarò l’impresario; e di nuovo si precipitò nelle
vicinanze dell’attrice, lasciando Wayworth con la precisa sensazione di essersi ormai
affermato. A Violet Grey il pubblico tributò un enorme successo personale.
Quando, calato il sipario, egli si portò dietro le quinte, dovette aspettarla; si fece
vedere solo al momento in cui fu pronta per lasciare il teatro. Comparve allora
insieme alla zia, che si era trattenuta nel camerino con lei. La giovane gli passò
davanti con passo rapido, facendogli segno di non parlare finché non fossero stati
fuori dal teatro. Wayworth notò che era eccitatissima, come trasportata al di sopra del
suo normale livello artistico.
– Deve venire a cena con noi, – gli disse l’anziana signora, – è già tutto preparato -.
Avevano una carrozza con uno strapuntino aggiunto ed egli vi salì con loro. Passò
molto tempo prima che l’attrice si decidesse a parlare. Si appoggiò all’indietro nel suo
angolino, senza profferire parola ma continuando a trarre brevi profondi sospiri, come
un mare che si acqueti: gli occhi scintillanti di trionfo rilucevano nel buio. Presa dalla
soggezione e forse da un senso di discrezione – la zia taceva, e Wayworth era
sufficientemente felice per poter aspettare. In verità dovette aspettare finché non
scesero a Notting Hill, dove la buona zia andò a vedere se tutto fosse pronto per la
cena.
– Sono stata più brava, sono stata più brava! – affermò Violet Grey, deponendo il
mantello nella piccola sala di soggiorno.
– È stata perfetta. Sarà così ogni sera, nevvero?
Gli sorrise: – Ogni sera? È difficile che succeda un miracolo al giorno!
– Che intende dire con miracolo?
– Ho avuto una rivelazione.
Wayworth la guardò attonito.
– A che ora?
– All’ora giusta, questo pomeriggio. Giusto in tempo per salvarmi… e salvare lei.
– Verso le cinque? Intende dire che ha ricevuto una visita?
– È venuta a trovarmi. È rimasta due ore con me.
– Due ore? Nona Vincent?
– Mrs Alsager -. Il sorriso di Violet Grey si fece ancor più misterioso. – È la stessa
cosa.
– E come ha fatto Mrs Alsager a salvarla?
– Mi ha permesso di guardarla, di ascoltarla mentre mi parlava. Mi ha consentito di
conoscerla.
– E che cosa le ha detto?
– Cose buone, gentili, incoraggianti, intelligenti.
– Ah, che cara persona! – esclamò Wayworth.
– Dovrebbe volerle bene, lei le vuole bene. Era… era proprio la persona di cui avevo
bisogno, – soggiunse l’attrice.
– E cioè, le ha parlato di Nona?
– Mi ha detto che, a giudizio dell’autore, Nona doveva somigliare a lei stessa. E infatti
le assomiglia: è una donna squisita.
– È davvero squisita, – ripetè Wayworth. – Le ha suggerito come recitare?
– Oh, no: mi ha detto solo che, se guardarla poteva aiutarmi, lei ne era felice. E io ho
sentito che mi aiutava veramente. Non so che cosa sia avvenuto… È stata seduta qui,
nient’altro, mi ha tenuto la mano sorridendomi… Aveva un tatto, una grazia, tanta
bontà e bellezza che ha quietato il mio nervosismo, ha illuminato la mia fantasia.
Sembrava in certo modo volermi far dono di tutto. Ho accettato il dono, oh sì, l’ho
accettato. L’ho tenuta davanti a me, ne ho assorbito ogni tratto, ogni gesto. Per la
prima volta, da quando ho studiato la parte, avevo davanti a me il modello, dovevo
semplicemente riprodurlo. Mi sono sentita tornare tutto il coraggio e con esso tante
altre sensazioni mai provate prima. Lei era diversa: era deliziosa, gliel’ho detto: una
rivelazione. Mi ha baciata andando via e può ben immaginare se non ho ricambiato il
bacio! Sentivamo grande affetto l’una per l’altra, ma è a lei che vuol bene! concluse
Violet Grey.
Mai in vita sua Wayworth si era sentito tanto eccitato e confuso al tempo stesso.
Disse che sarebbe andato l’indomani a trovare Mrs Alsager. E lo fece, ma sulla porta
del palazzo gli dissero che la signora era ritornata a Torquay. Vi rimase tutto l’inverno
e tutta la primavera, e quand’egli la vide di nuovo, il suo dramma teneva il cartellone
già da duecento sere e lui aveva sposato Violet Grey.
I suoi lavori ottengono talvolta successo, ma sua moglie non vi recita, né recita in
altri. Alle rappresentazioni è quasi sempre presente Mrs Alsager.