SIR DOMINICK FERRAND

golemcuccia

I.
«Ci sono parecchie obiezioni da fare, ma, se lo modifica, lo accetto», aveva detto la
breve nota di Mr Locket; né le parole si sprecavano nel poscritto, in cui aveva
aggiunto: «Se passerà a trovarmi, le mostrerò ciò che intendo». Questa
comunicazione aveva raggiunto Jersey Villas con la prima posta, e a Peter Baron era
rimasto appena il tempo d’ingoiare il suo coriaceo panino prima di mettersi in moto
per ottemperare all’ordine del direttore. Sapeva che tanto precipitarsi poteva denotare
uno stato d’animo affannoso, ed egli non aveva la minima voglia di mostrarsi
affannato: non era nel suo interesse. Ma come mantenere una calma olimpica in
omaggio ai propri principi, quando per la prima volta una grande rivista aveva
accettato, sia pure con crudele riserva, un prodotto del suo fervido intelletto
giovanile?
Solo allorché, nella sua carrozza di terza classe – simile a un fanciullo che si accosta
una conchiglia all’orecchio – cominciò a rendersi conto del gran fragore della
«sotterranea», si senti pungere fin nell’intimo dalla crudeltà di quella riserva come da
un odore acre di fumo. Era davvero meschino mostrarsi preoccupato davanti alla
necessità di dover apportare delle modifiche. Peter Baron cercò in quel momento di
immaginare se stesso non in atto di correre, tradendo così il suo estremo bisogno, ma
di affrettarsi a scendere in campo in favore di alcuni di quei passi particolarmente
arditi su cui senza dubbio il direttore della «Rassegna di Miscellanea» si sarebbe
accanito. Finse – sia pure davanti al sudicio compagno di viaggio che gli sedeva di
fronte – di sentirsi indignato; ma capì che, ai piccoli occhi tondi del suo ancor più
bistrattato fratello, egli impersonava l’egoista di successo. Avrebbe voluto soffermarsi
sull’idea che «Miscellanea» lo aveva «convocato»; tuttavia, qualunque giudizio si
fossero fatti di alcuni suoi voli di fantasia alla redazione del periodico, il suo
ricorrente sospetto di venir considerato in quell’ufficio un noto rompiscatole non
mancava di convinzione. L’unica cosa chiaramente lusinghiera era il fatto che la
«Miscellanea» ben di rado pubblicava narrativa: Baron doveva dunque essere stato
oggetto di una deviazione da un metodo severo, e questo l’avrebbe più che
compensato di una frase contenuta in uno dei precedenti inesorabili biglietti di Mr
Locket, una frase che gli bruciava ancora, a proposito dell’assenza in lui di qualsiasi
sintomo di facoltà veramente creativa. «Lei sembra incapace di tener insieme un
personaggio», aveva osservato in un altro punto l’impietoso revisore. Mentre il treno
si fermava, Peter Baron, seduto nel suo angolo, considerò nella luce a gas resa più
fioca dalla nebbia il livello letterario offerto dal chiosco di libri, e si chiese quale
personaggio fosse crollato in pezzi questa volta. In verità gli era sempre apparso un
destino crudele quello di saper creare col cervello senza possedere una penna
adeguata.


Sarà tuttavia opportuno ricordare che, prima di partire per il suo incontro con Mr
Locket, l’attenzione di Baron era stata trattenuta per un certo tempo da un episodio
verificatosi a Jersey Villas. Uscendo di casa (egli abitava al n. 3, la cui porta si apriva
su un giardinetto prospiciente la strada), aveva incontrato la signora che, da una
settimana, era l’inquilina delle stanze al pianterreno, i cosiddetti «studioli» secondo la
terminologia di Mrs Bundy. Due o tre volte ne aveva udito la voce dalla finestra;
l’aveva anche veduta entrare e uscire, e questa osservazione aveva destato nella sua
mente un giudizio vagamente favorevole nei suoi confronti. Tale giudizio in verità era
il risultato di un intenso esame; era apparso abbastanza evidente che ella aveva un
passo leggero, ma non meno degno di considerazione era il fatto che possedesse un
pianoforte verticale. Aveva inoltre un bambinetto, e una voce dolcissima: Peter Baron
ne aveva colto l’inflessione, non dal canto (suonava soltanto), ma dalle gaie
ammonizioni rivolte al figlio, al quale permetteva ogni tanto di divertirsi -entro limiti
pubblicamente codificati – nel fazzoletto di terra nera posto a mo’ di cortile davanti a
ogni casa, e che, nella squallida schiera di costruzioni, passava per un abbellimento.
Jersey Villas era una strada di villini che si ergevano a due a due, semistaccati uno
dall’altro. Mrs Ryves – questo il nome con cui la nuova inquilina si era presentata -era stata ammessa nella casa nella sua qualità di musicista dichiarata. Mrs Bundy,
l’austera proprietaria del n. 3, che considerava i suoi «studioli» (erano di quattro metri
quadri) ancor più attraenti – se possibile – del secondo piano di cui doveva
accontentarsi Baron – Mrs Bundy, che si riservava la stanza di soggiorno per un
lavoro saltuario di sarta, aveva già sviscerato l’argomento della nuova inquilina col
nostro giovanotto, facendogli notare che l’affetto ch’essa gli portava stava a
dimostrare le sue preferenze – a parità di condizioni – per gli inquilini dotati
d’ingegno.
Era questo il caso di Mrs Ryves, che aveva convinto Mrs Bundy di non essere una
strimpellatrice qualunque. Mrs Bundy aveva confidato a Peter Baron che, per quanto
la riguardava, una bell’arietta lei l’ascoltava volentieri, e Peter aveva risposto con
franchezza di avere un orecchio non meno sensibile. Tutto sarebbe dipeso dal «tocco»
della loro coabitante: se la mano della pianista si fosse rivelata pesante, o le scelte
volgari, il pianoforte di Mrs Ryves gli avrebbe rovinato l’esistenza: se invece avesse
suonato con garbo musica gradevole, gli avrebbe anzi reso un servizio durante le sue
pipatine. Mrs Bundy, cui stava a cuore affittare le proprie stanze, si rendeva garante
per conto dell’estranea di un talento di prim’ordine, e Mrs Ryves, che evidentemente
sapeva molto bene il fatto suo, non aveva smentito l’alquanto affrettata predizione.
Non suonava mai di mattina, quando Baron lavorava; nelle altre ore egli si trovava ad
ascoltare con piacere quelle melodie discrete e malinconiche. In effetti, pur
intendendosi assai poco di musica, l’unica critica che Baron avrebbe mosso all’idea
che di essa nutriva Mrs Ryves, era quella di sembrare troppo incline al lugubre.
Queste melodie, però, non gli riuscivano sgradite: al contrario, si levavano nell’aria
come una sorta di risposta consapevole a certe sue meditazioni, certi dubbi.
L’armonia sarebbe dunque regnata sovrana se non fosse intervenuto a turbarla il
singolare cattivo gusto del n. 4. Il pianoforte di Mrs Ryves poggiava contro il lato
esterno della casa e, secondo Mrs Bundy, nessuno poteva trovarvi a ridire, salvo il
loro coabitante, persona così ragionevole. Ma altrettanto non si poteva dire del
signore del n. 4, il quale non aveva neppure l’attenuante di essere uno «studiato»
come Mr Baron, e possedeva un mastino e cinque cappelli (tutta la strada li aveva
contati); e, a sentire Mrs Bundy, si sarebbe detto separato dal fastidioso strumento da
pareti e corridoi, ostruzioni e intercapedini di struttura massiccia e favolosa
estensione. Questo signore aveva assunto un atteggiamento entrato ormai nella fase di
scambio di lettere in vista di transazione: tutti i vicini più immediati erano però
dell’opinione che non avesse un argomento valido da accampare e, per quanto vaghi
fossero i sentimenti di Jersey Villas su qualsiasi argomento, non lo erano di sicuro
circa i diritti e i torti delle padrone di casa.
Quando Peter Baron era uscito, c’era in giardino il bimbetto di Mrs Ryves: anche sua
madre era venuta fuori in quel momento – si sarebbe detto – a capo scoperto, per
assicurarsi che il piccino non facesse guai, e si era messa ad esaminare con lui i rischi
in cui poteva incorrere passando un pezzo di spago intorno a una delle sbarre di ferro
per fingere di tenere le redini di un «gigì» (cavallo). Accadde però che, alla vista
dell’altro pigionante, il bambino ebbe un’intuizione più acuta del soggetto da guidare,
e corse incontro a Baron agitando le briglie e gridando: «Oppa, gigì!» in modo tale da
provocare una sorta di leggiadro imbarazzo nella madre. Baron accolse la richiesta
del piccino ponendoselo sopra una spalla e fingendo per un istante di galoppare; così
che, alla fine della scenetta per la quale non occorsero che pochi secondi, il giovane si
senti già presentato a Mrs Ryves. Il sorriso di lei lo colpi per il suo fascino:
impressioni del genere abbreviano molti passi.
– Oh, grazie! – gli disse, – ma non gli permetta di disturbarla- ; e poi, mentre Baron
posava a terra il bambino e si levava il cappello volgendosi per andar via, soggiunse:
– Lei è molto buono a non lagnarsi del mio pianoforte.
– Ne traggo un diletto particolare: lei suona magnificamente, – rispose Peter Baron.
– Io devo suonare, capisce: è tutto ciò che so fare. Ma i vicini non approvano, sebbene
la mia stanza, come lei sa, non sia attigua al loro muro. Perciò la ringrazio: mi
autorizza a dir loro che, qui nella casa, lei non mi considera un’importuna.
Aveva un’aria gaia e gentile nel parlare, e mentre gli occhi del giovane si posavano su
di lei, la sopportazione per la quale Mrs Ryves si diceva debitrice sembrò a lui la
minima delle indulgenze su cui ella avesse il diritto di contare. Tuttavia Baron si
accontentò di sorriderle dicendo: – Oh no, lei non è un’importuna! – La presentazione
era stata così più che completa.
A questo punto il bambino – un bel maschietto – reclamò a gran voce un’altra
cavalcata e, per quietarne gli ardori, la madre stessa lo prese in collo. Rimase lì, col
bimbo tra le braccia, mentre l’esuberante piccino le infilava le dita fra i capelli, talché,
nel sorridere a Baron, ella scosse dolcemente e indulgentemente la testa per
liberarsene.
– Se proprio ne fanno un dramma, dovrò andarmene, – soggiunse.
– Oh, non se ne vada! – proruppe Baron con tanto improvviso calore che la sua voce,
giungendogli all’orecchio, gli parve appartenere a un altro.
Mrs Ryves uscì in un’esclamazione vaga, e con un leggero – ma non scontroso – cenno
del capo si ritirò in casa. Aveva prodotto sul suo interlocutore un’impressione che
rimase in lui fino al suo arrivo in stazione: allora essa fu sopraffatta dal pensiero
dell’imminente colloquio con Mr Locket. Il che stava a dimostrare l’intensità di
quell’interesse. Il sapore rimasto in bocca a Peter Baron dopo l’incontro con l’editore
non fu meno intenso. Dopo aver trattato a fondo la questione con Mr Locket, se n’era
venuto via col suo manoscritto sotto il braccio, e ora si sentiva in uno stato di
esaltazione simile a un senso di trionfo. In verità sulle prime gli riuscì di vedere la
cosa sotto questa luce. Mr Locket aveva dovuto ammettere che, nel racconto, un’idea
c’era, e già questo era un tributo di cui Baron poteva andar fiero; ma c’era anche una
scena che urtava la coscienza del direttore, e che il giovane aveva promesso di
riscrivere. Quell’idea che Mr Locket s’era degnato di rilevare poggiava
essenzialmente, per amore di chiarezza, su quella scena; era dunque facile
comprendere come la sua obiezione fosse fuori luogo. Questa convinzione dava
probabilmente esca alla serenità di Peter Baron diretto verso casa,recante un
contributo alla rivista che si lusingava di considerare accettato.
Fece la strada a piedi per calmare la sua eccitazione e pensare al modo di riscrivere il
pezzo. Camminò per un buon tratto senza venire a capo di nulla; poi, quando la cosa
incominciò a preoccuparlo, si mise a guardare distrattamente le vetrine in cerca di
soluzioni, di suggerimenti. Mr Locket abitava nel cuore di Chelsea, in una graziosa
casetta rivestita di legno, e Baron prese la via di casa passando da King’s Road. La
passeggiata mattutina per Londra gli procurò uno svago nuovo, un rimescolio più
intenso. Di solito, queste ore mattutine le passava a tavolino, nella posizione goffa
impostagli dal povero mobiletto – tipico esemplare dell’arredo del secondo piano di
Mrs Bundy – che doveva funger da altare al suo sacrificio letterario. Se
eccezionalmente gli capitava di uscire quando il giorno era giovane, aveva notato che
la vita stessa gli pareva più giovane: c’erano occasioni più immediate di cui avvalersi,
e giovani, rosee commesse, da guardare: c’era nelle strade un’aria diversa e
l’osservatore di costumi vi avrebbe colto qualche scenetta di commercio minuto.
Soprattutto era quella l’ora in cui il povero Baron faceva acquisti, tutti frutto di una
mente svagata; per qualche misteriosa ragione le sue prodigalità erano tutte mattutine,
e aveva il presentimento che, se si fosse rovinato, ciò sarebbe accaduto ben prima di
mezzogiorno. Quella mattina si sentiva in vena di sperperi grazie a ciò che la
«Miscellanea» avrebbe fatto di lui: aveva perso di vista, per il momento, ciò che a lui
toccava fare per la rivista. Davanti ai vecchi negozi di libri e di stampe – vetrine
zeppe di piccoli antiquari e allettanti mostre di mogano restaurato – Baron era solito -come per un giuoco innocente – abbandonarsi a follie di lusso. Riammobiliava
l’alloggio di Mrs Bundy con una liberalità che a lei non costava nulla e si perdeva in
visioni di un secondo piano trasfigurato. Quel giorno in particolare King’s Road si
mostrò di una dispendiosità quasi senza precedenti. In effetti questa occasione
differiva dalla maggior parte delle altre, poiché conteneva il germe di un pericolo
reale. Per una volta si sentì rimordere la coscienza: fu tentato di derubare se stesso.
Non poteva vedere una scrivania comoda, con spazio per appoggiare il gomito,
fornita di cassetti, e una bella superficie di pelle con eleganti incisioni dorate ai bordi,
senza rievocare il ciarpame delle camere di Mrs Bundy. A King’s Road di scrivanie
del genere ce n’erano parecchie; quel giorno poi sembravano particolarmente
numerose. Peter Baron le adocchiava tutte attraverso le vetrine dei negozi, ma ve ne
fu una che lo trattenne in estatica contemplazione. Il bel tono sicuro che ne spirava
pareva offrire garanzia di capolavori; tuttavia, quando finalmente si decise ad entrare
e – tanto per darsi un po’ di coraggio – ne chiese l’inabbordabile prezzo, la cifra
indicata dal loquace commesso lo beffò più di quanto si sarebbe aspettato. Era
assolutamente troppo caro, dichiarò Baron, e fu sul punto di concludere la commedia
battendo in meditabonda ritirata, quando il negoziante richiamò la sua attenzione su
un altro articolo pressappoco dello stesso genere: a detta del mercante, per ciò che il
mobile valeva, era quanto mai conveniente. Era un pezzo antico, proveniente da una
vendita di campagna, e già da qualche tempo si trovava in magazzino, ma era stato
spostato fuori vista in una delle stanze superiori, vera miniera di tesori: per
combinazione era emerso alla luce appena di recente. Peter si lasciò condurre in un
interminabile corridoio semibuio, e di lì a poco si trovò chino sopra uno di quei tavoli
massicci e quadrati in mogano stagionato, sostenuto – grazie a due gambe anteriori -da una specie di basamento rientrante fornito di cassettini e altre piccole comodità,
uno di quei mobili insomma noti da tempo immemorabile ai conoscitori col nome di
«ribaltine». Questo esemplare aveva visibilmente combattuto le sue battaglie, ma
prometteva una solidità d’altri tempi, e a Peter Baron andò inaspettatamente a genio.
Sulle prime avrebbe detto che un mobile del genere era proprio quello di cui non
aveva bisogno; ma quando il bottegaio gli accostò una sedia, ed egli si sedette
appoggiando i gomiti sul piano leggermente inclinato della solida ampia ribalta, ebbe
l’impressione che, con una simile base, la battaglia per la letteratura sarebbe stata
vinta per metà. Sollevò lo sportello, guardò intenerito nel capace interno, e mantenne
un silenzio sinistro mentre l’altro inopinatamente dichiarava: – È un mobile che amo
io stesso-. Allora, quando l’uomo menzionò il prezzo ridicolo (lo stavano veramente
regalando!) egli meditò sul vantaggio di possedere un altare letterario sul quale
accendere davvero un fuoco. Una ribaltina era un compromesso, ma, dopo tutto, che
cos’era la vita se non un compromesso? Poteva indurre il mercante ad abbassare il
prezzo – e da Mrs Bundy era costretto a scrivere su un tavolino da gioco. Dopo essere
rimasto seduto per un momento alla simpatica scrivania, ebbe la curiosa impressione
di poterle confidare un paio di segreti – uno dei segreti di forma, uno dei misteri
sacrificali -, benché il curriculum letterario del mobile fosse stato letterario soltanto
nel senso di aver aiutato qualche vecchia signora a scrivere inviti per pranzi noiosi.
Esalava da quel ricettacolo uno strano leggero effluvio, quasi che un tempo vi fossero
state riposte profumate reliquie. Sollevando il capo dal vano si rivolse al bottegaio:
«Sono disposto a venirle incontro a metà strada». Gente che se ne intendeva gli aveva
detto che era quello il sistema giusto. Si senti piuttosto meschino, ma quella sera la
ribaltina arrivò a Jersey Villas.
II.
– Oserei dire che andrà a finir bene; adesso pare tranquillo, – disse la povera signora
degli «studioli» qualche giorno dopo, a proposito del loro litigioso vicino e della
situazione precaria del suo pianoforte. I due pigionanti avevano fatto regolare
conoscenza, e il piano vi aveva molto contribuito. Così, come col signore del n. 4 lo
strumento era stato oggetto di disputa, allo stesso modo era diventato base di
un’intesa speciale tra Peter Baron e l’occupante degli «studioli», e comunque
argomento di rinnovata conversazione tra loro. Mrs Ryves era così seducente da
infondere in Peter Baron la certezza che, anche non ci fosse stato il piano, egli
avrebbe trovato qualche altro tema di conversazione su cui intrattenersi con lei. Per
fortuna, però, avevano il piano, dal quale lui, perlomeno, traeva il massimo
vantaggio, ora che ne sapeva di più sul conto della vicina. Questa, quando teneva il
suo bel bambino in braccio, con quell’aria di vedova stanca somigliava vagamente a
una Madonna moderna. Caratteristica generale di Mrs Bundy, nella sua qualità di
affittacamere ammobiliate, era un atteggiamento rigoroso nei confronti delle donnine
avvenenti, ma in Mrs Ryves essa aveva riposto la massima fiducia. S’illuminava tutta
all’idea di avere per inquilina una signora, anzi una signora capace di riportarla al
grato ritrovamento di una manifestazione intellettuale per cui proprio lei nutriva una
personale considerazione. Mrs Ryves era una professionista, ma a Jersey Villas si
poteva andar orgogliosi di una professione che, giustappunto, non era quella
sbagliata: vi erano già state tristi esperienze in tal senso. Mrs Ryves disponeva di un
centinaio di sterline all’anno (Baron si domandava come facesse a saperlo Mrs
Bundy; gli pareva improbabile che glielo avesse confidato Mrs Ryves); per il resto
doveva contare sulla sua bella musica. Baron pensava che – per bella che fosse -quella sua musica era un debole sostegno: a stento sarebbe bastata a riempire una sala
da concerto. Sulle prime si era chiesto se la signora suonasse danze popolari a
festicciole infantili, o desse lezioni a signorine che coltivavano uno studio al disopra
della loro condizione sociale.
In verità gli era occorso ben poco tempo per venirne sufficientemente in chiaro. Tutto
si svolse in fretta, perché il bambino riuscì d’aiuto non meno del pianoforte. Sidney
compariva di continuo sulla soglia del n. 3: era socievolissimo e con Peter aveva
stabilito un rapporto autonomo: lo dimostravano le frequenti audaci visite, disopra, a
certi libri illustrati (criticati per non raffigurare tutti «gigì») e a certi bastoni da
passeggio fortunatamente meglio accetti. Anche la finestra del giovane contribuiva
alla loro conoscenza. Attraverso una tendina di mussola inamidata, egli poteva tener
costantemente d’occhio la vicina e spiarne i movimenti più di quanto gli pareva
averne diritto. Egli era capace di timide curiosità, di piccole delicatezze silenziose nei
suoi confronti. Qualche lezione, più che altro locale, Mrs Ryves la dava veramente, e
Peter finiva per sapere più o meno il motivo di ogni sua uscita, o da quale
commissione fosse rientrata. Visite non ne riceveva quasi per nulla, salvo un paio di
vecchie signore per bene e, ogni giorno, la povera sbiadita Miss Teagle, anziana la
sua parte, che veniva – umile e sottomessa – a far da governante al bambino degli
«studioli». La finestra di Peter Baron si era sempre affacciata su un ampio squarcio di
vita, egli pensava, e una delle cose che non aveva cessato di palesargli era che non c’è
nessuno di così povero da non poter esigere, per un compenso di due soldi, i servizi
di qualcuno ancor più povero. Mrs Ryves era una donna che lottava per vivere (anche
se a Baron non piaceva pensarlo), ma per Miss Teagle, persona di pur agiate origini la
cui vita era stata un seguito di diplomi e di umiliazioni, essa stava in cima a un
pinnacolo.
Mrs Ryves, come lo stesso Baron, usciva talvolta con dei manoscritti sotto braccio, e
– ancora più come Baron – quasi sempre li riportava a casa. I suoi vani approcci erano
rivolti ai venditori di musiche: cercava di produrre, di comporre canzoni destinate ad
ottenere successo. Una canzone di successo costituiva un’entrata, ella ebbe a
confidare a Peter una delle prime volte in cui lui riaccompagnò Sidney, blasé e
assonnato, dalla madre. Non fu in una di queste occasioni, ma un’altra volta, quando
egli era entrato in casa di lei senza miglior pretesto se non quello di desiderarlo (lei,
dopo tutto lo aveva virtualmente invitato), fu allora che gli disse che, su mille
canzoni, una sola riscuoteva successo; la tremenda difficoltà era trovare le parole
appropriate. L’adeguatezza del testo era solo una volgare questione di fortuna: c’erano
mucchi di parole bellissime che non servivano proprio a niente. Peter, ridendo,
osservò che, senza dubbio, qualsiasi testo avesse tentato di comporre lui, sarebbe
apparso troppo ricercato… Eppure, solo tre settimane dopo il suo primo incontro con
Mrs Ryves, eccolo seduto alla sua diletta ribaltina (pur conscio di essere pressato da
doveri più urgenti), nell’intento di mettere insieme una filza di versi abbastanza
melensi da fare la fortuna della vicina. La finezza del talento musicale di Mrs Ryves
lo appagava: c’era in esso una nota commovente, la stessa nota commovente che era
nella sua persona.
La ribaltina era una vera delizia dopo sei mesi di quel suo traballante predecessore, e
l’avere, grazie a quel mobile, rinsaldato il proprio stile, non attenuava nel giovane
l’impressione di esserselo procurato con mezzi non del tutto leciti. L’aveva comprato
calcolando in anticipo il compenso che si aspettava da Mr Locket, ma la generosità di
Mr Locket doveva per forza dipendere dalla capacità inventiva del suo collaboratore,
il quale si trovava ora di fronte alle conseguenze del proprio frivolo ottimismo.
Guardato con i gomiti appoggiati allo scrittoio, il frutto della sua fatica mostrava un
volto del tutto intransigente e incorruttibile. Sembrava a sua volta guardare Baron con
aria di rimprovero e giungere a una sua conclusione sostanziale: «Come hai potuto
fare una promessa tanto vile? Come ti sei indotto a dare la tua parola per mutilarmi,
per disonorarmi?» Le modifiche richieste da Mr Locket erano impossibili, le
concessioni al giudizio formulato dal direttore sulla mente ottusa del pubblico
addirittura degradanti. La mente del pubblico! Come se il pubblico avesse una mente
o un qualunque canone di percezione più vivace di quanto non sia lo sguardo vitreo di
un ammasso di pecore! Peter Baron sentiva che toccava a lui stabilire se, per
riscrivere il suo racconto, a fargli difetto non fosse l’ingegno o, piuttosto
semplicemente, l’incapacità di prostituirsi. In verità, se avesse avuto meno orgoglio,
sarebbe stato più abile, e, dotato di maggiore esperienza, si sarebbe mostrato più
saggio. Nella professione letteraria l’umiltà era per metà questione di esperienza, e
metà del successo stava nella rassegnazione. Il povero Peter arrossiva di sofferenza
nel riconoscere che la produzione di una gelida prosa (della quale il suo editore non
sapeva che farsene da un lato, e che egli stesso era ugualmente incapace di utilizzare
dall’altro) non era garanzia di successo. La verità circa il suo sfortunato racconto era
questa: dopo essere riuscito – bene o male – ad assaporare per qualche giorno il gusto
del successo, ora quel gusto si era fatto tanto più amaro.
Quando se ne stava lì seduto, avvilito e scuro in volto, a mordicchiare la penna e a
chiedersi quali fossero i «compensi» della letteratura, di solito finiva col gettare da
una parte la composizione deflorata da Mr Locket e metteva mano a quella specie di
melensaggini che Mrs Ryves avrebbe magari tentato di musicare. Un’esperienza del
genere non era un «compenso» letterario, ma non poteva forse diventare una fatica
d’amore? Lo sforzo compiuto gli sarebbe riuscito gradito se l’avesse gradito la sua
impenetrabile vicina. Tale ella gli appariva adesso: a poco a poco, aveva appreso sul
conto di lei quel tanto che gli bastava ad intuire quanto ancora restasse da apprendere.
Passare le mattine a comporre rime facili per lei era senza dubbio un modo di eludere
il quesito immediato: c’erano però ore in cui il problema gli appariva troppo arduo nel
complesso, ore in cui rifletteva che tanto valeva perir di spada che di fame. Inoltre,
considerare che il suo fallimento non sarebbe stato così completo se fosse riuscito a
mettere insieme qualche canzoncina a cui le musiche di Mrs Ryves avrebbero dato
una certa diffusione, sarebbe stato come affrontare il problema di striscio. Non si era
ancora arrischiato a mostrarle nulla, ma una mattina, in un momento in cui Sidney era
da lui, gli parve, come per ispirazione, di essere giunto a un felice punto intermedio
(era un’arte a sé!) fra musica e significato. Se il significato reggeva era perché le note
gli erano ormai famigliari.
Aveva detto al bambino, al quale aveva sacrificato zucchero d’orzo (benché non di
suo gusto, ne serbava sempre qualche pezzetto in quei giorni), aveva dunque
confidato al piccolo Sidney che, se avesse aspettato un momento, l’avrebbe incaricato
di portare alla mamma una bella cosa. Mentre Peter ricopiava in nitida calligrafia la
canzone, Sidney, assorbito dai fatti suoi, vagava per la stanza, gorgogliante e
appiccicoso. In questo stato se ne venne barcollando come un piccolo ubriaco verso
la parte posteriore della ribaltina, situata a pochi passi dal vano della finestra, e,
siccome gli piaceva accompagnare le sue gioie più intense battendo il tempo,
cominciò a picchiare la superficie di legno con un tagliacarte caduto per caso proprio
su quel punto del pavimento. Nell’istante in cui Sidney si abbandonava a tali
violenze, il suo benevolo amico aveva sollevato la ribalta dello scrittoio e, a testa
bassa, stava frugando tra un mucchio di carte in cerca di una busta adatta. – Ehi, ehi,
ragazzino! esclamò, preoccupato per la patina antica di quel suo bene prediletto.
Sidney smise per un attimo; poi, mentre Peter era ancora a caccia della busta, assestò
un secondo colpo, questa volta con manifesta disubbidienza. Peter, che ne udì il
rumore dall’interno, rimase colpito dalla stranezza del suono, tanto che – abbandonato
per un momento il piccino in preda a una perversa sensazione d’impunità – attese
incuriosito il ripetersi del colpo. Che venne subito, naturalmente, e allora il giovane,
trovata finalmente la busta, si levò di scatto esclamando: – Perbacco, quest’affare ha
un doppio fondo! – Immobilizzò il visitatore imprigionandolo col braccio sinistro
sopra un ginocchio, mentre con la mano libera vergò l’indirizzo sulla missiva a Mrs
Ryves.
Zelante com’era in fatto d’ambasciate, Sidney fu tolto di torno senza difficoltà.
Quando se ne fu liberato, Baron stette un momento in piedi davanti alla finestra a far
tintinnare in tasca monetine e chiavi, mentre si chiedeva se l’affascinante
compositrice avrebbe giudicato le parole per la sua musica belle o – per meglio dire -brutte quanto le giudicava lui. Volse la testa, e l’occhio gli cadde sulla parte posteriore
della ribaltina dove, con suo rincrescimento, tre o quattro segnacci denunciavano
l’aggressione di Sidney. – Accidenti a quel piccolo mostro! – esclamò, come se gli
fosse stato dissacrato l’altare. Si rammentò tuttavia della constatazione a cui
l’oltraggio recato l’aveva indotto e, per un’ulteriore verifica, batté con la nocca un
colpetto sul legno. Da quella posizione il rumore prodotto era abbastanza normale,
ma Peter si confermò nel suo sospetto allorché, di nuovo in piedi accanto alla
scrivania, s’introdusse col capo sotto la ribalta sollevata, e rimase in ascolto mentre,
col braccio teso, batteva un colpo secco nello stesso punto. Il fondo del mobile era
chiaramente cavo: fra le pareti interne ed esterne c’era uno spazio così profondo
(avrebbe saputo dire quanto) che si diede dello sciocco per non essersene accorto
prima. Il ricettacolo, da una parte all’altra, era tanto vasto da sacrificare – senza essere
scoperto – una notevole quantità di spazio, e il sacrificio andava inteso naturalmente
per uno scopo, e lo scopo non poteva essere che quello di creare uno scomparto
segreto. Peter Baron era ancora abbastanza ragazzo per eccitarsi all’idea di un
particolare di questo genere, tanto più che qualsiasi indicazione in merito risultava
abilmente dissimulata. Gli antiquari non se n’erano mai accorti, altrimenti vi
avrebbero richiamato l’attenzione del cliente, magari rincarando il prezzo. Miti e
leggende gli insegnavano che, dove c’è un nascondiglio segreto, c’è sempre una molla
nascosta, e Baron esaminò, premette, tastò nell’ansiosa ricerca del punto nevralgico.
Il mobile era davvero un capolavoro di precisione; ogni particolare vi era inserito con
esattezza tale da mantenerne integro l’aspetto esteriore.
Proseguendo nella ricerca durata parecchi minuti, Baron rifletté che quei bottegai,
dopo tutto, non erano così sciocchi. Avevano ammesso del resto di aver trascurato per
puro caso quel relitto di nobile provenienza, sfuggito ai loro occhi in mezzo alla
profusione di tanti tesori. Si ricordò adesso che il mercante voleva passare una mano
di lucido sul mobile prima di spedirlo a casa, e che lui stesso, soddisfatto dal canto
suo di quell’apparenza rispettabile, avverso com’era al mobilio verniciato, aveva
ricusato, nella sua impazienza, di aspettare che l’operazione venisse eseguita,
cosicché il pezzo era partito per Jersey Villas due o tre ore dopo, portando, com’era
presumibile, il suo segreto con sé. Pareva davvero volerlo serbare, quel segreto: era
assurdo lasciarsi confondere a quel modo, eppure Peter non riusciva a scoprire la
molla. Batté e sondò, tese l’orecchio e tornò a esaminare, ispezionò ogni commessura,
ogni interstizio, ottenendo il risultato di essere sempre più sicuro dell’esistenza di una
cavità e di concludere che la sua ribaltina era davvero un pezzo pregiato. Non
soltanto esisteva uno spazio tra i due fondi, ma dentro quello spazio era celato
qualcosa, senza dubbio! Si trattava forse di un manoscritto smarrito – una bella storia
intatta, all’antica, per la quale Mr Locket non avrebbe sollevato obiezioni. Peter tornò
alla carica: gli venne in mente che forse non aveva esaminato a sufficienza i sei
cassettini di varie dimensioni che, disposti in due file verticali e inseriti di lato in quel
pezzo della struttura, costituivano in parte la base della scrivania. Estrasse i tiretti e
studiò più minutamente la condizione dei loro scorrevoli, raggiungendo il felice
risultato di scoprire infine, nel punto in cui era inserito il terzo cassetto a sinistra,
un’assicella liscia e mobile. Dietro l’assicella ecco una molla, come un bottone piatto,
che cedette con un clic alla sua pressione, rivelando subito l’allentarsi di uno dei pezzi
del ripiano che formava la parte superiore della ribaltina, tutti commessi uno nell’altro
con una precisione capace d’ingannare chiunque.
Questo pezzo in particolare risultò essere, a sua volta, un pannello scorrevole che,
sospinto, rivelò l’esistenza di un nascondiglio più piccolo, una scatola stretta,
rettangolare, nella finta parete del mobile: era di limitata capacità, ma se non poteva
celare molte cose, poteva nasconderne di preziose. Di fronte all’ingegnosità con cui il
segreto era dissimulato, Baron avverti subito la stranezza del caso: se il piccolo
Sidney non avesse vibrato quei colpi all’esterno nel momento in cui lui stesso stava
col capo dentro lo scrittoio, sarebbero forse trascorsi degli anni senza che avesse il
minimo sospetto di nulla. E sarebbe stato un bel danno, perché non si era sbagliato
nel supporre che la cavità non fosse vuota. Conteneva qualche cosa che – preziosa o
no – era stata ritenuta da qualcuno degna di essere nascosta. Il «qualche cosa» era una
raccolta di pacchettini piatti del formato di lettere, avvolti in carta bianca e sigillati
con cura. I sigilli, impressi meccanicamente, non presentavano né stemmi né iniziali.
La carta, vecchia, era diventata lievemente giallognola: chissà da quanto erano là
dentro, quei pacchetti! Baron li contò: erano nove in tutto, di varia dimensione; li
voltò e li rivoltò, li palpò incuriosito, li annusò: avevano un vago odore di muffa che
gli provocò un senso di malinconia, quasi si trattasse di una voce umana soffocata. I
plichi non portavano nome né numero, non v’era una parola di scritto su nessuno
degli involucri: contenevano semplicemente vecchie lettere, scelte e suddivise in base
a date o nomi di corrispondenti. Narravano di qualche vecchia storia morta: erano le
ceneri di fuochi spenti.
Mentre Peter Baron si passava le sue scoperte da una mano all’altra, avverti un
curioso stato d’animo: non era esaltazione, e tuttavia era ancor meno pura sofferenza.
Aveva fatto una scoperta, una scoperta che però, in qualche modo, veniva ad
aumentare la sua responsabilità: egli si trovava in presenza di qualcosa d’interessante,
ma la circostanza veniva a un tratto – e non avrebbe saputo dire perché – a
rappresentare un pericolo. Era l’intuizione di questo pericolo, per esempio, che lo
tratteneva dall’impulso di spezzare uno dei sigilli. Li osservò tutti da vicino, ma badò
bene a non staccarli, mentre con un certo disagio si domandava se non fosse giusto
considerare il contenuto del segreto proprietà di quegli antiquari di King’s Road.
Aveva sì sborsato dei denari per la ribaltina, ma ne aveva sborsati per quelle carte che
in essa erano sepolte? Ne pagava lo scotto con quella indefinibile sensazione di
freddo che gli era venuta addosso – lo scotto pagato già altre volte in passato: quello
di esser fatto di materia sensibile.
Era come se gli si fosse surrettiziamente presentata un’occasione di sacrificio, un
sacrificio sull’altare di una nobile superstizione, qualcosa di simile all’onore, alla
bontà o alla giustizia, qualcosa di forse ancor più nobile: un dovere di difficile
decifrazione, un’impossibile, allettante prova di saggezza. In piedi davanti al suo
ambiguo tesoro, assorto per il momento nell’impressione di un guaio incombente,
sussultò nell’udire un bussare leggero e rapido alla porta dello studio. Istintivamente,
prima di rispondere, rimase in ascolto un istante, nell’atteggiamento dell’avaro
sorpreso a contare il proprio gruzzolo. Poi rispose: – Un attimo, per favore! – e fece
scivolare il mucchio di plichi nel più grosso cassetto della scrivania rimasto aperto. Il
varco nel doppio fondo era tuttora evidente e Peter non ebbe il tempo di azionare di
nuovo la molla; vi posò sopra un grosso libro e andò ad aprire.
La visione che gli si offerse non gli riuscì meno gradita per essere inattesa:
l’aggraziata e irrequieta figura di Mrs Ryves. Era in uno stato di così evidente
agitazione da fargli credere sulle prime che fosse accaduto qualcosa di grave al
bambino e si fosse precipitata di sopra a chiedere aiuto, a pregarlo di andare a
chiamare un medico. Poi si rese conto che quell’agitazione era probabilmente dovuta
ai versi sciagurati che le aveva inviato un quarto d’ora prima, giacché la vicina teneva
in una mano il foglio manoscritto aperto, e con l’altra lo spiegazzava. Era spaventata e
graziosa, e se, nel violare l’intimità di un coinquilino, si era resa colpevole di una
deroga da usanze severe, appariva perlomeno cosciente della mostruosità del passo
compiuto e incapace di prenderlo alla leggera.
Leggero si senti Peter Baron, che si sforzò tuttavia di ammantare di rispetto la propria
cordialità, sospingendo davanti all’ospite la seggiola d’onore e ripetendo quanto
piacere gli procurasse quella visita. Mrs Ryves era entrata lasciando l’uscio socchiuso
e, dopo un minuto durante il quale egli – nell’intento di venirle in aiuto – la sollecitava
a dirgli di vergognarsi di mandarle robaccia del genere, lei riacquistò sicurezza
sufficiente per balbettare che i suoi versi erano proprio ciò di cui aveva bisogno, a tal
punto che, dopo averli letti, era stata presa da un impulso irresistibile, straordinario:
quello di non tardare a ringraziarlo di persona.
– È stato l’impulso di un animo gentile, – rispose lui, – e non le dico il piacere che mi
procura.
Mrs Ryves ricusò di accomodarsi: era chiaro che desiderava dare l’impressione di
essere venuta per pochi minuti. Si guardò intorno imbarazzata, e quando il suo
sguardo incontrò quello di lui, Peter fu colpito dall’appello ansioso che conteneva.
Non pensava ovviamente alla canzoncina da lui composta, sebbene avesse ripetuto
per tre o quattro volte di seguito che era splendida.
– Ecco, desideravo solo che lo sapesse, ma ora debbo andare, -soggiunse. Viceversa,
sul tappeto davanti al camino, indugiò con così inatteso abbandono che quasi gli fece
compassione.
– Forse posso modificarla se trova che non va, – disse Baron. – Sono così lieto di fare
ciò che posso per lei.
– Può darsi che un paio di parole vadano cambiate, – gli rispose con aria assente. -Bisognerà che ci ripensi, che me ne impadronisca un po’. Ma mi piace, e volevo
dirglielo.
– È molto gentile da parte sua. Non sono affatto occupato, – annunciò Baron.
Di nuovo lei lo guardò intensamente turbata, poi all’improvviso, gli domandò: – C’è
qualcosa che non va?
– Che non va?
– Voglio dire: non si sente bene, o è preoccupato? Me lo sono chiesta a un tratto, una
fantasia così, ed è questa, credo, la vera ragione per cui sono salita.
– Nulla del genere, le assicuro: sto benissimo. Ma le sue fantasie improvvise sono
ispirazioni.
– Sono assurdità: lei deve scusarmi. Arrivederla, – disse Mrs Ryves.
– Quali sono le parole che vuole cambiare? – domandò Baron.
– Nessuna, se lei sta bene. Arrivederla, – ripetè la visitatrice fissando per un istante lo
sguardo su un oggetto dello scrittoio che l’aveva colpita. Gli occhi di lui si volsero
nella stessa direzione e si accorse che, nella fretta di nascondere i pacchetti trovati
nella ribaltina, ne aveva dimenticato uno, rimasto in vista con i suoi sigilli. Lì per lì si
senti scoperto come se avesse atteso a un’occupazione vergognosa, e soltanto
ripensandoci un attimo si disse quanto poco poteva riguardare Mrs Ryves la vicenda
di cui quel pacchetto era una conseguenza. Lo sguardo consapevole di lei tornò ad
incrociare il suo, come per sondarlo. Ad un tratto, all’istinto di tenere la sua scoperta
per sé, fece seguito in Baron la deduzione davvero allarmante che, con rara
prontezza, Mrs Ryves aveva indovinato qualcosa e che quella divinazione (davvero
soprannaturale) era stata la vera ragione della sua visita. Qualche segreta telepatia
l’aveva fatta vibrare, ispirandole la certezza che egli aveva fatto una scoperta. Pochi
istanti dopo capì ch’essa aveva intuito la sua riflessione di quel momento, il che gli
procurò un desiderio vivo, un desiderio grato, gioioso di mostrarsi come uno che non
ha nulla da nascondere. Quanto a lei, quella certezza la indusse alla determinazione
ancora più salda di concludere la breve visita. Ma prima che avesse raggiunto la
soglia, Baron uscì a dire:
– Se sto bene? Come può stare altrimenti uno che ha appena fatto una tale scoperta?
Lei tacque a queste parole e mantenne un’espressione seria nel domandargli: – Che
cosa ha scoperto?
– Vecchie carte di famiglia, in uno scomparto segreto del mio scrittoio -.
E, preso in mano il pacchetto dimenticato, lo tenne davanti agli occhi della sua ospite:
– Ce ne sono parecchi altri come questo.
– Che cosa sono? – chiese Mrs Ryves in un bisbiglio.
– Non ne ho la minima idea. Sono sigillati.
– Non ha spezzato i sigilli? -Era tornata indietro di un altro poco.
– Me n’è mancato il tempo. È successo solo dieci minuti fa.
– Lo sapevo, – fece Mrs Ryves, questa volta in tono più gaio.
– Che cosa sapeva?
– Che si era messo in qualche impiccio.
– Lei è straordinaria. Non ho mai assistito a un prodigio del genere: e alla distanza di
due rampe di scale!
– Ma è veramente in un impiccio? – chiese lei.
– Sì; non so se restituirli o no -. Peter Baron, in piedi davanti alla sua visitatrice, la
guardava sorridendo e tamburellando col pacchetto sul palmo della mano. – Lei che
mi consiglia?
Fu lei a sorridere ora, con gli occhi fissi sul plico. – Restituirli a chi?
– Al rigattiere da cui ho comprato la scrivania.
– Ah, allora non sono carte della sua famiglia?
– No davvero. Il mobile in cui erano nascosti non l’ho ereditato dai miei avi. L’ho
comperato di seconda mano – vede com’è vecchio – l’altro giorno, in King’s Road. A
quanto sembra, l’uomo che me l’ha venduto mi ha venduto più di quanto supponesse:
non sospettava (dando prova di stupidità, dal suo punto di vista) che il mobile avesse
un «segreto» in cui erano celati documenti misteriosi. Dovrei andarglielo a dire? È un
bel problema.
– Sono documenti di valore?
– Non ne ho la minima idea. Ma posso accertarmene rompendo un sigillo.
– Non lo faccia! – esclamò Mrs Ryves, come ispirata. Aveva ripreso un’espressione
grave.
– È abbastanza allettante, ma certo è un po’ un problema, – continuò Baron,
rivoltando il pacchetto tra le mani.
Mrs Ryves esitò. – Vuole mostrarmi ciò che ha in mano?
Baron le porse il plico, ed ella se lo portò al naso per un attimo.
– Ha uno strano profumo, affascinante, – osservò il giovane.
– Affascinante? È tremendo. – Glielo restituì, ripetendo con maggior enfasi: – Non lo
faccia!
– Non devo rompere il sigillo?
– Non restituisca i documenti!
– È onesto tenerli?
– Certamente. Appartengono a lei quanto alla gente del negozio. Quando il mobile
venne nelle loro mani, le carte erano nascoste nel segreto: avevano ogni possibilità di
scoprirle. Non l’hanno fatto, perciò ne accettino le conseguenze.
Peter Baron rifletté, divertito dall’intensità di quella partecipazione. Era pallida, lo
sguardo infuocato.
– Lo scrittoio l’avevano lì da anni.
– Ciò dimostra che nessuno s’è accorto della mancanza delle carte.
– Le voglio far vedere com’erano celate, – riprese Baron. Le mostrò l’ingegnoso
nascondiglio e il funzionamento della strana molla. La sua ospite era interessatissima;
nell’eccitazione il suo tono divenne famigliare. Di nuovo lo supplicò di non far nulla
di tanto insensato come rinunciare a quelle carte, il resto delle quali egli dispose in
fila davanti ai suoi occhi, negli involucri sbiaditi, impenetrabili. – Se ne potrebbe
rintracciare la storia… l’appartenenza, – egli obiettò. Mrs Ryves rispose che, appunto
per questo, lui doveva starsene zitto. Baron dichiarò che le donne non hanno il
minimo senso dell’onore, e lei replicò che, comunque, hanno intuizioni diverse, più
sottili di quelle degli uomini. Fu pronto ad ammettere che, probabilmente, quei
documenti erano ciarpame, ed ella convenne che nulla era più probabile; tuttavia, alla
proposta di chiarire la questione all’istante, Mrs Ryves lo afferrò per il polso
riconoscendo – per assurdo che fosse – di sentirsi nervosa. Alla fine aggirò la
situazione pregandolo di farlo solo per lei. Gli chiese di trattenere i documenti, di non
farne parola, unicamente per compiacerla. Non gli pareva motivo sufficiente? La
conoscenza di Baron, il suo cordiale rapporto con lei permisero di fare molti passi
avanti nella disamina del problema, discutendo il quale finì per farsi strada una sorta
di amichevole candore.
– Non riesco a capire perché le stia tanto a cuore l’una piuttosto che l’altra soluzione,
né perché valga la pena di discuterne, – osservò il giovane.
– Neppure io. È soltanto un capriccio.
– Certo, per farle piacere non dirò nulla al negozio.
– È molto gentile da parte sua, gliene sono assai grata. Ora capisco che è stato questo
l’impulso che mi ha spinta a salire: salvare i documenti, continuò Mrs Ryves.
E soggiunse nel congedarsi che, avendoli ormai messi in salvo, doveva proprio
andarsene.
– Messi in salvo per che cosa? – fece Baron; – dal momento che non mi permette di
dissigillarli…
– Non so… per compiere un bel gesto.
– Ma perché un bel gesto? Qual è la posta in gioco? – domandò Peter appoggiato allo
stipite, mentre lei indugiava sul pianerottolo.
– Cosa sia non so; ma ho la sensazione che qualche cosa sia in pericolo. Li bruci! -esclamò; e le brillavano gli occhi.
– Ah, lei chiede troppo! Io muoio di curiosità!…
– Bah, non voglio chiedere più di quanto mi sia lecito, e già le sono molto grata per
avermi promesso di tacere. Mi affido al suo discernimento. Addio.
– Il mio discernimento merita però una ricompensa, – osservò Baron, uscendo sul
pianerottolo.
Mrs Ryves stava già scendendo le scale e si fermò; gli sorrise guardando in su,
appoggiata alla balaustra.
– Senza dubbio l’averla onorata della mia visita è già una ricompensa.
– Deliziosa, su questo siamo d’accordo. Ma cosa farà lei per me, se io brucio quelle
carte?
Mrs Ryves parve riflettere un momento. – Prima le bruci, e poi vedrà!
Dopo di che scese rapidamente le scale, e Baron, al quale la risposta era apparsa
inadeguata, e la proposta, formulata a quel modo, grossolanamente ingiusta, se ne
tornò in camera. Il vivo interesse da lei mostrato in una faccenda in cui essa – era
ovvio – non rischiava nulla, lo intrigava, lo divertiva e, per di più, lo affascinava in
maniera irresistibile. Era una donna delicata, estrosa, facile a prender fuoco, rapida di
sentimenti, rapida nell’azione. Non se ne rammaricava, era così che gli piacevano le
donne; ma per il momento nulla lo vincolava a consegnare alle fiamme i pacchetti
sigillati. Li lasciò cadere di nuovo nel loro pozzo segreto, e usci. Si sentiva irrequieto,
eccitato: aveva sprecato un’altra giornata: e il lavoraccio da fare per Mr Locket era
ulteriormente rinviato.
III.
Dieci giorni dopo la visita di Mrs Ryves, fissato un appuntamento col direttore della
rivista, Peter si recò di nuovo a trovarlo nella casetta di Chelsea, rivestita di legno.
Quell’ufficio, circondato da tutti i ferri del mestiere – uno strame di giornali, una siepe
di enciclopedie, una galleria di fotografie di collaboratori ben noti – scuro e
affumicato com’era, gli rammentava il fornello di una vecchia pipa. Si ripromise sulle
prime di rubare a Mr Locket pochissimi dei minuti che tanti numerosi impegni si
contendevano. Tuttavia fu l’editore stesso che, poco dopo, diede maggiore spazio,
maggior respiro all’intervista, quand’ebbe scoperto che il povero Baron era venuto per
dirgli qualcosa di più interessante della propria incapacità – dopo tutto – di rabberciare
il racconto. Peter aveva iniziato così: aveva rispettosamente dichiarato ch’era quello
un caso contro il quale si ribellavano in lui sia esperienza che principi; poi, constatato
quale scarso effetto la sua audacia produceva su Mr Locket, si era sentito debole,
piuttosto sciocco, lasciato solo a reggere il peso del proprio eroismo. Si era armato
per una lotta in campo aperto, ma la rivista non protestava neppure, e non gli sarebbe
rimasto altro che andarsene con la prospettiva di non farsi vedere mai più, se d’un
tratto non fosse uscito a dire, con tono indifferente, mentre si alzava per accomiatarsi:
– Non le interessa per caso Sir Dominick Ferrand?
Mr Locket, che si era alzato a sua volta, lo guardò al di sopra degli occhiali.
– Il defunto Sir Dominick?
– L’unico: come lei sa, la famiglia è estinta.
Mr Locket lanciò al suo giovane amico un’altra occhiata penetrante, muta replica alla
sua richiesta disinvolta.
– Estintissima, senza dubbio. Al giorno d’oggi, temo, l’argomento risulterebbe di
scarso interesse.
– Ne è proprio sicuro? – domandò Baron.
Mr Locket si sporse un poco in avanti, le punte delle dita premute sul tavolo, in atto
di chi autorizza l’altro a prender congedo
– Potrei considerare la cosa sotto un profilo speciale .
Tacque un momento, relegando il povero Peter nel vago: ma, incrociato di nuovo lo
sguardo del giovane, domandò: – Intende, ehm, proporre un articolo su di lui?
– Non esattamente proporre un articolo… perché non vedo in quale modo io… ma
l’idea mi attira abbastanza.
Mr Locket asserì con sicurezza che l’eminente statista era stato a suo tempo una
figura di rilievo; poi soggiunse: – L’ha studiato?
– Mi ci sono immerso.
– Temo non sia un argomento d’attualità, – disse Mr Locket radunando delle carte.
– Forse potrei renderlo io d’attualità, – dichiarò Peter Baron. Mr Locket lo fissò di
nuovo, incapace di trattenere un «Lei?» tutt’altro che smorzato.
– Ho del materiale nuovo, – disse il giovane arrossendo un poco – Ciò vale molte volte
a rinfrescare una vecchia storia.
– Sovente serve a seppellirla. Spesso non è altro che una nuova Pietra tombale.
– Dipende da cosa si tratta, – riprese Peter. – Tuttavia le carte di cui le parlo
costituirebbero una documentazione schiacciante.
Di sotto le lenti Mr Locket gli lanciò un’altra occhiata esitante.
– Allude a… ehm,… rivelazioni?
– Rivelazioni molto curiose.
Mr Locket, sempre in piedi, aveva mantenuto il corpo nella posizione di un mezzo
inchino; gli fu quindi facile, dopo un istante, curvarsi ancora di più e lasciarsi cadere
sulla propria sedia, con un movimento della mano verso la seggiola occupata prima
da Baron. Baron approfittò del vantaggio, e la conversazione riprese l’avvio, resa un
po’ meno avvilente per il nostro giovanotto dall’elargizione di quel privilegio. Non
aveva formulato alcun progetto di confidare il suo segreto a Mr Locket: era venuto
per recargli coscienziosamente l’altro annuncio: quello per cui risultava chiaro che
tanto suo fervore artistico era andato sprecato. Nei giorni precedenti giorni di penosa
indecisione – egli si era rivolto con l’immaginazione al direttore della rivista come
s’era rivolto ad altre fonti di conforto; ma, girala e voltala, i suoi scrupoli
continuavano a molestarlo e se, da un lato, non aveva assolutamente escluso di far
accenno allo straordinario ritrovamento, a maggior ragione aveva affidato il modo di
introdurre il tema alla decisione del momento. In realtà era troppo nervoso per
prendere partito: solo avvertiva l’esigenza di comunicare il rinvenimento del
carteggio per sentirsi l’animo in pace. Gli occorreva un’opinione, il parere di qualcun
altro, e persino, durante quella visita eminentemente professionale, cinque minuti
dopo l’inizio del racconto della sua curiosa storia si senti alleggerito di metà del suo
fardello. La storia era davvero curiosissima: lui stesso, parlandone, ne misurava la
stranezza: ma non sarebbe stata proprio questa la circostanza atta a qualificarla per la
rivista?
– Naturalmente le lettere potrebbero essere un falso, – sentenziò alla fine Mr Locket.
– È fuor di dubbio che molti la penseranno così.
– Le ha viste qualche esperto?
– No davvero: non le ha viste nessuno.
– Ne ha qualcuna con sé?
– No: mi innervosiva il solo pensiero di portarle in giro.
– Peccato: avrei desiderato vederle con i miei occhi.
– Potrà vederle se viene a casa mia. Se poi preferisce non farlo senza ulteriori
garanzie, gliene trascriverò qualche brano.
– Scelga alcuni dei peggiori! – disse Mr Locket ridendo. Le sconvolgenti informazioni
di Baron l’avevano fatto diventare più umano, più simpatico. Ma, poco dopo,
soggiunse asciutto: – Lei sa che bisognerebbe sottoporre i documenti ad un esperto.
– È proprio ciò che mi fa paura, – disse Peter.
– Senza di questo per me non avranno nessun valore.
Peter fece appello alle sue più segrete energie. – E che valore potranno avere per me
se li sottoponiamo?
Mr Locket si rigirò sulla poltrona. – Prima di rispondere a codesta domanda, esigerei
vederli.
– Sono stato al British Museum: ci sono molte lettere di Sir Dominick Ferrand. Ho
ottenuto il permesso di esaminarle, e ho confrontato con cura ogni cosa. Escludo ogni
possibilità di falso. Ci sono tutti i segni dell’autenticità: esistono particolari, persino
nei timbri postali, che nessun falsario si sarebbe potuto inventare. Del resto, chi ne
avrebbe tratto vantaggio? Un lavoro di indicibile difficoltà, e a quale scopo? Sono
parecchie lettere: ventisette in tutto.
– Buon Dio, che idiota! – esclamò Mr Locket.
– Sarà una delle più straordinarie rivelazioni post mortem di cui la storia conservi
testimonianza.
Mr Locket, fattosi serio, tormentava con un tagliacarte l’interstizio di un cassetto. -Molto curioso. Ma affinché simili documenti abbiano un qualunque valore, debbono
venir sottoposti ad una ricerca critica… una ricerca storiografica, voglio dire.
– Certamente; ciò sarà compito del pubblicista che li presenterà ai lettori.
Di nuovo Mr Locket rifletté, poi alzò il capo sorridendo.
– Lei farebbe bene a rinunciare alla composizione di opere originali per dedicarsi
all’acquisto di mobili usati.
– Dice che sarebbe più redditizio?
– Nel suo caso direi che la composizione originale non potrebbe rendere meno. La
capacità creativa è così rara!
– Mi sento proprio tentato di rivolgere la mia attenzione a protagonisti reali, – rispose
Peter.
– Devo dichiarare che Sir Dominick Ferrand non è mai stato per me un protagonista.
Presuntuoso, scaltro, un personaggio di second’ordine, così l’ho sempre giudicato io.
Del resto, non è un segreto che la sua vita privata aveva dei lati deboli. Un fuoco di
paglia; ecco quello che è stato, null’altro.
– Ma dice qualcosa al popolo di questo Paese, – osservò Baron.
– Lo ha detto a suo tempo; ma la sua voce, la voce del suo prestigio, intendo dire,
ormai non giunge quasi più all’orecchio di nessuno.
– Al Foreign Office fece cose di cui ci si vanta ancor oggi: il famoso «scambio» con
la Spagna, nel Mediterraneo, che colse l’Europa di sorpresa e destò il risentimento
dell’altra parte, specie quando risultò evidente il vantaggio che ne avevamo tratto noi.
Poi l’improvvisa, inattesa prova di forza con la quale impose agli Stati Uniti la nostra
interpretazione di quel noioso trattato. Non sono mai riuscito a capire che cosa
stabilisse. Sono stati entrambi argomenti di cui a nessuno è mai importato un fico
secco, ma che inducevano a credere di dar loro importanza: la nazione fece tanto di
cappello alla maniera con cui egli seppe giocare le sue carte: fu un evento insolito. Fu
uno dei pochi uomini della nostra epoca che colse l’Europa – o l’America – di sorpresa
e le tenne un po’ sulla corda: il paese lo apprezzò, era una innovazione gradita. Il
resto del mondo credette di sapere comunque ciò che noi avremmo fatto: nulla, come
sempre. Dica quello che vuole, è ancora un nome che ha una sua risonanza: in parte,
senza dubbio, per motivi diversi: i successi riportati in gioventù, la sua morte
prematura, la sua facciatosta politica, il suo acume; il suo stesso aspetto esteriore – era
certo un bell’uomo – e le possibilità di futura supremazia personale; allora era di moda
dire che quelle possibilità sono scomparse con lui, ed è di moda ancor oggi. Era stato
due volte al Foreign Office: già questo era un fatto notevole per un uomo morto a
quarantaquattro anni. Che cosa penserà di lui il Paese quando saprà che era venale?
Peter Baron non ce l’aveva personalmente con Sir Dominick Ferrand che – dopo una
settimana di «lettura febbrile» – era diventato per lui un interessantissimo soggetto di
studio psicologico; ma gli era facile mettersi nei panni di quella parte di pubblico
ancora abbastanza memore del proprio amor patrio per esserne traumatizzata. Per
buona sorte era parecchio tempo che la conduzione della cosa pubblica sentiva
l’esigenza di uomini disinteressati e abili, ma gli eccezionali documenti celati (chi
l’avrebbe mai pensato? – era una fantasia da incubo!) in una «occasione» di seconda
mano trovati da un oscuro pubblicista, avrebbe procurato uno choc ben prevedibile a
chi serbasse memoria del passato. Baron prevedeva lucidamente che, se quelle
reliquie fossero state rese pubbliche, ne sarebbe seguito uno strascico enorme di
scandali, di indignazione, di pettegolezzi. Altrettanto enorme sarebbe stato il
contributo recato alla verità, alla rettifica storica. Da diversi giorni aveva
l’impressione (ed era questa ad averlo reso così nervoso) di tenere in mano la chiave
dell’attenzione pubblica.
– Ci sono troppe cose da spiegare, – prosegui Mr Locket, – e la singolare provenance
del suo carteggio potrebbe addirittura contare di più, anche superando altre obiezioni.
Occorrerebbe tracciare un lungo pedigree, probabilmente complicatissimo. Come
sono entrate in quella che lei chiama la sua «ribaltina»? Da quanto tempo vi erano
nascoste? Quali mani le hanno scelte? Quali le hanno così incredibilmente tenute
strette, conservate? Chi sono le persone in esse menzionate? Chi i corrispondenti, chi
i contraenti delle infauste transazioni? Lei dice che le transazioni sembrano
appartenere a due generi distinti: alcune connesse con affari pubblici, altre con oscuri
rapporti personali.
– Hanno tutte un dato comune, – disse Peter Baron, – testimoniano da parte dello
scrivente un certo disagio, in taluni momenti un penoso timore di scandalo: in un caso
specifico, a quanto ho capito, lo scandalo per essersi avvalso di opportunità ufficiali
per promuovere imprese (opere pubbliche e cose del genere) in cui egli aveva
interessi finanziari. Nell’altro caso la paura di uno scandalo è chiaramente di natura
diversa: si tratta delle prime lettere, in ordine di data. Sono indirizzate a una donna
dalla quale egli aveva evidentemente ricevuto del denaro.
Mr Locket si ripulì le lenti.
– Quale donna?
– Non ne ho la minima idea. Ci sono moltissime domande a cui non so rispondere,
naturalmente: moltissime identità che non so definire, un gran numero di lacune che
mi sento incapace di colmare. Ma su due punti sono ben sicuro, e sono i due punti
essenziali: in primo luogo, le carte in mio possesso sono originali; in secondo luogo
sono compromettenti.
Così dicendo, Peter Baron si alzò di nuovo, piuttosto irritato con se stesso per non
essere stato indotto a fare pubblicità al suo tesoro (era lo scetticismo perfettamente
naturale del suo interlocutore a provocare quell’effetto): sentiva che si stava mettendo
in una posizione falsa. Scopriva nello studiato distacco di Mr Locket il fermentare di
certe reazioni da cui, malgrado il suo insuccesso, egli stesso auspicava liberarsi.
Mr Locket rimase seduto: guardò Baron che attraversava la stanza per riprendere il
cappello e l’ombrello.
– Naturalmente insorgerà il problema a chi oggi appartengano legalmente simili
documenti. Bisogna tener conto di eredi, discendenti, esecutori.
– Fino a un certo punto, forse: ma ho approfondito un poco la questione. Sir
Dominick Ferrand non ha avuto figli; non ha lasciato né fratelli né sorelle. Gli
sopravvisse la moglie, che mori dieci anni fa. Non può aver avuto né eredi né
esecutori di cui valga la pena di parlare, perché non ha lasciato patrimoni.
– Ciò gli fa onore, ma è contro la teoria che lei sostiene, – replicò Mr Locket.
– Io non ho teorie. Ha lasciato un bel mucchio di debiti, – soggiunse Peter Baron. Al
che Mr Locket si levò, mentre il suo visitatore proseguiva:
– Per quanto ho potuto appurare, sebbene le mie indagini siano state per necessità
molto rapide e superficiali, oggi non esiste più nessuno direttamente o indirettamente
imparentato col personaggio in questione, nessuno che possa in qualche modo subire
danno dalla pubblicazione di questi documenti. Si presenta il raro esempio di una vita
senza un preciso costrutto, per così dire. Quanto meno per il momento non se ne
percepisce alcuno.
– Capisco, capisco, – fece Mr Locket. – Ma non credo di avere molto interesse per il
suo articolo.
– Quale articolo?
– Quello che mi pare lei desideri scrivere, affrontando questo nuovo argomento.
– Oh, io non desidero scriverlo! – esclamò Peter. E disse addio a Mr Locket.
– Arrivederla, – rispose questi. – Badi bene, io non dico che la faccenda sia vuota di
senso.
– Ne coglierebbe il senso, se vedesse i miei documenti.
– Mi piacerebbe vedere lo scomparto segreto, – riprese ironico l’editore. Me ne
trascriva, però, qualche estratto.
– A che scopo, se lei esclude che le possano servire?
– Non dico questo; può darsi che mi piacciano le lettere in sé.
– In sé?
– Non come base di un articolo, ma così… solo per pubblicarle… per fare sensazione.
– Le farebbero vendere il numero! – rise Baron.
– Direi insomma che mi piacerebbe dar loro un’occhiata, – ammise Mr Locket dopo
un momento. – Quando la trovo in casa?
– Non venga, – rispose il giovane, – Non è un’offerta, la mia.
– Può darsi che gliene faccia una io, – insinuò l’editore.
– Non si disturbi: probabilmente le distruggerò.
Con queste parole Peter Baron lasciò l’ufficio, trattenendosi tuttavia nella strada
vicina, come in attesa di una carrozza di passaggio, a cui, se fosse comparsa, non
avrebbe fatto segno. Forse Mr Locket gli sarebbe corso dietro, ma Mr Locket
evidentemente aveva altro da fare, e Peter Baron se ne tornò a piedi a Jersey Villas.
IV.
La sera successiva a questo incontro palesemente infruttuoso, Baron ebbe un
colloquio più conclusivo con Mrs Bundy, la cui visione, sagacemente filosofica, della
vita, gli aveva fatto esprimere più volte persino con la stessa brava donna -apprezzamenti non da poco. La situazione a Jersey Villas (Mrs Ryves era
improvvisamente fuggita a Dover) era tale da suscitare in lui il bisogno di un
sostegno morale, e in Mrs Bundy c’era una sorta di domestico pragmatismo che
sembrava metterla in valore. Aveva chiesto di lei rientrando, ma gli avevano risposto
ch’era fuori per un’ora; al che Peter s’era dedicato macchinalmente al compito di
rabberciare il suo disonorato manoscritto – il ben congegnato racconto verso il quale
Mr Locket aveva dato prova di tanta ottusità – nella prospettiva di altre avventure e
non improbabili sconfitte. Aveva trascorso un pomeriggio inquieto e inconcludente a
domandarsi se il suo ingegno fosse soltanto una terribile delusione, oppure a guardar
fuori dalla finestra in attesa di qualcosa che non accadeva; l’arrivo di un suadente Mr
Locket o il rientro della sua simpatica vicina degli «studioli» da un’assenza più
deludente ancora di quella di Mrs Bundy. Era così nervoso, così depresso da sentirsi
addirittura incapace di fissare la mente sul biglietto che avrebbe accompagnato il
manoscritto alla prossima peregrinazione. Era troppo nervoso per mandar giù un
boccone, e si scordò persino di cenare; dimenticò di accendere le candele e lasciò
spegnere il fuoco. Fu nel malinconico freddolino del tardo crepuscolo che Mrs
Bundy, arrivando finalmente a portargli la lampada, lo trovò, immusonito, coricato
sul divano. Era stata avvertita che Baron desiderava parlarle e, nell’applicare sul
maleodorante corpo luminoso uno schermo bisunto di cartone verde, espresse di
cuore la speranza che «stasse» bene in salute.
Il giovanotto si levò dal suo giaciglio, riprendendo sufficiente autocontrollo per
rispondere di essere in discreta salute, ma spiritualmente a terra. Sentiva un bisogno
prepotente di «tirare» la padrona sull’argomento di Mrs Ryves, non meno di una viva
convinzione che il tema della vicina avrebbe facilmente indotto Mrs Bundy a
raccontare più cose di quante ne sapesse realmente. Nello stesso tempo rifuggiva dal
voler investigare nei segreti privati dell’amica assente: discorrerne con l’affaccendata
affittacamere assomigliava troppo, per i suoi gusti, al cianciare di una serva con una
padrona stupida.
Non aveva però tenuto conto di quanto Mrs Bundy conoscesse il cuore umano: e
cercar di sapere se Mrs Ryves dava l’impressione – su un’osservatrice di tal fatta – di
essere felice non significava ancora volersi immischiare negli affari altrui. Questo
ragionamento lo rassicurò, e ogni barriera cadde: a tal segno che a un tratto, in tono
asciutto, arrossendo persino un po’, egli pose a Mrs Bundy la domanda esplicita; e
questo portò ovviamente a un’altra domanda che gli pesava altrettanto sul cuore (in
realtà erano solo aspetti diversi della stessa) alla quale la brava donna rispose con
calore esclamando: – Una libertà che lei vada a trovarla per qualche ora? Mio caro
signore, se quella la pensa così, la mandi pure da me, che le parlo io! – Ma, quanto a
felicità, essa lo ammoni, Baron non doveva pretendere troppo da una poverina che ne
aveva passate tante; e prima di sapere come, senza responsabilità di scelta, egli si
trovò ad accettare docilmente la versione che di tali esperienze gli veniva offerta da
Mrs Bundy. Era un quadro interessante, anche se con qualche magagna, una delle
quali, congenita, consisteva nel fatto che era scaturita essenzialmente dal cervello
verginale di Miss Teagle. Ampliata, riveduta, abbellita dal più fervido ingegno di Mrs
Bundy, che vi aveva incorporato e ora generosamente introdotto ampi stralci della
vicenda romantica della stessa Miss Teagle, la storia offri a Peter Baron abbondante
materia di riflessione; diminuì invece solo in parte la sua curiosità circa le cause della
misteriosa stranezza dell’affascinante signora.
Tentò di far risuonare questa nota nelle orecchie di Mrs Bundy, ma fu facile
constatare che non destava alcun’eco nel suo cervello. Essa non aveva idea di quale
fosse l’immagine della vicina che egli avrebbe naturalmente desiderato in dono, ed
era perciò incapace di stabilire i punti che lo irritavano messi a raffronto con l’attuale
situazione. Mrs Bundy non aveva in effetti un concetto adeguato delle esigenze
intellettuali di un giovane innamorato. Non era in grado di dirgli perché la loro
irreprensibile amica fosse così isolata, così derelitta, così suscettibile, così orgogliosa
e diffidente. D’altra parte era in grado di raccontargli – ciò che gli era già noto – che la
loro vicina aveva passato molti anni della sua vita a perfezionarsi in una sede del
sapere remota né più né meno quanto Boulogne, e che Miss Teagle aveva conosciuto
da vicino il defunto Mr Everard Ryves, un giovane che si stava facendo «molta
strada» in città, e guadagnava pulite pulite le sue belle milleduecento sterline all’anno.
Adesso che non è più qui a guadagnarsele, la sua povera vedova non può vivere più
come una volta, è vero o no? – concluse Mrs Bundy.
Baron non era disposto ad affermare il contrario; l’indomani nel treno
sferragliantediretto a Dover, pensò a un altro modo in cui ella avrebbe potuto vivere.
La cittadina, man mano che vi si avvicinava gli apparve gaia e fresca: i suoi
vagabondaggi non erano stati né abbastanza frequenti né così remoti da fargli
apparire insipida la costa della Manica. Naturalmente Mrs Bundy gli aveva fornito il
necessario indirizzo e uscendo dalla stazione egli era sul punto di chiedere da quale
parte dovesse dirigersi. Tuttavia in quel momento la sua attenzione fu distratta dal
trambusto suscitato intorno alla nave in partenza; a Londra era rimasto segregato
abbastanza per rendersi conto del sollievo che offriva anche solo il pensiero di
volgere lo sguardo verso Parigi. Si avviò al molo in compagnia di turisti più allegri di
lui: appoggiatosi a un parapetto, osservò con invidia i preparativi, il tramenio di un
viaggio all’estero. Per qualche istante pregustò il sapore dell’avventura, ma ohimè,
quando gli sarebbe stato concesso di gustarla davvero? Trasse un sospiro
interrogativo, e si voltò in tempo per scorgere, in un altro punto del molo, un
gruppetto di due signore e un bambino riuniti con la stessa espressione di
inappagabile desiderio in volto. Il bimbetto si girò per caso un momento a guardarsi
intorno, e con la perspicacia dell’età predatoria riconobbe nel nostro giovanotto una
fonte di delizie di cui negli ultimi tempi era stato privato. Si buttò in avanti con
irreprimibili strilli di «gigì!» e Peter lo sollevò tra le braccia. Quando lo depose a
terra, il pellegrino di Jersey Villas si trovò faccia a faccia con una Miss Teagle
visibilmente severa, corsa all’inseguimento del suo pupillo. «Che diavolo le piglia, a
questa vecchia?» si domandò Peter nel porgerle una mano che essa considerò come il
più insignificante dei particolari. Comunque il suo viso esprimeva (e molto
opportunamente da parte di una fedele suivante) lo stesso risentimento che, nello
sventolare il cappello in segno di saluto, parve a Peter di leggere a distanza sul volto
di Mrs Ryves che non s’era mossa d’un dito. Pallida come gli era sembrata, ella
rispose al saluto di lui, spostandosi di quel tanto che era necessario per apparire tutta
presa dallo spettacolo della nave in partenza per Calais. Peter tuttavia tenne ben saldo
il bambino, invano contesogli dall’astuzia di Miss Teagle; la cocciuta e istintiva lealtà
di Sidney gli fu d’aiuto e gli permise di ottenere – oh con quanta gratitudine! – il felice
effetto di venir trascinato dal suo giubilante amico nella precisa direzione verso la
quale tendeva da tante ore. Quando si avvicinò, Mrs Ryves si volse ancora una volta,
e poi, dal dolce sorriso un po’ forzato col quale gli chiese se si preparasse a partire per
la Francia, Peter si rese conto che, sebbene irritata per essere stata seguita, aveva
presto superato il suo risentimento.
– No, io non parto; ma mi è sorto il dubbio che partisse lei, ed è per questo che l’ho
rincorsa… per acchiapparla in tempo.
– Eh, non possiamo partire, è un gran peccato. Ma perché, -volle sapere Mrs Ryves, -se potessimo permettercelo, lei dovrebbe desiderare di impedirlo?
– Perché prima ho una cosa da chiederle… una cosa per cui ci vuole forse un po’ di
tempo .
Notò allora che l’imbarazzo di lei non era dettato da risentimento; era nervosa,
tremante come per l’emozione di una gioia inattesa.
– È una cosa che ho deciso proprio ieri sera, senza chiederle prima il permesso di farle
questa visitina; è stato questo, e la voglia matta di giocare ancora un po’ a cavalluccio
con Sidney. Oh, sono venuto a cercarla, – Peter Baron continuò, – e non faccio mistero
del fatto che spero lei si sottometta con grazia alla prova, concedendomi tutto il suo
tempo. È una bella giornata, e il posto è altrettanto bello, lo giuro. Mi lasci assaporare
appieno codeste cose, mi lasci svuotare la coppa fino in fondo come un uomo che da
mesi e mesi non è uscito da Londra. Mi permetta di andare a passeggio con lei, di
conversare con lei, di mangiare un boccone con lei: torno a Londra nel pomeriggio.
Insomma mi faccia dono di tutte le sue ore in modo che esse mi restino nella
memoria come una delle più dolci occasioni della vita.
Lo sbuffo di vapore emesso dal postale francese fu accompagnato da un tale baccano
che Baron potè sussurrare la sua passione nell’orecchio della giovane donna senza
scandalizzare i presenti, e il fascino che, a poco a poco, egli riuscì a soffondere nella
sua breve visita si dimostrò in effetti essere il risultato delle condizioni da lui espresse
a parole.
– Cos’è che vuol chiedermi? – domandò Mrs Ryves, rimanendogli accanto in piedi. Al
che egli rispose che le avrebbe spiegato tutto a patto che mandasse via Miss Teagle
con Sidney. Miss Teagle, pronta come sempre a intuire gli ordini, aveva già
cominciato a fissare ostentatamente le lontane rive della Francia: e fu facilmente
persuasa ad avviarsi in anticipo, assumendosi la responsabilità di fermarsi lungo il
tragitto a litigare con il macellaio.
Dovette però allontanarsi senza Sidney, rimasto aggrappato alla sua preda
riconquistata; così il resto della vicenda fu condito – secondo il modo di vedere di
Baron – dalle importune tiratine della mano grassoccia e fresca del piccino. I due
amici andarono bighellonando insieme con aria coniugale, senza Sidney in mezzo:
all’inizio indugiando assorti sulla sagoma allungata della nave diretta a Calais, finché
poterono scorgerla mentre si allontanava rombando, in un tacito incontro che parve
rivelare specie allorché, un momento più tardi, i loro occhi s’incontrarono – che essa
aveva destato in entrambi lo stesso desiderio appassionato. Del resto, la presenza del
ragazzino non impedì loro un dialogo in apparenza molto franco. Di lì a poco Peter
Baron spiegò alla sua compagna il motivo per cui si era messo in viaggio, e quando
ella lasciò intendere di aver immaginato trattarsi di qualcosa di più importante, riuscì
a superare il proprio senso di sconfitta. Apparve delusa – ma disposta al perdono -nell’apprendere che aveva voluto solo sapere se lo giudicava molto severamente per
non aver rispettato la sua richiesta di non infrangere certi sigilli.
– Di quanta severità mi sospetta? – volle sapere lei.
– Tanta da averla indotta a lasciare la casa un momento dopo.
Indugiavano ancora sulla grande banchina di granito, quand’egli affrontò l’argomento,
ed ella si sedette all’estremità del pontile mentre la brezza, riscaldata dal sole,
increspava il mare fattosi di porpora. Turbata, Mrs Ryves arrossi lievemente e ripetè
in tono interrogativo: – Un momento dopo?
– Appena le ebbi raccontato ciò che avevo fatto. Fui scrupoloso, se ne ricorderà: scesi
immediatamente a confessarglielo. Lei si volse senza fare parola; non seppi
immaginare allora, e giuro che non so immaginare adesso, perché una storia come
quella dovesse toccarla così da vicino. Uscii per qualche commissione e, quando
rientrai, lei aveva lasciato la casa. Si sarebbe proprio detto che l’avessi offesa, che
avesse desiderato allontanarsi da me. Non mi diede neppure il tempo di spiegarle
come, contro il suo parere, avessi preso la decisione di verificare per conto mio che
cosa rappresentava la mia scoperta. Ora mi deve rendere giustizia e stare a sentire che
cosa mi indusse a prendere la decisione.
Alzatasi dal suo sedile, Mrs Ryves gli chiese il favore speciale di non alludere mai
più alla famosa scoperta. Non era affatto cosa che la riguardasse, non aveva alcun
diritto d’indagare nei segreti di Baron. Le dispiaceva molto di essergli parsa per un
momento così insensata e gli domandava umilmente perdono per essersene
immischiata. Detto questo, prosegui nella passeggiata con un colorito incantevole
sulle gote, mentre lui – sebbene davvero disorientato – volse in ridere l’infinita
capricciosità delle donne. Per buona sorte l’episodio non sciupò quell’ora, ricca di
altre fonti di soddisfazione, ed essi diressero i loro passi verso l’abitazione di lei, con
tante piccole soste piacevoli, tante deviazioni lungo il percorso che consentirono a lei
di mostrargli i punti di Dover degni d’interesse. Gli permise di fermarsi da un vinaio a
comprare una bottiglia per colazione, cui attinsero entrambi mentre – scambiandosi
occhiate di indulgente intimità – trangugiavano con aria ipocrita un pudding uscito
dalla fantasia di Miss Teagle. Uscirono di nuovo e, mentre Sidney scavava nella
ghiaietta della spiaggia, si sedettero da veri egoisti sulla passeggiata, con disappunto
di Miss Teagle, che aveva riposto le sue speranze in una gita in calesse a visitare il
castello, come si addiceva alle vere signore. Baron teneva d’occhio il suo orologio:
doveva pensare al treno, al triste viaggio di ritorno e a molte cose malinconiche; ma il
mare, nella luce pomeridiana, offriva un quadro più allettante. Il vento era caduto, la
Manica brulicava di vele bianche di navi che si perdevano nella distanza infocata.
Il giovane aveva chiesto alla sua compagna (già glielo aveva domandato una volta),
quando intendeva tornare a Jersey Villas; lei gli aveva risposto che probabilmente
sarebbe rimasta a Dover un’altra settimana. Costava un occhio della testa, ma faceva
un gran bene al bambino e, se Miss Teagle fosse riuscita a tornar su per certe
commissioni, le sarebbe forse riuscito di prolungare il soggiorno. Qualche ora prima
aveva detto che forse non sarebbe tornata affatto a Jersey Villas, oppure soltanto per
risolvere il rapporto con Mrs Bundy. In un altro momento aveva parlato di una
prossima data, di un’imminente rioccupazione dei meravigliosi «studioli». Baron
comprese che, senza progetti di sorta e nessun motivo valido, si manteneva nel vago
e, nel suo intimo, era preoccupata e nervosa, in attesa di qualche cosa che non
dipendeva da lei. Mentre contemplavano le vele rilucenti, un silenzio di parecchi
minuti era sceso tra loro, un silenzio a cui Mrs Ryves pose fine esclamando
all’improvviso, ma senza completare la frase: – Oh, se fosse venuto per dirmi che li
aveva distrutti…
– Quegli orribili documenti? Mi piace sentirla parlare di distruzione. Se non sa
nemmeno che cosa contengono!
– Non lo voglio sapere. Mi mettono in un tale stato…!
– Che specie di stato?
– Non lo so: mi perseguitano come fantasmi.
– Hanno perseguitato anche me; per questo appunto d’improvviso una mattina non ho
saputo tenere le mani a freno. Le avevo detto che non li avrei toccati. Mi ero
sottomesso al suo capriccio, alla sua, diciamo così, superstizione, ma alla fine hanno
vinto loro, le carte. Ero stato sveglio tutta una notte a dibattere il problema, divorato
dalla curiosità. Mi facevano star male: avevo i nervi a fior di pelle, se così posso
esprimermi; non ero più capace di lavorare. Nelle ore piccole fui preso da
un’ossessione, un’idea fissa: quelle balorde reliquie non conservavano nulla, stavo
rendendomi ridicolo con degli scrupoli eccessivi. Con nove probabilità su dieci erano
robetta, lettere di poco conto, vuote e futili; magari un tiro birbone di qualche ricco
sfaccendato, di scarso cervello, l’ex proprietario della dannata ribaltina. Quanto più ci
girellavo cautamente attorno, tanto pili me ne sentivo attratto; quanto più presto
avessi scoperto la loro vuotaggine, tanto prima sarei tornato al mio solito lavoro.
Sulla base di tale certezza, la mia mano divenne così incontrollabile che quel mattino,
prima di far colazione, spezzai uno dei sigilli. Mi bastarono pochi minuti per
rendermi conto che il contenuto non era robetta: il pacco conteneva vecchie lettere,
vecchie lettere molto curiose.
– Lo so, ho capito: «privato e confidenziale». Così ruppe gli altri sigilli, vero? – Mrs
Ryves lo fissò con quello strano sguardo di apprensione che le aveva scorto negli
occhi quand’era comparsa sul suo uscio dopo il ritrovamento.
– Certo che lo sa: gliel’ho raccontato io un’ora più tardi, benché lei mi abbia
consentito di dirle assai poco.
Nel cogliere quello sguardo particolare, Baron affettò un ampio sorriso per impedirle
d’intuire la pena provocata dal sottile rimprovero contenuto nelle ultime parole di lei;
ma quella donna sembrava capace di divinare ogni cosa. Gli ricordò che non aveva
dovuto aspettare la mattina quand’era sceso lui per sapere cos’era accaduto di sopra;
gli aveva anzi dimostrato subito di averlo capito già da un’ora, dopo aver passato dal
canto suo la stessa notte inquieta; aveva dovuto farsi una forza straordinaria per non
precipitarsi nell’appartamento di sopra, proprio mentre lui si dedicava all’esame dei
pacchetti aperti.
– Lei ha una sensibilità così perfezionata, è dotata di così misteriosi poteri che mi
sconcerta.
– Sento ciò che avviene a distanza, tutto qui.
– Si sarebbe detto che qualcuno che le stava a cuore fosse in pericolo.
– Le ripeto che ne ebbi l’intuizione lo stesso giorno che salii a trovarla.
– Oh, ma io non le sto a cuore fino a questo punto! – obiettò Baron ridendo.
Ella esitò: – No, direi di no.
– Sarà stato per via dell’altro, dell’altra parte in causa. Ma lei, quel giorno, non volle
che gliene dicessi il nome.
A queste parole Mrs Ryves si levò di scatto.
– Non voglio saperlo. La cosa non mi riguarda.
– No, grazie al cielo credo proprio di no, – replicò Baron, camminandole a fianco
lungo la passeggiata. Ora era lei a tenere Sidney per mano, e il giovane le stava
dall’altro lato. Presero la via della stazione; si era offerta di accompagnarlo per un
tratto. – Ma col suo dono prodigioso è un miracolo che non l’abbia indovinato.
– Io indovino solo quello che voglio, – fece Mrs Ryves.
– Comodo però! – esclamò Peter, al quale Sidney in quel momento si era di nuovo
appiccicato. – Soltanto che, all’oscuro di tutto com’è, è difficile capire la ragione per
cui desidera che quelle carte vengano bruciate.
Mrs Ryves rimase meditabonda a fissare il terreno: – Pensavo che avrebbe potuto
farlo per usarmi una cortesia.
– Le pare che una pretesa del genere, formulata in questo modo, sia ragionevole?
Mrs Ryves si arrestò di botto e questa volta posò su di lui due limpidi occhi
rannuvolati.
– Che intende farne?
Fu la volta di Peter Baron di restare assorto in meditazione: il che egli fece,
sull’asfalto nudo della Passeggiata (a Dover la stagione non era ancora iniziata) dove
le loro ombre si allungavano nella luce pomeridiana. Era preso da un incanto come
non aveva mai conosciuto, e sentiva un desiderio immenso di avere il coraggio di
risponderle: – Farò tutto quello che vorrai, se tu mi ami -. Tuttavia parole del genere
avrebbero rappresentato una responsabilità e costituito quella che volgarmente si
definisce una proposta. Ma quale proposta? si chiese rapidamente anche ora, come
già si era chiesto dopo aver fatto in ispirito altri goffi tentativi nello stesso senso:
offerte di che, se non della sua povertà, della sua oscurissima fama, degli sforzi
naufragati, delle capacità di cui non poteva fornire testimonianza? Povero com’era,
odiava lo squallore (che nemmeno lei – ne era certo – amava) e per parlare di
matrimonio si sentiva piccino. Perciò non le pose la domanda con le parole che gli
sarebbe piaciuto pronunciare ma, con una nuova fitta al cuore, scese a un
compromesso e le disse: – Che cosa farà lei per me, se io le elimino?
Mrs Ryves scosse tristemente il capo – era il più grazioso dei suoi atteggiamenti.
– Non posso promettere nulla… Oh no, non posso promettere! Ora dobbiamo
salutarci, – soggiunse. – Perderà il treno.
Peter guardò il suo orologio e prese intanto la mano che lei gli tendeva. Ella fu lesta a
ritirarla e allora non gli rimase altro, prima di correre alla stazione, se non sollevare
Sidney e stringerlo così forte a sé da fargli lanciare uno strilletto.
Durante il viaggio di ritorno in città la situazione gli apparve grottesca.
V.
L’indomani quel pensiero s’era fatto così tormentoso che, dopo averlo ancora
analizzato, Baron senti in certo modo di aver subito un torto. L’intromissione di Mrs
Ryves lo aveva messo profondamente a disagio: essa aveva assunto un atteggiamento
autoritario senza riconoscergli diritti. Si era imposta come arbitro del caso, ma,
quanto all’esserne partecipe, aveva tenuto le distanze. Le sembrava dovuto ch’egli
facesse certe cose per compiacerla, e tuttavia non voleva in alcun modo svelargli
quale beneficio gliene sarebbe derivato. Sarebbe stato auspicabile da parte sua un
riserbo maggiore, oppure una maggiore disponibilità a parlar chiaro. Baron si
chiedeva perché toccasse a lui essere lo zimbello dei suoi capricci, dei suoi misteri. Si
rendeva conto dell’eccezionalità delle sue intuizioni, ma ad offenderlo era appunto
quella manifesta infallibilità. Perché non si metteva addirittura a fare la veggente di
professione, arrotondando con maggiore successo la sua piccola rendita? Un talento
di quel tipo, in chi conduceva una vita del tutto privata, era sconcertante: le
divinazioni, le elusività di lei disturbavano comunque la sua tranquillità.
Lo disturbò ancora di più il ricevere di buon mattino la visita di Mr Locket, il quale,
lasciando Peter senza illusioni circa le ragioni di tanto onore, dichiarò appena entrato
nella stanza – anzi, mentre ancora saliva ansimando la seconda rampa e uno sgorbio
di servetta gli teneva aperta la porta – di aver accolto l’invito del suo giovane amico:
veniva a dare un’occhiata di persona alle lettere di Sir Dominick Ferrand. Peter le tirò
fuori con una prontezza volta a riconoscere il carattere commerciale della visita,
senza curarsi di attenuare l’incoerenza di quell’inizio con l’ultima decisione
comunicata a Mr Locket. Mostrò al suo ospite la ribaltina e il segreto, e si mise a
fumare una sigaretta canterellando sottovoce, con una sensazione di insolito
vantaggio, di trionfo, mentre il cauto editore, seduto e zitto, scartabellava i
documenti. Nonostante tutta la sua prudenza, Mr Locket non riuscì a dissimulare una
luce più calda nel suo occhio di giudice dicendo infine a Baron, in tono di cordiale
concisione – un tono che dava molte cose per scontate: – Me li porto a casa:
richiedono molta attenzione.
Il giovane lo guardò un momento: – Crede che siano autentici? – Non voleva beffarsi
di lui, al contrario, ma ai suoi stessi orecchi le parole suonarono beffarde, e si accorse
che lo stesso effetto avevano prodotto su Mr Locket.
– Non posso stabilirlo in alcun modo. Dovrò studiarli a mio agio ed è per questo che
le chiedo di prestarmeli.
Nel parlare aveva ammucchiato le carte con un movimento che sembrava preludere a
quello di infilarle in una sua reticella nera rimasta appoggiata sul ripiano della
ribaltina: a Peter, che lo vedeva di scorcio, quell’oggetto apparve oscuramente
professionale e destò in lui, in certo modo, un’improvvisa apprensione: il vantaggio di
cui si era appena reso conto stava per trasmigrare, grazie a un semplice giochetto di
prestigio, nelle mani di una persona che di vantaggi ne aveva già abbastanza. Baron,
insomma, provò un doloroso e inspiegabile senso di trepidazione. Mr Locket dava
troppe cose per scontate, non c’era che dire, e l’indagatore sulle irregolarità di Sir
Dominick Ferrand si sovvenne nuovamente di quanto – dopo tutto – fosse stato chiaro
nel manifestare la propria indisponibilità a farne oggetto commerciale. Chiese al
visitatore perché voleva portarsi via le lettere: da una parte per il momento non c’era
neppure da parlare dell’articolo nella rivista che avrebbe rivelato la loro esistenza;
dall’altra egli stesso, in quanto loro possessore, si faceva mille insormontabili scrupoli
all’idea di metterle in circolazione.
Mr Locket lo guardò al disopra degli occhiali come dai merli di una fortezza. – Io non
penso alla fine, io sto pensando all’inizio. Pochi sguardi mi hanno dato la certezza che
questi documenti devono essere sottoposti a un occhio competente.
– Non deve farli vedere a nessuno! – esclamò Baron.
– Lei può ritenermi presuntuoso, ma l’occhio a cui ho alluso in questi termini…
– È l’occhio fisso ora su di me, con aria così terribile? – lo interruppe Peter ridendo. -Ah, sarebbe interessante, lo ammetto, sapere come li giudica un uomo del suo acume!
– Gli era venuto in mente che con un’ammissione di tal fatta avrebbe potuto
accattivarsi un arbitro letterario fin’allora implacabile. Che volesse affidargli la
pubblicazione di Sir Dominick Ferrand era escluso a priori, ma Mr Locket sarebbe
forse entrato nell’ordine di idee di pubblicare lui, Peter Baron, come dovuto
riconoscimento dei servizi resigli. – Quanto tempo intende trattenerli? volle sapere il
giovane con un tono che, se ne rese immediatamente conto, fu tale da spingere Mr
Locket ad ammucchiare le lettere per infilarle nella reticella. Intuito questo, si
avvicinò lesto all’editore e, posata una mano sul segreto aperto, ne riaccostò
delicatamente i pannelli. Così i due stettero uno di fronte all’altro qualche secondo in
un atteggiamento quasi di conturbante sfida, a guardarsi dritto negli occhi.
La tensione fu presto allentata dal rossore di sorpresa che si diffuse sulla fronte di Mr
Locket, il quale fece qualche passo indietro con aria di dignità offesa, quasi a
protestare contro una violenza fisica.
– In verità, mio caro giovinotto, il suo contegno equivale a un’accusa di manifesta
malafede. Crede forse che voglia rubare queste maledette scartoffie?
In risposta a tale sfida Peter potè solo affrettarsi a dichiarare di non essere colpevole
di alcun indegno sospetto: esigeva soltanto che gli si precisasse un termine, voleva
una garanzia che lo cautelasse contro ogni infortunio. Mr Locket, riconosciuta la
legittimità della richiesta, gli assicurò che avrebbe restituito ogni cosa entro tre giorni
e, con l’aiuto di Peter, completò le sue piccole manovre per asportare il carteggio con
discrezione. Quando fu pronto e la sua perfida reticella fu gonfia del tesoro, Mr
Locket indugiò con lo sguardo sulla misteriosa ribaltina: – Come diavolo siano mai
finite lì dentro, è questo che mi fa arrovellare il cervello!
– C’è stata una certa catena di circostanze che, se chiarite, si rivelerebbero abbastanza
naturali, senza dubbio; ma per accertarsene occorrerebbe rimontare il corso del
tempo. Su un punto ho preso una ferma decisione: non fornire informazioni, non
svolgere indagini al negozio. Accetto il mistero così com’è, – dichiarò Peter, con una
certa magnanimità.
– Inserita in un racconto, sarebbe una ben modesta scappatoia, – fece Mr Locket
sorridendo.
– Sì, ma non è a lei che offrirei il racconto. Sarò impaziente di veder ritornare le mie
carte! – gridò poi dietro il visitatore che scendeva di corsa le scale.
Quella sera, con l’ultima distribuzione, col timbro postale di Dover, ricevette una
lettera che non veniva da Miss Teagle. Era un biglietto piuttosto confuso, ma nel
complesso amichevole, scritto la mattina stessa dopo colazione, il cui pretesto
apparente era quello di ringraziarlo della cortese visita e di scusare la scrivente per
avergli dato occasione di ritenerla capace di immischiarsi in cose che non la
riguardavano. Lo informava altresì del fatto che, la sera prima, dopo la sua partenza,
in un momento d’ispirazione, le era sgorgata dal cuore un’idea veramente musicale, in
perfetta armonia con i versi di cui egli le aveva così gentilmente fatto omaggio. In
calce allo scritto aveva scarabocchiato a mo’ d’esempio un paio di battute: misteriosi,
beffardi segni musicali, senza significato per il destinatario. Tutta la lettera tradiva un
desiderio irrequieto ma piuttosto vago di rimanere in contatto con lui. Tuttavia, nel
risponderle – il che egli fece quella sera stessa prima di andare a letto Baron si diffuse
essenzialmente sulla brillante possibilità di una loro collaborazione e sui vantaggi che
ne sarebbero derivati a ciascuno dei due. Parlò di questo futuro con un’eloquenza di
cui era pronto a difendere la sincerità, e ne tracciò un quadro straordinariamente
ricco.
L’indomani mattina, mentre stava accingendosi a lavori da tempo troppo trascurati
con la sensazione che, dopo tutto, era un discreto sollievo non star seduto così a
contatto di Sir Dominick Ferrand (divenuto motivo di tante insidiose divagazioni)
proprio nel momento in cui era solito rivolgere un’invocazione preliminare alla musa,
fu disturbato dall’arrivo di un telegramma: era una richiesta urgente di Mr Locket di
andare subito da lui. Il che per il povero Baron – i cui fondi erano ormai pressoché
esauriti significava il sacrificio di un’altra mattina; però non gli passò neppure per la
mente di far valere con l’editore della rivista, custode delle chiavi della sua celebrità,
le proprie esigenze di tempo; aveva l’arrendevolezza di un collaboratore alle prime
armi. Concesse un’altra vacanza alla musa provando gran vergogna per lei, e a tempo
debito si trovò seduto nella stessa poltrona, alla scrivania stessa di Mr Locket -superficie tanto più nobile del piano scivoloso della sua ribaltina – e, nel profluvio di
parole appena pronunciate dal suo ospite, percepì prontamente quanta felicità, quanta
emancipazione potevano celarsi in cento sterline.
Sì, era questo il costrutto: nello spazio di ventiquattr’ore Mr Locket aveva scoperto
nelle reliquie letterarie di Sir Dominick tante cose che l’avevano indotto a fare
un’offerta. Cento sterline gli sarebbero state pagate quel giorno, quel minuto stesso,
senza discussioni né da una parte né dall’altra.
– Mi assumo io tutti i rischi, mi assumo io tutti i rischi, – ripeteva l’editore della
rivista. Le lettere erano sparse sul tavolo, Mr Locket stava in piedi sulla stuoia
davanti al caminetto, come un oratore sul podio, e Peter, sopraffatto dall’improvviso
ultimatum, si era lasciato cadere sulla sedia più vicina. Poi (resosi conto che questa si
muoveva su un perno) le impresse un moto rotatorio per trovare il tempo di alzare sul
suo tentatore uno sguardo che voleva essere gelido. Ciò che più lo sorprese fu il
constatare che, sull’opportunità di pubblicazione, Mr Locket stava prendendo
esattamente il partito opposto a quello che egli si era immaginato. «Mettiamo tutto a
tacere! Uno scandalo da poco, un’offesa a cui non c’è più rimedio! Ma queste sono le
cose al mondo che meno di tutte giustificano una riesumazione!» Una frase del
genere Baron si sarebbe aspettato da un uomo che passava la vita a soppesare
problemi di perbenismo e che, soltanto ieri, guidato da tali principi, aveva sollevato
obiezioni per un’opera della più disinteressata delle arti. Ma l’autore di quella
purissima, intoccabile opera d’arte aveva colpito nel segno quando, nel corso
dell’ultima visita, aveva detto al suo interlocutore che, se rivelate al mondo dalle
pagine della rivista, le aberrazioni di Sir Dominick sarebbero andate a ruba. Non fu
necessario a Mr Locket ripetere al suo giovane amico la frase da lui pronunciata a
proposito di «far sensazione». Se voleva acquistare i «diritti» – come si suol dire nel
mondo del teatro non era per proteggere un nome famoso o per rinchiuderli in un
armadio. La formula usata da Baron copriva un vasto terreno, e la previsione di una
sola edizione esaurita era una stima inferiore al probabile successo della rivista.
Peter lasciò le lettere dall’editore e, ritiratosi, fece una lunga passeggiata sino
all’Enbankment. Provava sentimenti contrastanti: gli pareva di perdere la testa di
fronte a possibilità di cui egli negava tuttora l’esistenza. Aveva acconsentito ad
affidare le carte a Mr Locket per un altro paio di giorni, onde avere il tempo di
pensare alle condizioni a cui si sarebbe indotto a disporne qualora certi eventi si
fossero verificati. Cento sterline non erano l’ultima offerta dell’editore, né forse lui,
Peter, nella sua irragionevole intrattabilità, aveva detto l’ultima parola. Sospirò, senza
badare alle chiatte pittoresche sul fiume: sospirava perché tutto ciò poteva significare
denaro. Ed egli aveva un assillante bisogno di denaro: ne doveva parecchio in varie
direzioni. Mr Locket gli aveva fatto presente la sua alta responsabilità: forse toccava
a lui vendicare la verità sfigurata, recare il contributo di un capitolo della storia
inglese. – Lei non ha il diritto di tener nascosti fatti di un così grave momento, – gli
aveva dichiarato l’avido piccolo editore, mentre pensava a come la storia a puntate
(l’avrebbe distribuita in tre numeri) poteva diventare l’argomento del giorno. Se
avesse avuto soldi, Peter avrebbe potuto concedersi ardori, ebbrezze. Mr Locket
aveva detto, senza dubbio fondatamente, che c’erano un’infinità di problemi da
affrontare una volta trovato il coraggio di impegnarsi in quella rischiosa partita.
Questi problemi, questi scogli, questi pericoli – il pericolo, per esempio, di veder
spuntare all’improvviso qualche litigioso parente in agguato – se li sarebbe addossati
lui, Mr Locket, senza riserve, avrebbe affrontato lui lo scontro. Andava tenuto
presente che il carteggio era screditato in origine, viziato dalla sua provenienza
puerile. Un’origine così assurda suggeriva, come già l’editore aveva accennato una
volta, la modesta inventiva di un romanziere di terz’ordine; era questa una cosa di cui
Baron doveva tener conto: il positivo svantaggio di non rivelarsi. Avrebbe preferito
non dover rendere conto della vicenda, piuttosto che esporsi al ridicolo che avrebbe
immancabilmente suscitato una storia del genere. E che? non erano da prevedere in
anticipo le battute spiritose, sarcastiche pubblicate dai quotidiani, dai settimanali?
Peter Baron non mancava d’ingenuità, ma – andava ripetendosi mentre vibrava colpi
di bastone che gli rivelavano la qualità granitica dei parapetti del Tamigi non era tanto
sciocco da non intuire come Mr Locket avrebbe «manipolato» il mistero della sua
eccezionale scoperta. Nulla poteva avvalorarla maggiormente agli occhi del pubblico
dell’impenetrabile segreto che ne era all’origine. Se Mr Locket fosse riuscito a
sollevare un polverone sufficiente intorno alle circostanze che gli avevano guidato la
mano, la fortuna di Baron era bell’e fatta, letteralmente. Peter pensava che cento
sterline erano un’offerta modesta, e tuttavia si chiedeva come la rivista si fosse indotta
a offrire una cifra così cospicua, che tale appariva alla luce dei compensi letterari
finora noti al nostro giovanotto. La spiegazione di tale anomalia era naturalmente che
l’astuto editore prevedeva una dozzina di modi di rifarsi del suo denaro. Più avanti,
con l’aumentare della «sensazione», ci sarebbe stato da fare un libro in edizione
speciale, il libro del giorno; i profitti del libro dello scandalo, o se si vuole, la
ricostruzione, per dei posteri imparziali, di un grande falso storico; in altre parole la
somma che ogni editore accorto sarebbe stato disposto a pagare «pronta cassa» per
quelle carte, assumeva contorni ben definiti nei calcoli di Mr Locket. Insomma, Peter
veniva invitato a rinunciare alla possibilità di trattare in prima persona con l’eventuale
accorto editore. Il giovane scoppiò in una gran risata, rallegrandosi in cuor suo di non
essersi lasciato tentare subito – nel covo da cui era appena evaso – da una cifra che
avrebbe rappresentato all’inarca tutto il suo patrimonio. Per buona sorte, aggiunse
mentalmente nel volgere i passi verso casa, appariva assai poco probabile dover dare
battaglia con particolare urgenza.
VI.
Quando, mezz’ora dopo, raggiunse Jersey Villas, notò che il can-celletto di casa era
aperto; poi, avvicinatosi alla porta, vi scorse, incorniciata, una figura inattesa. Mrs
Ryves, in giacca e cuffietta, si stagliava su quello sfondo, e guardava fuori come
aspettando qualcosa; passeggiava avanti e indietro quasi a spiare qualcuno. Ma
quando lui espresse il piacere di un così gradito benvenuto, la vicina gli rispose che
aveva solo sperato di veder arrivare una carrozza. Baron si offerse di andare a
cercargliene una, al che risultò che no, dopo tutto, per il momento almeno, non ne
aveva bisogno. Tornò con lei fino al salotto, dove essa lo informò che, da un paio di
giorni, aveva visto con maggior chiarezza qual era la cosa migliore da fare: aveva
deciso di lasciare Jersey Villas ed era tornata allo scopo di portare via la sua roba, che
stava appunto radunando per fare i bagagli.
– Ieri sera le ho scritto una bella lettera in risposta alla sua, -disse Baron.
– Lei non aveva fatto parola, scrivendomi, di un ritorno imminente.
– Non è stata la sua lettera a farmi venire. Non era ancora arrivata quando io sono
partita.
– Quando tornerà, vedrà che era una bella lettera.
– È probabile .
Baron aveva osservato che la stanza non era a soqquadro, come lei aveva lasciato
presumere: i preparativi per la partenza di Mrs Ryves non davano certo nell’occhio.
Ella vide che lui si guardava attorno e, in piedi davanti al caminetto senza fuoco, le
mani dietro la schiena, gli domandò all’improvviso: – Da dove viene adesso?
– Da un colloquio con un amico letterato.
– Che state tramando insieme?
– Nulla di nulla. Abbiamo litigato, non siamo d’accordo.
– È un editore?
– È il direttore di una rivista.
– Ebbene, sono contenta che non siate d’accordo. Non so che cosa voglia, ma
qualunque cosa lui voglia, lei non la faccia.
– È lui che deve fare quello che voglio io! – esclamò Baron.
– E che cos’è?
– Oh, glielo dirò a cose fatte!
Baron la pregò di fargli ascoltare «l’idea musicale» di cui aveva parlato nella sua
lettera; e allora, liberatasi di cuffietta e giacca, seduta al suo pianoforte, Mrs Ryves gli
offri, con un sentimento di cui già le prime note lo fecero palpitare,
l’accompagnamento alle parole da lui composte. Il suo fraseggio era delicato e un po’
incerto, ed egli se ne stava come attanagliato in una morsa di velluto, vibrante di
un’emozione che non potè mai ritrovare in seguito con la stessa freschezza:
l’emozione del giovane artista per la prima volta in presenza della propria «creatura»:
le bozze di un libro, l’esposizione di un quadro, la prova di una commedia.
Quand’ebbe finito, le chiese di rinnovare la stessa delizia, e di fargli ascoltare altra
musica, e altra ancora. Gli faceva un mondo di bene, gli dava pace e sicurezza
interiore, spianava le rughe del suo spirito. Lasciate da un canto le proprie creazioni,
lei gli offri brani immortali, ed egli vi si crogiolò, pacificato e ammaliato, mentre la
povera stanzetta gli sembrava ingrandirsi, e vaghe liete possibilità affacciarsi di
nuovo. All’improvviso, davanti alla tastiera, lei gli gridò: – Quelle sue carte… le carte
che ha scoperto… non sono in casa?
– No, non sono in casa.
– Ne ero sicura. Non importa, va benissimo! – soggiunse. Lei stessa provava un senso
di pace: il turbamento sarebbe stato una nota falsa. Più tardi egli fu sul punto di
chiederle come mai sapeva che ciò cui aveva accennato non si trovava in casa; ma
lasciò correre. Quell’argomento era un enigma senza senso, un rompicapo che
diveniva sempre più grottesco come un mostro visto riaprendo gli occhi nel buio.
Abbassò le palpebre: era un’altra la visione che Baror desiderava. D’altronde lei gli
aveva dimostrato di avere intuizioni eccezionali: la spiegazione che ne avrebbe dato
sarebbe stata ancor più bizzarra del fatto in sé. E poi, avevano altro di cui discorrere,
in particolare il problema di rimandare all’indomani il ritorno di lei a Dover,
privandosi per il momento della valida protezione di Sidney. Questo non era in verità
che un secondo aspetto del problema di uscire a cena insieme quella sera (dove
avrebbe cenato lei altrimenti?), accompagnandolo, per esempio, in un bel posticino di
Soho per un’ora di vita bohème, in quelle loro esistenze mortalmente rispettabili. Mrs
Ryves respinse quell’affronto al suo tenor di vita, ma in realtà, venuto il momento,
finì per accompagnarlo nel bel posticino dove furono loro serviti maccheroni e
Chianti. La coppia appoggiò i gomiti sulla tovaglia sgualcita; e così, viso a viso, le
tazzine da caffè spinte da un lato e la sigaretta di Peter accesa per ordine di lei,
andarono acquistando sempre maggior confidenza. Dopo si recarono a teatro, in posti
economici, e tornarono a casa in «bus»; e poi al riparo degli ombrelli.
Sulla via del ritorno, Peter andava rimuginando fra sé un pensiero come mai aveva
rimuginato prima; si domandava cioè se, alla fine, lei gli avrebbe permesso di restare
cinque minuti nel suo salotto: l’argomento lo teneva in uno stato d’ansia e
d’impaziente attesa, e tuttavia per quale motivo, se non quello di dirle quanto era
povero? Era questo alla lettera il momento per dirglielo, tanto sprovvisto d’ogni bene
l’aveva lasciato quell’ora di vita bohème. Persino la bohème costava cara, e tuttavia
nel corso della giornata la sua mentalità a proposito di certe convenienze sociali era
completamente mutata. A Jersey Villas (era quasi mezzanotte e Mrs Ryves,
accendendo un fiammifero per il suo tremolante moccolo, gli aveva detto: – Oh sì,
entri pure un minuto se le fa piacere!) lo aveva tenuto in piedi nel suo modestissimo
salotto che, dopo gli splendori della serata, era davvero un ritorno alla squallida
realtà. Baron cercò di spiegarle che certamente, quanto a fama e ricchezza, aveva
ancora molto da sperare, ma che la giovinezza, l’amore, la fede, l’energia – per tacere
di quanto infinitamente lei gli era cara – erano tutti dalla sua parte. Se gli inizi erano
difficili, forse che uno doveva rendersi le condizioni di vita ancor più dure,
rinunciando al sogno che – se lei lo avesse lasciato parlare fino in fondo avrebbe fatto
tutta la benedetta differenza? Se Mrs Ryves lo abbia ascoltato fino in fondo o no, è
una circostanza su cui si dà il caso che la nostra cronaca mantenga il silenzio. Ma
dopo ch’egli si fu impadronito di tutt’e due le sue mani e le ebbe alitato in viso
l’intensità del suo affetto – nel sollievo che gli procurava la gioia di dichiararsi si
sentiva trasportato come da una marea crescente – ella lo frenò con più saggi
ragionamenti, con un tono preoccupato, distaccato e dolce al tempo stesso – nel quale
egli avverti un sentimento profondo. Più grazioso che mai era quel suo scuotere il
capo come a voler temporeggiare; eppure quel gesto non aveva mai significato tanti
timori, o tanta pena, tanti ricordi di cose irrealizzabili, e indipendenza e devozione e
una sorta di non querulo dolore per la fine di un’amicizia che era stata felice. Aveva
avuto simpatia per lui – se non ne avesse avuta non gliel’avrebbe lasciato credere! -ma protestò di non averlo mai «incoraggiato» nel senso odioso e volgare della parola.
D’altronde non si poteva parlare di quegli argomenti, in quella stanza, e a quell’ora, e
lo pregò di non farle rimpiangere, col prolungare la visita, la sua generosità. Nella sua
situazione v’erano circostanze particolari, insormontabili considerazioni. Con
amabilità imbarazzata si liberò della presenza di lui. Più tardi, nella notte
d’opprimente umiliazione che segui, Peter ebbe la sensazione di essere stato messo al
suo posto. Sapeva di donne che dopo aver veramente amato e perduto, di solito
continuano a vivere in attesa di nuove albe nelle quali i vecchi fantasmi si dissolvono.
Ma nella capricciosità della sua vicina c’era qualcosa che gli sembrava terribilmente
invulnerabile.
VII.
– Ho avuto modo di esaminare ancora un poco ciò che siamo disposti a fare, – disse
Mr Locket – questo è uno di quei casi in cui ritengo consigliabile andare fino in
fondo.
La mattina seguente Jersey Villas aveva avuto l’onore di ricevere ancora una volta il
redattore capo della rivista; ed eccolo nuovamente seduto davanti alla ribaltina dove
stava ben in vista l’oggetto del contendere sotto specie di un gran mucchio di fogli
sciolti, attestanti quanto fossero stati maneggiati. – Considereremo la possibilità di
offrirgliene trecento, ma non possiamo, le assicuro in modo categorico, fare un solo
passo in più.
Peter Baron, in vestaglia e pantofole, con le mani in tasca, andava su e giù per la
stanza senza far rumore, ripetendosi sottovoce e in un tono che per il proprio bene si
sforzava di rendere ilare: – Trecento… trecento -. Ma lungi dal buon umore era il suo
stato d’animo: si sentiva povero, irritato e deluso; ma voleva dimostrare a se stesso di
essere inflessibile, di essere fatto – in generale e in particolare – di una tempra
indistruttibile. La prima cosa che aveva notato, entrando nella stanza prospiciente la
strada, era che, davanti alla porta del n. 3, stava una carrozza a quattro ruote, con
sopra i bagagli di Mrs Ryves. Concedendosi, da dietro la tenda, una perdonabile
sbirciatina, vide uscire di casa la signora dei suoi pensieri seguita da Mrs Bundy, e
prender posto nel modesto mezzo di trasporto. Dopo di che i suoi occhi rimasero fissi
a lungo sulla schiena di cotone a fiorami dell’affittacamere, che agitava senza posa,
davanti al finestrino della carrozza, la vecchia testa moraleggiante. Mrs Ryves aveva
davvero preso la fuga – era stato lui a renderle impossibile la dimora a Jersey Villas -ma Mrs Bundy, con una magnanimità senza precedenti nella sua professione,
sembrava esprimere ferma fede nella purezza delle sue ragioni. Baron senti che
almeno per il momento la separazione da lui era un dato di fatto e per istintiva
delicatezza si tenne indietro.
Mr Locket parlò a lungo, e Peter Baron ascoltò e attese. Rifletteva sul fatto che la sua
disponibilità ad ascoltare avrebbe probabilmente suscitato speranze nel suo ospite -speranze che, dal canto suo, era pronto a considerare senza farsi scrupoli. Non
provava compassione per l’ansiosa attesa di Mr Locket o per le sue possibili illusioni:
si sentiva nauseato, abbandonato, bisognoso di conforto e di denaro. E tuttavia era
come un oltraggio alla sua dignità la sensazione di avere il coltello alla gola:
soprattutto lo irritava il terreno su cui Mr Locket poneva la questione: quello di
servire la causa della verità storica. Poteva anche darsi, ma non ci vedeva ben chiaro;
poteva darsi: era una questione profonda, troppo profonda, forse, per quanto ne
capiva lui. Comunque doveva controllarsi per non interrompere rabbiosamente quelle
chiacchiere aride, interessate, quella voce falsa che parlava il gergo dei mercanti.
Fissò la finestra con occhi disperati e vide la stupida pioggia che cominciava a
cadere. La giornata era ancor più cupa del suo spirito: le case di Jersey Villas erano
così brutte, così squallide che non c’era da stupirsi se Mrs Ryves non le sopportava
più. Per brutte che fossero, nel corso della giornata avrebbe dovuto dire a Mrs Bundy
ch’era costretto a cercare un alloggio più modesto.
– Ritengo, – iniziò a dire all’improvviso, interrompendo Mr Locket, – che questa
concessione mi assicurerebbe senza restrizioni l’ospitalità sulla rivista.
Mr Locket lo guardò attonito.
– Assicurare?… l’ospitalità?… – Palpava la proposta come un frutto acerbo.
– Voglio dire che, naturalmente, cortesia per cortesia, lei non continuerebbe a rifiutare
i miei scritti.
– Vi dedicherei la massima attenzione, come ho sempre fatto finora.
Peter Baron esitò. A ben vedere il suo caso presentava qualche prospettiva di
successo per un aspirante idealmente astuto in posizione di vantaggio come lui. Un
attimo dopo però si senti affluire il sangue al viso per la vergogna: la causa della sua
produzione letteraria andava perorata unicamente in vista dei meriti di essa. Era come
se, stupidamente, si fosse messo lui a parlarne male. Ciò nonostante lanciò la
domanda diretta: Pubblicherebbe per esempio la mia novelletta?
– Quella che ho letto l’altro giorno, facendo obiezioni su certi punti? Intende dire…
ehm… modificata? – rispose Mr Locket.
– Oh no, intendo dire senza modifiche di sorta. Le pagine che lei vorrebbe modificare
contengono, come le ho molto chiaramente spiegato, quella che ritengo la raison
d’ètre della storia e perciò mi sembrerebbe una cretineria di prima grandezza
eliminarle .
In verità Peter aveva rinunciato ad ogni speranza di far comprendere al suo critico il
proprio pensiero, ma favorito dalle attuali circostanze – non poteva rinunciare a
concedersi il lusso, che probabilmente non gli si sarebbe più presentato, di essere del
tutto schietto, per un istante di follia, con un direttore di rivista.
Mr Locket affettò un sorriso forzato.
– Pensi allo scandalo, Mr Baron.
– Ma non è proprio un altro scandalo quello a cui state correndo dietro?
– Sarà un grande servizio reso al pubblico.
– Le lettere produrranno un grosso scandalo, mentre la mia povera novella ne
provocherà uno piccolo piccolo, ed è soltanto con gli scandali grossi che si fanno i
soldi.
Mr Locket si alzò. Anche lui aveva la sua dignità da difendere.
– Una somma come quella che le offro dovrebbe escludere qualsiasi rivendicazione.
– Infatti, io non ho rivendicazioni da fare, poiché lei non apprezza ciò che scrivo.
Prendo atto della sua offerta, – prosegui Peter, – e mi impegno per questa sera a darle,
in poche righe che le lascerò a casa, la mia risposta definitiva, assolutamente
inappellabile.
I movimenti di Mr Locket, starnazzante intorno alle reliquie dell’eminente statista,
erano quelle di un pennuto che difende il nido minacciato. Se quella mattina aveva
restituito la sua covata di scartafacci, era perché si era sentito così sicuro di
concludere l’affare da permettersi di essere generoso. Con gli occhi lucidi fissi sulle
carte, temeva, disse, di dover sollecitare, prima di lasciarle, l’assicurazione che nel
frattempo Baron non le avrebbe passate in altre mani. A queste parole Peter uscì in
una risata più aspra di quanto volesse e chiese, con ragione, a qual titolo il suo
visitatore facesse tale richiesta e perché mai lui stesso non fosse qualificato ad offrire
la sua merce al miglior offerente.
– Non vuol mica andare in giro a vendere cose del genere? – gridò Mr Locket; ma
prima che Baron trovasse il tempo di rispondergli cinicamente, soggiunse: -Pubblicherò la sua novella!
– Oh grazie!
– Pubblicherò tutto quello che mi farà avere, – rincarò Mr Locket nell’uscire. Poco
prima Peter aveva virtualmente promesso che, per il carteggio, avrebbe trattato
soltanto con «Miscellanea».
Durante una parte del pomeriggio il giovane visse le ore più agitate della sua vita, e
tuttavia, a distanza di tempo, non ebbe a ripensarvi come a un momento di tentazione,
sebbene fossero state ore prodighe di quel turbamento che si accompagna a una
prospettiva densa di scelte. La battaglia era già vinta in partenza. Per quanto povero,
gli parve di non poterlo essere abbastanza per accettare i soldi di Mr Locket. Esaminò
le due alternative con la calma di chi ha fatto la propria scelta, ma quella calma stessa
gli procurò la più esaltante delle emozioni: era davvero un mutamento radicale, una
specie di nobile pietà. Gli pareva di aver posto il dito sul polso della storia, essere
addentro al segreto degli dèi. Tutto era in mano sua: le tavole della legge, la bilancia
della giustizia, la fiaccola della ricerca. Non sapeva tenere insieme un personaggio,
ma era capacissimo di ridurlo in pezzi. Sarebbe stata un’«opera creativa» di nuovo
genere; poteva ricostruire il personaggio in modo meno gradito, rivelandone aspetti
ignorati. Mr Locket aveva fatto un gran parlare di responsabilità, e in effetti il senso
della responsabilità gli aveva tenuto compagnia per tutta la mattina, mentre andava su
e giù per la sua gabbia angusta, guardando la implacabile pioggia primaverile battere
sui vetri. Aveva pensato allora alla tetraggine che attendeva Mrs Ryves, in viaggio per
Dover, e a quel pensiero si era sovrapposta l’immagine del povero Sir Dominick
Ferrand; la sua fisionomia ormai era divenuta così percettibile, così freddamente e
stranamente personale come fosse stato uno spettro levatosi dall’antica pietra del suo
focolare. Il nostro amico era abituato a quella compagnia; in effetti, negli ultimi
tempi, aveva passato con lui tante ore seguendolo sin dentro il Museo, a raffrontare i
suoi vari ritratti, le litografie e le incisioni da cui uno sguardo consapevole e
implorante sembrava posarsi su chi l’aveva tradito, tanto che la loro insolita
dimestichezza si era fatta intima come un abbraccio. Sir Dominick, muto com’era,
dipendeva fortemente da lui, e Peter non l’avrebbe incoraggiato con tanta curiosità, né
rassicurato con così numerose prove di deferenza, se non avesse respinto la
possibilità di uscire dalle proprie angustie col mettere a nudo un uomo.
Non importava che quell’uomo fosse morto, che fosse stato disonesto. Peter lo sentiva
abbastanza vivo per essere capace di soffrire. Avvertiva in Mr Locket un così
puntiglioso bisogno di rettificare la storia, da far si che tale rettifica non divenisse
affatto per lui stesso un imperativo categorico. Gli era apparso inoppugnabilmente
chiaro che, se il suo successo doveva dipendere da un’opera di diffamazione, ciò che
più lo avrebbe aiutato a sentirsi la coscienza a posto era abbandonare l’idea del
successo. No, no: anche a costo di morir di fame non avrebbe ricavato denaro dal
disonore di Sir Dominick. Mentre, scuro in volto, se ne andava su e giù per la stanza,
fu quasi sorpreso dal senso di violento disgusto che lo colse all’idea di un vantaggio
qualsiasi procurato in tal modo. Chi era per lui Sir Dominick, in fin dei conti? Così
non vi si fosse mai imbattuto! In una delle sue pause meditabonde presso la finestra -la finestra dalla quale, a quanto pareva, mai più avrebbe scorto Mrs Ryves
attraversare il giardino con quel passo che aveva apprezzato fin dalla prima volta – si
avvide che la pioggia stava per cessare, e il sole – benché riluttante – per fare
ammenda. Era segno che poteva uscire: aveva la vaga impressione di dover fare
diverse cose: cercarsi un lavoro e un’abitazione più economica, e una nuova
ispirazione (dal momento che tutte quelle coltivate finora l’avevano abbandonato); in
più bisognava lasciare alla porta di Mr Locket il promesso bigliet-tino. Guardò
l’orologio e fu sorpreso dell’ora, perché tutto quel tempo non aveva significato per lui
altro che pena. Doveva sbrigarsi a mutar d’abito, ma nel passare in camera da letto
l’occhio gli cadde sul mucchietto di lettere ammonticchiato da Mr Locket sulla sua
ribaltina. Lo fecero sussultare e, con lo sguardo fisso su di esse, fra divertito e
annoiato che esistessero ancora, si fermò un istante. Le aveva così completamente
distrutte col pensiero che ormai per lui l’azione era scontata; ripensò tuttavia ai gradi
successivi attraverso cui deve passare un’intenzione per essere sincera. Armato
dunque di tutta la sua sincerità, Baron si accostò alle lettere, e sulla griglia vuota del
caminetto (dove negli ultimi giorni non era più stato acceso il fuoco, per cui non ebbe
che da rimuovere un orrendo aggeggio di carta velina, caro a Mrs Bundy) ne bruciò
con meticolosa metodicità l’intera raccolta. Il veder consumarsi e divenire illeggibile
cenere le pagine più compromettenti lo rese più felice – se felicità può essere il
termine appropriato per la sensazione che gliene derivò durante l’operazione: un
crepitare così secco e scricchiolante da far pensare al fruscio di morte di tanti biglietti
di banca.
Quando, dieci minuti più tardi, tornò nel suo studio, gli parve di trovarsi
curiosamente – e all’improvviso – davanti a un panorama più ampio. Era come se
fosse stato rimosso un corpo estraneo di così vasta mole da permettergli di
contemplare più cielo, più paesaggio. Eppure le case di fronte c’erano ancora,
naturalmente, e se quel cupo scorcio appariva più luminoso era senza dubbio soltanto
perché la pioggia era cessata davvero e il sole irrompeva attraverso i vetri. Peter si
avvicinò alla finestra per aprirla all’aria nuova e, così facendo, scorse davanti al
cancelletto del giardino la modesta carrozza da nolo in cui, poche ore prima, aveva
visto partire Mrs Ryves. Non c’era da sbagliarsi (ricordava il cavallo bianco dai
ginocchi ossuti), ma il fatto che sul tetto non vi fosse più il bagaglio della vicina non
faceva che aumentare il suo disorientamento. Forse il vetturino l’aveva già portato
via…. Ora costui se ne stava a cassetta a fumare una pipa di delizie: le delizie che
derivavano dal non-lavoro pagato. Rientrato nella stanza, fu sorpreso da un colpo
bussato alla porta, una bussata presto chiarita – non appena ebbe aperto – dal fiato
corto di Mrs Bundy.
– Scusi, signore, sono venuta a dirci che è tornata.
– Perché diavolo è tornata? – La domanda di Baron suonò sgarbata ma egli provò una
nuova fitta al cuore. Ebbe timore di un’altra ferita; sembrava uno scherzo di cattivo
genere.
– Credo che è per lei, signore, – fece Mrs Bundy. – Desidera vederla un momento, se
ha la cortesia, nel vecchio studiolo di un tempo.
Peter segui per le scale la padrona di casa, che lo precedette starnazzando nel locale
da lei così affettuosamente definito.
– Sono partita stamani, e sono tornata solo per un momento, – spiegò Mrs Ryves non
appena Mrs Bundy ebbe chiuso l’uscio. Peter notò in lei un mutamento, come se
qualche fatto nuovo l’avesse resa più benevola.
– È andata e tornata da Dover?
– No, ma sono andata a Victoria Station a lasciare i bagagli… poi sono andata in giro
in carrozza.
– Spero che si sia divertita.
– Moltissimo. Sono andata a trovare Mr Morrish.
– Mr Morrish?
– L’editore di musica. Gli ho portato la nostra canzone. Gliela ho eseguita e lui ne è
stato entusiasta. Assicura che è proprio il genere che ci vuole. Mi ha dato 50 sterline.
Ha fiducia in noi, credo, – continuò Mrs Ryves, mentre Baron contemplava il
miracolo, gli pareva ancora troppo bello per essere vero, di lei che gli stava davanti,
in piedi, e gli parlava di cose che avevano in comune.
– Cinquanta sterline, cinquanta sterline! – esclamò, sventolandogli davanti il
benedetto assegno. Era tornata indietro subito per dirglielo, e naturalmente avrebbe
diviso la somma a metà. Era rosea, giubilante, spontanea; parlava come una donna
felice. Disse che bisognava lavorare di più, molto molto di più. Mr Morrish aveva
davvero promesso di accettare qualunque cosa allo stesso livello. Lei aveva trattenuto
la carrozza perché partiva per Dover: non poteva lasciare soli gli altri due. Era un
trabiccolo, malconcio e pigro, ma dopo un po’ Baron cominciò ad apprezzarne il
passo, giacché lei aveva acconsentito a lasciarlo salire e a farsi accompagnare – ma
sul serio, questa volta – a Victoria. Era venuta solo per dargli la buona notizia, ripetè
più di una volta. Ne parlarono tanto intensamente che lì per lì Baron si scordò di ogni
altra cosa: l’impegno preso con Mr Locket e il gran sacrificio appena consumato,
persino la strana coincidenza, che andava ad aggiungersi alla stranezza di tutte le
altre, del ritorno di lei come per una delle sue ben note divinazioni, proprio nel
momento preciso in cui le carte che erano state alla base della loro amicizia avevano
cessato di esistere. Ma lei, dal canto suo, le carte le aveva evidentemente dimenticate:
non ne fece mai parola e Peter Baron non si gloriò per nulla di ciò che aveva fatto.
Per un certo tempo non vi accennò, curioso di vedere se la sagacia della sua amica
non fosse stata messa in allarme. Poi, più tardi, quando si trattò di assumere per
sempre quel comportamento, mantenne il silenzio, un prodigioso, religioso,
tremebondo silenzio in seguito a un dialogo particolare avuto con lei.
Il dialogo si svolse a Dover, quando lui le portò il denaro di Mr Morrish ritirato dalla
banca dove aveva consegnato l’assegno. Fu in certo modo quell’assegno, o piuttosto
certe cose che esso rappresentava, a definire il mutamento radicale dei loro rapporti.
Mutamento che fu enorme, e Baron credette che a spiegare un cambiamento così
improvviso fosse solo la conferma della prospettiva di un fruttuoso lavoro comune.
Questa volta lei non parlò più di impossibilità non sembrò voler mai interrompere la
loro collaborazione; soltanto quando, all’indomani del suo arrivo a Dover con le
cinquanta sterline (dovette infine acconsentire a dividerle con lei, non poteva sperare
che accettasse da lui un regalo in denaro), egli tornò a porle la domanda che aveva
formulato la sera in cui avevano cenato insieme, solo allora (lui era arrivato con una
valigia e si sarebbe fermato) lei accennò al fatto di aver qualcosa di speciale sulla
coscienza, qualcosa che voleva dirgli prima ch’egli potesse compromettersi.
Nell’affrontare l’argomento le si soffuse in volto una luce premonitrice che lo
spaventò, una luce carica di qualcosa di cosf strano che per un attimo egli trattenne il
fiato. Questo lampo, foriero di possibili sventure, tuttavia si dileguò e Peter fece un
movimento come a prendere più tenero possesso di lei. Ma lei lo trattenne, sollevando
un dito con aria grave, compunta.
– Mi dica, mi dica tutto! – esclamò Baron.
– Lei deve sapere cosa sono, chi sono: deve sapere specialmente che cosa non sono!
C’è una parola per questo, una parola bruttissima, crudele! Non ne ho colpa. Altri lo
hanno saputo, ho dovuto dirlo: ha cambiato la mia vita. Certo ha indovinato! -continuò con un sottilissimo tremito d’ironia nella voce. E gli permise di prenderle la
mano, ch’era fredda e rigida come il dovere da compiere.
– Non vede che non possiedo niente, che non ho parenti, non ho amici, nulla di nulla
al mondo che sia mio? Ero solo una povera figliola.
– Una povera figliola? – Baron era confuso, commosso, desolato, e cercava di
raccapezzarsi in qualche modo in ciò che lei intendeva dirgli, ma sentiva, in una
grande ondata di compassione, che sarebbe stato un motivo in più per amarla.
– Mia madre… la mia povera mamma, – disse Mrs Ryves. Tacque e, attraverso le
lagrime, i suoi occhi incontrarono quelli di lui come a supplicarlo di capirla. Egli
comprese e la trasse più vicino, ma lei riuscì ancora a sciogliersi da lui, e continuò: -Era una povera ragazza sola, una governante; credeva che lui l’amasse. La amava
veramente: credo che sia stata la sola felicità che mia madre abbia mai conosciuto.
Ma ne è morta.
– Oh, sono contento che me ne parli… Com’è generoso da parte sua! sussurrò Baron. -E poi… suo padre? – Esitò come se avesse posto il dito su antiche ferite.
– Aveva guai per conto suo, ma con lei fu buono. Fu solo miseria e follia: lui era
sposato. Non era felice: credo per validi motivi. Lo so da certe lettere, l’ho saputo da
una persona che è morta. Sono morti tutti ormai, troppo tempo è passato. È l’unica
cosa buona, questa. Con me fu molto caro: io me lo ricordo, ma allora, da bambina,
non sapevo chi fosse. Mi collocò presso una famiglia di bravissime persone… Ha
fatto quanto ha potuto per me. Più tardi, credo, sua moglie seppe ogni cosa… una
signora che venne a trovarmi una volta dopo la sua morte. Ero una bambina piccina
allora, ma molte cose me le ricordo. Fece quello che potè… lui… qualcosa che mi fu
d’aiuto in seguito, che ancor oggi mi aiuta. Penso a lui con una specie di strana
compassione: io lo vedo – asserì Mrs Ryves, e i suoi occhi si velarono dell’ombra del
passato.
– Lei non dovrà mai dir nulla contro di lui, – soggiunse con dolce gravità.
– Mai, mai! Perché ha soltanto accresciuto in me la gioia di amarla.
– Bisogna aspettare, bisogna riflettere: aspetteremo insieme, -ella riprese.
– Lei non può ancora essere sicuro, e deve lasciarmi un po’ di tempo. Adesso che lo
sa, mi sento sollevata: ma era necessario che lo sapesse. Siamo ancora più amici, non
le pare? – domandò con un sorriso così stanco che ebbe l’effetto di rimandare ancor
più il racconto di Baron.
Ma un attimo dopo, come se avesse l’impressione di non doverlo rinviare troppo, Mrs
Ryves aggiunse in fretta: – Lei non conosce i fatti, lei non può giudicarli, li deve
lasciar decantare. Ci rifletta, ci pensi; oh lo so che ci penserà, non parliamone più.
Anch’io devo aver tempo, oh e come! Sì, lei mi deve credere.
Si voltò, ed egli rimase a guardarla per un poco.
– Come lavorerò volentieri per lei! – esclamò Baron.
– Deve lavorare per sé: l’aiuterò io .
Di nuovo i loro sguardi s’erano incontrati, e lei, pensosa, esitante, seguitò: – Sarà
meglio, forse, che le dica chi era.
Baron scosse il capo, sorridendo fiducioso.
– Non me n’importa nulla.
– A me sì, un po’ me ne importa. Era un grand’uomo.
– Certo, qualcosa di buono doveva avere.
– Era un personaggio famoso. L’avrà sentito nominare spesso.
Baron si domandò per un attimo chi poteva essere.
– Lei è una principessa, non ho più dubbi! – esclamò ridendo: lo aveva innervosito.
– Non mi vergogno di lui. Era Sir Dorninick Ferrand.
Gli bastò un secondo per leggerle in volto di aver colto appieno l’espressione del suo
sguardo. Sapeva di averla fissata sbalordito, poi di essersi sbiancato in viso; la notizia
gli aveva prodotto l’effetto di un violento scossone. Un brivido di gelo lo colse, come
agghiacciata era rimasta lei, di fronte all’incombente pericolo, piena di spavento per il
colpo vibratogli. Ma il sangue tornò a fluire nelle loro vene, man mano che Peter
riprendeva rapidamente equilibrio e sicurezza, rendendosi conto che la sua amica
aveva scorto nell’emozione di lui soltanto la violenza della sorpresa. Era uscito in un
bisbiglio soffocato – Ah, sei tu, amore mio! – che andò smorzandosi del tutto mentre
l’attirava a sé e la teneva a lungo stretta in un intenso abbraccio, ancora sbalordito di
essersi sottratto a un tale pericolo. Gli ci volle un po’ di tempo per continuare a
ripetersi con sufficiente insistenza, nascondendo il viso: «Ah, non lo saprà mai, non
dovrà saperlo mai!»
Non lo seppe mai; apprese soltanto, avendoglielo una volta chiesto casualmente, che
in effetti egli aveva bruciato i vecchi documenti per i quali lei aveva dato prova di un
capriccio così bizzarro. La sensibilità e la curiosità che quelle carte avevano avuto
l’assurdo potere di suscitare in lei erano misteriosamente crollate con la medesima
irresponsabilità con cui erano sorte dal nulla; ed ella sembrò allora averle
dimenticate, o piuttosto attribuire ora ad altre cause l’agitazione e alcuni dei curiosi
avvenimenti di cui erano state oggetto. Naturalmente a Peter Baron diedero parecchio
altro da pensare, molto pane – in verità – per meditazioni clandestine. Nonostante i
numerosi sforzi compiuti per non lasciarsi sorprendere, ella talvolta le rilevò e, per
quanto risultò a lui, le interpretò come uno stato depressivo conseguente alla lunga
prova cui ella stessa l’aveva sottoposto. Ed egli fu più paziente di quanto – ad onta di
tutte le sue facoltà divinatorie – lei seppe intuire, perché, se a dura prova era stato
posto lui, nemmeno lei ne era uscita indenne. Peter non cessava di pensare che, se i
documenti da lui distrutti stavano a dimostrare qualcosa, dimostravano perlomeno
che gli umani errori di Sir Dominick Ferrand non erano di un’unica specie. Era un
pensiero di cui non riusciva a liberarsi: che la donna da lui amata fosse proprio la
figlia di quel padre. Ciò che più conta è che, conoscendola sempre più a fondo -perché, sotto la protezione di Mr Morrish, lavorarono molto insieme – il suo amore
per lei certo non diminuì di intensità. Alla luce della lealtà senza pari di lei (il loro
matrimonio ne rivelò ancor più di quanto egli avesse mai supposto) Baron si chiese
talvolta se le reliquie trovate nella ribaltina fossero autentiche. Quel mobile gli è
ancor oggi non meno utile della protezione di Mr Morrish. Per esprimersi con il
linguaggio usato da questo signore, parecchie delle loro canzonette incontrano
moltissimo. Tuttavia Baron si cimenta anche con la prosa, e non sempre adesso le
riviste rifiutano le sue offerte. Ma non si è mai più avvicinato a «Miscellanea».
Questa rassegna ha pubblicato a suo tempo uno studio altamente elogiativo sulla
ragguardevole carriera di Sir Dominick Ferrand.