DE GREY: UNA STORIA DRAMMATICA

golemcuccia

Correva l’anno 1820 e, per la stessa ragione, come dicono in Irlanda (e del resto anche
fuori), la signora De Grey aveva raggiunto le sue sessantasette primavere. Ciò
nonostante, era ancora una bella donna e, quel che più conta, ancora una donna
amabile. Il corso calmo e sereno della sua vita non aveva lasciato nel suo carattere
più rughe che sul suo viso. Era alta e matronale, con occhi scuri e folti capelli bianchi
che portava all’indietro sulla fronte, arrotolati su un cuscinetto o altro artificio
consimile. La freschezza della gioventù e della salute non aveva affatto abbandonato
quelle gote, né si era spento sul suo labbro l’inalterabile sorriso della sua cortesia.
Come si addice a una donna della sua età e vedova, vestiva di nero, ravvivato però da
abbondante bianco, con una quantità di anelli preziosi sulle belle mani. Sovente, in
primavera, portava al seno un fiorellino, o un ramoscello di foglie verdi. Era stata
accusata di ricevere quei piccoli ornamenti floreali dalle mani di Padre Herbert (del
quale avrò da raccontare più in là); ma era un’accusa infondata, in quanto essi
venivano accuratamente scelti dal mazzo colto in giardino dalla sua cameriera.
Che la signora De Grey potesse proprio essere la placida, elegante vecchia signora
che era, ciò costituiva più o meno un enigma e un problema agli occhi della gente
comune, nonostante l’abbondanza di un certo genere di attestazioni a favore di un
simile dato di fatto. E vero che chiunque fosse un po’ informato sul suo conto sapeva
che essa aveva goduto di grande prosperità materiale e che non aveva subito rovesci
di fortuna. Era proprietaria a pieno titolo di una bella tenuta e di una bella casa: aveva
bensì perduto il marito neppure un anno dopo le nozze; ma poiché il defunto George
De Grey era stato un uomo di carattere cupo e misantropo – al punto di far persino
sospettare della sua sanità mentale – il lutto che l’aveva colpita, lasciandola ben
provvista dal punto di vista finanziario, poteva a rigore esser considerato un
vantaggio. Suo figlio, poi, non le aveva mai causato il minimo cruccio; crescendo era
diventato un giovane affascinante, di bell’aspetto, saggio e di vivace ingegno, un
modello di devozione filiale. La signora aveva una salute eccellente; disponeva di una
mezza dozzina di domestici inappuntabili e godeva della costante compagnia
dell’impareggiabile Padre Herbert; era la più bella figura di signora anziana della
città: aveva dunque pieno diritto di esser felice e di sembrarlo.

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Notte di Luna -Alessandro Amadesi-

golemcuccia
L’arietta fresca della sera accarezzava le cime degli
alberi ed i lunghi rami. La luna piena si godeva
silenziosa lo spettacolo. Godendosi quel minimo filo
di aria che rendeva sopportabile il caldo torrido
dell’estate, Thomas camminava pacifico sul grande
prato e nel corridoio d’erba che lo portava verso
l’entrata della sua grande villa. Era un edificio
magico, dava nell’occhio, metà architettura della
Bauhaus metà automobile sportiva anni’70. Era
strutturata su un unico piano, bassa ma molto estesa,
la pianta come un grande rettangolo dagli spigoli
arrotondati, le vetrate immense e quel ‘cemento–
marmo–e–metallo’ che la rendevano unica.
L’architetto che l’aveva progettata e fatta costruire ci
aveva vissuto per un paio di decenni, poi l’aveva
venduta. Morì suicida quattro giorni dopo che Thomas
era entrato nella villa come nuovo proprietario.
Questo le dava un che di misterioso ed inspiegabilee
si diceva, lo si diceva nel quartiere, che lì dentro tutto
fosse possibile.
Thomas si avvicinò all’entrata, mentre una voce
lanciata lontano, verso di lui, un richiamo, lo
raggiunse.

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GLI ASSASSINI DELLA RUE MORGUE

golemcuccia

Il canto che cantavano le Sirene,
il nome che assunse Achille quando
si nascose fra le donne, per difficili che
siano, non sono questioni al di là
di ogni congettura.
SIR THOMAS BROWNE

 

Le facoltà mentali che definiamo analitiche sono di per sé poco suscettibili di analisi. Le
intendiamo afondo unicamente nei loro effetti. Di esse sappiamo, tra l’altro, che per chi le possiede
in misura straordinaria sono, sempre, fonte del più vivo godimento. Come l’uomo forte gode della
propria prestanza fisica, dilettandosi di quegli esercizi che impegnano i suoi muscoli, così l’analista
si compiace di quell’attività mentale che risolve . Trae piacere anche dalle occupazioni più banali,
purché impegnino i suoi talenti. È appassionato di enigmi, di rebus, di geroglifici, facendo mostra
nel risolverli di un acumen che a un’intelligenza comune appare soprannaturale. I risultati cui
perviene, dedotti dall’anima stessa, dall’essenza del metodo, hanno, in verità, tutta l’aria
dell’intuizione. La capacità di risolvere è probabilmente potenziata dallo studio dellamatematica e
soprattutto del ramo più nobile di essa che impropriamente, e solo a causa delle sue operazioni a
ritroso, è stato denominato analisi, quasi lo fosse par excellence.Eppure calcolare non è di per sé
analizzare. Un giocatore di scacchi, ad esempio, calcola, senza ricorrere all’analisi. Ne consegue che
il gioco degli scacchi, per quanto concerne il suo effetto sull’abito mentale, è completamente
frainteso. Non sto scrivendo un trattato, ma semplicemente premettendo alcune osservazioni fatte
un po’ a casaccio a una narrazione piuttosto singolare; colgo pertanto l’occasione per sostenere che
le facoltà superiori dell’intelletto riflessivo vengono messe alla prova più decisamente e con
maggiore utilità dal più modesto gioco della dama che dall’elaborata vacuità degli scacchi. In
quest’ultimo gioco, dove i pezzi hanno movimenti diversi e «bizzarri», secondo valori vari e
variabili, quanto è solo complicato passa (errore tutt’altro che insolito) per profondo. Vi si esige
un’attenzione davvero straordinaria. Ove essa si allenti per un attimo, ne conseguirà una svista
comportante un danno o una sconfitta. Poiché le mosse possibili non sono solo molteplici, ma anche
complesse, le occasioni per simili sviste si moltiplicano, e nove volte su dieci chi vince non è il
giocatore più sottile, ma quello capace di maggior concentrazione.

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LA LETTERA RUBATA

golemcuccia

 
Nil sapientiae odiosius acumine nimio.
Seneca
Nel 18… ero a Parigi. Dopo una triste e tempestosa serata autunnale, potevo godere la
doppia voluttà d’un meditativo raccoglimento e d’una pipa di schiuma, in compagnia del mio amico
C. Auguste Dupin, nella sua piccola biblioteca – che fungeva anche da studio – al terzo piano del
numero 33 della via Dunôt al Faubourg Saint- Germain. Durante un’ora intera restammo in silenzio,
per modo che ciascuno di noi – , al prim o venuto, sarebbe apparso profondamente ed esclusivamente
compreso delle arricciolate anella di fumo che volteggiavano per la stanza. Per quel che riguardava
me, ero immerso a discutere meco stesso attorno a certi punti ch’erano stati oggetto, nella prima
parte della serata, della nostra conversazione: voglio dire dell’affare della via Morgue e del mistero
relativo all’assassinio di Marie Rogêt. Cercavo di connetter tra loro le coincidenze che potevano
riscontrarsi in quei due casi, allorché la porta del no stro appartamento fu aperta e apparve, nel vano,
la vecchia conoscenza di Monsieur G., prefetto della polizia parigina.
Gli demmo cordialmente il benvenuto, dal momento che, ai suoi lati negativi, facevano pure
contrasto alcune positive qualità e, del resto, non lo vedevamo da più di qualche anno. Poiché
eravamo seduti al buio, Dupin si levò nell’intento di accendere una lampada: e nondimeno tornò a
sedere senza aver compiuta quell’operazione, avendo inteso da Monsieur G. ch’egli era venuto a
consultarci, o meglio a chiedere l’opinione del mio amico, circa un affare che gli aveva causato
increscioso imbarazzo.
«Ove si tratti d’un caso che richieda della riflessione», osservò Dupin, astenendosi in quel
punto dall’accendere la calza, «sarà per noi più conven iente procedere nel nostro esame al buio».
«Ecco ancora una delle vostre bizzarre trovate», disse il prefetto, il quale aveva la mania di
chiamare bizzarre tutte le cose al di fuori delle sue capacità di comprendere, e che si trovava in tal
modo a vivere in mezzo a una immensa legione di bizzarrie.
«È proprio così», disse Dupin porgendo una pipa al nostro visitatore e spingendo verso di lui
una comoda poltrona.
«Qual è dunque questo caso imbarazzante?», chiesi io, a questo punto. «Spero bene che non
si t ratti, anche questa volta, d’un assassinio».
«Oh, no! Nulla di simile. È un fatto che questo nuovo affare si presenta d’una estrema
semplicità. Ed io non metto in dubbio che sapremmo cavarcela da noi, stessi. Se sono accorso a
raccontarlo a Dupin è solo perché egli non potrà far di meno che interessarsi, appunto, alla sua
bizzarria».

 

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Ho tolto il dito By Zelcor

logopenny

Non credo di aver parole.

Ho la pelle d’oca. E non e servito il buio,la notte e tante parole per spanventare.

Mi e bastato il video. E un tocco di classe di terrore.

Sono bravi ogni oltre cosa.

Sanno far spaventare.

Sono mitici

Sono grandiosi

ZELCOR YOUTUBE

visitate il canale!!!!!!!

Guardate che spettacolo questo video!!!!

SE AMATE LA PAURA,QUESTO VIDEO NON POTRA SFUGGIRVI….

 

 

Il sottoscala

logopenny

Ed ecco a voi anche l’ultimo racconto creato da quei Bravi Ragazzi!!

Inquietante,come sempre,non posso far altro che augurarvi buona visione ^^

 

 

Il sottoscala

Storia – Zelcor

Interpreti – Andrea Ponticelli, Martina Irrera

Musica – 30 minutes of atmospheric horror music vol.1 -Kevin MacLeod (incompetech.com)

Montaggio – Simona “sindar87” Gabriele (Simon & Simon)


Il Sottoscala di telavisione

Cesare, Lucrezia e il santo padre – PRIMA PARTE

LOGOFREDDY

 

Cinquanta cortigiane nude si rincorrono camminando carponi facendo una sorta di slalom intorno a una fila di candelieri posti sul pavimento: una gara alquanto insolita e piccante.. Lo è ancora di più se si pensa che alla singolare scenetta assistono divertiti un papa e due dei suoi numerosi figli. Il pontefice è Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, i due figli sono Cesare e Lucrezia. La notizia è riportata da un cronista dell’epoca che, scrivendo oltre, aggiunge nuovi sconcertanti particolari. Se dobbiamo prestargli fede, la conclusione della serata fu tale da far apparire la corsa delle cortigiane un innocente giochetto tra educande. Sono racconti come questo — ma c’è di molto peggio — che hanno gettato addosso ai Borgia una coltre di fango difficile da rimuovere anche a distanza di cinque secoli. Orge, omicidi, rapporti incestuosi tra padre e figlia, tra fratello e sorella, intrighi, tradimenti, torture, crudeltà di ogni genere, depravazioni per tutti i gusti: nella storia è difficile trovare una casata sulla quale siano state scagliate tante accuse. E non solo dai contemporanei. La storiografia successiva ha tenuto viva nei secoli la fama di turpitudine dei Borgia aggiungendo sempre nuovi particolari alle loro infamie. Oggi però si tende a ritenere che molte delle accuse loro rivolte siano false o quanto meno esagerate. Anzi c’è chi, a furia di cercare attenuanti e nello sforzo di ristabilire una verità storica troppo a lungo alterata, giunge addirittura a negare tutte le voci corse sul loro conto, incorrendo in incauti tentativi di riabilitazione che, francamente, sembrano altrettanto eccessivi.
In realtà non ci sono prove certe delle malefatte dei Borgia. Ci sono i pettegolezzi raccolti nelle corti europee e nella stessa Roma, ci sono i racconti dei cronisti, ci sono mucchi di lettere ma sulla loro attendibilità è lecito avanzare qualche dubbio. Così l’interrogativo rimane: Alessandro VI, Cesare e Lucrezia Borgia erano veramente dei mostri?

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Cesare, Lucrezia e il santo padre – SECONDA PARTE

LOGOFREDDY

Un misterioso assassinio

Mentre la voce dei torbidi rapporti tra i Borgia aveva indotto Lucrezia a rinchiudersi nel monastero di San Sisto, sulla Via Ai5pia, un’altra notizia sconvolse Roma: l’assassinio di Giovanni Borgia, duca di Gandia, da poco nominato capitano generale delle milizie pontificie. Tra il popolo si sparse subito la notizia che a ucciderlo era stato il fratello Cesare per strappargli la carica. Un’altra calunnia, probabilmente, ma anche a questa molti prestarono fede e aumentò l’orrore che ormai il nome dei Borgia suscitava ovunque.
Il fatto avvenne nella notte tra il 14 e il 15 giugno 1497. I due fratelli erano stati invitati a cena dalla madre. La tavola era stata apparecchiata nel giardino della villa che Vannozza possedeva nei pressi di San Pietro in Vincoli. Oltre a Giovanni e a Cesare erano presenti il loro fratello Goffredo principe di Squillace con la moglie Sancia, il cardinale Francesco Borgia, figlio di Callisto III, don Rodrigo Borgia, capitano del palazzo apostolico, e don Alfonso, nipote di Alessandro VI. La serata si svolse nel modo più piacevole ma fu turbata, anche se solo per qualche istante, dall’apparizione di un misterioso individuo mascherato che bisbigliò qualcosa all’orecchio del duca di Gandia. A tarda ora la comitiva si sciolse.

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