I mercanti di morte di Edimburgo

LOGOFREDDY

Figure spettrali in un cimitero. Coperti da un mantello nero si fanno strada tra le tombe alla ricerca di qualcosa. Sulle spalle una vanga, in mano una lanterna con la quale tentano di fugare l’oscurità della notte e la nebbia. Sono ladri di cadaveri. Frugano nel camposanto fino che non trovano una tomba scavata di fresco. Hanno bisogno di salme in buone condizioni per poterle vendere ai medici e agli studenti che operano nelle sale di anatomia. Il corpo dissepolto viene gettato su una carretta e nella stessa notte finisce nel laboratorio di uno scienziato che pur di poter compiere le sue ricerche non guarda tanto per il sottile. Tanto da non fare obiezioni se, a partire da una certa data, gli vengono portati solo cadaveri di assassinati.
Rubare i morti nei cimiteri è diventata un’impresa troppo difficile e pericolosa: la concorrenza aumenta di giorno in giorno ed è spietata. Nasce così l’idea di incrementare il commercio dei cadaveri ‘fabbricandoli’. Vagabondi, mendicanti, anziane prostitute, vecchi senza nessuno al mondo che passano il loro tempo frugando fra i rifiuti:
queste le vittime più indicate. Facili da adescare (può bastare un tozzo di pane o la promessa di un bicchiere di gin), facili da uccidere: deboli come sono per l’età e gli stenti non possono certo offrire una grande resistenza.


In questo modo, l’Anonima Assassini di Edimburgo, all’opera tra il 1820 e il 1830, fa sparire decine di persone. I malcapitati vengono trascinati in una bettola, ubriacati e quindi uccisi. I metodi preferiti sono due: soffocamento o schiacciamento della carotide.

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Questo per dare il più possibile un’idea di morte naturale e per evitare eccessive tracce di violenza: i clienti delle sale anatomiche esigono corpi in buone condizioni. Il mercato rende bene: fino a dieci sterline al capo. E gli affari, naturalmente, prosperano. Nessuno è più al sicuro nelle strade di Edimburgo.

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Panorama di Edimburgo nella prima metà dell’ottocento. La città scozzese (che oggi conta circa mezzo milione di abitanti) ha avuto il suo grande sviluppo proprio agli inizi del secolo scorso assorbendo alcuni centri periferici, tra i quali il più importante Leith, sede di molte industrie e dotato di un grande porto. L ‘improvvisa estensione della città provocò come contraccolpo un imponente afflusso di immigrati di ogni ceto e condizione. Questo fenomeno è al centro del disordine sociale in cui sono maturati gli episodi qui raccontati.

 

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Tra la fine del settecento e la prima metà dell’ottocento, con l’intensificarsi degli studi di anatomia, medici e studenti hanno sempre maggiore bisogno di corpi umani per le loro ricerche.

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Una delle tante bettole malfamate della città, ritrovo abituale di malviventi di ogni specie.

 

Nelle università ci si serve dei cadaveri dei vagabondi, di quelli che muoiono abbandonati da tutti negli ospedali e negli ospizi o di quelli dei condannati a morte. Ma gli scienziati che operano nei laboratori privati, e magari in segreto perché certe ricerche non sono ben viste dalla legge o dalla morale comune, incontrano non poche difficoltà a procurarsi la ‘materia prima’ per i loro studi. Sorge così un vero e proprio commercio di cadaveri che assume non di rado aspetti aberranti, come avviene a Edimburgo tra il 1820 e il 1830. Da tempo, nella città scozzese è fiorente un mercato clandestino di defunti a opera di impresari di pompe funebri e di becchini, i cosiddetti resurrezionisti’ che non esitano a trafugare le salme dai cimiteri per venderle ai medici.

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Uno studioso di anatomia scoperto da un guardiano del cimitero mentre sta trafugando una salma per i suoi esperimenti fugge abbandonando il sacco con il corpo appena dissepolto. Solo nel 1832 i legislatori inglesi disciplineranno l’uso dei corpi umani nella sale anatomiche mettendo fine, di fatto, al furto e commercio dei cadaveri.

In questo periodo salgono alla ribalta John William Burke e William Hare, due alcolizzati di origine irlandese che fino a quel momento avevano limitato la loro attività a furti, truffe e aggressioni. Entrati per caso nel ‘giro’ del commercio di cadaveri, i due compari si mettono a praticano su vasta scala, disseppellendo i morti dal cimitero. Loro principale, se non unico cliente, è il professor Robert Knox, uno dei più noti studiosi di anatomia dell’epoca. Ma la concorrenza è forte. L’organizzazione dei ‘resurrezionisti’ non può vedere di buon occhio che sulla piazza operi una ‘ditta’ concorrente: così una notte, mentre stanno rovistando in una tomba, Burke e Hare vengono affrontati da un gruppo di becchini che li convincono facilmente a sgombrare il campo e a non farsi più vedere.

A questo punto i due hanno un’idea: si procureranno i cadaveri uccidendo chiunque capiti loro a tiro. Per non destare sospetti decidono di eliminare solo persone della cui scomparsa non possa preoccuparsi nessuno ricorrendo a sistemi che facciano pensare a una morte naturale. La loro prima vittima è una vecchia mendicante, Abigail Simpson: la ubriacano e poi la soffocano. Seguono una vagabonda, altre due mendicanti, madre e figlia, poi una nonna e un nipotino, una vecchia prostituta, Vivian Mac Simpson, e tanti altri ancora.

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John William Burke e William Hare, i due assassini specializzati nel commercio di cadaveri.

Quante sono in tutto le vittime dei due assassini? Non si è mai saputo: c’è chi dice quindici, chi dice trenta. In realtà non si sa nemmeno se le accuse contro di loro siano tutte vere. Arrestati per l’omicidio di un’anziana ubriacona, il cui cadavere viene ritrovato nella cantina del professor Knox, Burke e Hare sono incriminati solo per questo delitto: degli altri non esistono prove per cui al processo non se ne parla nemmeno. In effetti è difficile dimostrare anche la loro responsabilità per l’ultimo omicidio, tanto che il procuratore generale ricorre all’espediente legale del ‘testimone deI re’, promette cioè l’impunità a uno dei due se deporrà contro l’altro.

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La camera di Burke. Tra il letto e il muro è visibile il pagliericcio sotto il quale fu occultato il corpo dell’ultima vittima.

 

Il prescelto è Hare che non ha un attimo di esitazione: riversa sul complice una valanga di accuse e lo manda sulla forca. Ma anche il ‘pentito’ pagherà le sue colpe: tornato in libertà, viene riconosciuto da un gruppo di scaricatori di porto che lo linciano. Con Burke e Hare erano finite in galera, sotto l’accusa di complicità, anche le loro mogli che vengono però assolte.
L’ultimo protagonista dell’orribile vicenda, il professor Knox, è costretto dall’ostilità dei suoi concittadini ad abbandonare Edimburgo. Il processo, se non ha fatto minimamente luce sull’Anonima Assassini di Edimburgo, è comunque servito a qualcosa: il clamore suscitato dalla vicenda induce i legislatori inglesi a varare nel 1832 una legge che, stabilendo un regolamento preciso per l’uso dei corpi umani nelle sale anatomiche, mette fine, di fatto, al commercio di cadaveri.

La Venere del mercato
Vivian Mac Simpson passeggia da ore sul marciapiede di un vicolo male illuminato, nei pressi del mercato di Edimburgo.
Ha una pazza voglia di mandare giù un bicchiere di rum, ma nella borsetta non ha un soldo. È una vecchia prostituta e, camminando, non può fare a meno di ricordare i bei tempi passati quando gli uomini facevano la fila per possederla in una camera di una locanda appartata. Ma ormai nessuno la vuole più, anche se cerca di nascondere le rughe del viso e del collo sotto uno spesso strato di belletto.
A mezzanotte la donna decide di rinunciare alla bevuta e di andare a letto. Ma dal fondo del vicolo compare la sagoma di un uomo alto, con mani molto grandi, volto violaceo e semi- nascosto da una logora tuba. Sono anni che Vivian, un tempo conosciuta come la ‘Venere del mercato’, non può permettersi di fare la schizzinosa quanto all’aspetto dei clienti; perciò si accosta al tristo figuro e con la sua voce rauca gli chiede: «Bel ragazzo, hai voglia di offrire un bicchierino alla bella Viviari?». Al contrario della maggioranza dei passanti, che rispondono all’anziana prostituta con male parole, l’uomo si dimostra subito interessato e gentile. «Certo che berrò volentieri con te» le dice. «Poi andremo a passare la notte assieme. Ma prima anch’io ho voglia di bere una bottiglia di gin.»
Così Vivian e il suo cliente entrano in una vicina bettola, dove l’uomo continua a mostrarsì molto gentile. E soprattutto generoso. Compra una bottiglia di gin e la posa sul tavolo davanti a Vivian, alla quale non pare vero di potersi rifare di tutte le sere in cui è andata a letto a gola secca. Presa dall’entusiasmo, non si accorge che il suo compagno, pur facendo anch’egli onore al gin, beve molto meno di lei.
Dopo sei o sette bicchieri, Vivian è completamente ubriaca, ma si regge ancora in piedi. L’uomo, a questo punto, prendendola sotto- braccio, la solleva dalla sedia e le dice: «Vieni, andiamo in una locanda di un mio amico, qui vicino, cosi potremo finalmente stare insieme». Vivian ha certo più desiderio di andare a dormire che di fare l’amore ma la sua coscienza ‘professionale’ la costringe a dimostrarsi gentile con un signore così generoso con lei. Senza sospetti, segue quindi il singolare personaggio in tuba.
Tenendosi a braccetto l’anziana prostituta e il suo cliente raggiungono una vicina locanda, dove l’uomo è evidentemente ben conosciuto:
una donna li accompagna subito in una camera al primo piano. Vivian è troppo ubriaca e, in fondo, felice, per notare il sinistro sogghigno che le increspa le labbra.
Entrati nella camera, l’uomo si dimostra ancora molto comprensivo. «Abbiamo bevuto troppo tutti e due» dice. «Forse è meglio che dormiamo un poco…». L’anziana prostituta è ben lieta della proposta e dopo pochi minuti piomba in un sonno di sasso. L’uomo, toltosi la tuba e la giacca, si è disteso accanto a lei. Ma appena è sicuro che Vivian dorme ormai profondamente, si rialza, apre la porta e fa entrare un uomo tarchiato, con i capelli rossi, anche lui vestito di nero.
I due si accostano alletto, Il ‘cliente’ di Vivian la afferra per le gambe, mentre l’uomo dai capelli rossi la prende per la gola. Poi le solleva leggermente la testa e con i pollici robusti le schiaccia la carotide. Stringe per qualche minuto, finché dalla bocca della poveretta non esce un fiotto di sangue.
Quando la donna non dà più cenno di vita, gli assassini le tolgono di dosso i poveri vestiti. Poi uno di loro prende una bacinella d’acqua e con uno straccio le lava dal volto ogni traccia di belletto.

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1. Burke in uno schizzo fatto durante il processo. Sard Hare ad incastrano: in cambio dell’ impunità, riserverà sull’ ex complice una valanga di accuse. 2. Helen Mac Dougal, una prostituta con la quale Burke si era unito per creare una società con scopi criminali; fu lei ad avere per prima l’idea di dedicarsi al commercio di cadaveri. 3. Liz Legg, moglie di Hare e proprietaria di una locanda che servì agli assassini come base per i loro delitti.

 

 

I due quindi afferrano il cadavere per le braccia e le gambe e lo portano in cantina. Qui lo gettano in un angolo e lo coprono con qualche manciata di paglia.
John Wiiliam Burke e William Hare, i ‘fabbricanti di cadaveri’, hanno fatto un’altra vittima, e sono pronti per venderla al dottor Knox per dieci sterline. 11 medico, pur di avere cadaveri per i propri studi di anatomia, non guarda troppo per il sottile.

L’Anonima Assassini
Dalla fine del 1700, quando si intensificano gli studi di anatomia, in tutto il Regno Unito i medici hanno un notevole bisogno di corpi umani per le loro ricerche. Tuttavia la legge vieta il commercio dei cadaveri, limitandosi a permettere che vengano consegnati ai medici quelli dei condannati a morte. È ben vero che in quel periodo le forche lavorano quasi tutti i giorni, con il massimo disprezzo della vita umana, ed è anche vero che i poveri, che non hanno denaro neppure per il funerale dei congiunti, cedono volentieri la ‘materia prima’ ai medici, ma comunque i cadaveri di provenienza ‘legale’ sono insufficienti a coprire le necessità delle centinaia di patologi e di studenti che operano nelle università e negli ospedali.
Sorge così un commercio clandestino passato alla storia delle cronache giudiziarie inglesi col nome di ‘resurrezionismo’. Se ne occupano becchini e inservienti di obitorio che, sfidando la legge, disseppelliscono i cadaveri e li vendono ai medici.
Il ‘resurrezionismo’ continua a fiorire per oltre un secolo, fino a quando cioè il ‘commercio’ dei defunti non viene regolamentato da leggi precise e severe.
Burke e Hare, tuttavia, non limitano la loro opera al disseppellimento dei morti, ma arrivano a ‘fabbricarli’.

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La casa di Burke

Non si saprà mai quante siano state le loro vittime, poiché si tratta sempre di diseredati di cui nessuno si cura; pare comunque che si siano resi responsabili di una trentina di omicidi.
John William Burke, un tipo litigioso e violento, dallo sguardo torvo e dal colorito violaceo, tipico degli alcolizzati, nasce a Tyrone, una tra le più povere contee dell’Irlanda, nel 1792. Figlio di una famiglia di contadini miserabili, lascia ben presto il lavoro dei campi, facendo prima il calzolaio, poi l’operaio e il fornaio. Insoddisfatto dei magri guadagni, si arruola in seguito nelle compagnie di ventura che combattono per chi le paga di più. John Burke milita così nell’esercito coloniale inglese, poi in quello del pontefice. Al ritorno in patria, non ha risparmiato neppure un centesimo, ma in compenso si è indurito, acquistando il massimo disprezzo per la vita umana.

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La casa di Hare.

Deposta l’uniforme, nel 1817 si trasferisce in Scozia dove incontra una prostituta, Helen Mac Dougal, con la quale crea una società per spillare quattrini agli ingenui.
Il loro sistema è questo. Helen adesca i clienti e li porta nella sua camera. Quando l’uomo si appresta a fare l’amore, entra Burke. «Mio marito!», grida Helen, e il suo complice approfittando dello spavento del poveraccio, gli ruba la borsa o si fa pagare per il ‘riscatto del suo onore’.
Ma i guadagni devono essere poca cosa: tanto è vero che nel 1822 Burke e Helen Mac Dougal chiedono asilo all’ospizio dei poveri di Edimburgo. Nei mesi seguenti, John Burke, pur continuando a compiere qualche piccolo furto, torna — per l’ultima volta in vita sua — a un mestiere onesto: quello del ciabattino.
Nel 1826 e a Edimburgo John Burke conosce un connazionale, nato in un paese vicino al suo, William Hare.
Costui, dopo aver fatto lo scaricatore di porto, il manovale, il ladro e il truffatore, è riuscito a sistemarsi sposando una vedova, Liz Legg, padrona di una locanda malfamata, fornita di bettola.
proprio nella bettola, in occasione di una sbornia memorabile, che i due si incontrano. Da quel giorno diventano amici inseparabili.
Burke e Helen Mac Dougal si trasferiscono addirittura nella locanda della moglie di Hare. Ma sono ben poche le notti che i due passano con le loro compagne: escono da soli per ubriacarsi e rincasare all’alba, sostenendosi l’un l’altro e barcollando come spettri nella cappa di nebbia che grava sulle notti di Edimburgo. Il denaro per gli alcolici se lo procurano aggredendo i passanti.
A questo punto si verifica l’incidente che li metterà sulla ‘buona strada’: una notte, un vecchio soldato in pensione, ospite della locanda, muore nel suo letto di morte naturale. Ha- re e sua moglie si infuriano: il disgraziato ha osato lasciare questo mondo senza aver prima pagato il conto, e anche vendendo il suo misero bagaglio non si ricaverà neppure uno scellino. Ma Helen Mac Dougal ha sentito parlare dei ‘resurrezionisti’ e butta là un’idea: perché non vendere il cadavere a qualche dottore? Di sicuro quello straccione vale più da morto che da vivo.
John Burke e William Hare accettano con entusiasmo. Inscenano un falso funerale, riempiendo la bara del soldato di pietre e portandola al cimitero. Poi offrono il corpo del vecchio al dottor Knox, eminente professore di anatomia all’università di Edimburgo. Perché il medico non abbia sospetti sulla provenienza del cadavere, i due compari gli raccontano che si tratta di un loro parente che aveva espresso il desiderio di lasciare il proprio corpo alla scienza. Il professore, ovviamente, non crede a questa storia, ma compra lo stesso il cadavere, pagandolo sette sterline e Otto scellini. Knox conosce benissimo l’esistenza e l’attività dei ‘resurrezionisti’ ma, come tutti i medici dell’epoca, non ha troppi scrupoli; ne avrà anche meno in seguito, quando l’origine dei cadaveri che Burke e Hare gli portano sarà indubbia.
Una concorrenza spietata
Con il denaro ottenuto dal protessor Knox, Burke, Hare e le loro donne si danno alla pazza gioia, e in breve restano al verde. Ma ormai il sistema per guadagnare l’hanno scoperto:
cominciano a disseppellire i cadaveri dai camposanti per venderli ai medici. Ma la concorrenza è spietata, soprattutto da parte dei ‘resurreZioflisti’
Una sera, Burke e Hare vengono a sapere che un vicino è morto di sincope e decidono di disseppellirne il cadavere. Il corpo del pover’uomo è stato portato al cimitero su un carretto e sepolto, sotto un palmo di terra, in una fossa priva di lapide.
I due compari, intabarrati in lunghi mantelli neri, attendono che sia notte fonda; poi, muniti di vanga e piccone, si introducono nel cimitero superando il muro di recinzione. Conoscono bene il luogo, meta di numerose spedizioni precedenti e vi si aggirano con sicurezza. Trovata la tomba, si mettono a scavare, non prima di aver mandato giù qualche sorso di gin. In breve, la cassa è dissepolta. Hare si cala nella fossa e con il piccone solleva il coperchio della bara, illuminandone l’interno con una lanterna dalla luce fioca: è vuota! Qualcuno li ha preceduti.
Proprio in quell’istante cinque uomini escono dall’oscurità e si stringono minacciosi attorno a Burke e ad Hare. Impugnano tutti pale e picconi che brandiscono come armi. Uno di loro, probabilmente il capo, dice: «Questo è territorio nostro. Noi siamo i becchini di questo cimitero e solo noi possiamo rubarne i cadaveri. È da tempo che vi teniamo d’occhio e ci avete dato già abbastanza fastidio. D’ora in poi state alla larga, o in una di queste fosse ci finirete voi! Qui il commercio dei cadaveri spetta solo a noi, e anche noi siamo già troppi. Non vogliamo altri soci!»
Di fronte a questo ‘avvertimento’ i due non possono far altro che battere in ritirata.
Per qualche tempo, Burke e Hare tornano alla loro attività di ladruncoli e truffatori. Poi, la grande idea: visto che è tanto difficile trovare dei cadaveri, perché non ‘fabbricarli’?
La catena di omicidi
Perché i loro affari vadano in porto, tuttavia, i due aspiranti assassini devono fare attenzione innanzitutto ad eliminare persone la cui scomparsa non sia notata da nessuno, poi ad uccidere con una tecnica che non desti i sospetti del ‘cliente’.
Burke e Hare stabiliscono quindi di assassinare solo vagabondi ubriachi, vecchi mendicanti, relitti umani senza nessuno al mondo. Risolvono poi la seconda difficoltà con una tecnica particolare: assalendo le vittime quando sono ubriache o mentre dormono, è sufficiente tappar loro il naso e la bocca per causarne la morte per soffocamento; si può così giustificarne il decesso con un attacco di apoplessia o con il blocco delle vie respiratorie.
La prima vittima di Burke e Hare è Abigail Simpson, una vecchia che, licenziata dal suo posto di sguattera, vive di elemosina al mercato della verdura. I due, conoscendone la forte inclinazione per l’alcool, la invitano a bere nella bettola della moglie di Hare. La donna è felice di accettare e presto si ubriaca. Quando cade a terra, Burke e Hare, accertatisi che nessuno li veda, la trascinano in una camera al primo piano dove la uccidono.

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Il dottor Knox, noto professore di anatomia dell ‘università di Edimburgo è uno dei migliori clienti dei mercanti di cadaveri. Dopo il processo, circondato dall’ostilità dell’opinione pubblica,sarà costretto a lasciare per sempre la città.

 

Burke la trattiene per le gambe, mentre Rare la soffoca.
Il giorno seguente il professor Knox riceve il primo di una lunga serie di cadaveri: tutte persone decedute per ‘colpo apoplettico’. Alla Simpson segue un’altra vagabonda, cugina della donna di Burke. Poi tocca a due mendicanti, madre e figlia, quindi è la volta di una nonna col nipotino. Anche questi ultimi due vivevano di carità: la figlia della donna era morta di tubercolosi e il genero, padre del bambino, era un marinaio scomparso in un naufragio. Ora la vecchia e il bimbo sopravvivevano frugando nei rifiuti, ottenendo di tanto in tanto qualcosa di caldo dai domestici delle case nobiliari, dormendo dove capitava, in un fienile o sotto una grondaia. Burke e Hare li osservano per qualche giorno, poi concludono: «Fanno al caso nostro. Knox dovrebbe pagar bene per il cadavere di un bambino». Avvicinare i due e convincerli a seguirli nella locanda di Rare non presenta difficoltà. «Venite da noi — dice Burke, fingendosi impietosito — vi daremo un piatto di minestra calda e un buon letto per dormire». La donna e il bambino mangiano avidamente il cibo che i due assassini e le loro donne offrono loro e accettano volentieri la ‘generosa’ proposta di passare la notte in una delle camere libere della locanda. Burke e Rare, seguendo una tecnica ormai sperimentata, aspettano che i due si siano addormentati. Poi entrano nella camera. Ma la vecchia, al rumore dei loro passi, si sveglia; quando vede le mani di Hare tese verso la sua gola, lancia un grido di terrore e si butta precipitosamente giù dal letto. Il grido ha svegliato anche il bambino che corre verso la porta gridando:«Nonna, nonna, aiuto!». Gli assassini perdono la testa. Devono impedire a qualsiasi costo che i due continuino a gridare. A costo di farli a pezzi. Afferrano due sgabelli e si scagliano sulla vecchia e sul bambino che tentano inutilmente di difendersi: Burke e Rare sono troppo più forti di loro, e in quel momento la loro forza è centuplicata dall’urgenza di far presto. Gli sgabelli si abbattono sui poveretti con violenza e frequenza crescenti. Burke e Hare continua- no a colpire stravolti da una furia selvaggia, finché le vittime cadono, letteralmente massacrate. Per giustificare le condizioni dei cadaveri, gli assassini raccontano al professor Knox che la vecchia e il bambino sono stati investiti da una carrozza. Knox, al solito, non ha dubbi — e se li ha, li tiene per sé — e paga venticinque sterline.
Non è possibile — come si è detto — conoscere il numero esatto delle vittime di Burke e Hare. Sappiamo solo che i due, poco prima di venire arrestati, hanno messo assieme una discreta somma che viene amministrata, come fondo comune, dalle loro, donne.

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Surgeon Square nel 1829; l’edificio con le colonne e i portici è l’abitazione di Knox.

È proprio questo denaro a scatenare nel gruppo i primi dissapori. Relen Mac Dougal accusa la moglie di Hare di trattenere una tangente sulla ‘cassa’. Le due donne si accapigliano. Il giorno seguente Hare sente Relen proporre a Burke di far fuori la proprietaria della bettola e di venderne il cadavere.
I sospetti reciproci e la paura portano a una rissa generale, e la banda si scioglie. Burke e Helen Mac Dougal vanno a vivere in un altro alberguccio alla periferia di Edimburgo. Ma vengono presto a sapere che, in loro assenza, Hare e la moglie hanno combinato un nuovo ‘affare’; temendo che possa sorgere una pericolosa concorrenza, tornano così alla locanda e la pace è fatta.

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Burke incatenato in cella in attesa del processo. Riconosciuto colpevole, sara impiccato il 28 gennaio 1830.

 

Interviene la polizia
Fino a questo momento la polizia di Edimburgo, che pure dà una caccia incessante e accanita ai ‘resurrezionisti’, non sospetta neppure lontanamente dell’esistenza di una banda di ‘fabbricanti di cadaveri’. La scomparsa di alcune vittime è stata segnalata, ma nessuno le ha dato troppo peso: in fondo si trattava di plebaglia. Ma la fine dei quattro si avvicina. Un giorno, William Hare chiede a un certo Gary, che vive nella locanda assieme alla moglie, di cedergli la camera per una notte. «Ne ho bisogno — gli spiega — perché viene a trovarmi una parente e non so dove farla dormire».
La richiesta insospettisce Gary per due motivi. Il primo è che, conoscendo la locanda, sa che in quel momento vi sono almeno altre tre camere libere. In secondo luogo, Hare non ha mai dimostrato un grande interesse per la sorte dei suoi parenti. Ma non può respingere la richiesta: è un cliente, e anche in ritardo di qualche giorno sui pagamenti.
In realtà Rare ha allontanato l’inquilino perché la sua camera gli serve per un’altra eliminazione. Conduce infatti nella stanza una mendicante alcolizzata e la uccide con l’aiuto di Burke.
11 giorno seguente i padroni della locanda restituiscono a Gary e alla moglie la loro camera e li invitano a partecipare a una festicciola ‘in famiglia’. Ma, durante la cena, alcune frasi poco chiare pronunziate dai quattro, completamente ubriachi, risvegliano i sospetti di Gary. Dopo mangiato, l’uomo, rimasto solo nella bettola, va a frugare sotto un mucchio di fieno accatastato in un angolo. Solleva la paglia: prima compare un braccio, poi l’intero corpo di una donna: è morta. Spaventato, chiama la moglie, poi corre ad avvertire un suo amico della polizia, l’agente Fisher.
Il poliziotto non crede alla storia di Gary, ma per scrupolo professionale accetta di seguirlo alla bettola. Quando vi arriva, fieno e cadavere sono scomparsi. Fisher interroga Hare, ma questi sembra cadere dalle nuvole: si, una mendicante, un p0’ alticcia, aveva trascorso la notte nella locanda, ma al mattino se n’era andata. L’agente accetta questa versione. Poco dopo però incontra la moglie di Hare e interroga anche lei. La donna non ha avuto tempo di accordarsi col marito; e, se a intuito ne conferma a grandi linee la storia, cade in contraddizione su un particolare: dichiara infatti che la donna è partita la sera precedente. Fisher si insospettisce. Si allontana dalla locanda, ma torna al calare della notte e, mentre tutti dormono, effettua una perquisizione. In solaio trova un mucchio di paglia: lo solleva e scopre, malamente occultata, una camicia da notte sporca di sangue. Adesso l’agente comincia a credere che nel racconto del suo amico Gary ci sia del vero, e continua a indagare. Certe voci raccolte negli ambienti della malavita edimburghese, lo inducono a dare un’occhiata nella cantina del professor Knox. Qui, in un baule, trova il corpo di una vecchia. Gary la riconosce immediatamente come la ‘parente’ di Hare alla quale aveva ceduto la camera.
Burke, Hare, Helen Mac Dougal e Liz Legg vengono arrestati, I magistrati comprendono subito con chi hanno a che fare, ma il caso si presenta più difficile del previsto.
Anche se si sospetta che Burke e Hare abbiano ucciso molte persone, la scomparsa dei cadaveri fa scattare il principio dello habeas corpus: nessuno può essere condannato per un delitto, quando manca il corpo del reato. Esiste un solo cadavere: quello della vecchia trovata nella cantina di Knox. Quindi i colpevoli possono essere giudicati per un solo delitto. Ma — si chiede il Lord advocate (procuratore generale) come provare la colpa di Burke e Hare? La deposizione di Gary non è sufficiente: gli avvocati difensori non faticheranno molto a distruggerla. Inoltre prova solo che i due hanno mentito riguardo al cadavere nella loro bettola, non che essi hanno effettivamente ucciso la donna.
li lord advocate non ha scelta: deve ricorrere allo stratagemma legale del King’s Evidence, ‘testimone del re’, il che consiste nel convincere uno dei due accusati a testimoniare contro il complice in cambio dell’impunità.
Hare testimone del re
William Hare sembra il più malleabile: la scelta del lord advocate cade su di lui.
Senza por tempo in mezzo, il magistrato si reca nella cella di Hare e gli dice senza preamboli:
«So bene che sei una sporca canaglia e che hai assassinato molte persone. Tu e il tuo complice siete i più orribili delinquenti che abbia incontrato nella mia carriera. Ma posso condannare uno solo di voi. Se tu accetti di testimoniare contro Burke ti prometto la vita e la libertà. Se invece rifiuti, andrò a fare la stessa proposta a Burke, e stai sicuro che lui non avrà scrupoli a raccontarmi tutto. Non voglio ascoltare il racconto di tutti i delitti che avete commesso, visto che posso condannarvi per uno solo. Tutto quello che voglio sapere è come e dove avete ammazzato quella vecchia il cui corpo è stato trovato nella cantina del professor Knox».
Rare non ha difficoltà a tradire il complice. La sua risposta è di un tale cinismo che il lord advocate lascia la cella disgustato. L’idea di aver dovuto concludere quello sporco ‘affare’ per riuscire a mandare sulla forca almeno uno degli assassini lo tormenterà per tutta la vita.
La triste fama dei ‘fabbricanti di cadaveri’ ha ormai raggiunto tutta l’Inghilterra, e celebri avvocati si offrono per difendere Burke. Ma le loro arringhe non servono a nulla. Hare leva il dito accusatore contro l’ex complice e fornisce le prove della sua colpevolezza. Inutilmente i difensori tentano di demolire la figura morale di Rare: egli è testimone del re e come tale inattaccabile.
John William Burke, dopo un lungo processo, viene condannato a morte. Helen Mac Dougal è invece assolta per insufficienza di prove. William Hare e Liz Legg vengono rimessi in libertà; la donna morirà poco dopo, mentre Hare, costretto a nascondersi sotto falso nome per sfuggire all’odio della gente, vagherà come un cane randagio per il resto dei suoi giorni.

 

La fine di Hare e di Burke
Comunque la giustizia divina non tarda a colpire anche Hare. Un giorno, mentre lacero e affamato fruga nei cumuli della spazzatura su una banchina del porto, in cerca di qualche avanzo di cibo, viene riconosciuto da un gruppo di scaricatori.
«Ehi, gente! — grida uno di loro — C’è qui quel cane di Hare! Quello sporco bastardo che ha venduto il suo amico!».
Il grido viene udito da un marinaio, un certo Terry Fritz Poussin. Era stato imbarcato sullo stesso veliero sul quale navigava il padre del bambino ucciso con la nonna. I due erano naufragati assieme e, sulla scialuppa, l’altro gli aveva detto: «Se hai la fortuna di tornare a Edimburgo, giurami che prenderai con te mio figlio». Poi il mare in tempesta l’aveva inghiottito. Terry aveva cercato di tener fede al giuramento ma, rientrato a Edimburgo, non era riuscito a trovare nè il figlioletto dell’amico né la nonna che si occupava di lui. Vagando per le bettole e negli ambienti della malavita in cerca di loro notizie, aveva sentito parlare dei fabbricanti di cadaveri e del fatto che circolava voce che fra le loro vittime vi fossero anche la vecchia e il nipotino. Al tempo del processo ne ebbe la certezza. La storia non era stata raccontata alle udienze, ma dal carcere erano uscite altre voci sull’argomento, voci che Liz Legg confermava quando era ubriaca e chiacchierava nelle bettole.
Così, udito il grido degli scaricatori, Terry diventa una belva. «Dategli addosso, ragazzi! — grida — Ammazzate quel cane che ha massacrato un bambino. Facciamo noi quello che non ha fatto la giustizia del re!».
Assieme agli altri, il marinaio si getta addosso ad Rare, tempestandolo di pugni e di calci. Arrivano alcuni agenti che impediscono al gruppo di finire lo scellerato. Ma l’uomo è talmente malridotto che muore in ospedale due giorni dopo.
Il 28 gennaio 1829 John William Burke sale sulla forca, senza mostrare alcuna emozione. E un uomo rozzo e crudele e intende morire così come è vissuto.
Contrariamente a un’antica tradizione scozzese che vuole che le condanne a morte vengano eseguite in assoluto silenzio, la folla che assiste all’esecuzione accoglie il condannato con insulti, grida, sputi e lancio di verdure marce.
Una voce si leva più alta, diretta al boia:
«Strozzalo lentamente, quel cane!».
Il cadavere di Burke rimane appeso alla forca per tre giorni, un’usanza a quell’epoca abbastanza comune, in quanto si riteneva che la vista dei criminali giustiziati dovesse servire di monito alla popolazione.
Poi — ironia della sorte — il corpo viene consegnato ai medici per i loro esperimenti.
L’ultimo protagonista della macabra storia, il professor Knox, circondato dall’aggressiva ostilità dei suoi concittadini, è costretto a lasciare Edimburgo. In seguito, dopo aver esercitato per qualche anno a Londra, si ritira a Rackney, dove finirà i suoi giorni solo e dimenticato da tutti.
Così si conclude una vicenda destinata a occupare un posto di primo piano negli annali del crimine. Ma chi erano in realtà Hare e Burke? Due rifiuti della società, abbrutiti dall’alcool, coinvolti in una storia allucinante più grande di loro? O due assassini cinici e spietati, perfettamente consci delle loro azioni, che hanno trucidato decine di persone per una manciata di sterline? E se si sOHO resi responsabili del commercio di cadaveri, erano allo stesso tempo i ‘cervelli’ e gli esecutori materiali dei delitti, o svolgevano una semplice mansione di manovalanza? In questo caso, si dovrebbe pensare a un capo dell’organizzazione che dava gli ordini restando nell’ombra. Certo è difficile pensare che due rottami umani come Hare e Burke abbiano potuto portare a termine un numero così alto di ‘imprese’ prima di incappare nelle maglie della giustizia. Chi sarebbe, allora, la ‘mente’? Forse un capo della malavita edimburghese di cui non si è mai fatto il nome, forse lo stesso professor Knox, un medico il cui anelito di ricerca scientifica presenta aspetti alquanto ambigui.
Resta il fatto che nulla di tutto questo è venuto fuori al processo. D’altra parte, nel corso del procedimento non si è indagato sulla lunga catena di delitti di cui pure erano sospettati Hare e Burke ma — come si è detto — è stato preso in considerazione solo l’omicidio della vecchia trovata in casa di Knox. I giudici quindi non ricostruiscono — non ne hanno la possibilità — le gesta dell’Anonima Assassini di Edimburgo; si limitano a prendere atto delle dichiarazioni del ‘pentito’ Rare che, come molti della sua risma, in tempi passati e recenti, è disposto a tradire tutto e tutti e a raccontare qualsiasi cosa in cambio dell’impunità.
Qual è, dunque, la verità? Probabilmente non lo sapremo mai: i retroscena dell’orrendo mercato di cadaveri sembrano destinati a rimanere avvolti nel mistero.

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L ‘esecuzione di Burke. Intorno al palco sul quale era stata issata la forca, una folla inferocita gridava al boia di far soffrire il condannato il più possibile.